Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 51

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Il 25 luglio, alle cinque del mattino, ATTILIO ed EMILIO BANDIERA[94], NICOLA RICCIOTTI, DOMENICO MORO, ANACARSI NARDI[95], GIOVANNI VENERUCCI, GIACOMO ROCCA[96], FRANCESCO BERTI[97], DOMENICO LUPATELLI, morirono di fucilazione. I loro compagni all'impresa gemono, e gemeranno Dio sa per quanto, a vergogna degli Italiani, in catene.

Gli ultimi momenti dei nove martiri furono degni della loro vita e della Fede Italiana ch'essi col sangue santificarono. Estraggo quanto segue da una lettera di Calabria, contenente il ragguaglio d'un testimonio oculare:

«La mattina del giorno fatale furono trovati dormendo. S'abbigliarono con somma cura, e per quanto potevano con eleganza, come se s'apparecchiassero a un atto solenne religioso. Un prete venne per confessarli; ma essi lo respinsero dolcemente[98] dicendogli: _ch'essi, avendo praticata la legge del Vangelo e cercato di propagarla anche a prezzo del loro sangue fra i redenti da Cristo, speravano d'esser raccomandati a Dio meglio dalle proprie opere che dalle sue parole, e lo esortavano a serbarle per predicare ai loro oppressi fratelli in Gesù la religione della Libertà e dell'Eguaglianza_. S'avviarono col volto sereno e ragionando tra loro al luogo dell'esecuzione. Giunti, e apprestate l'armi dei soldati, pregarono _che si risparmiasse la testa, fatta a imagine di Dio_. Guardarono ai pochi muti, ma commossi circostanti gridarono: VIVA L'ITALIA! e caddero morti.»

* * * * *

VIVA L'ITALIA!--Sarà quel grido, o giovani, un'amara ironia, o lo raccoglierete voi, santo com'è dell'ultimo sacrificio dei migliori tra noi, per incarnarlo nelle vostre vite? In nome dei martiri che morirono per redimervi non foss'altro dalla taccia di codardia che tutta Europa vi dà: in nome della vostra Patria, io vi chiedo: proferirete quel grido a fronte delle persecuzioni, tra le delusioni dell'anima, in faccia al patibolo, o perduti nelle stolide o viziose abitudini del servaggio, direte, iloti avvinazzati d'Europa: _muoja l'Italia! muoja l'onore! perisca la memoria dei martiri! viva il cappello gesuitico! viva il bastone tedesco!_

Molti fra voi vi diranno, lamentando ipocritamente il fato dei Bandiera o dei loro compagni alla bella morte, che il martirio è sterile, anzi dannoso, che la morte dei buoni senza frutto di vittoria immediata incuora i tristi e sconforta più sempre le moltitudini, e che giova, oggi, anzichè operare prematuramente, rimanersi inerti, addormentare il nemico, poi giovarsi d'una circostanza propizia europea per trucidarlo nel sonno. Non date orecchio, o giovani, a quelle parole. Meschini politici e peggiori credenti, gli uomini che così insidiano alla santità dell'anima vostra, immiseriscono la nostra FEDE nei falsi calcoli d'una gretta questione _politica_: avrebbero rinegato, nel dì del supplizio, la virtù della croce di Cristo per poi benedirla con pompose parole, se la vita fosse loro bastata sino a quel tempo, quando al segno del martirio Costantino sovrappose il segno della vittoria. Il martirio non è sterile mai. Il martirio per una Idea è la più alta formola che l'_Io_ umano possa raggiungere ad esprimere la propria missione; e quando un Giusto sorge di mezzo a' suoi fratelli giacenti ed esclama: _ecco: questo è il Vero, ed io, morendo, l'adoro_, uno spirito di nuova vita si trasfonde per tutta quanta l'Umanità, perchè ogni uomo legge sulla fronte del martire una linea de' proprî doveri e quanta potenza Dio abbia dato per adempierli alla sua creatura. I sagrificati in Cosenza hanno insegnato a noi tutti che l'Uomo deve vivere e morire per le proprie credenze: hanno provato al mondo che gl'Italiani _sanno_ morire: hanno convalidato per tutta Europa l'opinione che _una Italia sarà_. La Fede per la quale uomini così fatti cercano la morte come il giovane l'abbraccio della fidanzata, non è frenesia d'agitatori colpevoli o sogno di pochi illusi; è religione in germe, è decreto di Provvidenza. Alla fiamma di patria ch'esce da quei sepolcri, l'Angiolo dell'Italia accenderà, presto o tardi, la fiaccola che illuminerà una terza volta da Roma--dalla Roma non già, come v'insinuano i falsi profeti, del papa, grande un tempo, oggi, checchè cinguettino, spenta e per sempre--ma dalla Roma del Popolo, le vie del Progresso all'Umanità.

