Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 50

Chapter 503,666 wordsPublic domain

«.............Quando tu dici che eseguendo il mio progetto avremmo perduto la vita, te lo posso credere, ma quando aggiungi che avremmo perduto l'onore, mi ribello. Se fossimo stati presi, si sarebbe detto che gli esuli fedeli alla loro missione, attraverso pericoli e stenti, si trasportano sempre colà dove i loro compatrioti alzano un grido di libertà e sollevano una bandiera italiana. Fino adesso i governi dicono a coloro che si mostrano insofferenti:--«State tranquilli; non fidate nelle istigazioni della _propaganda_ che vi eccita alla rivoluzione e vi lascia quindi soli alle prese con essa.--» E in Italia si comincia a credere che quei di fuori, impazienti di trionfare, fanno vedere ogni cosa in color di rosa e sperano che un caso trarrà d'una debole scintilla un generale divamparsi e però stanno pronti a profittar del buon esito senza durare la prima incertezza. E noi recentemente proscritti fummo testimonî di quanto siate voi (ingiustamente lo accordo) calunniati per non esservi fatti ammazzare cercando mettervi alla testa dei primi moti, procurando di dare ad essi forze colla vostra presenza e colla vostra esperienza. E però, volendo rispondere per tutti, oggi che la sciagura ci ha confusi con voi, volevamo far vedere ai milioni che se ne stanno incerti, che ovunque sorga un commovimento, gli esuli corrono a parteciparne la gloria e i pericoli senza aspettare che riusciti vittoriosi quei moti siano tali da non aver più bisogno della loro influenza.

«...........Spero che questa mia lettera non ti offenderà. Per quanto contrario tu sia a quello che io faccia o mediti, io nondimeno ti stimo uno dei patrioti più benemeriti, e t'amo come un compagno, come un fratello.....»

Nel frattempo di questa corrispondenza partiva da Londra per Malta e Corfù un altro dei martiri di Cosenza, Nicola Ricciotti, amico mio fin dal 1831.

