Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 47
Operai italiani, che avete mosso il dubbio intorno al quale abbiamo tenuto discorso, le vostre intenzioni sono pure; il vostro sospetto è sospetto d'uomini che sentono l'importanza del principio d'eguaglianza sul quale deve indispensabilmente fondarsi l'edifizio futuro e tremano di vederlo guasto o falsato. Ma badate ch'altri, più diffidente della natura umana che noi non siamo, non lo interpreti diversamente, e non v'accusi d'una vanità meschinissima, ostile al principio che predicate: badate a non screditare per voi stessi l'ufficio ch'esercitate nella società, lasciando pensare che voi ne arrossite: badate a non fare che i vostri nemici possano dire: _vedete? essi si dichiarano apostoli d'una società fondata sul lavoro, e vergognano di vivere sul lavoro delle loro braccia_. Voi siete il nucleo della nazione futura. Non la tradite, rinegandone il principio fondamentale. Andate nobilmente alteri del vostro nome: verrà tempo che tutta quanta la nazione lo adotterà. Scrivete sulla vostra bandiera LAVORO, e rannodatevi intorno ad essa per riscattarla dal dispregio in che secoli l'hanno tenuta. In faccia alla Democrazia, quella parola, base d'ogni società popolarmente ordinata, racchiude la più alta malleveria dell'eguaglianza che voi cercate: in faccia a quella parte della nazione che non è conquistata ancora alle credenze democratiche, voi nuocereste deliberatamente alla nostra causa se lasciaste mai sospettare che il nome _Operajo_, segno del vostro ufficio nella società, cova, anche nell'animo vostro, un germe d'ineguaglianza che v'induce a sopprimerlo. Quando, a mezzo il secolo XVI, un satellite di Filippo II re di Spagna chiamò, deridendo, gl'insorti dei Paesi Bassi _una mano di spiantati (les gueux)_, gl'insorti accettarono quel nome, lo scrissero sulle loro ciarpe, sulle loro bandiere, lo fecero suonar alto per ogni dove, e tredici anni dopo, la fondazione delle Sette Provincie Unite cangiava lo scherno in rispetto e timore. Il vostro nome, operai, racchiude ben altro che non il nome applicato per disprezzo dal satellite di Filippo II agli insorti de' Paesi Bassi; tanto più vi mostrerete inferiori al concetto dell'epoca e, concedeteci il franco linguaggio, spregevoli, se invece d'inorgoglirvene, pensaste a dissimularlo.
E ascoltate un'altra parola. Siete deboli finora e pochi e dispersi. La vostra voce fu muta nei tentativi passati. I vostri bisogni non furono neppure avvertiti. In faccia alla nazione, in faccia all'estero, siete ignoti finora. Non inceppate con sospetti, con dubbî, con divisioni inopportune, l'Associazione che riconosce prima i vostri diritti, che prima s'assume di far intendere la vostra voce, di predicare i vostri bisogni; non ne rallentate l'azione con discussioni intorno a nomi e minuzie che mal si concederebbero a chi avesse già corso mezzo il cammino. Siate forti prima; discuterete più dopo. Concentratevi nell'Associazione; quanto più numerosi sarete, tanto più avrete modo di perfezionarla e di cancellarne gli errori che accompagnano ogni opera umana. Dall'esame dei fatti e degli scritti dell'Associazione, dall'esame della vita degli uomini che la dirigono, accertatevi dei principî della prima, delle intenzioni dei secondi: questo è non solamente diritto, ma debito vostro; dove bensì troviate giusti i principî, pure le intenzioni, non siate, in oggi, troppo esigenti. Ricordatevi che le obbiezioni sono facili, ma il fondare è difficile. Ricordatevi che spesso la vanità impotente a _fare_, s'appaga, senza riflettere alle conseguenze, in _disfare_. Non vi lasciate svolgere, per vani e ingiusti sospetti, da ciò che più importa, costituirvi, ordinarvi, conquistar forza. Dite a quei che tentassero sviarvi dall'Associazione: «_cos'è che ponete in sua vece?_» Tutti i consigli ch'essi possono darvi furono già praticati e non vi condussero a miglioramento alcuno. Ma noi non _possiamo_, anche volendo, tradirvi. Riuniti in un corpo; _chi_ può tradirvi? Avete combattuto finora pel programma dell'altre classi: date oggi il vostro e annunziate collettivamente che non combatterete se non per quello. Siete cittadini italiani, e come tali volete l'unità, l'indipendenza, la libertà della patria e i diritti politici che spettano a tutti i vostri fratelli, qualunque sia il modo della loro attività nel lavoro comune: appartenete dunque all'Associazione nazionale. Siete operai italiani, e come tali avete bisogni speciali ed esigete rimedî speciali senza i quali i diritti politici tornerebbero per voi un'amara ironia: ordinatevi dunque tra voi perchè l'espressione di quei bisogni e l'indicazione di quei rimedî sian note all'Associazione e per mezzo dell'Associazione alla nazione italiana. Credete a noi. Chi vi tiene linguaggio diverso, o s'inganna o v'inganna.
