Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 44
Ma la questione, semplice se come ogni altra si richiami ai principî dominatori, fu resa complessa, intricata e ingombra d'apparenti difficoltà da quei che s'adoprarono a scioglierla senza definire prima a sè stessi la missione dello stato e il campo nel quale vive e deve esercitarsi la Libertà. Gli uni, guardando al primo come al Podestà senza ufficio da quello infuori di proteggere i diritti di ciascuno e impedire che il loro esercizio prorompa in guerra reciproca, ridussero la funzione dello Stato a quella di _gendarme_ e fecero della Libertà _mezzo e fine_ ad un tempo: gli altri, guardando sdegnosi alla Libertà come a facoltà sterile e tendente per sè all'anarchia, la sagrificarono all'elemento _collettivo_ e ordinarono lo Stato a una tirannide di concentramento diretta a bene, pur sempre tirannide. Taluno, confondendo appunto concentramento amministrativo e Unità, accusò la Costituente di Francia d'avere colla divisione dipartimentale inaugurato il dispotismo del Centro sulle membra, errore che la semplice lettura della Costituzione sancita da quell'Assemblea avrebbe bastato a correggere. Altri, togliendo norme all'ordinamento d'un periodo anormale, fu sedotto dalle vittorie nazionali della Convenzione a predicarne l'assoluta onnipotenza, come se la Dittatura potesse essere mai modello di regolare legislazione. Poi vennero gli uomini che cercarono sicurezza alla Libertà smembrando in minute frazioni il Potere, senza avvedersi che quanto più moltiplicavano i nuclei d'autorità, tanto più li indebolivano e li facevano impotenti a vivere di vita propria. E tutti intolleranti, senza ideale, piaggiatori servili d'una o d'altra Costituzione del passato e ostinati a cercare la soluzione del problema nel trionfo d'un solo dei termini che lo costituiscono.
I due termini che lo costituiscono sono _Associazione_ e _Libertà_: ambi sacri, inseparabili dall'umana natura; e possono e devono armonizzarsi, non cancellarsi l'un l'altro.
In un buon ordinamento di Stato, la Nazione rappresenta l'_associazione_; il Comune la _libertà_.
NAZIONE e COMUNE: sono i soli due elementi NATURALI in un popolo: le sole due manifestazioni della vita generale e locale che abbiano radice nell'essenza delle cose. Gli altri elementi sono, con qualunque norma si chiamino, _artificiali_, e aventi ad unico ufficio di rendere più agevoli e più giovevoli le relazioni tra la Nazione e il Comune e di proteggere il secondo dall'usurpazione della prima quando è tentata.
E questo ch'è vero generalmente in principio e vero più che altrove nel fatto in Italia. L'esistenza prolungata d'una potente e compatta aristocrazia feudale generò in alcune nazioni un elemento di tradizione storica provinciale destinato a perire, ma lentamente. Tra noi quell'elemento mancò. L'Italia ebbe patrizî, non Patriziato: individui e famiglie signorili potenti, non un Ordine d'uomini rappresentanti per secoli, come in Inghilterra, una comunione d'idee, di politica, di direzione. La nostra storia è storia di comuni e d'una tendenza a formare la Nazione.
E la Nazione è chiamata a rappresentare la Tradizione Italiana che essa sola può conservare e continuare, e il Progresso Italiano ch'essa sola è potente a tradurre in atto. Lo Stato, il Popolo collettivo dall'Alpi al Mare non è, come la scuola materialista vorrebbe, la forza di _tutti_ in appoggio del diritto di _ciascuno_: è il pensiero d'Italia, il Dovere sociale, come in una epoca determinata gli Italiani lo intendono, dato a norma, a punto di mossa a ciascun individuo. La sua missione è missione _educatrice_ anzi tutto; missione d'incivilimento interno ed esterno, supremo su tutte frazioni.
