Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 40
Poi venne la fredda, la calcolatrice, la dotta politica: vennero voci d'uomini gravi, nei quali il dubbio perpetuo riveste aspetto di profonda e arcana dottrina; d'uomini che professando non sottomettersi che all'alta immutabile ragione dei fatti sorridono a quante ipotesi s'appoggiano direttamente su' principî generali, e ci dissero: «L'unità Italiana è brillante utopia, contrastata dai fatti che vi s'affacciano a ogni passo che voi moviate sulla Penisola. Eccovi storie e cronache e documenti dei vostri maggiori. Ognuna di quelle pagine gronda sangue fraterno. Ogni palmo del vostro terreno è infame per risse civili. Le nimicizie di molti secoli hanno lasciato a ognuna delle nostre città un legato d'odio e di vendetta che il servaggio comune cancella nelle apparenze, ma che il grido di libertà farà rivivere più tremendo. Vario il clima, varia la topografia dei luoghi varie le abitudini e le tendenze. Potrete spegnerle con una idea? Potrete confonderle con una formola di legge? Le leggi esprimono, non creano fatti. Le razze non si riconciliano colla violenza. E quando crederete averle fuse per via di decreti, quando v'illuderete ad avere statuita unità, troverete anarchia. Abbiamo elementi eterogenei: affrettiamoci a riconoscere i diritti e i bisogni diversi, perchè non irrompano a rivendicarli coll'armi e colla rivolta. I popoli non si governano a illusioni. Quando un fatto è, non giova il dissimularlo: giova ammetterlo anzi tratto, poi moderarne le conseguenze dannose, e trarre da quel fatto il miglior partito possibile. In Italia, il governo federativo è l'unico compatibile col fatto delle divisioni e delle differenze esistenti. Se vorrete il più, avrete il meno. Il concetto delle federazioni è concetto primitivo in Italia. Afferratelo. Con quella forma avrete libertà dentro, e forza al di fuori. Vedete la Svizzera, e le repubbliche americane. E le autorità d'uomini sommi, Montesquieu, Sismondi e altri, convalidano gli argomenti dei fatti. Poi col sistema unitario avrete presto tirannide, se d'una capitale, d'un consesso, d'un unico centro, o d'un re, poco monta. La _centralizzazione_ uccide la libertà delle membra. Da ultimo, repubblica in una piccola estensione di terreno può stare; ma le vaste proporzioni la fanno impossibile.»
E quelle voci che ci parevano concordi ai fatti, ci stillavano lentamente il dubbio nell'animo. Il pensiero di Dante e di Machiavelli ci sfumava di mezzo a un caos di forme, di visioni, di sembianze _individuali_, diverse di costumanze, d'abitudini, di tendenze, e tutte ostili, rivali, nemiche, che le formole di quei politici evocavano davanti a noi. Il medio evo colle sue mille guerre, dall'urto scambievole delle razze nordiche sino alle fazioni lombarde, dalla battaglia di Monte-aperti fino a quella nella quale suonavano, come l'ultimo gemito dell'Italia, l'estreme parole di Francesco Ferrucci al calabrese: _tu vieni ad uccidere un morto_, sorgeva gigante a frammettersi tra noi e il concetto unitario, a protestare tremendamente contro quel sogno affacciatosi nello spazio di tre secoli a due grandi anime, che forse morendo, lo rinnegavano. E forse ciò che costituiva il genio, e lo differiva dalle razze umane, era il tormento d'una _idea_ solitaria, inapplicabile, condannata a starsi in perpetuo nei dominî dell'astrazione. La mano scarna della _dottrina_ ci sfrondava l'albero delle illusioni giovanili, e v'innestava sistemi architettati studiosamente e complicatamente sugli antichissimi esempli greci, e su' nuovissimi americani. E quelle difficoltà superate apparentemente, quella intricata discussione intorno al modo di stringere un vincolo d'unione fra più Stati liberi e indipendenti, ci sembrava argomento d'altissima scienza in chi l'assumeva. L'unità, semplicissima fra tutte le idee, s'affaccia _istintivamente_ all'umano intelletto ne' suoi primi sviluppi, e _filosoficamente_ negli ultimi; e v'è fra queste due un'epoca intermedia, comune agli individui e alle nazioni, nella quale l'intelletto, traviando nella folla di sistemi che gli si parano innanzi, si compiace nelle astruse combinazioni, e inorgoglisce nelle oscurità metafisiche. E l'epoca dei governi misti, delle teoriche _costituzionali_, delle due camere, della bilancia dei poteri, dell'ecclettismo, delle federazioni. Ma il vero è semplice per essenza. Il genio è unitario. Quando i tempi non erano maturi, cercava l'unità nel dispotismo, oggi la cerca nella libertà, e nella creazione di vaste e grandi repubbliche.
