Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 49

Chapter 493,603 wordsPublic domain

E del ricusato perdono, nuovo indizio di bene, i tristi s'inviperivano. Il 4 maggio, appariva, in Venezia, firmato d'un nome barbaro, _Poosch_, con qualificazione anche più barbara e inintelligibile d'_auditore stabale_, un _editto di citazione_ che diceva: «L'I. R. Auditorato Stabale di marina rendere pubblicamente noto che i signori barone Attilio Bandiera, alfiere di vascello, e barone Emilio Bandiera, alfiere di fregata... essendosi resi fuggiaschi, cioè il primo ai 28 di febbrajo anno corrente dal bordo dell'I. R. fregata _Bellona_ in rada di Smirne, insieme col di lui servo privato Paolo Mariani appartenente all'artiglieria di marina; ed il secondo al 24 dello stesso mese da Trieste per dove avea ottenuto un permesso di quarantott'ore, e non essendo ritornati, ed apparendo eziandio ambedue legalmente prevenuti di essersi resi colpevoli del delitto di alto tradimento coll'unirsi alla setta della _Giovine Italia_, erano perciò ambedue tenuti di presentarsi nello spazio di giorni novanta, a partire dalla pubblicazione del presente editto, innanzi al tribunale suddetto od all'I. R. comando di piazza in Venezia, ecc., ecc.» Rispondevano da Corfù, dove anche Attilio s'era ridotto, i due fratelli: «All'eccelso I. R. comando superiore della marina austriaca.--Al 14 del corrente noi qui sottoscritti abbiamo ricevuto l'editto di citazione speditoci dall'I. R. Auditorato Stabale di cotesto eccelso comando superiore. Noi ci vantiamo di ciò che l'accennato tribunale minaccia di chiamare alto tradimento. La nostra scelta è determinata fra il tradire la patria e l'umanità o l'abbandonare lo straniero e l'oppressore. Le leggi, alle quali ci si vorrebbe ancora soggetti, sono leggi di sangue che noi, con ognuno che sia giusto ed umano, sconosciamo e abborriamo. La morte a cui esse immancabilmente ci dannerebbero, val meglio incontrarla in qualunque altro modo che sotto la bugiarda e infame lor egida. La forza è il loro solo diritto, e noi in qualche parte almeno mostrandoci ad esse consentanei, cercheremo di metter la forza dalla nostra parte, ma per poi far trionfare il vero diritto--Corfù, 19 maggio 1844--Attilio Bandiera, Emilio Bandiera.»--E questa risposta fu da essi inviata al _Mediterraneo_, gazzetta maltese, preceduta dalle linee che qui trascrivo: «Signor editore,--Noi qui sottoscritti venimmo officiosamente a conoscere come il governo austriaco abbia pubblicato il suo atto d'accusa contro di noi. La pubblicità nelle procedure è un principio così incontrastabile ed universalmente desiderato che anche quei degni successori della Veneta Inquisizione attraverso ai tenebrosi lor conciliaboli pur lasciano di tratto in tratto balenare qualche omaggio a tale verità; se non che tali concessioni sono in essi piuttosto ironìa che sincere dimostrazioni di rispetto. Comunque però siasi la cosa, ad ognuno, per debole che sia, corre l'obbligo d'incoraggire le disposizioni al bene, dovunque e comunque desse appariscano. Noi ci crediamo quindi tenuti a secondare da nostra parte la via presa dai tribunali austriaci, e conseguentemente osiamo rivolgerci a voi per pregarvi d'inserire nel vostro giornale tanto l'editto quanto la risposta da noi data. I giudici austriaci dicono d'aver pubblicato in Venezia la nostra accusa, e noi non intendiamo che di compire la loro opera se per via di Malta trasferiamo la istruzione del processo da un pubblico ristretto e circondato di bajonette ad un pubblico più esteso e libero dai terrori d'una forza inesorabilmente ostile. Aggradite, ecc.--Corfù, 21 maggio.--Attilio Bandiera. Emilio Bandiera.--»

Nel frattempo dell'_editto di citazione_ e della risposta dei due fratelli, un altro ufficiale della flotta austriaca s'era aggiunto, esule volontario, ai Bandiera: DOMENICO MORO, giovine d'anni ventidue, il cui sembiante ricordava il verso di Dante

