Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 41

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Il primo esempio di federazione che ci s'affaccia nel mondo europeo moderno, è la Svizzera: la Svizzera, federazione di fatto, di necessità, d'aggregazioni successive, che nessuno sceglierà mai a modello d'organizzazione politica; la Svizzera, terreno neutro, che la mutua gelosia delle grandi potenze salva dalle usurpazioni straniere ogniqualvolta l'equilibrio europeo turbato non trascini con sè la invasione: la Svizzera, associazione d'elementi eterogenei, composta di Cantoni d'indole, di religione, di politica, di credenze diverse, complesso di tutte le forme d'istituzioni aristocratiche, popolari, monarchiche[72]--che non ebbe se non un secolo bello di pace, il XIV--ch'oggi nel moto d'eventi che incalza l'Europa, sente evidentemente il bisogno di avvicinarsi all'unità, o la condanna a rodersi di anarchia. E so che taluni fra i politici--quelli appunto che gridano alto contro le utopie dei repubblicani unitarî--tennero e forse tengono tuttavia la Svizzera come un soggiorno di beati e pacifici abitatori, e predicano la innocenza e la purità del costume e le abitudini pastorali e patriarcali che regnano sulle balze elvetiche e le proteggono dalle ambizioni, dalle risse e dalle corruttele europee. Dov'essi travedano cotesta Svizzera non è facile risaperlo; forse negli idillî di Gessner. Pur se anche innocenza e semplicità prevalessero tra gli Svizzeri, non sarebbe frutto del reggersi a federazione, bensì di cagioni inerenti ai luoghi, all'educazione, alla povertà naturale. Ma io scorrendo la storia[73] veggo la Svizzera campo di guerre e stragi fraterne per intolleranza religiosa in un secolo, per pretese di aristocrazia in un altro, e sempre per raggiri dei gabinetti stranieri influenti nei consigli e nei varî governi. E guardando al suo patto, lo veggo ineguale ai bisogni, impotente a crear la concordia, e violato sempre all'estero ed all'interno--e mentre il patto conteneva solenne divieto ai cantoni di stringere alleanze straniere senza il consenso di tutti, veggo i cantoni ligi sempre delle potenze straniere collegarsi or coll'Austria, or colla Francia, or colla Spagna e or con Venezia senza pur chiedere il consenso voluto--e mentre ogni cantone cercava provvedere unicamente alla propria gloria e al proprio incremento a dispendio della intera confederazione, il timore solo dell'ambizione e della potenza dei principi tenerli uniti, e superato il pericolo, rotta immediatamente la unione--e la Svizzera forte a principio dell'altrui debolezza, la Svizzera repubblicana decadere rapidamente, quando tutte le monarchie ingigantirono nelle armi e nei mezzi--e odo la veneranda voce di Giovanni Muller dichiarare che la intenzione d'occuparsi in un trattato sul mantenimento della libertà nella Svizzera gli sarebbe tornata inutile, dacchè quanto aveva veduto gliene dimostrava l'_impossibilità_[74].--Però l'esercito repubblicano francese, malgrado alcuni fatti di resistenza ostinata, soggiogò in brev'ora la Svizzera. L'onnipotente unità ruppe la mal legata federazione. Poi se Napoleone riconobbe nell'atto di mediazione del 1803 l'indipendenza dei Cantoni, non fu perchè ei riconoscesse una suprema necessità o la eccellenza delle forme federative, ma perchè Napoleone voleva fondare il dominio universale francese sull'altrui debolezza; perchè le confederazioni ch'ei piantava all'intorno porgevano alla Francia occasione di protettorato, e, occorrendo, pur di dominio: perchè pronunciando a Sant'Elena che _la Italia sarebbe_, rifiutò pur di crearla, paventandola fatale alla Francia. Ma il trarre partito a favore del sistema federativo dal progresso che s'ebbe la Svizzera nei dieci anni durati sotto l'impero dell'atto di mediazione, varrebbe lo stesso che voler desumere un argomento a danno dell'unità dalla condizione infelicissima della Svizzera durante l'unità statuita dalla francese repubblica. L'unità elvetica statuita violentemente coll'armi, e armi straniere, durò brevissimo tempo: e quel tempo fu segnato di oltraggi, di angherie, di dilapidazioni, conseguenze inevitabili d'ogni intervento straniero; poi fu tempo di guerra continua, di guerra atroce che trasse sull'arena svizzera le forme russe e le teutone e le francesi. Ma i beneficî che vennero nei dieci anni alla Svizzera non furono conseguenza dell'atto di mediazione, non dell'indipendenza data ai Cantoni; bensì della libertà data al popolo, dell'emancipazione dei villici costituiti in eguaglianza di diritti coi cittadini, delle leggi proibitive soppresse. Escirono dalla libertà, non perchè libertà dei popoli confederati, ma malgrado gl'inciampi che la federazione frappone allo sviluppo della libertà. Il solo effetto che dalla federazione venne allora alla Svizzera fu la ineguaglianza di quello sviluppo d'incivilimento nei diversi Cantoni, ineguaglianza che perpetuò i semi della discordia, viva or più che mai in quella contrada. Venne infine il patto del 1815; e intorno a questo i fatti parlano in oggi abbastanza chiari, perché s'abbia a parlarne da noi.