L'Italia è chiamata, o giovani, a grandi destini. Solcata l'anima di mille dolori e piena d'alto sconforto ogni qualvolta io guardo agli uomini d'oggi e a quelli segnatamente che s'assumono or di dirigervi, io pur sento tanta fede nel core quando guardo negli anni futuri e in voi che sarete uomini fra non molto, da trovare forza che basti a intuonarvi l'inno della speranza e la profezia dei vostri destini fin sulla pietra dei martiri. Una grande missione aspetta l'Italia. L'Europa è oggi in cerca d'unità religiosa. La Francia colla sua rivoluzione--non parlo della sommossa del 1830--rivoluzione non intesa finora se non dai pochi, compendiava in una gigantesca manifestazione il lavoro di molti secoli e traducendo nel linguaggio politico la somma di progresso conquistata in quelli dell'anima umana, conchiudeva un ciclo d'attività religiosa, che aveva ricevuto da Dio la missione di costituire ordinato all'interno l'UOMO: l'_uomo-individuo_ libero, eguale, ricco di diritti e d'aspirazioni a uno sviluppo maggiore. E d'allora in poi, presaga dell'epoca nuova, dell'epoca che avrà per termine dominatore d'ogni sua attività l'_uomo-collettivo_, l'UMANITÀ, l'Europa erra nel vuoto in cerca del nuovo vincolo, che annoderà in concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo e quindi senza potenza per trasformare la Terra. Tentennante fra il dispotismo del Cattolicismo e l'anarchia del Protestantismo, fra l'Autorità illimitata che cancella l'uomo e la libera coscienza dell'individuo impotente a fondare una fede _sociale_, il mondo invoca e presente una nuova e più vasta Unità che congiunga in bella e santa armonia i due termini Tradizione e Coscienza oggi in cozzo fra loro e che pur sono e saranno sempre le due ali date all'anima umana per raggiungere il Vero:--una Unità che mova da' pie' della Croce per avviar l'uomo sul cammino della vittoria, abbracciando in sè e santificando tutto quanto il progresso ulteriore;--una Unità che rannodi le sette diverse in un solo Popolo di Credenti e di tutte le chiese, chiesuole e cappelle, inalzi l'immenso tempio, il Panteon dell'Umanità a Dio:--una Unità che di tutte le rivelazioni date a tempo da Dio al genere umano componga l'eterna progressiva Rivelazione del Creatore sulla sua creatura. Questo a chi ben guarda, è il problema vitale che agita, o giovani, il mondo d'oggi: tutte le questioni politiche, che pajono esclusivamente sommovere le nazioni non potranno acquetarsi che nella soluzione di quel problema. E questa soluzione, o Italiani, questa invocata Unità, non può escire, checchè facciano, se non della Patria vostra e da voi: non può scriversi che sull'insegna alla quale sarà dato di fiammeggiare superiore alle due colonne migliari che segnano il corso di trenta e più secoli nella vita dell'Umanità, il Campidoglio ed il Vaticano.

Dalla ROMA DEI CESARI escì l'unità d'incivilimento comandata dalla Forza all'Europa. Dalla ROMA DEI PAPI escì l'unità d'incivilimento, comandata dall'Autorità, a gran parte del genere umano. Dalla ROMA DEL POPOLO escirà, quando voi sarete, o Italiani, migliori ch'oggi non siete, Unità d'incivilimento, accettata dal libero consenso dei popoli, all'Umanità.