Biondo era e bello e di gentile aspetto;

natura angelica dotata d'un'intrepidezza di lione e d'una docilità di fanciullo amoroso. Era luogotenente sull'_Adria_, e toccando, reduce da Tunisi, Malta, abbandonò la corvetta, e raggiunse gli amici. E inserirò la lettera ch'egli indirizzò al suo comandante. «Allorquando--diceva--i vostri modi poco usitati mi hanno avvertito in questi ultimi giorni di qualche sospetto a mio carico nell'animo vostro, io mi sono persuaso che più d'ogni altra cosa vi avesse dato luogo la mia antica amicizia agli onorevoli patrioti e commilitoni Bandiera. Sapendo pur troppo per dolorose sciagure italiane che i sospetti son tatto presso un governo come l'austriaco e presso i suoi servitori, potei facilmente supporre le conseguenze che mi avrebbero atteso. Nondimeno un pensiero mi balenò puranco di pietosa amicizia da vostra parte, che Italiano qual siete, di nascimento almeno, abbiate voi stesso colle vostre asprezze voluto darmi un avviso a salvamento, e se ciò fosse, ve ne sono riconoscente. Ma qualunque sia l'intenzione che vi ha diretto, la prevenzione mi ha valso. Quando vi giungerà questa lettera, io sarò già lontano; e però facendo voti per la mia patria, perchè presto possa presentarsi l'occasione, a voi di smentire le fallaci apparenze che, come Italiano, vi disonorano, a me di provare col fatto la verità di quei generosi sentimenti che finora in faccia a voi sono un delitto, ho creduto del mio decoro lasciare queste spiegazioni nell'atto di risolvermi al presente solenne passo della mia vita.--DOMENICO MORO.--»

Intanto i malumori in Italia erano più vivi che mai. Il fermento sopito verso la fine del 1843, s'era nel 1844 risvegliato più minaccioso, e dal centro s'era steso al mezzogiorno della penisola. In Calabria, una sommossa armata, tentata e repressa a Cosenza, avea lasciato gli spiriti eccitati e vogliosi di ritentare. La Sicilia, paese sistematicamente angariato da ogni sorta di vessazioni e d'espilazioni, fremeva rivolta, e, popolata di gente più avvezza all'opre che alle parole, l'avrebbe osata, se in una città, che dava, sei secoli addietro, ben altri esempî alle città sorelle, i temporeggiatori non avessero trovato centro e influenza predominante su tutta l'isola. I governi titubavano paurosi. Gli Austriaci ingrossavano a Ferrara e facevano correre per ogni dove minacce d'un intervento, inevitabile dopo un'insurrezione italiana, ma impossibile prima. Gli _uomini della primavera_ s'affaccendavano a fare e disfare. Annunziavano per quel tal giorno, anzi per quella tal ora, la mossa: decretavano il dì dopo reo senza scusa di lesa patria chi s'attentasse di movere, finchè _i giornali parlavano_: non volendo avvedersi che le ciarle de' giornalisti profetizzanti preparavano non foss'altro, in Italia e in Europa, al primo fatto propizio opinione e importanza d'insurrezione potente e degna d'ajuti. Sola una provincia d'Italia esibiva, tristo spettacolo--parlo degli influenti e non della povera gioventù buona e ingannata--il coraggio della paura, e predicava, con un entusiasmo di crociata per lo _stato quo_, l'immobilità dell'abbietta rassegnazione. Ma i giovani popolani degli Stati Pontifici e delle provincie del Regno minacciavano a ogni tanto di romper gl'indugi. E un riflesso di tutta questa vampa d'insurrezione che scaldava il core alla gioventù, un'eco di tutto questo tumulto di speranze, di terrori, di promesse e scoraggiamenti, si ripercoteva sull'anima dei Bandiera, i quali da Corfù guardandosi intorno, cercavano come lioni la preda, il dove e il quando potessero scendere sull'arena.

Lo scendere era fin d'allora spontaneamente, irrevocabilmente, determinato dai due fratelli: il _dove_ e il _quando_ fu scelto, temo--e apparirà tra non molto,--dal governo di Napoli.