Poi,--e questa è secondo noi differenza essenziale--le circostanze che formarono la confederazione Svizzera furono totalmente diverse da quelle che presiederanno alla nostra rigenerazione. Nella Svizzera l'associazione crebbe col tempo e colle cagioni che emersero a distanze considerevoli. Solamente dopo la giornata di Morgarten, trascorsi quindici anni dalla prima lega di Schwitz, Uri ed Unterwald, Lucerna si accostò ai tre cantoni: poi Zurigo, poi Glaris, poi Zug e Berna nel secolo XIV: poi Soletta e Friburgo; e nel XV Sciaffusa e Basilea; e nel XVI, duecento anni dopo quel primo nucleo, Appenzell. Noi sorgeremo, a un tempo, nella fratellanza dei pericoli e dell'intento, nell'entusiasmo comune, nella fusione d'una guerra molteplice, universale.--I fatti creavano la federazione svizzera: tra noi non sarebbe che arbitrio di volontà.

Nel 1579 la lega d'Utrecht cacciò il germe d'un'altra federazione in Europa. Un vincolo strinse l'Olanda, la Zelandia, la Frisia, Utrecht, la Gheldria e Over-Yssel. Groninga e le provincie unite crebbero e fiorirono prospere e potenti nel secolo XVII: nel secolo XVII, quando la politica europea era nell'infanzia, quando unità vera, libera, popolare non era da trovarsi in Europa e lo stringersi a federazione conteneva tanto omaggio al bisogno d'unione quanto oggi ne conterrebbe il concetto unitario: sofferta la dominazione di Carlo V e la tirannide di Filippo II, uomini di potere unico e concentrato all'estremo: dopo una lunga e sanguinosa rivoluzione che dovea per legge di tutte rivoluzioni fomentare l'istinto del popolo a crearsi uno stato contrario in tutto all'antico: in un paese che la configurazione geografica, l'isole, le lagune e le paludi disseminate nella Frisia, in Groninga, nell'Over-Yssel e nell'altre contrade invitavano all'ordinamento federativo: tra popoli che le abitudini frugali, economiche, operose e dedite esclusivamente al commercio, salvavano da molti dei pericoli che ci minacciano, e facevano idonei a qualunque forma di reggimento, tranne alla tirannide. E son ragioni da porsi a calcolo tutte. Pur, quando venne il momento di levarsi contro la Spagna e riconquistare l'Indipendenza, quelle provincie sentirono un bisogno d'unità e si annodarono attorno a un capo. Gli Orange costituivano nella realtà un vero centro. Ma da quello in fuori, l'ordine federativo era l'unico conveniente in allora alle provincie unite, l'unico che non contrastasse all'elemento in quelle predominante, e chi ricerca le cagioni che dan moto alle istituzioni, e ne trova di particolari, non dovrebbe affrettarsi a desumere assiomi o teorie generali politiche. L'aristocrazia era elemento prevalente in Olanda: l'aristocrazia che l'unità logora e annienta, la federazione rispetta e blandisce. Popolo, nel vero senso, non era. Le moltitudini avevano cercata libertà di credenza religiosa, economia nelle amministrazioni, protezione e sviluppo al commercio--e l'ebbero; ma da questo in fuori null'altro. Gli interessi comuni ai governati e ai governanti, procacciarono ai primi buoni magistrati, tribunali equi e incorrotti: vantaggi di fatto, non guarentigie di diritto: beneficî civili, non prerogative politiche. La costituzione, buona in quanto s'adattava a quelli elementi, pessima in sè, non contemplava la massa della nazione: riconosceva un'aristocrazia