Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 42
L'aristocrazia mascherata in diverse guise prevalse sempre nei tentativi rivoluzionarî passati: l'aristocrazia, elemento perpetuo di gare e fazioni. Il popolo in cui solo cova l'elemento Italiano, il popolo che anela per propria natura l'Eguaglianza, e ha quindi solo virtù per fondar l'unità, non fu curato mai nè cercato. Però vedemmo in Bologna sorgere germi d'esclusiva supremazia, e suscitarsi quindi una diffidenza nelle altre città dell'Italia centrale; ma furono quelle pretese di popolo?--no: furono pretese di forensi, e di poca gente che sotto l'assisa della Libertà serbava vive le misere ambizioncelle del vecchio dominio. Il Popolo invocava armi e capi che lo guidassero a soccorrere i fratelli di sventura impotenti a levarsi da sè.--Vedemmo Piemonte e Genova ostili per memoria di antica nimicizia fremere l'un contro l'altra sicchè furono detti nemici irreconciliabili; ma quando?--quando da un lato stava una monarchia rapace e ingiusta, dall'altro una aristocrazia gelosa e tirannica, e il popolo era nullo nei due paesi. Ma quando un grido di libertà, comunque fiacco ed inerte, fu pronunciato in Torino e Genova, Genova e Torino s'affratellarono in un voto, in una speranza di Popolo, e a me che scrivo suona ancor dentro l'anima il plauso che giovanetto raccolsi dal popolo Genovese agli uomini del Piemonte che movevano verso Novara--e quel plauso del 1821 lo raccolsero i Piemontesi come pegno di fratellanza che un sol grido di popolo ridesterà--e a quel pegno l'ultimo gemito di LANERI e GARELLI ne aggiunse un più santo e tremendo--e oggi checchè si tenti da un re spergiuro, Genova e Piemonte son uno. Così, fremente la guerra tra il Clero e l'Aristocrazia, tra questa e i popolani, le Città Lombarde si divorarono per due secoli le une coll'altre; ma quando il nome di Repubblica Italiana suonò per quelle contrade, l'incremento dato a Milano non accrebbe, scemò le gelosie locali delle altre città; e quando, sotto il regno d'Italia, confortò gli animi una illusione d'avvenire Italiano, il Veneto, il Romagnolo, il Lombardo, l'Anconitano, vissero nella stessa unità di politica, di leggi, di tributi, di capitale--un terzo d'Italia si confuse in una comune emancipazione, e le relazioni che apparivano prima diverse, emersero a un tratto, e senz'alcun danno, uniformi. Così la politica grida separati per sempre dalla tempra degli uomini, o dalla natura, Piemonte e Napoli--e si mostrarono infatti tiepidi all'unità, quando dodici anni addietro due Principi furono depositarî dei destini italiani; ma date in Napoli una voce di Libertà nazionale--sia voce di popolo, non menzogna di Principe--e udrete quale eco di unità, quai voti di fratellanza rimanderà il Sud agli Stati Sardi. Il popolo ha il segreto dell'unità. Il popolo non guarda a sistemi: non s'illude spontaneo dietro a norme di scuole americane o inglesi: segue il core; va per la via sulla quale lo sprona il soffio di Dio--e il soffio di Dio ha cacciato tale un raggio nella pupilla italiana, il suo dito ha scritto tale una sillaba di fratellanza in ogni fronte italiana, che nè tempi nè risse aizzate nè insidie di Principi stranieri o nostri potranno mai cancellare.--Guardatevi in volto, o Italiani!... Ivi troverete, voi soli, il decreto della futura unità.
Non la realtà degli ostacoli, la sola paura, deità onnipotente ai più tra i politici, crea le difficoltà di ridursi a reggimento unitario.
Pochi anni addietro la repubblica era sogno di pochi che la veneravano nel segreto, e s'ottenevano il nome di utopisti dai molti che la confessavano l'ottima fra le istituzioni a patto di sbandirla dal positivo. Oggi, gli utopisti son gli uomini che s'ostinano a trovare un monarca dove non è materia di monarchia, e rinegano li infiniti elementi repubblicani che vivono potenti in Italia--e se quei pochi non s'arrestassero tremanti davanti a un nome, se il loro voto si aggiungesse al predominante della moltitudine, la repubblica parrebbe transizione naturale agli eredi degli uomini del XII e del XIII secolo, anzichè crisi violenta e pericolosa. L'Italiana Unità apparirebbe opera non solo santa, ma facile, se pel corso di pochi mesi ai vocaboli diversi nelle pagine degli scrittori e nei discorsi dei dotti sottentrasse quell'uno.