Quell'epoca d'incertezza pseudo-scientifica, d'errore rivestito del manto della sapienza, noi la subimmo--e la trapassammo. Fummo _federalisti_, e lo diciamo francamente, perchè crediamo che molti dei nostri concittadini abbiano corso quello stadio di gradazioni--perchè rivelando i dubbî che ci tennero incerti, intendiamo mostrare come il simbolo unitario, ch'or predichiamo e sosterremo energicamente, sia nostro non per ardore d'utopia giovanile, ma per lento e maturo convincimento--perchè vinto quel periodo di scetticismo, e superate le difficoltà che pareano attraversarsi, noi siam lieti della nostra credenza, e non corriamo oggimai pericolo di mutarla.
Siamo unitarî--e staremo. Troppe cose si contengono in questo simbolo d'unità, troppi vincoli lo connettono alla libertà italiana, che noi cerchiamo, perchè da noi si possa scender più mai al pensiero gretto pauroso e funesto d'una federazione. Certo: noi non infameremo la contraria opinione, com'oggi--e forse a torto[67]--gli unitarî di Francia infamano gli uomini della Gironda. La libertà può fondarsi in una federazione come in uno Stato unitario: concepita anzi in siffatto modo, la questione è ridotta al nulla[68]. Nessun ostacolo vieta alla libertà stabilirsi in un aggregato d'un milione d'uomini, quando è possibile stabilirla in uno di venti. Ma _stabilirsi_ e _durare_ son due termini essenzialmente diversi, e per noi v'è impossibilità nelle presenti condizioni europee, perchè una libertà fondata sull'unione federativa di molti piccoli Stati duri intatta e secura: impossibilità generata da due vizî radicalmente inerenti ad ogni federazione, interno l'uno ed esterno l'altro. Però la questione è vitale per noi, e immedesimata, come la questione repubblicana, con quella della libertà. Tolleranti su tutte le mille questioni che non feriscono al cuore la libertà popolare, noi siamo quindi per questa. Siamo _esclusivamente_ unitarî, perchè senza unità non intendiamo l'Italia, e dove si contende dell'esistenza, l'intolleranza è santa, la tolleranza è menzogna vuota di senso. Siamo _esclusivamente_ unitarî, come siamo _esclusivamente_ repubblicani, perchè dalle basi repubblicane infuori non veggiamo libertà vera _possibile_, dall'unità in fuori non veggiamo libertà _forte_ e _durevole_.
* * * * *
Cos'è il governo _federativo_?--D'onde traggono origine le federazioni?--Qual è l'elemento principale che le costituisce?
Ogni federazione trae evidentemente origine dalla debolezza degli Stati che la compongono. La necessità d'una difesa che più Stati isolati non trovano nelle proprie forze, li determina a collegarsi per reggersi l'un l'altro contro ogni nemico che s'affacciasse.
L'essenza del governo federativo è riposta nel patto che stringe gli Stati confederati a proteggere e tutelare la indipendenza di _ciascuno_ colle forze di _tutti_,--l'altre son condizioni accessorie, d'importanza secondaria, e sottomesse a modificazioni infinite.
Che cercano gli Stati confederandosi?
La forza?
Dove la cercano?
Nella unione.