ereditaria, era essenzialmente oligarchica. Però l'istituzione federativa esciva spontanea dalla necessità di dare sfogo alle diverse aristocrazie, dal pericolo di ridarle alla ribellione volendo pur soffocarle tutte in un solo centro potente. Ma tra noi, l'elemento aristocratico è tale da determinare una forma di reggimento? Le condizioni sociali ammettono oligarchia? I ventisei milioni di cittadini sfumeranno davanti all'influenza ereditaria d'un picciol numero di famiglie? o faticheremo noi a fondare un'aristocrazia--dacchè in Italia aristocrazia, come elemento sociale, non esiste--unicamente per essere tratti da quella alla necessità d'un governo federativo?--Ipotesi assurde tutte, pure a chi volesse dall'esempio delle provincie unite trarre un argomento a favore d'una federazione italiana, sarebbe forza l'ammetterle. Noi vogliamo libertà, libertà di popolo, libertà durevole, libertà eguale per tutti, libertà di fatto e di diritto--e questa sola pretesa caccia l'immenso tra noi, tra l'Italia futura e l'Olanda del secolo XVII. La prosperità dell'Olanda, la potenza a cui salì, non vennero dalla federazione, ma dal commercio: dal commercio, nervo, forza, vita di tutte le Provincie collegate: dal commercio che anche i capi facevano, ed erano quindi costretti a promovere; dal commercio che fioriva e dava predominio europeo a quelle città anche anteriormente alla federazione[75]: dal commercio che cadde, viva la federazione, quando l'Inghilterra e la Francia accrebbero il loro, quando le guerre durate dalle sette provincie indussero aumento nelle tasse e nel debito pubblico, quando il monopolio prevalse nel commercio dell'Indie. Prosperità e rovina delle Provincie unite derivano da cagioni evidentemente indipendenti dal vincolo speciale che le stringeva. Dalla federazione scesero ben altri effetti che quelli dei quali or parlammo: scesero i germi della disunione, poc'anzi operata: scesero le debolezze dell'Olanda davanti alle potenze straniere: scese insomma, che l'indipendenza delle Provincie Unite, riconosciuta nel 1609, fosse pressochè nulla, e servile all'influenza francese poco più di mezzo secolo dopo, all'epoca della pace di Nimegue.

Scendiamo all'epoca nostra. Scendiamo--poichè i passati non giovano--agli esempî nuovi, o meglio all'unico esempio su cui s'appoggiano i federalisti. Certo: la Confederazione Germanica non ha di che indugiarci per via. Per quel cumulo inordinato di trentasei o più Stati, il vincolo federativo non è solamente un vincolo debole o difettoso; è un'illusione comprata a prezzo di sangue, e che sfumerà nel sangue; è un'opera di stolta perfidia eretta dalla Santa Alleanza a serbarvi, ov'arte umana potesse, il fantasma gotico dell'evo medio; è un regolamento militare, una istituzione di polizia ordinata a profitto di due sole potenze, che forse dovranno un dì o l'altro sbranarsi sul campo medesimo, ov'oggi dividono i frutti della tirannide. Dei governi e dei popoli che si dibattono sotto quel vincolo convertito in catena, i primi cozzano, poichè coll'armi non possono, colle dogane, colle leggi proibitive, cogli ostacoli alla navigazione su fiumi, colla diversità di moneta, di pesi e misure--i secondi s'affratellano tacitamente e cacciano i germi della futura unità in Hambach, e le prime linee del programma repubblicano in Francfort.

