Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 46

Chapter 463,313 wordsPublic domain

Fra i molti operai italiani che viaggiano fuori d'Italia, parecchi si sono legati ad associazioni straniere, specialmente francesi. All'invito dei loro fratelli di patria, essi rispondono: «non sono tutti gli uomini nostri fratelli? noi abbiamo già dato il nostro nome ad associazioni d'uomini liberi, che vogliono quello che voi volete, che combattono per la stessa causa, l'emancipazione del popolo dai mali morali e fisici che lo opprimono. Non potete esigere più da noi.» E si rimangono appartati dal nostro lavoro.

Che cosa siano queste Associazioni, noi lo diremo tra non molto. Le più hanno scritto sulla loro bandiera _comunione di beni, abolizione della proprietà_; dottrine tiranniche, assurde, nemiche al progresso dell'Umanità, che noi dovremo confutare in alcuno de' numeri successivi dell'_Apostolato_: dottrine fortunatamente irrealizzabili, ma che producono in oggi il doppio male di raffreddare l'attività di molti tra i veri amici del popolo, e di consumare intorno a progetti impossibili l'energia di molti operai eccellenti per intenzioni, ma illusi.

Bensì, non è di questo che intendiamo ora occuparci. Se a parecchi tra gli operai italiani sembra che le opinioni accennate possano contenere il rimedio che tutti cerchiamo ai mali presenti, è cosa da discutersi fraternamente tra noi, nè può formare soggetto di giusto rimprovero. Nessuno tradisce il proprio dovere quando cerca diffondere le idee che egli, sbagliando o no, crede vere. Ma tradisce, non esitiamo a dirlo, il proprio dovere e merita il rimprovero de' suoi fratelli qualunque, tra un'Associazione Nazionale operante per la buona causa e un'Associazione straniera, preferisce quest'ultima. Egli diserta il posto che gli è stato affidato da Dio per passare ad un altro.

Gli operai italiani, che a fronte d'un lavoro nazionale persistono a spendere la loro attività nelle associazioni straniere, hanno pensato mai, che al di là dell'Alpi o del mare stanno ventisei milioni di loro fratelli, parlanti colle solite varietà di dialetti una stessa lingua, distinti dagli altri popoli per un tipo speciale di fisonomia, dotati di costumi, d'attitudini, di tendenze uniformi? Hanno pensato che quei milioni sono schiavi, oppressi moralmente e materialmente, smembrati in sette stati, spolpati da sette corti, manomessi, dissanguati dallo straniero, mantenuti coll'astuzia e colla violenza nell'ignoranza, privi d'ogni diritto, e privi di tutti quei mezzi di progresso che appartengono più o meno a tutti i paesi ne' quali esistono le associazioni delle quali parliamo? Hanno pensato che la terra sulla quale gemono quei milioni è la terra dov'essi nacquero, dove vivono i loro padri e le loro madri, dove vivranno i loro figli? Hanno sentito, viaggiando e trovandosi a fronte d'uomini che ripetono con orgoglio: _siamo Francesi, siamo Inglesi_, la vergogna del non poter dire: _siamo Italiani_, senza correre il rischio d'udirsi replicare: _mentite; non esiste un'Italia_? E se pure hanno sentito talora questa vergogna, non hanno sentito nello stesso tempo un istinto, una voce interna, che dicea loro: bisognerebbe operare a cancellarla, a levarsi questa macchia di sulla fronte, a farsi cittadini d'una nazione, a conquistarsi una patria? E se udirono quella voce, perchè non hanno operato, perchè non operano oggi con noi a seconda? Perchè invece di tentare di crearsi una patria e un nome, lavorano a conquistare miglioramenti a popoli che hanno patria e nome e bandiera e unità nazionale? a popoli che non hanno bisogno di pochi individui stranieri per progredire quando che sia, mentre l'Italia, senza unità, senza stampa, senza rappresentanza, ha bisogno di tutti i suoi figli? Operai italiani! sta bene d'ajutare, occorrendo, il vicino; ma prima di dar opera a perfezionare la casa altrui, non dovreste voi lavorare a inalzarne una pei vostri figli e per voi?