RICORDI DEI FRATELLI BANDIERA E DEI LORO COMPAGNI DI MARTIRIO IN COSENZA _il 25 luglio 1844_ DOCUMENTATI COLLA LORO CORRISPONDENZA.
Et si religio jusserit, signemus fidem sanguine. (_Santa Caterina_.)
A JACOPO RUFFINI MORTO MARTIRE DELLA FEDE ITALIANA, NEL 1833.
A te, fratello mio d'amore, io dedico, venerando, queste poche pagine scritte col nome tuo sulle labbra, colla santa tua imagine davanti agli occhi dell'anima. Io non trovo qui sulla terra, fra quei che hanno concetto di fede e costanza di sacrificio, creatura che ti somigli.
M'ami tu sempre come, vivendo della vita terrestre m'amavi? Io non mi sento ora, poi che tu se' fatto angiolo, degno di te; ma due o tre volte nella mia vita dacchè il martirio ti trasformava, quando tra le sciagure della mia patria e le delusioni dell'individuo, io sentiva il dubbio infernale sfiorare, senza vincerla, l'anima mia, ho pensato che la tua preghiera intercedeva per me, e che la potenza di fede indomita, eterna, d'onde io traeva subitamente forze a combattere, era un bacio delle tue sante labbra sulla fronte del tuo povero amico.
Dammi, oh dammi ch'io non disperi! Dalla sfera ove oggi tu vivi d'una vita più potente d'intelletto e d'amore che non è la terrena, e dove i nuovi martiri della fede italiana salivano poc'anzi a incontrarti, tu preghi con essi a Dio padre ed educatore, perchè s'affrettino a compiersi i fati ch'Ei prefiggeva all'Italia. Ma se mai la luce dubbia, ch'io saluto talora indizio dell'alba, non fosse che luce di stella cadente;--se lunghi anni di tenebre e di sconforto devono ancor passar sull'Italia prima che si rivelino ad essa le vie del Signore:--per l'amore ch'io t'ho portato e ti porterò, fa che il tuo povero amico pensi ed operi, viva e muoja incontaminato; fa ch'egli non tradisca mai, per intolleranza di patimenti o per amarezza di delusioni, il culto all'eterna idea, Dio e l'Umanità interprete progressiva della sua legge; e fa ch'egli possa, nella serie delle vite assegnate alla creatura, incontrarti senza che tu debba velarti, arrossendo, dell'ali, e pentirti dell'affetto che in lui, sulla terra, ponesti.
Londra, ottobre 1844.
«Ma se nella tempesta, ch'io sto combattendo, soccombo, onde non lasciare a' miei cari vergogna dall'avermi amato, non negate di dare alla mia memoria un fiore che la depuri dall'infamia che i nostri tiranni non mancheranno certamente d'applicarle.»
(_Attilio Bandiera_, Lett. del 14 nov. 1843.)
«Addio; addio. Poveri di tutto, eleggiamo voi nostro esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri concittadini.»