Perchè, quali forti cagioni avvalorano in oggi le divisioni tra noi? D'onde deriva la condanna di eterna lite alla quale, secondo i Federalisti, soggiace l'Italia?
Alcuni invocano le razze.
Or le razze tra noi dove sono?--Dove si mostrano predominanti?--In qual punto hanno serbato le loro conquiste?--Su quale palmo di terreno italiano può additarsi oggi ancora il trionfo di una razza straniera?--E per qual via dalle razze potrà dedursi una divisione federativa? La mano di Dio le ha disseminate e confuse in ogni provincia italiana; e dov'è l'uomo che presuma risuscitarle, separarle, e dire ad esse: quella frazione di terreno spetta alla razza Germanica, quell'altra alla Illirica?
Noi concediamo molto alle razze: aggregati di milioni che dispersi serbano quasi un segno, una parola segreta per riconoscersi, che hanno l'impronta d'una missione misteriosa e solenne, e lottano ostinatamente colle influenze straniere di luoghi e d'uomini sino al compimento di quella. Ma quando la missione appare evidentemente consumata, perchè ostinarsi a perpetuarla? Quando l'ire sono spente da secoli, perchè volerle rieccitare dalla polvere del sepolcro comune? Quando la traccia distinta delle razze è perduta, perchè logorare le forze a rintracciarla sotto lo strato uniforme che la ricopre?--In Italia fu il convegno di tutte le razze. Qui sulle nostre terre si raccolsero tutte quasi a congresso, come se nella Penisola dovesse cacciarsi il compendio del mondo; come se l'Italia futura avesse a riunire la vivezza e la spontaneità meridionale colla gravità e la profonda costanza delle razze settentrionali. Vennero mute, ignote, senza nome, senza bandiera, fuorchè quella della distruzione; senza missione, fuorchè quella di ritemprare la razza antica ammollita e di portar seco i semi d'incivilimento caduti quasi a caso dall'albero, ch'esse tutte scesero a scuotere senza poterne svellere le radici. Si confusero tutte dopo un urto potente, si cancellarono insensibilmente senza che alcuna valesse a rimanersi dominatrice; senza che alcuna valesse a resistere all'azione dell'elemento italiano primitivo. Noi le vincemmo tutte. Quando anche gl'Italiani parevano materialmente soggiogati, il _principio_ sopravviveva e conquistava tutti gli elementi che l'opprimevano. Eterno come il diritto romano che si mantenne frammezzo al rovesciarsi dei barbari, il _principio_ italiano logorò poco a poco le razze Greche, Germaniche, Illiriche, Saracene. Uno spazio minore di un secolo ci valse ad assorbire la razza Gota: duecento anni a sottomettere i Longobardi. Vinti e vincitori si fusero in un solo popolo. Le risse si quetarono nella tomba. Nella grande unità romana si operò la fusione delle razze greco-latine: nella grande unità del Cattolicesimo, durante il dramma dell'Impero, quella delle razze settentrionali.--Oggi la missione individuale delle razze in Italia è compiuta. Da tre secoli in quella polvere ov'esse giacciono s'elabora la fusione ultima, decisiva, irrevocabile. Una grande pace si stende su quelle reliquie. Non la turbiamo. Possiamo noi dissotterrare l'ossa dei milioni, e dire a qual razza appartengano?
E di questa lenta, ma sicura fusione, di questo segreto lavoro unitario, le tracce appajono più o meno evidenti nella nostra storia, dal secolo IX in cui incominciarono a sorgere i primi germi delle libertà cittadine sino al XII e XIII, nei quali quasi tutte le terre italiane si ressero spontaneamente e senza accordo fra loro a Comune, e da quei secoli in poi nel fermento intellettuale, che si manifestò quasi a un tempo per tutta la penisola, nel riavvicinamento progressivo dei costumi e delle abitudini, ch'oggi non sono più dissimili tra un Marchigiano e un Toscano di quello siano tra le famiglie Basche, Bretone, Normanne di Francia, e in quella continua lotta che fu combattuta ora aperta or celata fra il Papa e l'Impero, lotta il cui segreto è tutto nella ricerca dell'unità, intorno alla quale gli Italiani sentivano il bisogno di concentrarsi, e la travedevano or nell'uno or nell'altro vessillo.