E le cagioni dello scendere sull'arena, cercate da uomini che non sanno intendere sacrificio se non comandato in disegni e incitamenti d'associazioni segrete o capi influenti, stavano pei Bandiera, nella condizione morale degl'Italiani, unanimi nell'opinione, lenti a tradurre l'opinione in atti e a far della vita un commento pratico alle credenze. Manca agl'Italiani pur troppo il concetto religioso della nazione e dei doveri del cittadino, quindi l'unità della vita che dev'essere un'armonia progressiva d'idee rappresentate coll'opere, di pensiero espresso in azione. Tra i materialisti, che diseredano l'uomo di ogni alto intento abbandonandolo agli arbitrî del caso o al dominio della forza cieca, e i neo-cattolici (peste nuovissima del paese) che lo chiamano ad adorare un cadavere galvanizzato, gl'Italiani hanno smarrito il pensiero di Dante, il pensiero della grande missione commessa da Dio alla patria loro e con quello la coscienza delle forze che Dio dà sempre eguali alla vocazione. Il loro patriotismo non è il proposito solenne, severo, tenace che rivesta i caratteri d'una fede e proceda in continuo sviluppo, senza foga, ma senza posa, come le stelle nel cielo[90] verso il fine, remoto o prossimo non importa, segnato dalla Provvidenza al paese: non è l'idea dominatrice d'un'intera vita, scintillante di tutta la poesia del sole che sorge negli anni fervidi giovenili, incoronata di tutta la poesia del sole al tramonto negli anni canuti, forte come il diritto, perenne come il dovere, grande come l'avvenire: è patriotismo d'impulsi, febbre di sangue meridionale che tocca subitamente il delirio, poi per poche ore di sonno svanisce, fiamma d'orgoglio generoso nudrito di ricordi e di mal definiti presentimenti; ma quale orgoglio può reggere lungamente davanti alle mille delusioni che s'affacciano inevitabili sulla via d'ogni ardito e vasto disegno? Collocati fra il palco e lo Spielberg da un lato, fra il tradimento e l'indifferenza dall'altro, i giovani, dopo avere lottato con impeto per un tempo più o meno breve, si ritraggono stanchi e rinegano, non le opinioni, ma l'attività pel trionfo delle opinioni. Nè le opinioni avranno trionfo mai, se prima gl'Italiani non imparino ad affratellarsi colla morte del corpo e colla morte, assai più dura, dell'anima come in questo stadio di vita si manifesta: colla morte del corpo, imparando che la vita terrestre non è se non preparazione ad un'altra che ha culla in ciò che noi chiamiamo sepolcro: colla morte dell'anima imparando che glorie, speranze terrene, orgoglio di trionfo immediato e felicità come dicono, son tutte illusioni, fantasmi più o meno dorati, ma pur sempre fantasmi, e che il dovere è l'unica verità dell'umana esistenza e l'incarnazione in atti di ciò che la coscienza e la tradizione dell'umanità tutta quanta c'insegnano, la sola cosa che possa togliere alla vita d'apparire bestemmia e ironia. I Bandiera sentivano che la coscienza e la voce profetica del passato insegnano agli Italiani che la loro patria è chiamata ad essere nazione libera e grande pel progresso dell'umanità; ch'essi pur sapendolo, non s'attentano d'oprare e di morire, occorrendo, per far che sia: e che un de' modi più efficaci a ridurveli è, nelle condizioni attuali d'Italia, l'esempio. Però avean fermo nell'anima, non potendo vincere, di morire.