Ma il compimento della missione, del Dovere Nazionale spetta, non a schiavi, bensì a uomini liberi. È necessario che ciascuno abbia _coscienza_ del Dovere indicatogli; ed è necessario, perchè il grado di Progresso compito in un'epoca e definito dalla Nazione non chiuda, tiranneggiando, il varco ai progressi futuri, che a ciascuno non solamente sia concesso, ma s'agevoli il diritto d'_iniziativa_ nelle idee che possono migliorare l'incivilimento della Nazione e ampliare il concetto del dovere da essa raggiunto. Dalla prima necessità esce la condanna del _concentramento_ amministrativo che torrebbe, costringendo, coscienza, merito e demerito dei loro atti ai cittadini; dalla seconda esce, insieme alle libertà, dovute a tutti, di religione, di stampa, d'associazione, d'insegnamento, l'ordinamento del Comune, mallevadore dell'individuo che vive in esso, ad autonomia di vita spontanea e indipendente sin dove comincia la violazione del Dovere Sociale prescritto dalla Nazione. Oltre quel punto, la libertà degenera in anarchia. La libertà, fraintesa dai materialisti in _diritto di fare o non fare tutto ciò che non nuoce direttamente ad altrui_, è per noi la facoltà di scegliere, tra i mezzi coi quali si compie il _Dovere_, quei che più convengono colle nostre tendenze, e di promovere lo sviluppo progressivo del concetto di quel Dovere.
In altri termini, la Nazione raccoglie gli elementi dell'incivilimento già conquistato, ne trae la formola di Dovere ch'è il _fine comune_, dirige verso quello la vita del paese nelle sue grandi manifestazioni collettive e lo rappresenta fra i Popoli. Il Comune provvede all'applicazione pratica di quella formola, coordina a quel fine gli interessi locali ed educa colla coscienza della libertà il cittadino a cacciare i germi del progresso futuro. L'autorità morale risiede nella Nazione: l'applicazione dei principî alla vita, specialmente economica, spetta al Comune. L'_Iniziativa_ è dovere e diritto dell'una e dell'altro. Il Comune forma cittadini alla Patria: la Patria un Popolo all'Umanità. Come il sangue sospinto al core, è respinto, purificato, alle vene, la Metropoli raccoglie in sè gli indizî e i germi di progresso che le affluiscono dal paese, e v'attempra, dando ad essi sviluppo e definizione, il concetto collettivo che rimanda autorevolmente al paese. Essa non vive per sè, ma per l'intera contrada.
Chi dovrà occuparsi praticamente della questione troverà, s'ei torrà le mosse da questi principî, semplice più che a prima vista non sembri il problema. La missione dell'uno e dell'altro elemento additerà facilmente i limiti della doppia circoscrizione che assegna _doveri_ e _diritti_ alla Nazione e al Comune. Quanto rappresenta l'unità della coscienza Italiana, l'autorità morale della Patria su tutti i suoi figli, la Tradizione Nazionale da conservarsi come deposito sacro, il Progresso da attuarsi per tutti e la vita internazionale, spetta alla Podestà Centrale, allo Stato: quando rappresenta l'applicazione pratica delle norme generali, gli interessi economici locali, la libertà nella scelta dei modi per compire il Dovere Sociale, il diritto d'iniziativa da serbarsi intatto per tutti, spetta, sotto l'invigilamento della Nazione, alle unità secondarie e segnatamente al Comune, nucleo primitivo di quelle unità.
Allo Stato, per mezzo d'una Costituente Italiana raccolta a suffragio universale, il PATTO NAZIONALE, la _Dichiarazione dei Principî_[82] nei quali il Popolo d'Italia oggi crede, la definizione del _fine comune_, del Dovere sociale, che ne derivano e formano un vincolo di pensieri e d'opere comune a quanti vivono fra l'Alpi e il Mare--e l'ordinamento delle autorità opportune a serbarlo intatto e dominatore, finchè un nuovo grado di Progresso non sia salito dalla Nazione: ai Comuni il diritto d'accettare con una potente maggioranza di voti il quando sia raggiunto quel grado e importi introdurre mutamenti nel Patto.