Ricciotti era nato col secolo in Frosinone, terra degli Stati Papali. A diciotto anni l'idea nazionale s'impossessò di lui, ed egli giurò che avrebbe speso la vita in promoverne lo sviluppo e il trionfo. Di giuramenti siffatti, io ne ho uditi tanti, negli ultimi quindici anni, pronunziati da uomini ben altramente potenti d'intelletto, e poi, dopo due o tre anni di tiepidi sforzi, traditi, che le parole stesse mi suonano oggi tristissime come contenessero una profezia inesorabile di delusione. Ma egli attenne il suo giuramento: disse e fece. Nelle facoltà limitate d'una natura semplice, onesta, diritta, fermissima, come è descritta in parecchi degli uomini di Plutarco, trovò la forza che le vaste facoltà intellettuali dovrebbero dare, e pur troppo, quando sono scompagnate da una credenza, non danno: avea l'ingegno del cuore. Da quando ei giurò fino al giorno della sua morte, la sua vita non fu che una serie di patimenti. E nondimeno, ei portava sul volto, quand'io lo rividi in Londra nel 1844, lo stesso sorriso di pace con se stesso e cogli altri che i più vecchi amici avean notato nella prima sua giovinezza: la virtù, che in altri ha sembianza di lotta, in lui s'era fatta natura; nè alcuno avrebbe mai potuto indovinar da' suoi modi ch'egli avea per ventiquattro anni patito e s'apprestava, lasciando Londra, a correre i rischi supremi. Nel 1821, affrettatosi a Napoli, fece parte, in qualità di tenente, d'un battaglione attivo delle milizie del regno, e v'ottenne testimonianze onorevoli di coraggio e di zelo. Tornato in paese, fu imprigionato e consumò i nove più belli anni della sua gioventù nel forte di Civita Castellana. Liberato dai terrori del Papa nel 1831, avresti detto ch'egli avesse sofferto, non nove anni, ma nove giorni di carcere, tanto era lo stesso di prima: sereno nell'anima e nell'aspetto, caldo d'affetti patrî e voglioso di ritentare; e noi c'incontrammo quell'anno in Corsica in cerca ambedue d'una via per la quale si potesse raggiungere gl'insorti dell'Italia Centrale. Caduto, per colpa di chi fu messo a dirigerlo, quel tentativo, quando, perchè gl'Italiani arrossissero d'aver sperato negli ajuti di Francia, Casimiro Perier mandò i soldati francesi a far da birri del Papa, Ricciotti si cacciò in Ancona, dove creato comandante della così detta Colonna mobile di volontari protesse la città da crisi di sangue e ordinò i giovani a una serie di manifestazioni pacifiche nazionali, tanto che il mondo sapesse che cosa volevano: poi, ottenuto compenso d'accuse infami dalla immoralità sistematica de' nostri nemici, e di più infame silenzio dal generale francese, che pur s'era valso sovente dell'opera sua ad acquetare gli spiriti bollenti de' giovani anconitani, tornò in Francia quando l'occupazione cessò, e si ricongiunse a' suoi fratelli d'esiglio, finchè nel 1833, mentre la gioventù italiana pareva apprestarsi all'azione, ei mi ricomparve davanti, chiedendo d'andare in Italia per trovarsi ai primi pericoli; e v'andò. Tornatone anche quella volta salvo per mezzo a pericoli assai più gravi che non quei dell'azione, errò, povero e angariato dalle autorità francesi che facevano a quel tempo quanto umanamente potevasi per istancare la pazienza e la virtù de' proscritti, di _deposito_ in _deposito_, senza lasciarsi avvilire dalle persecuzioncelle dei prefettucci di polizia, senza lasciarsi contaminare dall'arti sozze e dalle sozze querele della _compagnia malvagia e scempia_ che purtroppo grava in ogni tempo le spalle agli esuli buoni. Finalmente, nel 1835, non vedendo probabilità di salute vicina, ei decise giovarsi del tempo per impratichirsi più sempre nelle discipline della milizia, e scrisse annunciando la sua determinazione ai figli--perch'ei s'era ammogliato giovanissimo ed era padre--le linee seguenti, fra le pochissime che a me rimangon di lui: «Eccomi giunto ad uno dei momenti più tristi della mia vita e forse al più decisivo per me. Un cumulo di ragioni mi costringono ad abbandonare la Francia, ad allontanarmi più ancora da voi. Mille privazioni m'attendono, infiniti pericoli circondano il sentiero che devo scorrere, la morte stessa è forse là per colpirmi. L'amore ch'io m'ebbi per voi, e che per lontananza non s'è giammai diminuito, il dovere di padre e di buon cittadino non mi permettono di dare esecuzione al mio divisamento senza ricordarmi di voi e senza darvi alcuni precetti ch'io spero vorrete adempiere. Se mi è riserbata una sorte crudele, se dovessi mai esser rapito al vostro affetto, conservate memoria di me, la mia sventura non vi sgomenti, e sia questo mio scritto un documento della mia tenerezza per voi. Onorate, voi lo sapete, furono le cagioni che togliendomi alla patria, mi condannarono a languire sulla terra straniera. La condizione d'Italia è così crudele, così basso è ora caduta questa terra un dì sì gloriosa, che qualunque tra i suoi figli ha sensi d'onore, qualunque sente nel suo cuore l'offesa che i despoti fanno alla dignità nazionale italiana, qualunque ama la libertà e la virtù, è condannato a trascinare nell'esiglio i suoi giorni se ha ventura di sottrarsi alla prigione o alla morte. Noi siamo martiri della causa d'Italia, ma il nostro patire prepara alla patria giorni di libertà e di trionfo. Chi ingiustamente ora ci opprime sarà alla sua volta oppresso, e gli Italiani vincitori sapranno usare con magnanimità della riportata vittoria. Intanto, io parto per la Spagna; combatterò anche una volta per la causa della libertà, e se il destino mi è propizio, metterò a profitto d'Italia le cognizioni che avrò acquistate. Voi, miei figli, dirizzate sulle mie tracce i vostri passi; fate ch'io abbia almeno il conforto di sapere che lascio in voi degli imitatori, e che l'Italia potrà calcolare su voi come su di me.»--Questa lettera non fu mai, ch'io mi sappia, ricapitata; ma in novembre egli partì per la Spagna, dove, raccomandato dal maresciallo Maison, ministro della guerra in Francia, e dal generale d'Harispe, ottenne d'entrare col grado di tenente in un battaglione dei tiratori di Navarra. Dai documenti officiali ch'egli, partendo, lasciò in mie mani, io potrei desumere la lista dei molti fatti d'armi contro i _guerilleros_ carlisti nei quali ei meritò da' suoi capi menzione onorevole; ma nol farò, e basterà il dire ch'egli nel giugno 1837 fu inalzato al grado di capitano, ottenne, nell'aprile 1841, per le vittorie riportate l'anno innanzi contro il ribelle Balmaseda, la croce di San Fernando, e fu promosso, il 30 giugno 1843, al grado di comandante di fanteria. E non molto dopo, quando udì ravvivarsi le speranze italiane, lasciò la Spagna, e venne al solito ad offrirsi volontario per la causa della nazione. Il primo tentativo per penetrare in Italia gli andò fallito: imprigionato, per opera d'un denunziatore, dal governo francese in Marsiglia, tornò, appena fu lasciato libero, in Inghilterra, di dove, ajutato, poich'ei lo voleva, di mezzi, ripartì lietamente per Malta e Corfù, con animo di ripatriare. Il luogo d'Italia dov'egli, per propria scelta, per invito d'altri, e per ingiunzione strettissima degli amici che gli spianavan la via, dovea cercar d'introdursi, non apparteneva ai dominî del governo napoletano. Era Ancona.