E questa unione non la ristringono a ciò ch'è di pura necessità, ma l'ampliano d'ordinario a confini più larghi: non la fondano unicamente sul patto giurato della difesa, ma tentano cacciarne le basi sulla uniformità delle leggi interne, dei bisogni mutui, dell'utile commerciale: non s'acquetano a desumerla dall'istinto che guida gli Stati a crearsi per ogni dove sicurezze d'indipendenza, ma s'adoprano a darle sostegno la fratellanza. A quelle unioni che posano solamente sulla promessa di proteggersi scambievolmente, è serbato il nome di Leghe; ma le federazioni procedono innanzi. I più tra gli Stati cercano confederarsi con chi li somiglia. Son rare le confederazioni di repubbliche e monarchie. Un istinto politico insegna ai popoli che la conformità dei reggimenti interni fa le unioni durevoli. E le antiche e le nuove federazioni statuirono principî dichiarati e immutabili, dai quali non fosse concesso partirsi. Le repubbliche greche spinsero tant'oltre gli obblighi di leggi uniformi che correvano ai confederati, da mutare interamente la natura indipendente delle federazioni; e lo vedremo tra poco. Delle nuovissime, basti l'America. Tutte--tranne la Svizzera ch'oggi intende il suo vizio--hanno cercata l'_unione_ federale durevole nel riavvicinamento graduato all'_unità_, delle leggi, degli istituti, de' principî fondamentali.
Da questi pensieri che s'affacciano spontanei al primo esame della questione, e sgorgano dalla definizione del sistema federativo, emerge un dubbio: perchè se a più Stati vicini con molti punti di contatto e collocati in simili circostanze, giova l'unirsi, cotesta unione non toccherebbe gli ultimi termini?--Perchè se il bisogno d'essere forti li stringe a confederarsi, la certezza dell'incremento di questa forza ch'essi tentano procacciarsi non li indurrebbe all'unità?--Perchè, se la uniformità di governo e di leggi fondamentali è bisogno sentito da quanti si stringono a federazione, non lo adeguerebbero essi creandosi un solo governo, una sola legislazione?
La questione specialmente in relazione all'Italia, si ridurrebbe dunque a questione di possibilità o d'impossibilità: teoricamente decisa a favore dell'unità scenderebbe ai dominî della _pratica_, che spesso dicono, cozza colla _teorica_, rifiutando inappellabilmente ciò che i principî vorrebbero.
Noi crediamo poco a questo dissenso fra la teorica e la pratica che pur s'allega così sovente nelle questioni politiche. Generalmente parlando, i principî stanno per noi sommi sovra tutte cose e le dominano. Teorica e pratica sono indissolubilmente congiunte. La prima è il pensiero, la legge, l'idea: la seconda è il segno che rappresenta il pensiero, la formola scritta attraverso la quale è rivelata la legge, la forma che l'idea assume trapassando nel mondo sensibile. Se un principio è vero, le applicazioni hanno a riescirne più che possibili, inevitabili, perchè nessun principio può rimanersi sterile a lungo e senza conseguenze. E dei dieci casi, nei quali sembra manifestarsi questo dissenso, tre forse spettano a una intelligenza parziale e frazionaria di quel principio che s'è tentato applicare senz'averlo scoperto tutto--sei a un'applicazione falsa, incompiuta, o paurosa--un solo a fatti reali che s'attraversavano, dissonanze cacciate dalla natura, opposizioni inerenti alle umane cose che l'intelletto è certo di vincere, non di vincere a un tratto. Ma la scienza politica che riassume i gradi di progresso e presenta, dopo le religioni e la filosofia, la formola più estesa delle nozioni acquistate dall'intelletto, esce da poco d'infanzia. Le dottrine gesuitiche dei settatori della tirannide assumono quei casi, li moltiplicano e ingigantiscono, e sviano gli animi dall'addentrarvisi: la presuntuosa ignoranza dei pedanti in politica che s'arrogano la dittatura perchè ha raccolto, senza discuterli, una collezione di fatti, avvalora l'arti della tirannide; e la inerzia dei più vi s'acqueta[69].
Pur, poi che quell'unico caso potrebbe verificarsi in Italia, giova accettar la questione tratta a quei termini. Bensì l'obbligo di provarlo esistente spetta a chi nega possibile l'Italiana unità.
Or lo provano? e come?