La causa del Popolo è una. La santa parola _Umanità_ sta scritta in cima al nostro foglio come nel nostro cuore. Ma v'è un'altra santa parola, la _Patria_, che noi non possiamo dimenticar senza colpa. La Patria è la nostra casa: la casa che Dio ci ha data, ponendovi dentro una numerosa famiglia, che ci ama e che noi amiamo naturalmente, colla quale noi possiamo intenderci meglio e più rapidamente che non con altri, e che per la concentrazione sopra un dato terreno e per la natura omogenea degli elementi ch'essa possiede è chiamata a un genere speciale d'azione. La Patria è la nostra lavoreria: i prodotti della nostra attività devono spandersi da quella a benefizio di tutta la terra; ma gli stromenti di lavoro, che noi possiamo meglio e più efficacemente trattare, stanno in quella; e noi non possiamo rinunziarvi senza tradire l'intenzione di Dio, e senza diminuire le nostre forze. Lavorando, secondo i veri principî, per la Patria, noi lavoriamo per l'Umanità: la Patria è il punto d'appoggio della leva che noi dobbiamo dirigere a vantaggio comune. Perdendo quel punto d'appoggio, noi corriamo rischio di riescire inutili alla Patria e all'Umanità.

Operai italiani! Prima d'_associarci_ colle nazioni, bisogna esistere: non v'è associazione che tra gli eguali; e voi non avete esistenza riconosciuta, perchè non avete Patria, e non appartenete a una Nazione. Noi vi ripeteremo continuamente queste parole, perchè noi pure abbiamo viaggiato, e le abbiamo con amarezza udite dalla bocca degli stranieri. Quando nojati dell'udirci ripetere da gente che non ha fatto mai cosa alcuna per noi: _noi vi daremo la libertà_, parlammo qualche volta della possibilità che gl'Italiani la conquistassero colle proprie mani: ci udimmo rispondere che possibilità senza intenzione non v'era, e che l'intenzione esisteva sì poco che i nostri si cacciavano nelle Associazioni straniere, convinti che la libertà del loro paese non poteva escire se non dall'_altrui_ potenza. Operai italiani, questa è parola amara: parola che, se avete anima d'uomini, dovete dar opera a non meritare. Lasciate il sentimento della loro debolezza a coloro che pretendono fondare le rivoluzioni sull'azione e sugli interessi d'una classe sola. Ma noi siamo popolo; siam milioni; abbiamo forza. Tutto sta nell'unirci e volere.

Uniamoci dunque. Cerchiamo insieme i mezzi di crearci una Patria. Fondiamo l'Italia del Popolo. Acquistiamoci diritti d'_uomini_ e di _cittadini_. Torneremo poi, con più dignità, con maggior utile e con sicurezza di non essere dominati o traditi, all'abbraccio delle nazioni. L'Umanità è un grande esercito che move alla conquista di terre incognite, contro a nemici potenti e avveduti. I Popoli sono i diversi corpi di quell'esercito. Ciascuno ha un posto che gli è fidato: ciascuno ha una operazione particolare da eseguire; e la vittoria comune dipende dalla esattezza colla quale le diverse operazioni saranno compite. Non turbate l'ordine della battaglia. Non passate da un corpo in un altro. Non abbandonate la bandiera che Dio vi dava per quella che v'è offerta dal caso. Dovunque vi troviate, in seno a qualunque popolo le circostanze vi caccino, combattete per la libertà di quel popolo, se il momento lo esige. Ma combattete come Italiani, così che il sangue che verserete frutti onore ed amore, non a voi solamente, ma alla vostra Patria. E Italiano sia il pensiero continuo dell'anime vostre: Italiani siano gli atti della vostra vita: Italiani i segni sotto i quali v'ordinate a lavorare per l'Umanità. Avrete più caldo l'affetto de' vostri fratelli, e più sincera, credetelo a noi, la stima degli stranieri. La loro parola a voi, individui, può suonare in oggi fraterna e amorevole come a qualunque ingrossa i loro ranghi e rende omaggio alla loro Patria e alle opinioni ch'essi professano: ma siate certi che i più tra loro imparano da voi a disistimare il vostro paese, a riguardarne la causa come dipendente da quella del loro, a contemplarlo forse nell'avvenire siccome un dipartimento, o una colonia della loro Repubblica.