Noi qui non possiamo diffonderci nell'esame delle epoche storiche che additano questo vero. A siffatta indagine manca il tempo e mancano i libri. Scrivo errante di casa in casa, fuggendo la persecuzione della polizia francese federata colle italiane. Ma da qualunque s'addentri con occhio di filosofo nella nostra storia, verrà scoperta una idea generatrice, anima, vita delle nostre vicende, una tendenza continua all'unità, troppo poco osservata finora.
E s'anche alcune reliquie delle antiche divisioni rimasero nell'Italia del XIX secolo, perchè, pur confessando che il tempo le va struggendo, ostinarsi a farne elemento degli ordini futuri italiani? Perchè, quando tutti deplorano funestissime quelle divisioni, sancirle, riconsecrarle con una legge, anzichè spegnerle a un tratto col decreto energico d'Unità? Il vizio d'accettare ogni fatto, qualunque ne sia l'efficacia, e dargli diritto di cittadinanza contemplandolo come legittimo nella costituzione dello stato, è vizio comune pur troppo a molte legislazioni politiche; non però meno fatale, perchè imprimendo un carattere pressochè incancellabile a quei fatti, tende a perpetuarli, e chiude le vie del progresso. Le leggi di Manou hanno trattenuto e trattengono l'India nella disuguaglianza delle caste, nella schiavitù delle femmine, e nella inerzia; perchè, trovati quei fatti, ne introdussero gli elementi, come immutabili, nell'organizzazione dello stato. Or, vorremo noi, figli del mondo progressivo europeo, introdurre nella politica l'immobilità dell'Oriente?--Le buone leggi guardano all'avvenire. I legislatori non registrano i fatti; ma, dove riescono dannosi, tentano modificarli o distruggerli. Il Potere che regge la somma delle cose in una nazione, non deve trascinarsi stentatamente dietro allo spirito d'incivilimento che la governa; bensì deve promoverlo primo, e antiveggendo il pensiero sociale, inalzarne in alto la bandiera, perchè tutti v'accorrano e lo sviluppino rapidamente. Il pensiero sociale in Italia è l'Unità. Le opposizioni son deboli; e non pertanto anche senza oprare tirannicamente, violentandole, v'è mezzo di soddisfare, quanto esigono, ad esse colla libertà di comune e di municipio. Ma se i futuri Legislatori d'Italia confessassero mai invincibile, ordinando le Federazioni, il fatto--se pur è fatto--delle divisioni, avranno preparato nuove risse e sangue e pianto e un secondo medio evo all'Italia, se non prima un nuovo servaggio comune.
II[78].
Lo scritto che precede non fu compito, nè oggi, s'io guardassi unicamente al presente, importerebbe compirlo. Il fatto m'ha dato ragione e ha confutato in modo da non ammettere discussione i dubbî dei _federalisti_. La potente unanime voce del popolo d'Italia ha dichiarato ai letterati teorizzatori che la nostra _utopia_ di trenta anni addietro era intuizione profetica de' suoi bisogni, delle sue aspirazioni, della sua vita segreta, del suo avvenire. Libero una volta del proprio voto, il popolo ha sciolto il problema e s'è chiarito _unitario_ a ogni patto: s'è chiarito tale nelle circostanze più sfavorevoli, sagrificando all'intento l'esercizio d'ogni altro suo dritto, vincendo con insistenza mirabile davvero le paure e i tentennamenti della monarchia, resistendo alle seduzioni colle quali l'alleato straniero e gli atterriti o compri sostenitori d'ogni suo consiglio tentarono travolgerlo in disegni di confederazione che lo condannerebbero a debolezza perpetua. Il giudizio del paese dovrebbe dunque esimermi dall'aggiungere oggi pagine a pagine.