(_Emilio Bandiera_, Lett. del 10 marzo 1844.)
Io scrivo queste pagine per obbedire all'ultimo voto dei fratelli Bandiera, e perchè gli Italiani sappiano quali uomini fossero quei che morirono per la libertà della patria, il 20 luglio 1844, in Cosenza. E le scrivo ora, mentre io avrei per più ragioni desiderato adempiere all'obbligo mio alcuni anni più tardi, perchè le gazzette austriache e le polizie italiane hanno diffuso e diffonderanno intorno a quei nomi asserzioni riecheggiate dai molti vili e dai moltissimi stolti, che tendono a calunniare, non dirò i vivi--che importa a noi di siffatte accuse?--ma la fama di martiri che gl'Italiani non dovrebbero nominare, se non prostrati, adorando. Fu detto che mal si tenta con venti uomini la libertà dell'Italia, e che l'entusiasmo, quando non è regolato da' freddi calcoli della ragione, tocca i confini della follìa e nuoce alla causa che vorrebbe promuoversi. Fu detto che i Bandiera entrati nella cospirazione Italiana per impulso altrui, furono sedotti, spronati all'impresa di Calabria come a iniziativa d'insurrezione architettata da esuli agitatori, anzi segnatamente da me che scrivo e da un amico mio intimo risiedente a Malta, Nicola Fabrizi. E dietro a quelle asserzioni deliberatamente bugiarde, vengono le conseguenze affrettate che dichiarano l'Italia impotente a fare da per sè, disastroso ogni tentativo, reo d'imprudenza o peggio qualunque predichi o promuova azione: vergogna de' tempi e d'uomini che non sapendo esser forti e pur non volendo apparire codardi, seminano sistematicamente sconforto per timore d'essere chiamati all'opre dai loro fratelli. Intanto l'anime giovani si sfrondano più sempre d'affetti generosi e di riverenza ai pochi devoti; le menti, invece d'affratellarsi operose in un concetto di tremenda unità, s'arretrano, sviandosi in un'anarchia che conduce all'inerzia, davanti al sospetto di tutto e di tutti; e i nostri padroni sogghignano, e sprezzano.
I pochissimi de' quali avrei caro il suffragio, sanno che io non ordinerei mai spedizioni armate senza dividerne in un modo o in un altro i pericoli: degli altri i dieci anni or decorsi m'hanno insegnato a non curar più che tanto. Ho troppi dolori sull'anima, perchè le scalfitture della calunnia vi possano; e per morire senza rimorsi, parmi che basti trovarsi in pace colla propria coscienza e con Dio. A me dunque poco importa di quelle accuse; nè, se importasse, vorrei scendere, profanando, a lunghe difese e recriminazioni in queste pagine sacre alla memoria d'uomini superiori a tutti noi quanti siamo. Ma importa a noi tutti che la fama dei Bandiera e dei loro compagni scenda pura, incontaminata d'errori, a quei che verranno: importa che i nostri giovani possano venerare in essi i martiri non i settari: importa che tutti, amici o nemici, sappiano, a conforto o terrore, come l'idea nazionale italiana frema oggimai spontanea ingenita, senza bisogno d'impulso estranio, anche nel petto degli uomini che, vincolati all'insegna straniera, hanno contro, oltre i più gravi pericoli, le abitudini della disciplina militare, l'influenza d'esempî domestici, l'isolamento, e il sospetto de' loro concittadini. E a questo, spero, provvederanno i pochi frammenti[89] di lettere ch'io pubblico in questo scritto. Gli autografi stanno presso di me, e li serbo religiosamente come reliquia dell'anime più candide, più nobilmente temprate, e sante di umore e di sagrificio, che a me fosse dato d'incontrare, da dieci anni e più sulla terra.