Allo Stato le norme per rendere universale, obbligatoria, e _uniforme_ nella direzione generale l'EDUCAZIONE NAZIONALE[83], senza l'unità della quale non esiste Nazione: ai Comuni l'applicazione pratica delle norme, la scelta degli uomini da _prefiggersi_ all'istruzione elementare, il maneggio economico delle scuole, la tutela del diritto che ogni individuo ha d'aprire altri istituti d'insegnamento:
Allo Stato, dacchè tutti i cittadini hanno debito di difendere l'indipendenza del paese e proteggerne la missione, l'unità del sistema militare, l'ordinamento della _Nazione armata_: ai militi d'ogni Comune, trasformati in legione, il diritto di proporre, dal grado inferiore al superiore progressivamente e sotto certe norme nazionalmente prestabilite, le liste per la scelta degli uffiziali:
Allo Stato, dacchè la Giustizia non può essere se non una per tutti i cittadini, l'unità dell'ordinamento giudiziario, i codici, la scelta dei Giudici Supremi e dei magistrati preposti a dirigere l'amministrazione della Giustizia: ai Comuni l'elezione dei giurati locali e dei membri di tribunali di conciliazione e commercio:
Allo Stato la determinazione dell'ammontare del tributo nazionale e il suo riparto sulle varie zone del territorio: ai Comuni, invigilati dallo Stato, i tributi meramente locali, e il modo di soddisfare alla parte di tributo nazionale assegnato[84]:
Allo Stato la formazione d'un Capitale Nazionale composto delle proprietà pubbliche, dei beni del clero, delle miniere, delle vie ferrate, d'alcune grandi imprese industriali, destinato in parte ai bisogni straordinarî della Nazione e all'allievamento del tributo, in parte a un Credito aperto alle associazioni volontarie, manifatturiere e agricole, d'operai; ai Comuni, sotto norme generali uniformi e invigilante il Governo Centrale, l'amministrazione di quel Capitale:
Allo Stato, la Sicurezza Pubblica per ciò che concerne i pericoli interni di tutto il paese, le norme generali per le carceri, la direzione d'alcuni stabilimenti Penitenziarî Centrali: ai Comuni la tutela dell'ordine nella loro sfera, l'ordinamento della forza necessaria a ufficio siffatto, l'amministrazione pratica delle prigioni collocate nella loro circoscrizione:
Allo Stato, la direzione dei lavori pubblici rivolti all'utile e all'onore di tutta la Nazione, al mantenimento e al progresso della tradizione nazionale dell'Arte: ai Comuni le cure intorno all'illuminazione, al selciato, all'acque, ai ponti, alle strade delle loro località:
Allo Stato, quanto riguarda le relazioni esterne, guerre, paci, alleanze, trattati: ai Comuni il diritto d'invigilare a che la politica internazionale non si disvii, nel segreto, dalla missione e dal fine della Nazione.
E via così: Dov'è, con riparto siffatto di doveri e diritti, il pericolo d'anarchia o di tirannide? Dove il vizio d'una Nazione impotente a calcare, per gelosia di località quasi sovrane e slegate, una via di progresso e d'onore, o quello d'un Comune servo, come il francese, astretto a ricevere capi e ufficiali d'ogni sorta dal Governo Centrale e a soggiacere al suo intervento in ogni menoma operazione?