Ma davanti allo sgovernar sistematico d'una setta d'uomini che, increduli sino a ieri d'ogni possibile attuazione dell'Unità Nazionale, son oggi chiamati dalla monarchia a governarla; davanti alla inetta pertinacia colla quale quelli uomini tentano sostituire all'espressione invocata della vita Nazionale _collettiva_ l'espressione data più che imperfettamente tredici anni addietro alla vita d'una piccola frazione d'Italia, il giudizio del paese può, non dirò retrocedere alla vecchia condizione di cose, ma vacillare pericolosamente sulla via che l'istinto della missione Italiana gli addita. La Nazione è un _fatto nuovo_ che non può trovare la propria espressione se non in un PATTO NAZIONALE dettato da una Costituente Italiana in Roma, in un ordinamento di armi cittadine da un punto all'altro del paese, in una politica italiana emancipata da tutte protezioni e ingerenze straniere, in una guerra arditamente impresa con un intento Europeo pel Veneto, e in un Governo, non di consorteria, ma di popolo, senza esclusione fuorchè degli avversi all'Unità della Patria. Se chi regge s'ostina a contenderci siffatte cose, avremo crisi e riazioni inevitabili di popolazioni deluse. Importa che in quelle crisi non corra rischio d'andar sommersa l'immensa conquista dell'Unità. Importa che l'idea s'addentri di tanto nel popolo da immedesimarsi colla sua vita ed escire più splendida di potenza e di fede da ogni rivolgimento d'eventi.
L'Unità era ed è nei fati d'Italia. Ad essa, come a intento supremo, accenna--fin da quando il germe della nazionalità Italiana fu cacciato dalle tribù Sabelliche nella regione Abruzzese tra le nevi del Majella, il Gran Sasso d'Italia, _umbilicus Italiæ_, e l'Aterno--il lento ma continuo e invincibile moto della nostra Civiltà: lento come quello che doveva tra via, prima di giungere a fondar la Nazione, conquistare due volte il Mondo; ma continuo d'epoca in epoca attraverso la lotta dell'elemento popolare contro tutte aristocrazie straniere e domestiche, e invincibile davvero dacchè nè le religioni mutate nè le invasioni di tutte le genti d'Europa nè lunghi periodi di barbarie e rovina valsero ad arrestarlo. La storia del nostro _popolo_ contiene il segreto della storia d'Italia e del nostro avvenire e avrebbe rivelato ai nostri scrittori e agli uomini politici che in Europa s'affaccendarono intorno alle cose nostre il fine ineluttabile, verso il quale tutte le vicende spingevano la gente italica. Ma chi fra gli storici d'Italia tentò rintracciare e descrivere la vita del nostro popolo? Machiavelli stesso fallì, fra i nostri, all'impresa, nè ci verrebbe fatto desumere dalle sue pagine le condizioni relative del popolo ch'ei descrisse paragonate a quelle del periodo anteriore. A Sismondi, unico che meriti nome tra gli storici stranieri di cose nostre, non valsero le tendenze democratiche nè i lunghi pazienti studî: ei tessè più ch'altro la storia delle fazioni, delle ambizioni, delle virtù e dei vizî delle famiglie illustri d'Italia, senza indovinare il lavoro di fusione--intravveduto ma accennato appena a rapidi tocchi da Romagnosi--che si compiva tacito senza interruzione nelle viscere del paese. Però, l'animo profondamente italiano di Machiavelli proruppe in un grido d'Unità, ma senza speranza fuorchè dalla dittatura d'un principe; Sismondi, non italiano, si rassegnò disanimato a una impossibilità che non era se non apparente, e scritta l'ultima pagina della sua storia, dichiarò _utopia_ l'Unità. «Come mai in una contrada dove ogni pubblica discussione è oggi vietata, dov'è chiusa la via a ogni pubblica celebrità, l'elezione popolare sceglierebbe gli uomini ai quali dovrebbe essere affidata la sovranità? Come sperare che i cittadini del più grande numero dei piccoli Stati italiani si rassegnino a sceglierli, se pur deve ottenersi una maggioranza reale, fra i cittadini d'altri piccoli Stati, dov'essi non vedono che stranieri e rivali? Come possono i fautori dell'Unità ideare che le gare e le diffidenze esistenti fra tanti Stati indipendenti siano dimenticate, non solamente da pochi pensatori dominati dall'entusiasmo, ma dalla moltitudine alla quale i proprî ricordi, gli affetti, i pregiudizî parlano più eloquenti che non i loro freddi ragionamenti? E come non prevedono che tutte le antipatie locali riarderebbero irresistibili appena una legislazione generale tenterebbe decidere intorno a questioni giudicate diversamente dalle varie popolazioni italiane?