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Attilio ed Emilio Bandiera, nati Veneti, figli del barone Bandiera, contr'ammiraglio delle forze navali austriache, e noto all'Italia per la cattura sul mare, nel 1831, degli uomini che, imbarcatisi sotto l'egida della capitolazione d'Ancona, veleggiavano verso la Francia, avevano, fin da' primi tempi spesi nelle cure della milizia, afferrato e venerato il concetto nazionale italiano, e s'adoperavano, più anni innanzi al primo loro contatto con esuli o congiurati dell'interno d'Italia, a prepararsi le vie di tradurre il concetto in azione. Nella seconda metà del 1842, mi giunse da Smirne una lettera con data del 15 agosto, firmata di nome evidentemente non vero, che diceva:
«Signore,--È da diversi anni che ho preso a stimarvi e ad amarvi, perchè intesi esser voi da riguardarsi qual capo dei generosi che nella presente generazione rappresentano la nazionale opposizione alla tirannide e agli altri conseguenti vituperî che spietatamente contaminano l'Italia. So che siete il creatore d'una patriotica società che chiamaste della _Giovane Italia_; so che scriveste sotto lo stesso titolo un giornale diretto a propagarne le massime, ma nè d'esso nè d'alcun'altra vostra opera mi venne mai fatto di procurarmi, ad onta dell'ardente mio desiderio, una copia; soltanto, son pochi giorni, pervenni ad avere i numeri primo e secondo del vostro _Apostolato Popolare_, e mi riescivano tanto preziosi in quanto che alla dolce soddisfazione di vedere da un uomo come voi pubblicati gli stessi miei principî politici, si aggiunge l'altro non meno cospicuo vantaggio di un modo, comunque indiretto, per farvi giungere questa mia. Il vostro indirizzo io cercava trovarlo da più d'un anno, non pretermettendo per ciò alcun tentativo; e tra questi non sarà forse inutile di citarvi l'aver io incaricato un mio amico, che pel corrente agosto o prossimo settembre doveva per qualche giorno approdare in Inghilterra, di fare il possibile onde recarsi a Londra per colà scoprire il vostro alloggio, abboccarsi con voi, darvi contezza di me, e annunciarvi che con vostro permesso, dietro le sue informazioni, io presto intraprenderei un carteggio nello scopo di utilmente servire la nostra patria. Prima però d'entrare in sì delicato argomento, so che mi corre l'obbligo di darvi qualche nozione personale di me, perchè voi poi in seguito non abbiate a lagnarvi d'esservi troppo avventatamente confidato con un ignoto. Se l'amico di cui scrissi qui sopra avrà eseguito la mia commissione, voi avrete da lui a quest'ora rilevato il vero mio nome. Ma il di lui soggiorno in Inghilterra deve essere così breve e assediato di tanti incarichi, che pur troppo temo fortemente ch'egli non avrà potuto soddisfare all'impegno assuntosi. E in quel caso, io mi riserbo di palesarvelo colla prima sicura opportunità che potrà presentarsi.
«Sono Italiano, uomo di guerra, e non proscritto. Ho quasi trentatrè anni. Sono di fisico piuttosto debole; fervido nel cuore, spessissimo freddo nelle apparenze. Studiomi quanto più posso di seguitar le massime stoiche. Credo in un Dio, in una vita futura, e nell'umano progresso: accostumo ne' miei pensieri di progressivamente riguardare all'umanità, alla patria, alla famiglia ed all'individuo; fermamente ritengo che la giustizia è la base d'ogni diritto; e quindi conchiusi, è già da gran tempo, che la causa italiana non è che una dipendenza della umanitaria, e prestando omaggio a questa inconcussa verità, mi conforto intanto delle tristizie e difficoltà dei tempi colla riflessione che giovare all'Italia è giovare all'Umanità intera. Sortito avendo un temperamento ardito egualmente nel pensare come pronto all'eseguire, dal convincermi della rettitudine degli accennati principï, al risolvere di dedicar tutto me stesso al loro sviluppo pratico, non fu quindi che un breve passo. Ripensando alle patrie nostre condizioni, facilmente mi persuasi che la via più probabile per riescire ad emancipar l'Italia del presente suo obbrobrio, consisteva forzatamente nel tenebroso maneggio delle cospirazioni. Con quale altro mezzo infatti che con quello del segreto può l'oppresso accingersi a tentar la sua lotta di liberazione?.......