Pochi giorni dopo esser giunto a Corfù, Attilio mi scriveva (10 maggio) le linee seguenti: «Il 28 del trascorso, dopo un viaggio variato d'avventure e pericoli, giunsi finalmente in Corfù. Da Malta mi s'indirizzò la vostra del 1.º aprile. Vi rendo grazie dell'interesse che prendete per la mia sorte, e il vostro affetto è certamente il più valido sprone per operare il bene. Non temete ch'io dubitar mai possa de' nostri comuni principî. Nessuno più di me è persuaso che a mali estremi convengono estremi rimedî; e tanto più quando per questi militano l'utile, la verità e la giustizia. Ciò che può parere eccessivo ad altri popoli non deve sembrarlo agli Italiani. È da lungo tempo che ho ammesso per insegna nazionale l'aquila legionaria, e per motto di guerra l'antico grido guelfo: _Popolo, popolo!_ Potete dunque credere che con simili credenze non si potrà mai rimaner soddisfatti di tutti quei mezzi termini che, più per tradirci che per placarci, i nostri nemici possono mai concedere. Italia indipendente, libera ed unita, democraticamente costituita in repubblica con Roma per capitale: ecco l'esposizione della mia fede politica nazionale.--Il grido di guerra dei nostri fratelli mi romba continuamente all'orecchio; ed ho già preso tutte le disposizioni per slanciarmi quanto prima a combattere con essi e perire. Occupatissimo di tali preparativi, non ho tempo per entrare con voi su' particolari; ma incarico *** di comunicarveli. Dacchè sono a Corfù, ho maturato due progetti, uno su...... l'altro sulla Calabria; il primo esige più tempo e danaro, mentre il secondo sarebbe più sollecito e meno dispendioso. La forza delle circostanze mi determinò pel secondo. Onde eseguirlo, mio fratello ed io stiamo vendendo a rovina tutto quel poco che abbiamo potuto portare con noi, ma non ne ricaveremo nemmeno mille cinquecento franchi, e ce ne occorrono almeno quattro mila. In tali ristrettezze, io mi credo obbligato a giovarmi dell'offerta che in altro tempo mi faceste di tre mila franchi, e scrivo a Nicola perchè mi spedisca colla prima occasione danaro. Perdonatemi questa libertà, ma non il mio, l'interesse bensì della causa comune lo esige, e mi conforta la fiducia che voi non vorrete ritrarvi dal cooperare a qualunque patrio ed utile tentativo. Addio dunque, e se fosse per sempre, per sempre addio.»

E in calce a questa lettera Emilio scriveva con anima piena degli affetti supremi: «Mio fratello--Una riga anche da me, poichè saran queste forse le ultime che da noi due ricevete. Il cielo vi benedica per tutto quel gran bene che alla patria avete fatto. Alla vigilia dei rischi io proclamo altamente che ogni Italiano vi deve gratitudine e venerazione. I nostri principî sono i vostri e ne vado fiero, ed in patria con l'arme in mano griderò quello che voi da tanto tempo gridate. Addio, addio; poveri di tutto eleggiamo voi nostro esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri concittadini.--EMILIO.»

