Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 4
Fui difatti assolto dalla Commissione Senatoriale. Se non che il Governatore Venanson, odiato e odiatore in Genova, irritato dallo sfregio e pauroso della taccia di calunniatore che la popolazione, vedendomi libero, gli avrebbe avventato, corse a gettarsi ai piedi del re clementissimo, Carlo Felice, accertandolo che per prove fidate a lui solo io era colpevole e pericoloso, e il re clementissimo, commosso al dolore inquieto del Governatore, calpestò la sentenza dei giudici e i miei diritti ed il dolore muto de' miei genitori, e fece intimarmi che o mi scegliessi soggiorno, rinunziando a Genova, a ogni punto delle spiaggie liguri, a Torino e ad altre città d'importanza, Asti, Acqui, Casale o altra piccola città dell'interno--o ch'io andassi in esilio a tempo indefinito da prolungarsi o accorciarsi dalla volontà regia a seconda dei meriti o demeriti della mia condotta. E il bivio mi fu posto da mio padre che s'affrettò a Savona per liberarmi dall'ultima noja dell'essere ricondotto in Genova fra gendarmi, dacchè al decreto del clementissimo era aggiunta la disposizione ch'io non vedessi alcuno fuorchè i miei più vicini parenti. Il Passano, in virtù dell'antico consolato in Ancona e della nascita in Corsica, era stato già prima di me ridonato a libertà senza patti e passeggiava le vie di Savona: abitudine antica d'ogni governo regio in Italia d'aborrire la Francia e adularla a un tempo e compiacerle e servirle.
Era intanto scoppiata, poco prima della mia liberazione, l'insurrezione del Centro (febbrajo 1831). Intesi in Genova che gli esuli Italiani si addensavano sulla frontiera confortati di larghe speranze e d'ajuti dal nuovo Governo di Francia. In una delle minori città di Piemonte, ignoto fra ignoti, io mi sarei veduto condannato a un'assoluta impotenza dalla vigilanza della polizia e imprigionato nuovamente al primo atto sospetto. Per queste ragioni scelsi l'esilio che mi dava libertà piena e ch'io allora fantasticava brevissimo. Lasciai la famiglia; dissi a mio padre, ch'io non doveva rivedere più mai, di star di buon animo e che la mia era assenza di giorni; e partii. Traversai la Savoja che la libertà moderata non aveva ancora fatta francese, e il Cenisio; e mi recai in Ginevra. Di là io doveva avviarmi a Parigi, e la sollecitudine materna m'avea dato compagno di viaggio uno zio che avea abitato per lunghi anni la Francia.
Andai a visitare Sismondi, lo storico delle nostre repubbliche, pel quale io avea commendatizia d'una amica sua, Bianca Milesi Moion. M'accolse più che cortese, e con lui la moglie Jessie Mackintosh scozzese. Sismondi lavorava allora intorno alla Storia di Francia. Era buono, singolarmente modesto, di modi semplici e affabili, italiano d'anima; e m'interrogò con ansia d'affetto sulle cose nostre. Mi parlò di Manzoni del quale ammirava oltre ogni sua cosa il Romanzo, e dei pochi i quali davano segno di vita intellettuale rinascente. Deplorava in noi le tendenze appartenenti tutte al XVIII secolo, ma le spiegava colla necessità della lotta. Le sue non n'erano emancipate quant'ei credeva; e la sua scienza non oltrepassava i limiti delle teorica dei Diritti e la conseguenza unica di questa teorica, la Libertà. E d'altra parte l'amicizia che lo stringeva ai capi della scuola _dottrinaria_ d'allora, Cousin, Guizot, Villemain, annebbiava visibilmente i suoi giudizî sugli uomini e sulle cose. Nelle tendenze di quegli uomini dei quali nè egli nè io sospettavamo l'intento, nel culto esclusivo, frainteso, della libertà, e nelle condizioni della sua Svizzera egli avea succhiato il _federalismo_ e lo predicava siccome ideale di reggimento politico ai molti esuli Italiani, segnatamente lombardi, che gli stavano intorno e pendevano dalle sue ispirazioni: non era fra essi chi sospettasse possibile e desiderabile l'Unità. M'introdusse, nel _Cerchio di Lettura_, a Pellegrino Rossi, il quale si limitò ad additarmi un tale seduto in un angolo e creduto spia. Non so quale indefinito senso di sconforto s'insignoriva di me vedendo dappresso quelli esuli ch'io aveva fino a quel giorno ammirati rappresentanti l'anima segreta d'Italia. La Francia era tutto per essi. La politica m'appariva nei loro discorsi come scienza, maneggio, calcolo diplomatico di transazioni opportune, non fede e moralità.