Intanto, fu sempre, da quando mi dedicai a tentare il bene della patria, mia idea fondamentale che tutti quelli che vanno in cerca dello stesso fine, dovessero per assoluta necessità, prima di nulla intraprendere allo scoperto, studiarsi d'entrare in relazione onde conoscersi a vicenda, unire le proprie forze, e formolare i singoli pensieri a quella formola d'unità senza la quale presto o tardi la dissensione succede e rovina ogni meglio fondata speranza. Ed è perciò che tanto anelo di farvi giungere un mio scritto, e la recente lettura del vostro _Apostolato_ mi confermò vieppiù in questa determinazione. Io vengo a ripetervi le vostre stesse parole: _Consigliamoci, discutiamo, operiamo fraternamente_. Non isdegnate la mia proposta. Forse, troverete in me quel braccio che primo nella pugna che s'appresta osi rialzare il rovesciato stendardo della nostra indipendenza e della nostra rigenerazione..............................................»
Questa lettera era del maggiore de' due fratelli, Attilio. L'amico ch'egli aveva incaricato d'una comunicazione verbale, fece quanto gli era commesso, ed era Domenico Moro, nato egli pure Veneto, luogotenente sull'_Adria_, e caduto martire in Cosenza co' suoi fratelli di armi e di fede.
Il 28 marzo 1844, in una lettera scritta dopo la fuga, Emilio Bandiera compiva l'esposizione delle credenze politiche nazionali che dirigevano Attilio e lui. «Mio fratello ed io--diceva--convinti del dovere che ogni Italiano ha di prestar tutto sè stesso a un miglioramento di destini dello sventurato nostro paese, cercammo ogni via per unirci a quella _Giovine Italia_ che sapevamo formata ad organizzare l'insurrezione patria. Per tre anni i nostri sforzi riuscirono inutili; i vostri scritti non circolavano più in Italia; i governi vi dicevano separati e fiaccati dal mal esito della spedizione di Savoja... Senza conoscere i vostri principî, concordavamo con essi. Noi volevamo una patria libera, unita, repubblicana: ci proponevamo fidare nei soli mezzi nazionali: sprezzare qualunque sussidio straniero e gittare il guanto quando ci fossimo creduti abbastanza forti, senza aspettare ingannevoli rumori in Europa..............»
E a queste idee intorno ai modi di redimere la Nazione, i due fratelli accoppiavano una serie di previsioni concernenti il futuro ordinamento europeo, ch'essi stringevano per me nei pochi rapidi cenni ch'io qui trascrivo:
«Noi consideriamo l'Europa come riordinata in grandi masse popolari che avranno inghiottito molte delle odierne così spesso irragionevoli suddivisioni politiche. Così noi antiveggiamo il popolo Spagnuolo ed il Portoghese fusi in una sola nazione: la Francia appoggiante del tutto i suoi confini orientali al Reno e quindi assorbendo il Belgio: la Germania costituita in una sola nazione e ingrandita coll'Olanda e colla Danimarca continentale: la Svezia aumentata essa pure delle vicine isole Danesi e della Finlandia; la Polonia risorta e forte come ai tempi del generoso Sobieski: la Russia possibilmente divisa in due: la Valacchia, la Servia, la Bulgaria, la Croazia, l'Erzegovina, il Montenero e la Dalmazia riunite in una nazionalità Illirica o Serba: l'Ungheria colle presenti sue dipendenze, più la Moldavia e la Bessarabia: la Grecia aumentata della Tessaglia, della Macedonia, dell'Epiro, dell'Albania, della Romelia, di Candia e più tardi dell'Ionio.