Giunto sui primi di giugno in Corfù, Ricciotti si affratellò coi Bandiera. La loro mente ondeggiava allora tra il fare e il non fare, tra il mantenersi a Corfù finchè tutte speranze d'azione non fossero dileguate e il ridursi immediatamente, poverissimi com'erano, in Algeri dove speravano trovare impiego. L'idea d'uno sbarco in Calabria era a ogni modo abbandonata, e le ragioni addotte dall'amico li avevano persuasi a promettere ch'essi non agirebbero mai senza il nostro consenso, e s'uniformerebbero alle condizioni d'un disegno più vasto dipendente dalle mosse dell'interno d'Italia. Le rivelazioni di Ricciotti intorno all'intento prefisso al suo viaggio e al punto dov'egli intendeva recarsi, ridestarono in essi il desiderio d'un'azione immediata ma il vecchio progetto s'era di tanto rimosso dall'animo loro, ch'essi non pensavano se non ad accompagnarsi all'amico. «Ho abbracciato Ricciotti--mi scriveva, il 6 giugno, Attilio--e si farà il possibile per ispingerlo al suo destino. Il *** mostrasi renitente perchè il viaggio per *** è lungo; nondimeno non dispero di persuaderlo. Ma Ricciotti andrà solo? Perchè i venti risoluti di qui non si moverebbero? ed io con essi? Ho stabilito di farlo, perchè qualunque sia l'evento, meglio è ch'egli vada accompagnato che non solo. Lascieremmo a *** le nostre comunicazioni per quello che concerne il regno.» Un giorno dopo scriveva Emilio: «Vi ringrazio delle parole amorevoli recatemi da Ricciotti. L'amicizia che mi accordate v'è da me professata da assai lunghi anni, da quell'epoca in che sorta la _Giovine Italia_ io me ne procurava gli scritti per ripeterli nel collegio a' miei compagni, e non potendo meglio, per aizzarli all'odio e alle zuffe contro i figli degli oppressori. Qualunque sia la mia sorte, mi mostrerò costante; all'Italia dedicherò sempre mente, onore e braccio; a voi e ai pochi altri che la rendono rispettabile anche prostrata, affezione di fratello. Con Ricciotti stiamo risolvendo la questione dell'intricato problema. Ad ogni modo spero d'esser presto in azione con lui. Lascieremo a ***, che accorrerà al ritorno del messo, le pratiche colla Calabria. Addio, e serbatemi sempre il patto fraterno che avete stretto con Emilio.»--E un altro giorno dopo, li 8, poche righe di Ricciotti dicevano: «In questo momento non v'è occasione alcuna di partenza per dove sapete, ma spero si presenterà presto, e meco verrà, uno dei fratelli Bandiera, e forse ambidue con altri venti uomini.»

Ho insistito su questo punto, perchè mi pare elemento essenziale di giudizio, a qualunque voglia esplorare le cagioni probabili della subita mossa, la certezza che non era, tre giorni prima, premeditata.

Nella notte dal 12 al 13, tre giorni dopo scritte quell'ultime righe, i fratelli Bandiera partivano, con Ricciotti e gli altri, per la Calabria; ed ecco l'ultima loro lettera a me:

«Corfù, 11 giugno 1844.