Chi desume dalle repubbliche confederate degli Stati Uniti un argomento generale a favore del sistema federativo, non pensa che dei due vizî inerenti, secondo noi, ad ogni federazione, debolezza al di fuori e aristocrazia inevitabile presto o tardi al di dentro, il primo è nullo in America, ricinta com'è dall'Oceano e secura a un dipresso dagli assalti stranieri--l'altro, se pur non comincia a esercitarsi, come noi crediamo, negli Stati Uniti, ha bisogno di tempo lungo per manifestarsi evidente e ostile alla libertà. L'aristocrazia di conquista si forma a un tratto nel riparto delle terre. Ma dove non esce da quella cagione, si forma lenta e a gradi sia coll'oro accumulato di padre in figlio, sia colla trasmissione del suolo entro dati confini e delle influenze locali che si concentrano a poco a poco nelle famiglie potenti. Due generazioni corsero dall'indipendenza dichiarata, e due generazioni non son troppe a fondare un'aristocrazia in un popolo giovine, non guasto da corruttele, lontano dai raggiri d'aristocrazie e tirannidi confinanti, e sorto di mezzo ad una lunga e popolare rivoluzione. Ma noi siamo guasti, invecchiati nelle abitudini del servaggio, circondati da nemici potenti d'odio e d'astuzie, e s'oggi aspiriamo--e riesciremo--a _ringiovanirci_, le abitudini della vecchiaia veglieranno gran tempo ancora a rinconquistarci, ove per noi si lasciasse un varco schiuso a quelle abitudini.--Così siam noi: così è tutta Europa; nè l'aristocrazia di finanza ha richiesto in Francia due generazioni per sottentrare a quella del sangue.

Ma chi tenta applicare l'esempio desunto dagli Stati Uniti più specialmente all'Italia, viola ogni legge d'analogia, travede condizioni uniformi dove non sono, dimentica storia e topografia. A non guardar che alla carta dei due paesi, a paragonare una superficie di 1,570,000 miglia quadrate ad una di 95,000 al più, sorge naturale l'inchiesta, qual relazione esista tra l'immensa estensione che comprende quasi un intero continente re dell'oceano, e la penisola mediterranea Italiana. Chi direbbe che i due terzi, o quasi, d'Europa potessero formare una sola repubblica?--o chi vorrebbe dalla impossibilità dell'ipotesi dedurre che la ventinovesima parte d'Europa nol può?--proposizione stranissima, e che lo diventa più sempre se il guardo, scorrendo le due superficie, trovi la prima seminata di laghi vastissimi e d'immensi deserti, l'altra di laghi incomparabilmente minori, e popolata non interrottamente di città. Certo; qualunque sia per essere nel futuro il destino delle attuali repubbliche, gli Stati Uniti han terreno per molte repubbliche unitarie equivalenti l'Italia. Ma le ventiquattro che oggi compongono la confederazione dell'America settentrionale sorsero a un tempo?--ebbero condizioni identiche, perchè dove la vastità delle terre non avesse posto un ostacolo, potessero confondersi in una?--In altri termini la scelta del reggimento federativo fu scelta libera, o voluta da prepotenze di cose? Noi vedemmo l'ordinamento federativo trascinato dall'impero dei fatti nella Svizzera e nell'Olanda. Noi vediamo lo stesso impero esercitarsi sulla confederazione degli Stati Uniti. Le colonie che li compongono, sorsero successivamente a tempi diversi, per emigrazioni determinate da varie cagioni. Differirono di credenze religiose. Differirono di governo. Rimasero per molto tempo inegualmente sottoposte all'influenza dell'Inghilterra. Alcune avevano governatore e consiglio da Londra: altre governatore soltanto: d'alcune, all'epoca della rivoluzione, non fu bisogno di mutare che un nome, tanta era la libertà che in virtù di Carte concesse dal governo godevano. Rhode-Island si regge tuttavia colla costituzione accordatale da Carlo II: Connecticut non la mutò che pochi anni addietro, nel 1818. Ma per l'altre fu questione di libertà interna ed esterna ad un tempo. Alle opposizioni derivate dai climi, dalle condizioni del suolo, dalle abitudini, si aggiunsero le importantissime delle origini e delle interne risorse. La popolazione degli Stati del Nord è somministrata nella più gran parte dall'Inghilterra; quella degli Stati meridionali dai nativi della contrada, discendenti dei primi coloni. Le piantagioni del Sud vivono dell'opera degli schiavi: le opinioni religiose tendono invece all'emancipazione nel Nord, e vietano gli schiavi alla Nuova-Inghilterra. E tutte queste differenze durarono nella loro azione anche dopo consumata in comune la grande opera dell'indipendenza--e fu forza piegare davanti alle rivalità degli Stati edificando per le sedute del congresso una città neutra--e durano tuttavia, non aspettando a insorgere pericolose che un'occasione. E udimmo non è molto nella Carolina suonare alto il principio: _che la sovranità popolare genera in ogni Stato confederato il diritto di rinunciare ai beneficî ed ai carichi dell'associazione, e ritrarsene, quando il proprio vantaggio lo imponga_: principio che basta l'aver gittato perchè fermenti, e si riproduca più tardi: principio che a noi sembra d'una verità incontrastabile, e racchiude perciò il più forte argomento possibile contro il vincolo federativo applicato a paesi che debbono e vorrebbero starsi uniti in perpetuo.