Per questa Fede, o giovani, morirono i Bandiera e i loro fratelli nel martirio: per questa Fede io pure, nullo per intelletto e per core, ma a nessun altro inferiore in credenza, se il desiderio non m'inganna, morrò.

E nondimeno, io non vi chiamo al Martirio:--il Martirio si venera, ma non si predica--io vi chiamo a combattere e vincere: vi chiamo a imparare il disprezzo della morte e a venerare chi coll'esempio ha voluto insegnarvelo, perchè so che senza quello voi non potrete conquistar mai la vittoria: vi chiamo all'opere continue ed al fremito, quand'altri vi chiama a fingere d'addormentarvi, perchè so che i fatti continui ed il fremito possono soli dar sospetto, terrore, e frenesia di persecuzione feconda di sdegni, ai vostri padroni, coscienza della tristissima condizione in che vegeta e della vocazione italiana al popolo vostro, fede nei vostri diritti e nelle vostre intenzioni ai popoli dell'Europa commossa. Confortatevi, o giovani! la nostra causa è destinata al trionfo. I malvagi che anch'oggi dominano, lo sanno e ci maledicono; ma l'anatema ch'essi gittano contro noi si perde nel vuoto, come rio seme portato dal vento. I germi che noi cacciamo rimangono: sul terreno santificato dal sangue dei martiri, Iddio li feconderà; e s'anche gli alberi che devono escirne non distenderanno l'ombra loro che sul nostro sepolcro, sia benedetto Iddio: noi godremo altrove. Perseguitate, noi possiam dire ai malvagi, ma tremate. Un giorno, innanzi alla fiamma che consumava, per ordine del Senato le storie di Cremuzio Cordo, un Romano, balzando in piedi, gridava: _cacciate me pure nel rogo, perch'io so quelle storie a memoria_. Pochi dì passeranno, e l'Europa risponderà con un grido consimile alle vostre stolidamente feroci persecuzioni. Voi potete uccidere pochi uomini ma non l'Idea. L'Idea è immortale. L'Idea ingigantisce fra la tempesta e splende a ogni colpo, come il diamante di nuova luce. L'Idea s'incarna più sempre nell'Umanità. E quando voi avrete esaurito l'ira vostra e la vostra brutale potenza sugli _individui_ che non sono se non precursori, l'Idea v'apparirà irresistibile, nella maestà popolare, e sommergerà sotto l'onda oceanica del futuro i vostri nomi e fin la memoria della vostra resistenza al moto delle generazioni che Iddio commove.

LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, UMANITÀ. INDIPENDENZA, UNITÀ.

ITALIANI!