NECESSITÀ DELL'ORDINAMENTO SPECIALE DEGLI OPERAI ITALIANI.

RISPOSTA AD UNA OBBIEZIONE[87].

1842.

Alcuni operai italiani dichiarando la loro approvazione al nostro concetto e alle basi fondamentali della nostra associazione, hanno mosso a chi dirige l'_Apostolato_ il dubbio seguente:

«Perchè cercate riunire in un solo corpo gli operai italiani? Perchè li concentrate in una sezione dell'Associazione Nazionale? Voi così perpetuate la distinzione delle classi che annunziate voler distruggere. Voi date un fondamento alla ineguaglianza che pretendete combattere. Si tratta non di divisione, ma di fusione. Non esistono sotto la nostra bandiera che cittadini italiani. Qualunque altra denominazione racchiude un germe di quella aristocrazia che dobbiamo e vogliamo spegnere.»

Il rimprovero per sè, ci sia concesso il dirlo, è fondato sopra un errore tanto palpabile che non meriterebbe confutazione. Ma tradisce un senso di diffidenza giustificato in parte dal passato, e noi dobbiamo afferrare tutte occasioni di chiarirlo ingiusto e di logorarlo.

La _Giovane Italia_, come associazione, non ha bisogno di difendere le proprie intenzioni. La sua bandiera fu bandiera di popolo sin dal primo giorno in che fu levata. La sua credenza fu credenza esplicita, dichiarata animosamente, d'unità della razza umana, d'abborrimento dalle caste, d'eguaglianza tra le nazioni, d'eguaglianza fra i cittadini d'una nazione. Prima in Italia, predicò che la causa essenziale dell'impotenza dei tentativi rivoluzionarî passati stava nello scopo imperfetto, aristocratico, anti-nazionale che s'era dai capi prefisso a quei tentativi: disse che non si fondava nazione se non si fondava per tutti, se non si chiamavano tutti a fondarla, cioè a concorrere nei doveri e a partecipar nei diritti che sgorgano dal concetto nazionale: disse che le forze della nazione non erano scese mai sull'arena, perchè non s'erano chiamate mai, perchè le insurrezioni s'erano appoggiate or sulla milizia e sul patriziato, or sulle classi medie, non mai sulla universalità degli uomini, che costituiscono la nazione, perchè i capi avevano sempre parlato d'indipendenza dallo straniero, di libertà politica, di diritti politici, dimenticando che tutte rivoluzioni sono nella loro essenza _sociali_, che l'ordinamento politico è la _forma_ e non altro dei mutamenti, e che non s'ha diritto di chiamare i milioni al sacrificio della quiete e della vita, se non proponendo loro uno scopo di perfezionamento collettivo, di miglioramento morale e materiale comune a tutti, di educazione fraterna senza eccezione. Nessun atto, nessun scritto dell'associazione smentì fino ad oggi siffatta credenza. Il dubbio adunque non mira a ferir le intenzioni, ma guarda alle tristi conseguenze che potrebbero escire da un errore in buona fede commesso.

A questo è da rispondere.