«Carissimo amico,

«Si fece il possibile per poter inviare al suo destino Ricciotti; non si potè riuscire poichè da qui, per là dov'era destinato, barche non partono, e in ogni modo non si sarebbero incaricate del trasporto. Le notizie di Calabria e di Puglia giungevano favorevoli; dimostravano però sempre mancanza d'energia e di confidenza nei capi. Convenimmo correr la sorte.--Fra poche ore partiamo per la Calabria.

«Se giungeremo a salvamento, faremo il meglio che per noi si potrà, militarmente e politicamente.

«Ci seguono diciasette altri Italiani, la maggior parte emigrati: abbiamo una guida calabrese.--Ricordatevi di noi, e credete che se potremo metter piede in Italia, di tutto cuore ed intima convinzione saremo fermi nel sostenere quei principî che, riconosciuti soli atti a trasformare in gloriosa libertà la vergognosa schiavitù della patria, abbiamo assieme inculcato.

«Se soccombiamo, dite ai nostri concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per utilmente e nobilmente impiegarla, e la causa per la quale avremo combattuto e saremo morti è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini: essa e quella della LIBERTÀ, dell'EGUAGLIANZA, dell'UMANITÀ, dell'_Indipendenza_ e dell'_Unità italiana_.

«Quelli che ci seguono sono i seguenti:

«DOMENICO MORO, di Venezia, ex-ufficiale della marina austriaca. «NARDI, della Lunigiana, esule del 1831. «_Boccheciampi_, di Corsica[91]. «MAZZOLI, di Bologna. «MILLER, di Forlì, esule del 1832. «ROCCA, di Lugo. «VENERUCCI, di Forlì. «LUPATELLI, di Perugia, carcerato per gli affari del 1831 fino al 1837, poi esiliato. «OSMANI, di Ancona. «MANESSI, di Venezia. «PIAZZOLI, di Lugo, esule nel 1832. «NATALI, di Forlì. «BERTI, di Ravenna. «PACCHIONI, di Bologna. «NAPOLEONI, di Corsica. «MARIANI, di Milano, ex-cannoniere a servizio dell'Austria. «Il Calabrese, di cui vi sarà riferito il nome da ***.

«Le notizie avute d'Italia furono le seguenti:

«I Calabresi si mantenevano armati e numerosi. Molta truppa occupava i declivi delle montagne e le città. Agli inviti d'impunità rispondevano: _Non aver più che fare col re di Napoli_. Difettavano di munizioni. Da Bitonto in Puglia una grossa banda sortì, e sotto gli ordini di ***, occupò la foresta di Gioja. Un Calabrese fu arrestato a Bitonto; egli confessò essere per le montagne disceso dal suo paese, dove aveva preso l'armi, su Bitonto, apportatore d'un invito a ***.

«Le provincie di Lecce, Bari, Foggia, e Avellino sono agitatissime; l'ultima massimamente.

«Abbiamo con noi quanta più munizione ci abbiamo potuto procurare.

«Abbiamo incaricato *** di tenervi informato delle nostre operazioni. Fate voi altrettanto con lui, poichè lo lasciamo in caso di potere probabilmente comunicare con noi.

«Furono prese tutte le misure: fu calcolato il numero degli individui; a tutto fu disposto. Se non riesciremo, sarà colpa del destino, non nostra.

«Addio.

«NICOLA RICCIOTTI.

«EMILIO BANDIERA.»

«Addio: il tempo mi manca. Porto meco gli articoli principali d'una nuova costituzione politica all'Italia, cioè quello dell'organizzazione comunale, della guardia nazionale, e delle elezioni. La prima di queste è necessario che sia dovunque uniforme per far dimenticare tante funeste e sanguinose antecedenze. Per individualità nazionale ho scelto il circondario e non il comune, perchè questo è di sua natura ineguale, l'altro formato, senza riguardo al territorio, di diecimila cittadini attivi. Da ventun'anni in poi s'è cittadini, ecc., ecc. Il _giurì_ è applicato al criminale soltanto, perchè per adesso la nostra nazione non è ancora abbastanza matura per questa ottima istituzione. Insomma, conviene far tavola rasa, ma coll'obbligo di subitamente o bene o male riedificare, onde non cadere nell'anarchia che porta sempre seco la morte. Se mai la sorte vuole arridere finalmente alla nostra causa, accorrete; venite fra chi da tanti anni vi stima ed ama, tra chi voi più d'ogni altro poteste risvegliare dal sonno che, per esser profondo i malvagi dicevano essere di tomba. Venite, e ricordatevi degli Ebrei reduci dalla schiavitù che ricostruivano il sacro lor tempio sempre colla spada brandita. Abbiatemi presente, e credetemi sempre vostro amico.