Bensì--e qui sta una seconda questione importante alla quale io posso appena accennare--se il Comune deve essere capace di proteggere nei giusti suoi limiti la libertà delle membra dalle usurpazioni dell'Autorità che rappresenta l'Associazione--se in esso deve colla elezione e coll'esercizio frequente, e accessibile ai più, degli uffici, compiersi l'educazione politica del paese--se l'attribuirsi al Comune dei diritti indicati fin qui, deve riuscire verità pratica, non illusione--è necessario che l'Assemblea Nazionale sancisca un nuovo riparto territoriale. Base alla servitù dei Comuni è la loro piccola estensione. Il Comune è una associazione destinata a rappresentare, quasi in miniatura, lo Stato; ed è necessario dargli le forze necessarie a raggiungere il fine. L'impotenza dei piccoli Comuni a raggiungerlo e provvedere coi proprî mezzi al soddisfacimento dei proprî bisogni materiali e morali, li piega a invocare l'intervento governativo e sagrificargli la coscienza e l'abitudine della libera vita locale. Ed è il vizio dal quale origina la tendenza al concentramento amministrativo in Francia, dove su 37,000[85] Comuni 30,000 almeno sono, per l'esiguità delle proporzioni, incapaci d'ordinare rimedî alla locale mendicità. La prova del come un Governo di tendenze dispotiche intenda che il segreto della propria potenza sta nella debolezza dei Comuni è da cercarsi nella Costituzione dell'anno VIII. Quella Costituzione, le cui principali disposizioni hanno tuttavia vigore in Francia e incatenano servilmente i Comuni al Potere Centrale, ebbe il favore di Thiers e di tutta la schiera _dottrinaria_ che predominò sul lungo periodo della così detta Ristorazione monarchica.
E se l'ordinamento amministrativo dello Stato deve corrispondere al bisogno principale di progresso sentito oggi in Italia, è necessario che il Comune ampliato affratelli nella stessa circoscrizione la città e parte delle popolazioni rurali. Duolmi di dover dissentire da taluni fra gli uomini di nostra fede ch'esplorarono quel problema; ma, lasciando anche da banda il vantaggio d'associare nella stessa circoscrizione interessi strettamente connessi come sono gli industriali e gli agricoli e riunire in una tutte le manifestazioni di vita che fanno convivenza sociale, se v'è piaga che in Italia minacci l'armonia dello sviluppo collettivo, è senz'altro lo squilibrio di civiltà esistente fra le città e le campagne: foco di vita progressiva e d'associazioni nazionali le prime, campo le seconde, mercè l'assoluta ignoranza, di tutte le influenze che resistono al moto. E solo rimedio ch'io vegga potente a combattere e struggere a poco a poco quella funesta disuguaglianza è il congiungerle possibilmente sì che la luce delle città si diffonda a raggi sulle terre che le ricingono. Serbarle separate com'oggi sono è un mantenerne perenne l'antagonismo: antagonismo di tendenze che il mutuo contatto logorerebbe, e d'interessi che soltanto il reciproco ajutarsi può vincere. Nè v'è pericolo che l'elemento progressivo delle città soggiaccia all'elemento conservatore o retrogrado delle campagne: i fati dell'Epoca, e la potenza di vita e di bene ch'esiste nel primo elemento, assegnano influenza dominatrice, dovunque s'ordini il contatto fra quello e l'altro, al progresso.
Oggi, tra per le origini derivate dai tempi feudali, tra per la soverchia influenza d'uno spirito d'analisi che guarda con favore allo smembramento, è nella vita dello Stato troppo sminuzzamento. E comechè taluni vi travedano un pegno di libertà, solo a giovarsene è appunto quel Potere Centrale ch'essi paventano usurpatore e che, incontrando debolezza per ogni dove e aristocrazie patrizie o borghesi dominatrici su piccole sfere, spezza agevolmente le resistenze o, accarezzandole, le addormenta. Non è vero che ovunque un certo numero d'uomini s'aggruppa intorno a certi interessi materiali pigmei, ivi viva una individualità politica. L'individualità politica non vive dove non ha battesimo di missione speciale da compiere, e dovizia di facoltà e di stromenti per compierla. Io vorrei che, trasformate in sezioni e semplici circoscrizioni territoriali le tante artificiali divisioni esistenti in oggi, non rimanessero che sole tre unità politico-amministrative: il Comune, unità primordiale, la