La parola _operajo_ non ha per noi alcuna indicazione di _classe_ nel significato comunemente annesso al vocabolo: non rappresenta inferiorità o superiorità sulla scala sociale: esprime un ramo d'occupazione speciale, un genere di lavoro, un'applicazione determinata dell'attività umana, una certa _funzione_ nella società: non altro. Diciamo _operajo_ come diciamo _avvocato_, _mercante_, _chirurgo_, _ingegnere_. Tra codeste occupazioni non corre divario alcuno quanto ai diritti e ai doveri di cittadini. Ognuna d'esse dà soddisfacimento a un bisogno, tutte sono, più o meno, essenziali allo sviluppo comune. Le sole differenze che noi ammettiamo tra i membri d'uno Stato sono le differenze d'educazione morale. Un giorno, l'educazione generale uniforme ci darà una comune morale. Un giorno, saremo tutti _operai_, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell'opera nostra in qualunque direzione s'eserciti. L'esistenza rappresenterà un lavoro compito.

Ma codesto è l'avvenire: l'avvenire per cui lavoriamo. Il presente è diverso. E non movendo da esso, noi ci esporremmo a perpetuarlo, mentre intendiamo a mutarlo.

Il presente è diverso. Esistono in Italia, come dappertutto, due _classi_ d'uomini: gli uni possessori esclusivamente degli elementi d'ogni lavoro, terre, credito, o capitali; gli altri, privi di tutto fuorchè delle loro braccia. Esiste in Italia come per ogni dove una educazione diversa per queste due classi, o meglio, esiste una educazione quale i mezzi individuali possono procacciarla, per la prima classe; non esiste educazione alcuna per la seconda. Sopra duecento allievi incirca segnati sui registri della _Scuola italiana gratuita_ di Londra, centotrenta imparano a leggere.

Gli uomini della prima classe per conoscenza, gli uomini della seconda istintivamente desiderano egualmente l'Indipendenza e l'Unità Nazionale: in tutto il resto si separano.

Gli uomini della prima classe combattono per assicurare ed accrescere gli agi e le superfluità della vita; gli uomini della seconda combattono per assicurarsi la vita.

I primi vorrebbero conquistare maggior sviluppo e libertà d'applicazione al pensiero: i secondi, costretti a spendere dodici o quattordici ore della giornata in un lavoro quasi esclusivamente di braccia, vorrebbero conquistarsi _possibilità_ di pensiero.

I primi, inceppati nell'esercizio delle loro facoltà, vilipesi dallo straniero, sottoposti all'arbitrio di principi stolti e malvagi, hanno principalmente bisogno d'una rivoluzione _politica_: i secondi affranti dalla miseria, tormentati dalla precarietà del lavoro e dall'insufficienza dei salarî, hanno principalmente bisogno d'un ordinamento _sociale_.

Le insurrezioni fino ad oggi tentate ebbero carattere esclusivamente _politico_: il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere _politico_ e _sociale_ ad un tempo.

Ma per riescirvi sono necessarie due cose: l'una che i milioni i quali invocano un migliore ordinamento sociale esprimano i loro bisogni; l'altra che i migliori o i più tra gli uomini componenti la prima classe simpatizzino coll'espressione di quei bisogni e intendano la necessità di riunirsi a soddisfarli concordemente.

La prima è necessaria perchè le rivoluzioni non prevengono, non indovinano i bisogni dei popoli, ma li concretano, li traducono in fatti, li riducono a legge. La seconda è necessaria, perchè altrimenti le rivoluzioni si ridurrebbero a guerre civili nelle quali la decisione qualunque siasi, a qualunque parte spetti il trionfo, è pur sempre questione di forza e sostituisce una tirannide all'altra.

E l'unica via da seguirsi per ottenere queste due cose è l'ordinamento in associazione degli uomini che invocano il mutamento sociale.

La nazione intera ha bisogno di sapere ciò che gli operai, cioè i milioni d'uomini che vivono del proprio lavoro senza possedere gli elementi del lavoro, patiscono, accusano, invocano.

La nazione ha bisogno di sapere ciò che gli operai _non_ vogliono: tanti strani sistemi, pericolosi, sovversivi, hanno occupato le menti a' dì nostri, che giova conoscere non solamente ciò che l'uomo crede, ma ciò in che non crede.