Mentre a ogni modo io m'accomiatava un giorno da Sismondi chiedendogli s'io poteva far cosa alcuna per lui in Parigi, un esule lombardo che avea sempre ascoltato attentamente i miei discorsi senza mover parola, mi chiamò in disparte e mi susurrò nell'orecchio che, s'io aveva desiderio d'azione, mi recassi in Lione e mi presentassi agli Italiani che troverei raccolti nel _Caffè della Fenice_. Lo guardai con vera riconoscenza, chiedendogli il nome. Era Giacomo Ciani, condannato a morte dall'Austria nel 1821.
In Lione, trovai fra i nostri una scintilla di vera vita. Predominava negli esuli che v'erano raccolti, e v'accorrevano ogni giorno, l'elemento militare. Trovai molti di quelli uomini ch'io aveva veduto dieci anni addietro errare, coll'ira della delusione sul volto, per le vie di Genova; e avevano d'allora in poi onorato il nome Italiano nell'armi difendendo la libertà Spagnuola o la Greca. Vidi Borso de' Carminati, ufficiale che nel 1821 s'era in Genova, in Piazza de' Banchi, cacciato fra il popolo irruente e i soldati ai quali era stato ordinato _fuoco_ contr'esso, militare d'alte speranze, salito più tardi ai più alti gradi nelle guerre spagnuole, e che avrebbe levato grido di sè nelle nostre, se l'indole irritabile, incauta, intollerante d'ogni sopruso, non lo avesse travolto, per odio ad Espartero, in un tentativo indegno di lui che gli costò vita e fama: Carlo Bianco, che mi diventò amico e del quale riparlerò: un Voarino, ufficiale di cavalleria, un Tedeschi ed altri, piemontesi tutti, proscritti del 1821 e in mezzo ad una maggioranza costituzionale monarchica, non per fede ma perchè monarchica era la Francia, repubblicani. Erano accorsi per partecipare in una invasione che stava ordinandosi della Savoja da un Comitato, membri del quale ricordo il generale Regis, un Pisani, un Fechini. La spedizione contava da forse duemila italiani e un certo numero d'operai francesi. I mezzi abbondavano, però che la bandiera monarchica e la credenza che il Governo Francese spingesse al moto avevano raccolto esuli ricchi, patrizî, principi, uomini d'ogni colore, all'impresa. I preparativi si facevano pubblicamente: la bandiera tricolore Italiana s'intrecciava nel _Caffè della Fenice_, stanza del Comitato, alla bandiera Francese; i depositi d'armi erano noti a tutti: correvano comunicazioni continue tra il Comitato e il Prefetto di Lione.
Le stesse cose avevano luogo ad un tempo sulla frontiera Spagnuola. Luigi Filippo non era ancora stato riconosciuto dalle monarchie assolute: cercava d'esserlo; e agitava per atterrire e costringere. Come Cavour diceva, trent'anni dopo ai plenipotenziarî raccolti in Parigi: _o riforme o rivoluzioni_, la nuova monarchia di Francia diceva ai re titubanti: _o accettazione dei Borboni secondogeniti o guerra di rivoluzione_. I re accettarono e Luigi Filippo tradì. Era il terzo tradimento regio ch'io vedeva compirsi quasi sotto gli occhi miei nelle cose d'Italia: il primo era la vergognosa fuga del principe Carlo Alberto, carbonaro e cospiratore, al campo nemico: il secondo era quello di Francesco IV duca di Modena, il quale avea protetto la congiura tessuta in suo nome dal povero Ciro Menotti, poi, al momento dell'esecuzione, lo avea assalito coll'armi e tratto prigione fuggendo a Mantova, per poi impiccarlo quando l'Austria gli spianò le vie del ritorno.
Un giorno, mentr'io mi recava alla Fenice pieno l'animo di speranza per l'azione imminente, vidi la gente affollarsi a leggere uno stampato governativo affisso sulle cantonate. Era una dichiarazione severa contro il tentativo italiano, una intimazione di sciogliersi agli esuli e una minaccia brutale di visitare col rigore delle leggi penali chiunque s'attentasse di violare frontiere amiche e compromettere coi Governi la Francia. Il bando esciva dalla Prefettura. Trovai il Comitato atterrito: le bandiere sparite, l'armi sequestrate in parte, il vecchio generale Regis in pianto. Gli esuli imprecavano al tradimento e ai traditori: vendetta sterile di quanti in una impresa di patria fidano in altro che nelle proprie forze. Taluni ostinati, magnanimi nella fede che il re galantuomo Luigi Filippo non potesse deludere a quel modo le speranze degli uomini della libertà, insinuavano che il Governo avveduto non intendesse se non a levarli anzi tratto d'ogni sospetto di cooperazione, ma non pensasse a impedire. Mi avventurai a proporre che si sciogliesse il problema mandando un nucleo d'armati, quasi antiguardo della spedizione e frammischiandovi quanti più si potesse degli operai francesi, sulla via di Savoja; e fu fatto. Ma un drappello di cavalleria li raggiunse e li sciolse a forza: primi a ubbidire i francesi, ai quali l'ufficiale parlò di doveri verso il paese e della necessità di lasciare al Governo la cura delle imprese liberatrici. La spedizione era fatta impossibile. Cominciò la cacciata degli esuli. Parecchi furono condotti ammanettati fino a Calais, e imbarcati per l'Inghilterra.