Allora tra i due fratelli da un lato, me e l'amico mio di Malta dall'altro, cominciò una lotta pur troppo ineguale; noi a tentar di smoverli dal disegno d'agir soli e immediatamente, essi ad aprirsi comunque una via. I tremila franchi da me profferti per altro quando i Bandiera erano ancora in Italia, furono dall'amico, che n'era depositario, negati; e il tentativo ch'essi intendevano di compiere prima che il maggio spirasse, si rimase per allora sventato. Il 21 maggio, Attilio riscriveva sconfortatissimo: «Al 10 del corrente io vi scriveva credendo di presto dover partire per l'Italia; ma la mia supposizione riescì fallace; mi conforta però almeno la riflessione che di questo risultato la mia volontà è affatto innocente. Con modica spesa noi avevamo noleggiato una barca: un nativo della provincia dove intendevamo sbarcare ci avrebbe servito di guida tanto più sicura che egli guerreggiò lungo tempo colà contro la gendarmeria: saremmo scesi in vicinanza d'un bosco che continua sino alle montagne dove stanno gl'insorti. Avremmo potuto sommare a più di trenta; ma non avevamo scelto che una ventina incirca di risoluti e bene armati; il numero era sufficiente per respingere qualche picchetto che forse avremmo incontrato per via, e conveniente per poterci con facilità muovere, nasconderci, e sussistere. A quest'ora, vivo o morto, sarei in Italia. Tutte queste disposizioni vennero rese nulle dalle lettere di Nicola. Io gli aveva domandato i tremila franchi pei quali m'avevate un tempo accordato autorizzazione; ma egli ricusò spedirli e insinuò anzi agli amici di non secondarci in questa impresa ch'egli chiama pazza e dannosa. Questo suo giudizio non m'avrebbe smosso dal mio progetto, perchè dieci valevano come venti e di dieci io avrei sempre potuto disporre: gl'insorti non domandano già uomini, ma rappresentanza attiva della connivenza degli altri Italiani al loro movimento. La mancanza bensì di danaro ci ha messi nell'assoluta impossibilità d'operare, perchè noi non potevamo ragionevolmente sbarcare se non muniti di qualche somma tanto per poter sussistere senza violenze, quanto per ricompensare gli emissarî e le guide e provvedere a tutti siffatti bisogni di guerra. Mio fratello ed io abbiamo intanto venduto tutto per far danaro e lo scarso risultato di questa nostra estrema risoluzione fu tutto impiegato nel compenso di noleggio alla barca che dovemmo licenziare e nel provvederci d'armi e di munizioni. Come vivremo d'ora innanzi, nol so, perchè la nostra famiglia corrucciata non vuole spedirci un soldo, e qui poi più forse che altrove è difficile trovare impiego. Non dovete credere per altro che la miseria ci abbia menomamente cangiati; ci accora solamente il pensiero che noi perdiamo nel merito del sacrifizio, non potendo omai dar più alla causa dell'umanità e della patria se non un'esistenza travagliata e infelice, mentre potevamo un giorno sagrificarle una vita avventurosa ed agiata....... Intanto cominciano i supplizî in Bologna! Non sarebbero dunque davanti all'Eterna Giustizia i delitti dei nostri padri ancora scontati? Checchè ne sia, aspiriamo almeno a legare alla generazione ventura l'esempio di un'inconcussa perseveranza.--_Fidando sempre sulla nota lealtà delle poste inglesi, potete indirizzar qui al mio nome le vostre lettere._ Addio.--ATTILIO.»

Alla nobile fiducia d'Attilio nella _nota lealtà_ delle poste inglesi, il governo inglese rispondeva dissuggellando sistematicamente per sette mesi, con arti infami e contraffazioni degne della più abbietta poliziuccia italiana, la mia corrispondenza, e comunicandone quanto importava al gabinetto napoletano e all'austriaco: atto nefando che commosse di sdegno unanime la nazione e ch'io resi pubblico perchè s'aggiungesse una prova alle tante della immoralità di tutti i governi attuali d'Europa fondati sopra una menzogna, se di diritto divino o di patto monarchico-costituzionale poco rileva. Ma quanto ai progetti dei due fratelli, l'impotenza li ritardava senza distruggerli; e riardevano al menomo romore che venisse d'Italia. La corrispondenza, che ho tutta sott'occhio, corsa a quel tempo e intorno a quel primo disegno, tra l'amico mio di Malta e i due martiri, prova che tutte l'arti della persuasione furono tentate a salvarli, e che tutte andavano a rompersi, contro la determinazione irrevocabile che li consacrava alla morte. E di questa corrispondenza, per più ampia confutazione delle calunnie avventate all'amico, io inserirò due frammenti, il primo spettante a Nicola Fabrizi, il secondo a Emilio Bandiera.