«Da questo quadro, tralasciando l'Occidente, ove pure si avrebbero tanti aderenti, e mirando soltanto alla parte di Levante, presto si deduce che Polonia, Ungheria, Grecia, Serbia ed Italia hanno interessi comuni contro la Russia, l'Austria e la Turchia: non si collegheranno mai dunque abbastanza quei popoli contro i loro governi, e se una volta avvertiti di questa verità, cominciassero ad agire conseguentemente, la lotta cesserebbe tosto d'essere così ineguale come sembra a prima vista. Ogni Polacco, Ungherese, Serbo, Greco, Italiano, che ama il bene della propria patria e per essa quello dell'Umanità intera, lavori dunque indefessamente a sempre più propagare questa plausibile politica. Le suddette nazionalità confederate son tutte ancora nella mente degli ideologi, e tra esse la Grecia può dirsi la più inoltrata: conviene dunque insinuarle di non arrestarsi sulla via gloriosa e profittevole che le s'apre dinanzi, ma fidare nelle proprie forze, nelle simpatie che la circondano, nella giustizia della sua causa, e non soddisfatta delle ristrette concessioni d'un governo imperfettamente rappresentativo, spingersi avanti animosa, spiegare di nuovo la bandiera dell'unione e dell'indipendenza, e liberare dal mal fermo giogo del tiranno del Bosforo le popolazioni che devono appartenerle. Allora comincierà l'omai resa inevitabile guerra dei popoli contro i re; e per essa la vecchia Europa sarà interamente rifusa. Allora gli assassinî di Rigas e d'Ypsilanti verranno dagli Italiani vendicati; e forse gli Ungheresi, oggi nostri oppressori, nostri fratelli allora, laveranno l'onta del presente ajutando a vendicare quei di Menotti e Ruffini. Allora la Polonia e l'Italia, sorelle da tanto tempo per la somiglianza delle patrie sventure, non combatteranno più inutilmente sotto le insegne d'un apostata, ma riunite ne' loro sforzi pugneranno per Dio, per la giustizia, per l'umanità, e per la patria.»
Non tutte forse le idee sul rimaneggiamento europeo contenute in questo frammento son vere; ma tutte rivelano un giusto concetto delle tendenze che domineranno il futuro, e spirano un alito di quella fede che sola può santificare le rivoluzioni e liberarle dai pericoli dell'anarchia e delle delusioni amarissime che comprano a prezzo di sangue mutazioni di nomi alle cose e non altro. Dio, la Patria, l'Umanità: su questi tre termini i Bandiera edificavano tutta la loro credenza politica. Dalla nozione di Dio desumevan l'unità e la vita collettiva della razza umana, la legge di sviluppo progressivo ed armonico imposta al Creato e la santa teorica del Dovere fidata come regolatrice de' suoi atti alla creatura. Dalla nozione dell'Umanità interprete e applicatrice progressiva di quella legge, traevano i caratteri della missione assegnata alla Nazione, alla Patria; dal concetto della Patria i caratteri della missione assegnata all'individuo. E a queste idee che il secolo ha conquistato penosamente per mezzo a lunghi errori e sacrificî di sangue, e che in essi, isolati per forza di circostanze dal moto intellettuale europeo, erano visioni dell'anima vergine, potente d'entusiasmo d'amore, i Bandiera accoppiavano un culto religioso d'azione incessante rinfiammato dal pensiero che lo stendardo sventolante ad essi sul capo, e del quale le apparenze li accusavano difensori, era l'Austriaco: pareva ad essi che spettasse ad uomini del Lombardo-Veneto iniziare l'impresa italiana e ferire il nemico nel core. Questa speranza era l'anima della loro vita. Amavano ambi con tenerezza la madre; ma di quell'amore che leva all'angiolo, non respinge fra i bruti, di quell'amore che confessa suo primo debito far del core un tempio a' più alti e nobili affetti, purificandolo d'ogni egoismo e consacrandolo al Giusto, al Bello, e all'eterno Vero. Attilio era marito e padre; ma la missione da Dio commessagli d'educare un'anima al bene gli era di sprone, anzichè di ritegno, all'impresa; e la donna del suo core, oggi morta, come dirò, di dolore, era degna di lui e partecipe, quanto conveniva, de' suoi segreti.