Fra quel subuglio di fughe, d'imprigionamenti, minaccie e disperazioni, Borso mi rivelò ch'egli e pochi altri repubblicani partivano la stessa notte alla volta di Corsica, per di là raggiungere in armi l'insurrezione, che ancor durava, del Centro, e mi chiese s'io volessi seguirli. Accettai senz'altro. Celai la subita determinazione allo zio, lasciandogli poche linee pregandolo di tranquillarsi sul conto mio e a tacere per pochi giorni colla mia famiglia; e partii. Nella diligenza che ci portava a Marsiglia trovai Bianco, Voarino, Tedeschi, un Zuppi, se non erro, napoletano, e non so chi altri. Borso con tre o quattro compagni seguiva in altra vettura. Viaggiammo sempre senza quasi fermarci fino a Marsiglia: da Marsiglia a Tolone; e da Tolone sopra un legno mercantile napoletano, attraverso il mare più tempestoso ch'io abbia veduto mai, a Bastia. Là mi sentii nuovamente, con gioja di chi rimpatria, in Terra Italiana.
Non so che cosa abbiano fatto dell'isola, d'allora in poi, l'insistenza corruttrice francese e la colpevole noncuranza dei Governi d'Italia; ma nel 1831 l'Isola era Italiana davvero: Italiana non solamente per aere, natura e favella, ma per tendenze e spiriti generosi di patria. La Francia v'era accampata. Da Bastia e Ajaccio in fuori dove l'impiegatume era di chi lo pagava, ogni uomo si diceva d'Italia, seguiva con palpito i moti del centro e anelava ricongiungersi alla gran Madre. Il Centro dell'Isola, dov'io feci una breve corsa con Antonio Benci, toscano, collaboratore dell'_Antologia_ e ricovratosi, per minaccia di persecuzioni, in Corsica, guardava unanime ai Francesi come a nemici. Quei ruvidi ma buonissimi montanari, armati quasi tutti, non parlavano che di recarsi a combattere nelle Romagne; e c'invocavano Capi. Leali, ospitali, indipendenti, gelosi oltremodo delle loro donne, avidi d'eguaglianza e sospettosi del forestiero per temenza di violata dignità, ma fraterni a chi stende loro la mano come d'uomo a uomo e non come d'incivilito a selvaggio, vendicativi ma generosamente e di fronte e avventurando nella vendetta la vita, quei Corsi del centro mi sono tuttavia un ricordo d'affetto e di speranza ch'essi non saranno sempre divelti da noi. La Carboneria, recatavi dai profughi napoletani, era allora dominatrice dell'Isola, e i popolani ne facevano quel che ogni uomo dovrebbe fare d'una associazione liberamente accettata, una specie di religione. Come alla vigilia d'una grande impresa, molti i quali avevano giurato vendetta l'un contro l'altro, si riconciliavano in essa. N'era capo venerato dagli isolani un Galotti, lo stesso che riconsegnato al tiranno di Napoli da Carlo X stava a rischio di morte, quando la rivoluzione di luglio lo rivendicò a libertà. Conobbi con lui La Cecilia ed altri proscritti del mezzogiorno d'Italia, convenuti da più punti nell'isola, pel disegno dei miei nuovi amici politici.
Ed era di recarsi, come dissi, nel Centro, ma capitanando una colonna di due o più migliaja di Corsi ch'erano ordinati e con armi. Mancava il danaro pel noleggio dei legni e per un lieve sussidio da lasciarsi alle famiglie povere degli isolani che doveano seguirci. E questo danaro ch'era stato, a quanto dicevano, sacramentalmente promesso da uomini legati a un Bonnardi prete patriota e affigliato di Buonarroti, non venne mai. Due dei nostri, Zuppi e un Vantini dell'Elba che fu poi fondatore di parecchi alberghi in Londra ed altrove, furono inviati al Governo Provvisorio di Bologna a offrirgli l'ajuto e chiedergli la somma indispensabile, e da quel Governo inetto che non fidava se non nella diplomazia e s'atterriva dell'armi ebbero risposta di stranieri barbari: _chi vuole la libertà se la compri_. D'indugio in indugio, l'intervento Austriaco riconquistò nella prima metà di marzo le terre insorte ai padroni. Sfumata ogni speranza d'azione e consunti i pochi mezzi ch'io aveva, lasciai la Corsica e mi condussi in Marsiglia dove mi richiamava, in nome della famiglia, lo zio.