Ma tra noi--ripetiamolo anche una volta--dove sono le differenze che accennammo pur ora?--Travagliati dalla stessa vicenda, educati nei bei secoli a glorie comuni, a libertà uniformi, poi a comune servaggio, oppressi--nessuna provincia eccettuata--da una stessa tirannide, soggiacenti a bisogni eguali, quali tra le cagioni che vietarono all'America l'unità la vietano a noi?--È pur forza dirlo, o ritrarsi. È pur forza scendere, rinunciando alle fallacie degli esempî sul terreno italiano.

* * * * *

Quali sono in Italia gli ostacoli che si allegano insuperabili all'unità?

Tralasciamo l'affermazione gratuita di chi contende non essere possibile una repubblica in esteso terreno. È pregiudizio trapassato per autorità d'uno in altro, senza esame di prove. Come una repubblica non possa ordinarsi dove una monarchia costituzionale lo può--come, serbato il potere legislativo al concilio nazionale, l'autorità esecutiva trasportata da un capo ereditario a uno elettivo e a tempo, induca impossibilità d'esistenza, non è facile intenderlo. Se in oggi per noi si trattasse d'una repubblica foggiata all'antica dove il popolo tutto quanto fosse chiamato a discutere le proprie cose, forse i limiti prescritti da Rousseau ci parrebbero vasti troppo[76]; ma la repubblica moderna, la repubblica rappresentativa, la repubblica nella quale il popolo opera per mandatarî, non presenta difficoltà che non siano comuni alla monarchia temperata, e meritino di essere combattute.

Tralasciamo egualmente gli argomenti dedotti dal clima vario in alcuni punti. Oggi il termometro non è norma che valga alla scelta delle istituzioni. E so che a taluno--nel XIX secolo--è piaciuto scrivere: _le assemblee deliberanti non convenire ai climi meridionali_; ma chi badò a quell'uno? La libertà è cittadina di tutte le zone, nè lo sviluppo morale intellettuale dei popoli concede ormai più predominio alle cause fisiche. Le differenze di clima in Italia son poche: non maggiori di quelle che s'incontrano altrove in paesi retti da un potere centrale monarchico; e siffatte diversità, ove valessero, varrebbero contro ad ogni concentramento, se monarchico o repubblicano, non monta[77].