«ATTILIO BANDIERA.»

Come mai, a fronte dei nuovi progetti, delle promesse fatte all'amico e del mandato positivo, esplicito, dato a Ricciotti, poche e incerte voci di circostanze propizie in Calabria indussero i due fratelli e gli amici loro alla subita determinazione?

Io non presento accuse formali, perchè non ho prove dirette, e l'impudenza delle asserzioni deliberate quando non s'hanno che indizî mi par arte da lasciarsi ai nemici, immorali per vocazione ed oggi per necessità di difesa, dacchè, se combattessero ad armi eguali e da generosi, cadrebbero, e lo sanno. Ma accennerò alcuni fatti su' quali ogni uomo potrà fondare spassionatamente il proprio giudizio.

Per gli indizî desunti da lettere mie e d'altri violate per uffizio di spionaggio dal gabinetto inglese, e per le imprudenze commesse da quei che più ciarlano e meno fanno, il governo napoletano e l'austriaco sapevano che gli esuli italiani si preparavano ad accorrere, con mezzi abbastanza forti ed animo assai più forte, dovunque sorgesse una bandiera italiana; ignoravano, come appare dalle mille e una sciocchezze pubblicate ne' loro giornali, i modi e i disegni. Pareva, in siffatta incertezza, savio partito lo smembrarne le forze anzi tratto, e seducendo alcuni de' migliori a una impresa disperata, perchè calcolata dal nemico, spegner quei pochi, sfiduciar tutti gli altri, far credere agli esuli che non v'era da sperare in moti di popolazioni italiane, e a quei dell'interno che a un drappello di venti si riducevano tutti gli ajuti che dar potevano gli esuli alla causa italiana: poi prepararsi via di logorare colla calunnia l'influenza esercitata da alcuni individui, imposturandoli ordinatori del tentativo. I Bandiera, ardentissimi e improvvidi, erano tali da dar nel laccio. Importava spegnerli, perchè già abbastanza pericolosi per le facoltà dell'animo e dell'ingegno, lo erano poi oltremodo per le aderenze nella marina dell'Austria e pel nome: importava che non pellegrinassero tra le nazioni, simbolo vivo dell'estensione conquistata oggimai dall'opinione nazionale italiana: importava che a quanti nelle file dell'esercito austriaco avessero in animo di seguir l'esempio, un fatto solenne intimasse: _morrete_. Il nome dei Bandiera influente nel Lombardo-Veneto, e quello di Ricciotti potente assai nelle Marche, erano pressochè ignoti tra le popolazioni delle Calabrie. E quanto a tender l'insidia, il fermento lasciato negli spiriti dal tentativo di Cosenza, i decreti regi che sottomettevano ai rigori di leggi repressive straordinarie le due provincie, e la fuga nelle foreste di molti pericolanti, dovevano dar sembianza di vero a quante voci d'insurrezioni iniziate o imminenti avrebbero suonato all'orecchio degli esuli di Corfù.

Per tutto il mese di maggio e sul cominciare del giugno siffatte voci abbondarono stranamente moltiplicate a Corfù: recatevi da capitani ignoti di barche mercantili provenienti da Cotrone, da Rossano, da Taranto, da più altri punti. Dicevano le montagne di Cosenza, Scigliano e San Giovanni in Fiore, popolate, gremite d'insorti armati, nudriti con viveri mandati dalle città, determinati ad agire e solamente incerti del come. Dicevano gl'insorti mancanti unicamente di capi eguali all'impresa, desiderosi d'alcuni uomini militari scelti fra gli esuli influenti a rappresentare in Calabria l'unità del Pensiero Italiano anzi queruli dell'indugio e di ciò che pareva ad essi diffidenza o tiepidezza negli esuli. Aggiungevano le spiagge non essere custodite più severamente del solito e facilissimo il passaggio da quelle ai luoghi dove si tenevan gl'insorti. Un capitano austriaco proveniente da Rossano affermava che in un bosco distante mezz'ora dalla città stava una buona mano d'insorti che assalivano quasi ogni notte la _gendarmeria_. Un altro, credo certo Cavalieri, satellite austriaco, dava avviso che due e più centinaja di sbandati s'erano affacciati a Cotrone e n'erano stati respinti, ma non distrutti, e mentre depredavano nei dintorni qualche podere di ricchi, spargevano oro fra' contadini. Altre consimili nuove stanno registrate nell'ultima lettera dei Bandiera. Le più erano assolutamente false: l'altre esageratissime.