Gli operai hanno bisogno di consultarsi per conoscere e calcolare le proprie forze, per concordare intorno ai rimedî che possono porre un termine ai loro mali, per raccogliere i mezzi necessarî ad esprimerli colla stampa e a dare un principio almeno d'educazione a quei tra' loro fratelli che ne sono assolutamente mancanti.

Considerazioni siffatte hanno dato origine alla formazione d'una sezione composta esclusivamente d'operai nell'Associazione nazionale.

Quando l'Italia vedrà riuniti in un corpo, schierato sotto la bandiera nazionale e pronto a commettersi alle battaglie della patria, i suoi operai, e udrà da essi medesimi l'espressione riposata, pacifica de' loro bisogni, l'Italia non accuserà più di freddezza e d'inerzia le sue moltitudini e intenderà il perchè si rimasero, nei tentativi passati, anzi spettatrici che attive. Quando gli operai ordinati, forti di convinzioni uniformi, stretti in unità di volere, militeranno nell'Associazione nazionale, non solamente come cittadini, ma come operai, non dovranno più temere d'esser delusi nelle loro giuste speranze e di vedere le rivoluzioni consumarsi in questioni di forme meramente _politiche_ a benefizio d'una sola classe.

Senza ciò non v'è da sperare. Le insurrezioni, ignare de' bisogni speciali e delle esigenze dei diversi elementi che compongono lo Stato, formeranno il loro programma dai voti comuni a tutti, promulgheranno diritti politici inefficaci e nulla più. La storia degli ultimi cinquant'anni parla evidente in proposito.

Braccia d'operai conquistarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d'operai rovesciarono il trono di Carlo X: cosa ottennero le moltitudini dall'insurrezione del 1830? Le associazioni, che prepararono in Italia il terreno ai movimenti del 1831, erano popolate d'operai: quali provvedimenti furono, non dirò presi, ma indicati da lungi alla speranza delle classi operose, perchè i padri si confortassero nell'idea che sorriderebbe ai figli un migliore avvenire? Gli operai delle città di provincia decisero in Inghilterra nel 1831 la questione della riforma: perchè i pochissimi miglioramenti che originarono dal _bill_ conquistato non fruttarono che alle classi medie? Mancava agli operai un ordinamento speciale; mancava quindi l'espressione regolare, insistente, imponente de' loro bisogni. L'operajo si frammise a movimenti originati e diretti dalle classi medie, si confuse nelle vaste fila della Carboneria, scese in piazza a combattere, com'uomo, come cittadino, non come operajo. Venne in ajuto, come cifra numerica aggiunta alla lotta, non come _elemento_ dello Stato, a classi che erano col fatto ordinate da secoli, e considerate da secoli come elementi della società. Accettò quindi necessariamente il loro programma, non diede il suo. S'anche, avvedendosi che i diritti politici senz'altro non gli fruttavano, egli avesse, il dì dopo aver combattuto, esposto i proprî bisogni, era tardi: voce non collettiva ma _d'individui_, il rumore che menavano le classi ordinate istigatrici del movimento doveva disperderla, e la disperse. Perchè accusarne unicamente gli uomini di quelle classi? Perchè pretendere dalla natura umana come anch'oggi è, che insoddisfatta del presente, ricerchi i bisogni non espressi dell'avvenire?

La questione dell'ordinamento speciale degli operai italiani si riduce a questa: hanno o non hanno gli operai bisogni speciali ch'esigono provvedimento?