La divisione, lo spirito di discordia che si rivela per entro alla Storia come elemento contrario alla Italiana unità, _forse_ affatica tuttavia, più che non vorrebbero i tempi, le menti italiane, è l'unico argomento potente che gli uomini del _Federalismo_ invochino. _Forse_ abbiam detto: perch'è pur necessario, a chi non vuol vivere di passato, intravvedere nel primo fatto italiano la fine di queste discordie. Fremevano fieramente un giorno in Italia attizzate dagli Imperatori e dai Papi, alimentate dalla potenza che fa gelosi e audaci. Garriscono in oggi triviali e impotenti nelle pretese di aristocrazie semispente e nelle invidiuzze d'accademie e pedanti, ai quali la propria città--se non la sala ove si radunano--è troppo vasto universo. Ma la prima voce di generoso che susciterà i fratelli all'opre del braccio--il primo battere di tamburo che chiamerà gl'Italiani all'insurrezione nazionale, sperderà quel garrito; nè la potenza rinata varrà a risuscitare gli sdegni; perchè sarà potenza conquistata col sangue di tutti nelle guerre di tutti, per l'emancipazione di tutti;--potenza non di una o più città; ma d'uomini di tutte terre italiane, armati contro un nemico comune, raccolti sotto una comune bandiera. Manca un vessillo alla divisione. Papi e Imperatori sono spenti. La tirannide lunga e i delitti hanno logorato quella potenza che li costituiva capi di parte, e traeva volontaria dietro alle loro insegne una metà d'Italia. Manca un vessillo alla divisione, e consunta l'efficacia di quei due simboli, chi sorgerà in loro vece?

Chiedetelo al voto che emerse spontaneo, e tu represso dalla sola codardia dei governi, nella insurrezione del 1821 dal moto delle moltitudini.

Chiedetelo al fremito della gioventù che indarno i tirannetti d'Italia tentano spegnere--della gioventù serrata, dall'Alpi al mare, a una lega, diciamolo pure altamente, invincibile--della gioventù che s'oggi ancora si svia talvolta dietro a nomi e simboli varî, non cede che al bisogno prepotente di moto che l'affatica, ma sorgerà forte di concordia e d'unità indissolubile, ove una bandiera Italiana s'inalzi di mezzo a' suoi ranghi.

Chiedetelo alla storia d'Italia, guardata filosoficamente, e dall'alto de' suoi destini.--

Da quel voto, da quel fremito giovanile, dalla storia d'Italia, esce una risposta assoluta:

IL POPOLO!

Il _popolo_: terzo _principio_ che s'è lentamente inalzato sulle rovine di quei due, ghibellino e guelfo, nordico e meridionale, rappresentati dall'Imperatore e dal Papa, e condannati a rodersi l'un l'altro, finchè s'estinguessero in una comune maledizione--il _popolo_ che non fu mai guelfo nè ghibellino, ma concedendo il braccio e il sangue ora all'una or all'altra bandiera, dovunque lo chiamava l'istinto che lo sprona allo sviluppo progressivo e all'Eguaglianza, imparava ad abborrir l'una e l'altra--il _popolo_ che come il carroccio, simbolo santo della Patria Italiana, movea lento attraverso le rivoluzioni e le guerre, ma era sicuro di giungere alla vittoria--il _popolo_ è d'ora innanzi solo dominatore in Italia e nella sua grande unità si spegneranno tutte le divisioni che mantennero le frazioni ostili per tanto corso di secoli.--

Certo: noi siamo divisi. Certo: il lievito antico della discordia non s'è consumato tutto coi padri. Ma è divisione che s'agita dentro il recinto d'ogni città; che s'esercita tra le classi, tra gli individui che la compongono, anzichè tra popolo e popolo. Le lunghe risse, le gelosie naturali a tutta l'aristocrazia, le disuguaglianze che vivono enormi tra gli ordini della società, e più di tutto l'arti molteplici e le insidie della tirannide, hanno perpetuata una diffidenza che si mostra ancora nei fatti, e inceppa i nostri progressi. Ma è diffidenza non regolata dalle istituzioni diverse, non determinata dalle delimitazioni dei territorî: diffidenza che cova in petto a ogni uomo, e genera l'isolamento: diffidenza che ajuta l'_individualismo_, primo come più volte dicemmo, dei nostri vizî. Or chi mai tentò spegnerla? Chi cercò struggerla alle radici?