I più nol provano: non allegano argomenti diretti; ma si richiamano alla storia. Mostrano nelle sue pagine alcuni esempî di repubbliche confederate, salite a potenza, e prospere interiormente: di repubblica unitaria su vaste proporzioni, non uno--e ne inducono senz'altro esame la conseguenza che per noi si combatte. Mutano così la questione. Dimostrano non l'impossibilità di costituire quando che sia la repubblica unitaria in Italia, ma la possibilità di costituirla federativa. Pure stabiliscono a ogni modo una presunzione favorevole alla loro credenza, e giova distruggerla.--Ma prima è necessario per noi l'accennare il come vorremmo si procedesse in politica--e inalzarci apertamente contro l'abuso che si fa degli esempî, vera tirannide d'autorità, che ove prevalesse, distruggerebbe ogni indipendenza di raziocinio; vecchio sistema, che non accettiamo momentaneamente se non per combatterlo, ma che noi rifiutiamo, e al quale in tesi generale, non vogliamo sottometterci mai.
Un pregiudizio domina tuttavia la politica: il pregiudizio dell'esempio, l'imitazione servile.
A qualunque dallo spettacolo della patria guasta, corrotta, inceppata da pessime istituzioni, è suggerito il pensiero di porvi e proporvi rimedio, si affaccia innanzi a tutte una via: quella di torlo altrove. I più dagli ordini che reggono la contrada nativa ritraggono lo sguardo all'Europa, finchè trovino una terra dove un principio contrario o diverso domini le istituzioni; trovato, lo afferrano come àncora di salute: non guardano se quel principio spetti esclusivamente, per vigore di cagioni preesistenti, al paese ove ha vita, e se trapiantato possa fruttare conseguenze uniformi; non s'addentrano a vedere se quel principio sia destinato a lunga vita nel futuro o covi la morte; se veramente da quello o da altre ragioni derivino i vantaggi che l'una nazione ha sull'altra; lo adottano e lo scrivono sulla bandiera che inalzano--e la turba vi corre, perchè quando le moltitudini ineducate hanno sete di mutamento, s'affollano al primo stendardo che sventola, non curando se mutino in meglio o peggiorino. Poi, quando i danni d'un sistema accolto precipitosamente, incominciano a sperimentarsi, gl'ingegni più desti s'avvedono della illusione, ma tardi, quando la credenza in quel simbolo s'è radicata, quando il popolo anela riposo, quando quindici anni di delusioni e molte vittime bastano appena a risuscitarlo. La rivoluzione è compita, nè le rivoluzioni si maturano di giorno in giorno.
Quando affermiamo che questa gretta, esclusiva, superficiale, funestissima maniera di trattar le cose politiche ha esercitato dominio su tutti quasi i rivoluzionarî dell'epoche in oggi consunte, e lo esercita tuttavia, malgrado le molte esperienze, sugli scrittori politici, noi diciam cosa che a molti parrà frutto d'audacia giovanile, o d'un'ira mal concetta contro il passato; stolta accusa, che oggimai non è da respingersi se non col sorriso. Noi veneriamo il passato, quando è grande; ma nè il consenso de' secoli può ingigantirlo ai nostri occhi, quando l'intelletto ce lo affaccia meschino. Le nostre teoriche di progresso riabilitano il passato, anzichè gittargli l'anatema; ma noi sappiamo che la terra troppo calpestata diventa fango, e vogliamo prender le mosse del passato, non insister sovr'esso.