Nazione, fine e missione di quante generazioni vissero, vivono e vivranno tra i confini assegnati visibilmente da Dio a un Popolo, e la Regione, zona intermedia indispensabile tra la Nazione e il Comune, additata dai caratteri territoriali secondarî, dai dialetti, e dal predominio delle attitudini agricole, industriali o marittime. L'Italia sarebbe capace di dodici Regioni incirca, suddivise in Distretti. Ogni Regione conterrebbe cento Comuni a un dipresso, ciascuno dei quali non avrebbe meno di ventimila abitanti. Le suddivisioni parrocchiali o altre da costituirsi in ogni Comune non sarebbero, come dissi, che semplici circoscrizioni territoriali il cui lavoro s'accentrerebbe al capoluogo del Comune; e questa divisione potrebbe forse, come nelle _townships_ del nord degli Stati Uniti Americani, armonizzarsi col riparto delle scuole presso le quali potrebbero accentrarsi i registri civici. Le Autorità Regionali e quelle del Comune escirebbero dall'elezione. Un Commissario del Governo risiederebbe nel Capoluogo della Regione. I Comuni accentrati alla Regione, non ne avrebbero bisogno: i loro magistrati supremi rappresenterebbe a un tempo la missione locale e quella della Nazione. Soltanto il Governo manderebbe di tempo in tempo, a guisa di _missi dominici_, Ispettori straordinarî a verificare se l'armonia fra i due elementi della vita Nazionale si mantenga o si rompa. Ordinamento siffatto spegnerebbe, parmi, il _localismo_ gretto, darebbe all'unità secondarie forze sufficienti per tradurre in atto ogni progresso possibile nella loro sfera e farebbe più semplice e spedito d'assai l'andamento, oggi intricatissimo e lento della cosa pubblica. La piccola provincia, nella quale soltanto la libertà può essere praticamente esercitata e sentita, sottentrerebbe alla grande e artificiale Provincia nella quale possono più facilmente educarsi germi di _federalismo_ e d'aristocrazie smembratrici. Nè per questo scadrebbero le città che hanno ereditato dal passato una vita di metropoli secondaria. Lasciando che la divisione in Regioni darebbe ad esse importanza di Capoluoghi, io non vedo perchè le varie manifestazioni della vita Nazionale, oggi accentrate tutte in una sola Metropoli, non si ripartirebbero, con ufficio simile a quello dei ganglî nel corpo umano, tra quelle diverse città. Non vedo perchè non si collocherebbe in una la sede della Magistratura Suprema, in un'altra l'Università Nazionale in una terza l'Ammiragliato e il centro del naviglio Italiano, in una quarta l'Istituto Centrale di Scienze e d'Arti, e via così. Il telegrafo elettrico sarebbe, in tempi normali, vincolo d'unità sufficiente; e in tempi di guerra o pericoli gravi sarebbe facile l'accentramento. A Roma basterebbero la Rappresentanza Nazionale, il sacro nome, e lo svolgersi provvidenziale dall'alto de' suoi colli della sintesi dell'Unità morale Europea.
Qualunque sia, del resto, per essere il successo del mio o d'altro sistema, questo è certo, che se il paese vorrà avere libertà e vita di Nazione ad un tempo, dovrà da un lato ordinare lo Stato a Potestà Educatrice, e ampliare dall'altro il Comune--se vorrà avere progresso d'incivilimento uniforme, dovrà possibilmente affratellare l'elemento rurale e quello della città--se vorrà educare i suoi figli a dignità e coscienza di cittadini, dovrà nell'ordinamento interno de' suoi comuni, moltiplicare gli uffici, far successivamente partecipi dell'autorità i più fra i suoi membri, chiamar sovente il popolo al pubblico sindacato degli uomini e delle cose, diffondere quanto più può l'Associazione industriale e agricola, e far d'ogni uomo un milite della patria. Sperda Iddio la meschina setta ch'oggi pesa com'incubo sul core d'Italia, e possano gli Italiani, ridesti al senso della loro missione nel mondo, scrivere in tempi non tardi sul Panteon dei nostri Martiri in Roma le due parole simbolo dell'avvenire: Dio e il _Popolo_: Unità e Libertà.
INTERESSI E PRINCIPÎ[86]
I.
6 gennajo, 1836.
V'ha un rimprovero troppo spesso diretto a coloro che, come noi si arrestano volontieri sulle generalità politiche e insistono lungamente sui principî; ed è la poca cura per gli interessi materiali: la tendenza a sacrificare o trascurare il _reale_ per ciò che si è convenuto di chiamare _teorie astratte_.