[79].» I plebisciti del 1860 e le elezioni che dall'estrema Sicilia rintracciarono, nell'anno in cui scrivo, parecchi tra i rappresentanti nell'estremo nord, hanno sciolto il nodo. Ma nè storici letterati, nè cospiratori da noi in fuori, nè i chiamati a dirigere le insurrezioni, nè i viaggiatori dilettanti scendenti in Italia a contemplarvi dipinti antichi e imbeversi di melodie, nè i poeti ai quali una scintilla di vita in Italia avrebbe rapito la bella imagine d'una Nazione scesa nel sepolcro per sempre, sospettavano trenta o quaranta anni addietro il fatto generatore d'ogni nostro progresso _che il popolo d'Italia s'era a poco a poco sostituito a tutti elementi parziali, soggiogando, assorbendo ogni influenza di razza e di casta_. Or dove il popolo d'una nazione siede elemento dominatore, l'Unità--purchè la Libertà abbia tempio inviolabile nel Comune--è certa, infallibile. Le aristocrazie sole mantengono lo smembramento, come quelle che più facilmente primeggiano in zone anguste, sulle quali la tradizione avita splende di luce potente e l'autorità dei possedimenti s'esercita diretta e sentita nei buoni siccome nei tristi effetti.
«Sismondi[80]--e ne parlo insistendo, perchè ei rappresenta tutto un ordine di scrittori che desunsero l'avvenire da un passato superficialmente inteso--uomo d'ingegno, di dottrina, e d'onesta fede, storico sincero sempre, talora profondo, più spesso scettico e incerto, tentennante fra dottrine diverse e governato dai fatti quali nelle apparenze si mostrano anzichè potente a interpretarli e ordinarli dall'alto della legge che li produce, non indovinò il fatto generatore al quale ho poc'anzi accennato. Le repubbliche italiane, delle quale ei ci narrò con amore la storia, lo incatenarono a sè. Cacciato dal suo soggetto a vivere lungamente tra le sempre rinascenti contese delle città italiane, tra le guerre che per seicento anni si mossero Guelfismo e Ghibellinismo, ei non seppe staccarsene, s'immedesimò con quei vecchi combattenti del medio evo e smarrì con essi la facoltà d'intendere il presente e presentire il futuro. Era mente analitica, incapace di sintesi: diseredato quindi d'una metà degli elementi intellettuali che fanno lo Storico, ei descrisse mirabilmente la parte esterna di quelle contese, ma senza intenderne il significato, senza intendere ciò che esse veramente rappresentavano o le loro inevitabili conseguenze. Non vide che il Papato e l'Impero erano solamente pretesto e simbolo visibile ad esse, ma che la loro vera cagione stava nella crisi segreta di fusione interna dalla quale l'Italia andava procacciandosi una eguaglianza d'elementi avversa al privilegio, alle caste, al federalismo. Una falsa dottrina filosofica spingeva fatalmente Sismondi verso il materialismo storico del secolo XVIII; e quando ei vide spegnersi tutto quel tumulto di fazioni e i due giganti della lotta, il Papa e l'Imperatore, inchinarsi siccome stanchi l'un verso l'altro e segnare sul cadavere di Firenze una pace della quale Cambrai avea stabilito i preliminari, ei mormorò mestamente a sè stesso: _questa è la morte d'Italia_.
«Era soltanto la morte dell'Italia dell'evo medio, delle sue ineguaglianze di razze e di civiltà, delle sue interne discordie, del suo dualismo; la morte d'un'Epoca che lasciava schiuso il varco ad un'altra; la cui grandezza dovea calcolarsi dalla sua lunga e faticosa iniziazione. Il fatto stesso di quell'alleanza tra due poteri fino a quel giorno irreconciliabili avrebbe dovuto insegnare allo storico lo sviluppo d'un terzo principio che li minacciava ambedue e ch'essi non si sentivano, separati, capaci di combattere e vincere.