La scuola politica del secolo XVIII fu tutta inglese. Montesquieu e Voltaire, il primo, intelletto potente a evocare con venti parole l'imagine fedele d'un secolo di passato, ma cieco dell'avvenire; il secondo, ingegno vasto più che profondo, critico per eccellenza, e nella foga di distruggere, che l'invadea, avido più di trovare che non di creare un tipo a cui attenersi; l'uno e l'altro, tendenti all'aristocrazia, predicarono primi le istituzioni britanniche--e dietro a quei due la turba degli enciclopedisti, i _filosofi_, i mezzo-politici e gli imitatori servili. Il sistema che reggeva gl'Inglesi sgorgava dalla loro storia diversa affatto dalla francese. La loro aristocrazia era elemento della nazione traente origine dalla _conquista_. In Francia non v'era aristocrazia se non per abuso; ma un nuovo stato dovea sotterrarla inevitabilmente. Il popolo più che libertà anelava eguaglianza. Ma chi tra' francesi scrittori guardava alla Francia?--Il solo che si ribellasse al torrente fu Rousseau--e Rousseau fu greco: spartano: ideò repubbliche che avevano ad esser nuovissime, e fu trovato che i loro titoli stavano in un angolo dell'Europa, sotto la polvere d'uomini morti da venti secoli. La rivoluzione, convocando il popolo, elemento eterno, sulle rovine della Bastiglia, scrisse il decreto di morte ad ogni privilegio monarchico aristocratico. Ma non valse. Il sistema inglese che s'era fatto pigmeo in Mounier, Tollendal, Malouet, per insinuarsi non visto nell'assemblea nazionale, dileguatosi sotto la mano ferrea dell'uomo del blocco continentale, ricomparve audacissimo a tentare la seconda prova nella Staël, in Beniamin Constant, Royer-Collard, e gli altri, che assisero il fantasma monarchico sul trono di Bonaparte. Ed oggi poichè la seconda tornò in nulla per le _tre giornate_, ritenta la terza--e speriamo--l'ultima prova. La ritenta, mentre pur quell'unico esempio dell'Inghilterra è sfumato--mentre il sistema rovina nel luogo ov'ebbe la culla--a fronte del ruggito irlandese--a fronte del manifesto popolare lanciato in Lione, in Parigi, per ogni dove--quando i colori della repubblica si mostrano in Francoforte, secondo centro dell'aristocrazia europea--quando le dispute vertono oggimai sulla forma, non sul principio repubblicano. Ma che sperare da gente come quella ch'or regge in Francia, se non l'ultimo disinganno alle moltitudini?
Il sistema inglese agonizza. Il sistema americano sorge collo stendardo repubblicano. L'America fu l'arena che vide prima la lotta fra il principio _monarchico-misto_ e il _repubblicano_. La repubblica v'ebbe la prima vittoria. Ciò basta alla politica imitatrice per dichiararsi _americana_ esclusivamente. La scuola americana, duce Lafayette, uomo di rara virtù, d'intelletto mediocre, domina in oggi gran parte dei repubblicani: invoca in Francia, nelle colonne del _National_, le due camere, contradizione patente al principio della sovranità popolare; il senato, asilo aperto all'elemento aristocratico; il governo a _buon mercato_, senza avvertire che la economia nazionale non dipende dalla quantità del tributo, bensì dall'uso e dal riparto di questo: in Italia, invoca la federazione.--Perchè non invoca anche gli schiavi che nelle repubbliche americane costituiscono il settimo della popolazione?
È tempo che la politica s'emancipi da cotesta tirannide degli esempî. È tempo che il secolo XIX tragga dalle proprie viscere, dai proprî elementi, dai proprî bisogni la politica che deve guidarlo. L'Italia del XIX secolo racchiude nel proprio seno le condizioni della sua futura esistenza, e le forze per raggiungerle. Guardiamo dunque all'Italia, non all'America o a Sparta. Non abbiamo noi intelletto nostro e basi di giudizio e fatti presenti, perchè si debba da noi statuire a criterio, a principio politico un esempio straniero, o spettante al passato?--Un fatto è il prodotto delle mille cagioni, dei mille fenomeni che s'incontrarono in un dato periodo, in un dato paese; e quei fenomeni e quelle cagioni s'incontreranno identici sempre, perchè s'abbia a volerne la conseguenza che ne fu tratta altrove?--I principî prevalgono ai fatti, perchè non dipendono da circostanze fortuite o singolari, ma dalla eterna ragion delle cose. Ogni nazione cova un principio che domina la sua storia, e ch'essa è chiamata a sviluppare o perire. Il principio _nazionale_ tra noi vive occulto, come vogliono i tempi, ma non tanto che l'indole del secolo, degli abitanti, delle passioni, dei fatti concatenati che costituiscono la nostra storia, delle rivelazioni ch'emergono dalle lettere, dai bisogni e dai tentativi operati non lo esprimano a chi vuol rintracciarlo. Dissotterrate quel principio. Poi se gli esempî stranieri verranno a convalidarlo, meglio.--Contemplateli; ma del guardo dell'aquila al sole, libero, indipendente, potente. Contemplateli; ma come termini d'una proporzione, il cui primo termine deve rappresentarvi. Non rifiutate un trovato straniero, se, applicato a voi, frutta incremento alla patria. Ma non lo accettate alla cieca, unicamente perchè già altrove accettato. Così facendo, sarete Italiani, e vi troverete per legge di cose, europei. In altro modo vi rimarrete servi, o meschinamente ribelli al vero.