Divisi in otto stati noi destinati da Dio ad abitare un paese unito conculcati in Napoli da un re villano e dispregevole, sottomessi in Piemonte ai voleri di un reprobo che ne tradì, in Modena a quelli di un mostro che nel secolo XIX arrivò la trista fama di Caligola e di Nerone; in Roma scherniti da un pontefice indegno di rappresentare un Dio di pace e di carità; in Toscana dalle arti narcotiche di un governo traditore; in Parma governati da una femmina che, potendo elevarsi sopra tutte le europee, alle più vili si mostrò inferiore; oppressi in Venezia ed in Lombardia dagli stranieri che ne sfidano colle bajonette e ne perseguitano colle spie, smungono i tesori del nostro suolo e fanno servire la nostra gioventù a puntello del nostro servaggio; disgraziati in tutta Europa; vilipesi, mantenuti divisi; pasciuti di glorie di teatro, di dispute di letterati, di controversie da fanciulli; ecco, Italiani, in quali condizioni ci troviamo.--Fummo grandi e temuti! che monta, se non fosse più acerba rampogna dell'esser caduti sì in basso? Se i nostri padri abbandonassero i loro riposi per venir a contemplare come difendiamo ed abitiamo la terra che essi resero la prima del mondo, con quai fronti ne sosterremmo noi gli aspetti? A lavare tanta infamia, a scuotere tanto giogo, a conquistare la libertà, i Calabresi generosi insorsero; insorsero per tutti, con levata in alto la bandiera di tutti: REDIMERE L'ITALIA O MORIRE! E noi balestrati da' comuni oppressori in straniere contrade, abbiamo compreso quel grido, abbiamo benedetta quella bandiera, ripetuto quel giuramento, e, pochi, ma vanguardia di molti lontani, dalla terra d'esiglio ci siamo quivi ridotti. Siciliani, Abruzzesi, Romagnoli, Toscani, Piemontesi, Lombardi, Genovesi, Italiani di tutte contrade, preferireste la vita fra le spie, le bajonette, gl'insulti de' vostri oppressori ai pericoli ed ai cimenti che seguendo il nobile esempio v'aspettano? Gli Austriaci, che oltraggiosi vi conculcano da sì lungo tempo, non vorreste alfine combattere e alla vostra volta perseguitare? Sono numerosi, agguerriti? E voi non siete ventiquattro milioni di fratelli, non i più animosi guerrieri dell'antichità, non i figli dei prodi che in Spagna, in Polonia, in Germania, in Russia, illustrarono di tanto splendore l'aquila di Napoleone? Bonaparte ha detto che un popolo di dieci milioni fermamente risoluto di esser libero, non può essere sottomesso, e la Spagna inferiore a voi della metà di popolazione lo provò resistendo e mandando al basso ben altro invasore che l'inetto Ferdinando non sarà.--Tutte le nazioni europee hanno raggiunto o marciano verso la conquista dei più sacrosanti diritti dell'Uomo; voi soli, Italiani, siete ancora sottoposti a pravissime leggi, vivete ineguali, senza diritto, oppressi da doveri d'ogni sorta; lavorate, e il frutto de' vostri sudori oltrepassa le Alpi o serve ai bagordi delle tante reggie stabilite nella vostra bella Penisola.--All'armi! o fratelli; correte come noi al conquisto della Libertà, dell'Unità, dell'Indipendenza, della prosperità della patria; correte a fare che l'eguaglianza dei diritti e dei doveri, delle pene e delle ricompense avvivi l'Italia. Non più re, o Italiani! Iddio ci ha creati tutti eguali; siamo tutti fatti ad imagine sua; nessun altro che lui abbia dunque il diritto di dirci suoi.--Che hanno fatto i re di noi? Ci hanno venduti, perseguitati, oppressi, hanno pieno il nostro paese di vergogna, e di obbrobrio. Costituiamoci in repubblica come i nostri padri, poichè ebbero scacciati i Tarquinî; gridiamoci liberi, e padroni di noi stessi e delle contrade in cui Dio ne ha collocati. Gli Austriaci ci combatteranno; il pontefice ci scomunicherà; i re d'Europa ci avverseranno. Non importa, o Italiani, gettiamo il fodero e contro l'Austriaco facciamo d'ogni uomo un soldato, d'ogni donna una suora di carità, d'ogni casale una rocca; al papa protestiamo di conoscere Iddio meglio di lui attraverso i suoi sordidi interessi di dominazione, di grandezza temporale; i re d'Europa rispettiamo ma non temiamo, invochiamo contr'essi le simpatie de' loro popoli.

La nostra causa è santa, o Italiani, e vinceremo perchè Iddio non vorrà abbandonarla se in essa persistiamo con costanza, fermezza, cuore e risoluzione.--Che se la vittoria intravvedete difficile, gioitene; gli sforzi ed i sacrificî che opererete per guadagnarla varranno a scontare nell'opinione dei popoli, tanto passato obbrobrio e così lungo servaggio. Essi solo potranno farci riguardare come non degeneri nepoti dei più grandi che portarono lo splendore del nome italiano in ogni angolo del mondo conosciuto; essi solo ci permetteranno lasciare ai nostri figli una patria libera, unita, indipendente, e gloriosa.

In nome degli esuli italiani sbarcati:

ATTILIO BANDIERA, NICOLA RICCIOTTI, EMILIO BANDIERA.

LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, UMANITÀ. INDIPENDENZA, UNITÀ.

CALABRESI!

Al grido de' vostri fatti, all'annunzio del giuramento che avete giurato, noi attraverso ostacoli e pericoli, dalla prossima terra d'esilio siam venuti a schierarci fra le vostre file, a combattere le vostre battaglie ed ammirare la bandiera dell'Italia repubblicana, che avete coraggiosamente sollevata.--Vinceremo o moriremo con voi, Calabresi, grideremo come voi avete gridato, che scopo comune è di costituire l'Italia e le sue isole in nazionalità libera, una, indipendente; con voi combatteremo quanti despoti ci combatteranno, quanti stranieri ci vorranno schiavi ed oppressi. Calabresi, non è epoca remota quella in cui avete distrutto SESSANTAMILA invasori condotti da un Italiano, il più grande dei capitani di Napoleone; armatevi della energia di allora, e preparatevi all'assalto degli Austriaci, che vi riguardano loro vassalli, vi sfidano, e vi chiamano BRIGANTI.

Continuate, o Calabresi, nella generosa via, che avete dimostrato voler unicamente percorrere, e l'Italia resa grande ed indipendente, chiamerà la vostra la benedetta delle sue terre, il nido della sua libertà, il primo campo delle sue vittorie.

In nome degli esuli italiani sbarcati:

ATTILIO BANDIERA, NICOLA RICCIOTTI, EMILIO BANDIERA.

A PIO IX, PONTEFICE MASSIMO

BEATISSIMO PADRE.

Londra, 8 settembre 1847.

Concedete a un Italiano, che studia da alcuni mesi ogni vostro passo con un'immensa speranza, di indirizzarvi, in mezzo agli applausi spesso pur troppo servili e indegni di voi, che vi suonano intorno, una parola libera e profondamente sincera. Togliete, per leggerla, alcuni momenti alle cure infinite. Da un semplice individuo animato di sante intenzioni può escire talvolta un grande consiglio; ed io vi scrivo con tanto amore, con tanto commovimento di tutta l'anima mia, con tanta fede nei destini del paese che può per opera vostra risorgere, che i miei pensieri dovrebbero esser la verità.

E prima è necessario, beatissimo padre, ch'io vi dica qualche cosa sul conto mio. Il mio nome v'è probabilmente giunto all'orecchio; ma accompagnato di tutte le calunnie, di tutti gli errori, di tutte le stolide congetture che le polizie per sistema e molti uomini del mio partito per poca conoscenza e povertà d'intelletto v'hanno accumulato d'intorno. Io non son sovvertitore, nè comunista, nè uomo di sangue, nè odiatore, nè intollerante, nè adoratore esclusivo di un sistema o d'una forma imaginata dalla mente mia. Adoro Dio e una idea che mi par di Dio: l'Italia una, angelo d'unità morale e di civiltà progressiva alle nazioni d'Europa. Qui e dappertutto ho scritto come meglio ho saputo contro i vizî di materialismo, d'egoismo, di riazione, e contro le tendenze distruggitrici che contaminano molti del nostro partito. Se i popoli sorgessero in urto violento contro l'egoismo e il malgoverno dei loro dominatori, io pur, rendendo omaggio al diritto dei popoli, morrò probabilmente fra i primi per impedire gli eccessi e le vendette che la lunga servitù ha maturato. Credo profondamente in un principio religioso, supremo a tutti gli ordinamenti sociali in un ordine divino che noi dobbiamo cercare di realizzare qui sulla terra; in una legge, in un disegno provvidenziale che dobbiamo tutti, a seconda delle nostre forze, studiare e promovere. Credo nelle ispirazioni dell'anima mia immortale e nella tradizione dell'umanità. Ho studiato la tradizione italiana e v'ho trovato Roma due volte direttrice del mondo, prima per gli imperatori, più tardi pei papi. V'ho trovato che ogni manifestazione di vita italiana è stata manifestazione di vita europea; e che sempre, quando cadde, l'Italia, l'unità, morale europea cominciò a smembrarsi nell'analisi, nel dubbio, nell'anarchia. Credo in un'altra manifestazione del pensiero italiano; e credo che un altro mondo europeo debba svolgersi dall'alto della città eterna ch'ebbe il Campidoglio ed ha il Vaticano. E questa credenza non m'ha abbandonato mai, per anni, povertà, delusioni e dolori che Dio solo conosce. In queste poche parole sta tutto l'esser mio, tutto il segreto della mia vita. Posso errare per intelletto, ma il core è sempre rimasto puro. Non ho mentito mai per paura o speranze, e vi parlo come se parlassi a Dio al di là del sepolcro.