«Considero--diceva, in data del 15 maggio, il primo ai due fratelli--considero il mio sangue e quello de' miei amici una moneta da spendere per l'onore e per lo scopo. Ed è perciò che non esito a dirvi, che il vostro, nel modo in cui volete esibirlo, frutto di generosa impazienza, non ha per risultato possibile nè l'uno nè l'altro; bensì apparirà in un senso di frenetica esigenza di soddisfazione vostra tutta personale la noncuranza dello scopo che unicamente comprometterete, e degli uomini che s'abbandonano alla vostra fede e che voi inesorabilmente sacrificherete. Quindici o venti uomini sono peggio che un solo, e assai peggio dove tutto essi debbon crearsi cominciando dalle prime relazioni. Un uomo trova simpatia e ascolto per potere essere individualmente assistito da chi l'intenda. Venti, sono prima schiacciati che ascoltati. Un equivoco, un mal volere, un tocco di campana li annienta. Le cose in Calabria sono o disperse o paralizzate. A noi però................. E questo è il caso unico per cui può essere importantissimo un atto, ancorchè limitato di mezzi, a ridare andamento sotto una nuova impressione alle cose sopite sul punto che dite o su d'altro, ma il numero a tale effetto non può in tal caso neppure restringersi oltre il completo delle nostre precedenti intelligenze.--La delusione inaspettata che mi portò la tua lettera, rovesciando a un tratto ogni nostro accordo, mi ha ben fortemente sorpreso; nè io credeva più possibile tra voi il ritorno alla stessa natura d'illusioni che hanno già fatalmente influito sulla divergenza di mezzi che non dimandavano se non un po' di calma per essere calcolati e attivati a tempo e con efficacia. Non credeva possibile che l'incontro d'un individuo, l'accidente d'una barca, e il discorso d'un capitano senza garanzia alcuna, senza mandato, potessero bastare a porvi totalmente sul nuovo, cangiando ogni fiducia di persone e di relazioni.......--Se voi mi aveste avvertito che persona d'onore a voi nota nell'interno, sicura per tranquillità di spirito e per aderenze, offriva anche solamente di farci arrivare in quattro, in tre e meno ancora fra gente in arme e _decisa a seguirci_, io sarei venuto con mezzi e ogni cosa immediatamente, poichè sono codeste le offerte sulle quali posano le trattative del giorno, e quelle uniche per cui e dalla coscienza e dal mandato dell'altrui fiducia io sia autorizzato. Io verrei oggi, se la brevità del tempo non mi trattenesse, nella fiducia che uomini d'onore e di coscienza quali voi siete e di senno non esitereste a ricredervi d'una risoluzione promossa da calcoli su fatti erronei--e verrei per oppormi personalmente, dirigendomi a tutti e singoli che parteggiano con voi su tale argomento. _Non solo non approvo, nè intendo cooperare, ma intendo aver solennemente dichiarato il mio più aperto disparere dal fatto della natura che esprimete_, come da fatto incapace d'alcun risultato, se non la rivelazione intempestiva delle nostre intenzioni, il sacrificio dei migliori, la dispersione irreparabile del tanto che poteva eseguirsi con elementi conservati intatti fin oggi, e l'assoluta esclusione d'ogni fiducia interna ad ogni nostra proposta smentita sì compiutamente da uomini di concetto quali voi siete in un simulacro di fatto che solo può dar prova d'una irragionevole disperazione.......................--»

«Terrò la tua lettera--rispondeva Emilio quattro giorni dopo--a documento della buona volontà che mi avrebbe condotto nel luogo dell'azione, dove poco ragionevoli pretesti non mi avessero chiusa la strada che il dovere mi additava unica a percorrere....... Convinti che il punto più strategico ad incominciare la guerra è appunto l'estremità della penisola; che là per energia di popolazione, per le montagne alte, per le foreste fitte, e per esempî in altra epoca offerti, si devono rivolgere tutti i nostri sforzi, credemmo che ogni pericolo fosse giustamente affrontato a suscitare una insurrezione che avrebbe potuto estendersi in Sicilia e negli Abruzzi prima che l'Austriaco avesse tempo di precipitarvisi addosso. L'anno scorso si esposero uomini che valevano meglio di noi per favorire nel centro una sommossa che per quanto bene fosse riescita sarebbe stata in tre giorni schiacciata dagli Austriaci, e quest'anno non si vuole far niente pei Calabresi che insorsero se non altro più apertamente dei Romagnoli, cioè colla nostra bandiera e il nostro programma. In verità la cosa è assai strana. Se la tua lettera giungeva favorevole, questa sera noi saremmo partiti; così, restiamo invece colla convinzione che non riesciremo in cosa alcuna.......... Le tue speranze sono nel Centro: Dio mio! e il più debole, il più spregevole de' nostri tiranni fa giustiziare in Bologna sei patrioti, e il popolo, se non applaude, tace almeno, soffre, e piuttosto che recidere la mano omicida, la bacia e la rispetta. Questo fatto m'ha interamente palesato a qual punto siamo. Io non voglio disperare della salvezza della mia patria, perchè il disperarne sarebbe delitto, ma temo assai che guerrieri della sua redenzione saranno i nostri figli se non i nostri nepoti.