«E seguendone la vita latente, egli avrebbe veduto quel terzo principio conquistarsi più sempre potenza in quel periodo che gli osservatori superficiali chiamano di degenerazione e d'inerzia. Perita la libertà delle città, il lavoro egualizzatore proseguì più che mai attivo e fecondo, latente perchè dalla superficie era trapassato al core della Nazione, ma rivelato, quasi per getti vulcanici, dai moti di Genova nel 1746, di Napoli nel 1647 e più dopo nel 1799, moti tutti di popolo. E nondimeno, tre secoli della nostra storia rimasero muti e privi di senso a Sismondi. L'assenza d'ogni manifestazione visibile di progresso gli parve a torto negazione di progresso. Colla caduta di Firenze ei vide conchiusa la storia d'Italia; e quando gli vagavano per la mente imagini d'una Italia vivente, ei le giudicava colle norme desunte dallo studio dei Guelfi e dei Ghibellini. Quindi i suoi terrori, simili a quelli coi quali dimenticando Sarpi, Venezia, Leopoldo, tutto il decimo ottavo secolo e il materialismo francese anche di soverchio invadente, ei travedeva ne' suoi ultimi anni, in virtù di ricordi e fatti isolati, onnipotente il Cattolicesimo.
«Agli uomini i quali, come Sismondi, s'atterriscono del riapparire probabile delle razze diverse in Italia, io vorrei chiedere d'indicarmi su questa terra dove le razze non cessarono mai dal primo loro apparire di frammischiarsi, di confondersi e assimilarsi, una sola zona nella quale una sola d'esse in oggi predomini; vorrei m'additassero una sola diversità fra gli Italiani lombardi, romani, napoletani, che non possa additarsi in Francia, omogenea fra tutte le nazioni, fra gli uomini dei Pirinei, della Bretagna, della Normandia e della Provenza. Tra noi le rivalità cessarono colla guerra. Trecento anni di oppressione comune hanno dato a tutti noi condizioni identiche di vita e di morte. Esistono in Italia elementi pel Comune, associazione naturale, non per le aggregazioni artificiali di Stati e Provincie.
«Per una apparente contradizione perfettamente spiegata dalla vanità compagna inseparabile della mediocrità, la diffidenza e le gare rivali, alle quali accenna paurosamente Sismondi, s'agitano talora tuttavia irrequiete fra i semi-pensatori politici e letterarî ai quali l'Italia va debitrice d'influenze e di scuole straniere e che stendono sulla nazione uno strato superficiale oltre il quale pochi s'addentrano: in essi almeno vive una tendenza ad ammettere siccome reali e ingigantir quelle gare. Il popolo le ignora. I sistemi di governi corrotti fondati sul terrore e sullo spionaggio, l'irritazione generata dai lunghi patimenti, l'assenza d'educazione e d'interessi politici collettivi e gli stimoli d'una _individualità_ più che altrove potente, hanno creato e mantengono nelle nostre moltitudini abitudini facilmente sospettose, pronte alle subite riazioni e a diffidenze pericolose. Ma s'altri travedesse nelle piaghe dell'_individuo_ germi di _federalismo_, convertirebbe in provincie gli uomini. Quei vizî si sfogano tra gli abitanti, tra le classi, tra i quartieri di _ciascuna_ città; di rado s'alimentano di città in città; riescono invisibili tra provincia e provincia. Il bisogno d'una attività indipendente e la sovrabbondanza di vita che caratterizzano in Italia l'individuo e la civica corporazione alla quale egli naturalmente appartiene, daranno al Genio legislatore lo stromento opportuno a proteggere la libertà contro le usurpazioni d'un soverchio concentramento amministrativo, ma non possono creare la necessità di larghe divisioni politiche, nè la crearono mai. Diresti i fautori del _federalismo_ provinciale incapaci d'avvertire a due fatti elementari della nostra storia, che gli Stati nei quali visse per trecento e più anni divisa l'Italia non emersero spontanei da voto o tendenze speciali dei popoli, ma furono creati dalla diplomazia, dall'usurpazione straniera o dalla violenza dell'armi:--che non esce dalla nostra storia quasi mai prova di formale definito antagonismo tra provincie e provincie. Le spade cittadine non segnarono mai i loro confini. Le nostre guerre, quando non furono, come dice Dante,