Gli operai--giova ripetere codeste cose--lavorano troppe ore della giornata, perchè non ne patisca la loro salute e perchè non vi sia per essi impossibilità assoluta d'educare, come conviensi ad ogni umana creatura, l'intelletto e l'anima loro. Gli operai sono generalmente troppo mal retribuiti perch'essi possano schermirsi, coi risparmî, dalla miseria per sè e per le loro famiglie ne' tempi di crisi, e dall'ospedale o dal _workhouse_ nella vecchiaja. Gli operai sono lasciati senza riparo, dacchè le coalizioni, anche negli Stati mezzo-liberi, sono punite, all'arbitrio di chi li impiega e alle diminuzioni dei salari, provocate dagli effetti della concorrenza crescente. Gli operai sono continuamente esposti alla mancanza assoluta di lavoro, cioè alla fame, per le frequenti crisi commerciali che l'assenza di direzione generale all'attività industriale fa inevitabili. Gli operai sono, dalla natura della loro mercede incapace d'aumento progressivo comunque il guadagno de' padroni proceda, ridotti alla condizione di macchine, condannati ad una ineguaglianza perpetua, avviliti in faccia a sè stessi e ai loro fratelli di patria. Gli operai sono, per tutte queste cagioni, sottoposti a tutti gli obblighi della società dove vivono, dal tributo che le imposte indirette prelevano sui sudori delle loro fronti fino al sagrificio della vita che le guerre della patria esigono, senza giovarsi d'un solo de' suoi benefizî.

A condizioni siffatte i rimedî meramente politici non bastano: e nondimeno, le rivoluzioni saranno sempre meramente politiche finchè saranno fidate all'impulso unico delle altre classi. Le loro condizioni sono radicalmente diverse: perchè faticherebbero a provvedere a bisogni ch'essi non provano e che non hanno espressione collettiva da chi li prova? E chi mai se non chi li prova può esprimerli efficacemente? Quando in Francia una legge sugli zuccheri ferisce gli interessi commerciali, a chi se non alle Camere di commercio spetta ammonire e protestare contr'essa? Chi sogna separazione di classi e aristocrazia mercantile, perchè le Camere di commercio ammoniscono e protestano?

Operai italiani, arrossite del vostro nome? arrossite dell'ufficio al quale adempite nella società? I padri vostri non ne arrossivano. Quando Firenze era libera, repubblica nota e rispettata in Europa, i vostri padri si ordinavano per arti e mestieri, si chiamavano alteramente lanajuoli, setajuoli, conciatori di pelli, si raccoglievano sotto i loro gonfaloni ad esprimere i loro bisogni e la loro volontà. Diffidereste in oggi degli uomini che vi chiamano ad ordinarvi per raggiungere quella eguaglianza che non esiste finora per voi, e che nessuno finora ha tentato darvi, solo perchè l'ordinarvi a un lavoro speciale implica che voi non l'avete raggiunta? Se voi preferite il _nome_ alla _cosa_--se vi pare che il confondervi in un lavoro esclusivamente politico coi vostri concittadini, sulla terra straniera, senza indizio delle vostre condizioni presenti, sia da preferirsi al tentare un riordinamento sociale che vi darà, quando che sia, nella vostra patria, non diritti nominali, ma esercizio reale di diritti e doveri cittadineschi,--rimanetevi separati da noi. Dove no, fate senno. Fate senno degli esempî patrî; fate senno, poichè pur troppo voi guardate anch'oggi con più attenzione alle cose altrui che non alle vostre, degli esempî stranieri. A che son dovuti i progressi che la questione sociale ha fatto da dieci anni in Francia ed in Inghilterra, se non alle associazioni degli operai? Da che deriva la tendenza abituale in oggi negli organi della classe media a discutere i punti, negletti dieci anni sono, del miglioramento delle classi povere e dell'ordinamento del lavoro, se non dai giornali che in Francia ed in Inghilterra gli operai stessi dirigono?[88] Sarete illusi sempre e sempre traditi, operai italiani, finchè non seguirete siffatti esempî, finchè non intenderete che prima di partecipare nei cangiamenti politici cogli altri elementi, l'elemento del _lavoro_ ha da ottenersi cittadinanza nello Stato, ch'oggi non l'ha, e che a conquistarla è indispensabile l'associazione.