Io vi credo buono. Non v'è uomo, non dirò in Italia ma in Europa, che sia più potente di voi. Voi dunque avete, beatissimo padre, immensi doveri: Dio li misura a seconda dei mezzi ch'ei concede alle sue creature. L'Europa è in una crisi tremenda di dubbî e di desiderî. Per opera del tempo, affrettata dai vostri predecessori e dall'alta gerarchia della Chiesa, le credenze son morte; il cattolicismo s'è perduto nel dispotismo: il protestantismo si perde nell'anarchia. Guardatevi intorno: troverete superstiziosi o ipocriti; non credenti. L'intelletto cammina nel vuoto. I tristi adorano il calcolo, i beni materiali: i buoni invocano e sperano: nessuno _crede_. I re, i governi, le classi dominatrici combatton per un potere usurpato, illegittimo, dacchè non rappresenta culto di verità, nè disposizione a sagrificarsi pel bene di tutti: i popoli combattono perchè soffrono, perchè vorrebbero alla volta loro godere: nessuno combatte pel dovere; nessuno, perchè la guerra contro il male e la menzogna è una guerra santa, la crociata di Dio. Noi non abbiamo più cielo: quindi non abbiamo più società.

Non v'illudete, beatissimo padre: questo è lo stato d'Europa. Ma l'umanità non può vivere senza cielo. L'idea società non è che una conseguenza dell'idea religione. Avremo dunque, più o meno rapidamente, religione e cielo.

L'avremo, non dai re e dalle classi privilegiate: la loro condizione stessa esclude l'amore, anima di tutte le religioni: ma dal popolo. Lo spirito di Dio discende sui molti, radunati in suo nome. Il popolo ha patito per secoli sulla croce; e Dio lo benedirà d'una fede.

Voi potete, beatissimo padre, affrettar quel momento. Io non vi dirò le mie opinioni individuali sullo sviluppo religioso futuro: poco importano. Vi dirò che qualunque sia il destino delle attuali credenze, voi potete porvene a capo. Se Dio vuole che rivivano, voi potete far che rivivano. Se Dio vuole che si trasformino; che, movendo dappiè della croce, dogma e culto si purifichino inalzandosi d'un passo verso Dio padre ed educatore del mondo, voi potete mettervi fra le due epoche e guidare il mondo alla conquista e alla pratica della verità religiosa, spegnendo l'esoso materialismo e la sterile negazione.

Dio mi guardi dal tentarvi coll'ambizione: mi parrebbe di profanar voi e me. Io vi chiamo, in nome della potenza che Iddio v'ha concesso, e non vi ha concesso senza perchè a compire un'opera buona, rinnovatrice, europea.

Vi chiamo, dopo tanti secoli di dubbio e di corruttela, ad essere apostolo dell'eterno Vero. Vi chiamo a farvi _servo di tutti_; a sacrificarvi, occorrendo, perchè la volontà di Dio _sia fatta così sulla terra com'è nel cielo_; a tenervi pronto a glorificar Dio nella vittoria o a ripetere rassegnatamente, se mai soccombeste, le parole di Gregorio VII: _Muojo nell'esilio, perchè ho amato la giustizia e odiato la iniquità_.

Ma per questo, per compiere la missione che Dio v'affida, vi sono necessarie due cose: esser credente e unificare l'Italia. Senza la prima cadrete a mezzo la via, abbandonato da Dio e dagli uomini; senza la seconda, non avrete la leva colla quale soltanto potete operare grandi, sante e durevoli cose.