Ed ora scendiamo agli esempî.
I primi ci s'affacciano nella Grecia.
Chi disse la varietà nell'unità essere il tipo del mondo greco, disse cosa più vera ch'altri non pensa. La Grecia splende nella storia europea d'una potente unità; ma d'una unità vivente nel genio greco più che negli ordini greci; d'una unità che vegliava nelle religioni, nelle abitudini, nella missione che i destini fidavano alla Grecia, nucleo primitivo del mondo europeo, nella opinione radicata, che tutti stranieri eran barbari, non nelle leggi e negli istituti politici interni. La missione greca di romper guerra in nome dell'Europa futura al genio orientale s'adempieva fatalmente, per legge di razze, senza che fosse necessaria una forte e preordinata unità. E d'onde sarebbe sorta cotesta necessità, quando la Grecia era sola in Europa?--Però nei tempi delle greche repubbliche le confederazioni valsero contro ai Persiani, come leghe formate a tempo, e volute dalla urgenza di combattere una guerra comune a tutela dell'elemento nazionale. Ma quando sorsero le ambizioni e le invidie domestiche, e le leggi varie partorirono le varie tendenze, le federazioni non valsero a quetare la discordia e le guerre intestine, nè a salvar la Grecia dalla dittatura d'un principe o d'una delle repubbliche, nè a proteggerla dall'invasione straniera: quando questa invasione venne d'Europa, la lotta fu varia, ostinata, perpetua. Durò continua fra Sparta e Atene, fra l'elemento dorico e l'elemento ionio. Nè la Lega anfizionica valse a indurre la pace. Fu simulacro, non esempio di lega. Fu, nei tempi più queti, guerra tacita e quasi _legale_, sostituita all'aperta. E la storia greca ai tempi anfizionici, è storia di contrasti e d'usurpazioni alterne, nella quale ora Sparta, or Tebe, or Atene furono dominatrici nel consiglio supremo. Poi venne la potenza macedone--e quando Filippo e Alessandro sorsero primi, fu lega di servaggio comune, non libera fratellanza di repubbliche confederate a serbare intatto il sacro deposito dell'uguaglianza[70]. E quando il popolo romano, il popolo Napoleone cacciò sull'arena il guanto della universale dominazione, la lega achea riuscì impotente a sottrarvisi. Le federazioni greche, come tutte federazîoni contro una potenza unitaria, si fransero contro la unità di Roma.
Varchiamo d'un balzo tutto quel periodo nel quale la grande unità romana delineò coll'armi il programma dell'era moderna che la pace dei secoli liberi svolgerà nel futuro. Varchiamo tutto quel lungo periodo di guerre virilmente difese contro il colosso romano, ma inefficacemente ordinate e mal collegate che strappò di bocca a Tacito quella sentenza: che _rara è la concordia di due o tre città nel combattere un comune pericolo_[71]. Dalle leghe italiche in fuori, alle quali per domare la potenza romana non mancò che d'essere forti d'un vincolo unitario, nessuna lega apparisce, nessuna confederazione che meriti esser tolta a modello; leghe di schiavi, leghe di colonie e di municipii, che Roma struggeva d'un cenno. L'unico tentativo di lega che meriti l'attenzione dei posteri, è quello ch'escì dal concetto d'un gladiatore tracio: è il grido di Spartaco a' suoi fratelli di servitù. E il grido di Spartaco potente a far tremare la stessa Roma, fu grido d'unione concentrata e universale a quanti gemevano conculcati dalla romana aristocrazia; fu il programma dell'unità _popolare_, come Roma fu della unità _nazionale_ italiana.