Ci vien detto: _Voi siete sognatori: a che montano per noi tutte le vostre discussioni di principî, che non possono se non maturare lentamente e che non potete rivolgere se non ad una piccola minoranza d'intelletti? A noi bisognano fatti, e fatti soltanto, in questo momento. Scendete dall'alta sfera nella quale non siamo disposti a seguirvi, e venite sul terreno delle applicazioni; lasciate le generalità; venite ai particolari. Parlate di ciò che si vede, che colpisce i sensi; affrontate la questione degli interessi materiali: pretendereste forse di far progredire le moltitudini con mere astrazioni? Vi è là una gente che muore per mancanza di alimenti; uomini che hanno fame e sete; uomini che non hanno di che coprirsi nell'inverno. Tutte le vostre teorie di politica sociale, di Umanità, di credenza unitaria e religiosa, non li rifocilleranno, non daranno loro di che coprirsi. Palesate apertamente quei bisogni; insegnate al proletario quali sieno i suoi diritti; svelate una ad una le colpe, le ingiustizie, le turpitudini di coloro che li governano; condannate ogni atto del Potere che nuoca ad un qualche interesse, che leda un solo diritto. Lottate, lottate: gridate_ LIBERTÀ _nell'orecchio del Popolo. La reazione è l'elemento del secolo. Dirigetela. Nel mezzo l'atmosfera tempestosa che ne avvolge, nel mezzo alla procella politica che c'incalza e preme da ogni lato, non v'illudete a credere che la vostra parola di pace, la vostra debole voce d'uomini religiosi e compresi d'amore, possa essere intesa. Lasciate stare l'avvenire e la sua fede: il presente richiede ogni nostro pensiero. Consecratevi ad esso, e non venite a tediarci col vostro misticismo e colle vostre credenze spiritualiste_.
Quelli che così parlano sono convinti di annientare colle loro apostrofi i _sognatori_.
E, nondimeno, quegli stessi uomini sono in preda allo sconforto; tacciono o maledicono. Cento volte hanno creduto adempiere il compito loro; e cento volte hanno dovuto rifarsi da capo. Tutto ciò ch'essi dicono, è stato detto: tutto ciò che fanno, è stato fatto; ma sempre inutilmente. Tutta la guerra d'analisi, tutta l'opposizione di _dettaglio_ e d'applicazioni, che oggi ci viene consigliata, ha raggiunto in Francia il suo più alto grado di possibile svolgimento. E a qual punto si trova ora la Francia? È stata travolta di rovina in rovina; dalla Rivoluzione all'Impero; dall'Impero alla monarchia dei Borboni; da Carlo X a Luigi Filippo. Quale profitto seppe trarre da quei cambiamenti? Quale differenza vedete voi fra la censura della prima Restaurazione e le Leggi del settembre che riguardano la stampa?--Le sanguinose piaghe del proletariato sono state snudate. Mille volte si sono contate le vittime della profonda ineguaglianza sociale che è un insulto alla Croce di Cristo. Si sa oggimai quanto sudore e quante lagrime costi al povero il pane del ricco. Il povero stesso, l'operajo è venuto a perorare la propria causa davanti al tribunale dell'Europa atterrita, col suo Atto d'accusa in mano, compendiato in due parole, terribili nella loro energia: _Morte o Lavoro_. Un popolo di operai ha protestato contro l'attuale ripartizione del lavoro; contro l'avidità delle classi privilegiate. Che n'è venuto? Che cosa è stato fatto? Quali rimedî furono tentati? Quali grandi miglioramenti ottenuti?--Al grido di _Morte o Lavoro_ del produttore, la classe speculatrice e improduttiva ha risposto: _Morte_. Il cannone ha tuonato. Tutta quanta l'opposizione, così intrepida, così instancabile nelle meschine guerricciuole d'interessi e di diritti, ha assistito immobile, coll'arme al braccio, alla carnificina. La Francia intera non ha proferito un solo grido che rispondesse al grido d'angoscia degli operai Lionesi.--D'onde ciò?