Gli esuli e segnatamente i fratelli Bandiera erano in Corfù noti, vegliati, ricinti di spie. Del loro antico disegno era corso romore fino all'orecchio dei consoli che ivi rappresentano i tirannucci d'Italia. La loro partenza ebbe luogo senza che vi fosse frapposto il menomo ostacolo; nè ostacolo alcuno da legni in crociera o da altro ebbe il loro sbarco in Calabria. Il console napoletano in Corfù, stando a' meriti noti, avrebbe dovuto ricevere accuse e rimproveri di noncuranza dal suo governo. E nondimeno, con disposizione del 18 luglio, Ferdinando II volendo ricompensarne la _condotta e lo zelo spiegato_ in quella circostanza, conferì la croce di cavaliere dell'ordine regio di Francesco I a Gregorio Balsamo, console del re in Corfù.

Finalmente--e questo a molti parrà indizio equivalente a una prova diretta--un dei ventuno, tristissimo a dirsi, _tradiva_[92]: il Boccheciampi. Fomentatore arditissimo dell'impresa, partiva da Corfù recando seco alcuni documenti che rivendicavano dal governo di Napoli certi diritti concessi ad un suo zio per servigi prestati appunto nelle Calabrie a' tempi dell'invasione francese. Toccato appena, e senza pericoli sovrastanti, il suolo italiano, spariva nell'ombre della notte, andava a Cotrone a dar nuova degl'ultimi concerti presi e della via tenuta dagli esuli. I nostri non lo rividero se non davanti alla commissione militare in Cosenza, accusato di _scienza e di non rivelazione di complotto_, libero quindi d'ogni rischio di vita.

Or giudichi ognuno se il _quando_ e il _dove_ dell'impresa fossero scelti dal governo di Napoli o dai nostri fratelli.

Partirono, poichè alcuni incidenti ritardarono di ventiquattr'ore l'esecuzione del loro progetto, nella notte dal 12 al 13: sbarcarono dopo quattro giorni di viaggio, la sera del 16, agli sbocchi del fiume Neto, e s'inselvarono. Era loro intento apparire improvvisi, fuggendo ogni scontro, davanti a Cosenza e tentare, per cominciamento all'impresa, la liberazione dei prigionieri politici che v'erano numerosi. Ma dopo tre giorni di viaggio attraverso foreste, affacciatisi a un burrone presso San Giovanni in Fiore, dove gli esperti de' luoghi affermavano non essere via di salute possibile se non la vittoria, si trovarono aspettati, circondati, assaliti da forze regie, composte di cacciatori del secondo battaglione, di gendarmi e di urbani, numericamente tali da rendere inutile ogni combattere. Combattevano nondimeno, e con qual vigore lo dica il decreto del 18 luglio, col quale Ferdinando II assegna ricompense di croci, medaglie, promozioni e danaro a più di centosettanta individui presenti al conflitto: decreto che sarebbe ridicolo se non fosse machiavellicamente architettato a vincolare, infamandoli, uomini incerti e a ingannare le popolazioni lontane, ma che lascia a ogni modo intravvedere quante centinaja di soldati fossero stimate necessarie dal governo napoletano a vincere i ventun uomini della libertà. Spento Miller[93], caduto per gravi ferite Domenico Moro, la guida calabrese e due altri riuscirono a rinselvarsi; i rimanenti, afferrati, furono trascinati al martirio in Cosenza.

Del loro contegno nel tempo decorso tra il conflitto di San Giovanni in Fiore e la morte, io non so cosa alcuna; nè del processo o della condotta dei giudici. Alcuni tra gli amici dei Bandiera s'illudevano in quei giorni a sperare che l'arciduca Federico, fratello della regina di Napoli, s'indurrebbe, allievo com'era stato, del contr'ammiraglio, e condiscepolo e commilitone d'Emilio, a intercedere spontaneo per essi: poco esperti conoscitori dei principi e della fredda, infernale, immutabile politica austriaca.