E in Marsiglia ripigliai l'antico disegno di Savona, la fondazione della _Giovine Italia_. V'affluivano gli esuli da Parma, da Modena, dalle Romagne, oltrepassando il migliajo. Frammisto ad essi, conobbi in quell'anno i migliori, Nicola Fabrizi, Celeste Menotti fratello del povero Ciro, Angelo Usiglio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, L. A. Melegari, Giuditta Sidoli, donna rara per purezza e costanza di principii, e altri molti, giovani, ardenti, capaci e tutti convinti degli errori commessi e ch'io aveva in animo di distruggere. Erano elementi preziosi al lavoro, e taluni d'essi lo provarono all'Italia negli anni che seguirono. Ci affratellammo della saldissima tra le amicizie, che è quella santificata dall'unità d'un intento buono: amicizia che con alcuni, come con Nicola Fabrizi, vive anch'oggi carissima, con altri, come Lamberti, non fu interrotta se non dalla morte, con nessuno fu da me primo tradita. Abbozzai le norme dell'Associazione e trasmisi cenno delle mie intenzioni ai giovani amici di Genova e di Toscana.
Intanto nell'aprile di quell'anno, morto Carlo Felice, sottentrava re nei dominî Sardi il cospiratore del 1821, Carlo Alberto, e con lui fra i deboli che abbondavano ed abbondano, un'onda di speranze che la idea del cospiratore si tradurrebbe in azione dal re. Dimenticavano che la sua non era _idea_, ma solamente velleità d'ambizione, e che il pericolo di perdere la _piccola_ corona lo ritrarrebbe dal tentare coll'ardire necessario la _grande_. Il sogno a ogni modo affascinava le menti, e mi fu risposto che la mia proposta era buona, ma riuscirebbe importuna e non troverebbe seguaci se non quando cadessero le illusioni sul nuovo re.
Da quelle risposte germogliò in me il pensiero di scrivere a Carlo Alberto per via di stampa.
Io non credeva allora nè credo in oggi che possa dalla Monarchia venir salute all'Italia, cioè all'Italia com'io la intendo e la intendevamo noi tutti pochi anni addietro: Una, libera, forte, indipendente da ogni supremazia straniera e morale e degna della propria missione. Nè il presente mi costringe finora a mutare avviso. La Monarchia Piemontese non avrebbe mai preso l'iniziativa del nostro moto, se l'uomo del 2 dicembre non le profferiva l'ajuto de' suoi eserciti e Garibaldi coi cinque sesti degli uomini di parte repubblicana non le profferivano cooperazione; or chi mai poteva prevedere cose siffatte? E nondimeno, la Monarchia Piemontese ci darà--se pur mai--una Italia smembrata di terre ch'erano, sono e saranno sue concesse, in compenso ai servigi resi, alla dominazione straniera e serva aggiogata della politica francese e disonorata per alleanze funeste col dispotismo e debole e corrotta in sul nascere e diseredata d'ogni missione e coi germi delle risse civili e delle autonomie provinciali risorti. Oggi e mentr'io scrivo il mal governo inerente all'istituzione monarchica prepara rapidamente una crisi di _separatismo_ nel mezzogiorno d'Italia che s'era affacciato alla nuova vita ebbro d'Unità e del grande ideale di Roma. Ma se l'Unità Monarchica è oggi pregna di pericoli, era, quand'io deliberai di scrivere quella Lettera e per un uomo della tempra di Carlo Alberto, una assoluta impossibilità. Scrivendo a lui ciò ch'egli avrebbe dovuto trovare in sè per fare l'Italia io intendeva semplicemente scrivere all'Italia, ciò che gli mancava per farla. Mal dunque s'apposero gli uomini i quali si fecero più tardi un'arme di quello scritto sia per giustificare, coll'esempio altrui, sè stessi della diserzione dalla bandiera, sia per accusarmi d'incertezza o d'arrendevolezza soverchia nelle dottrine. Se non che a me importa poco oggimai dell'opinione degli uni o degli altri; e solamente per la stima ch'io serbo profonda all'ingegno suo e alla sua tenacità di propositi, mi dolse trovare fra gli ultimi Carlo Cattaneo[3].
A lui vorrei ricordare, senza rimprovero ma perch'ei non dimenticasse come la necessità sia talora padrona di tutti noi, ch'egli repubblicano come io sono e convinto che l'intervento monarchico avrebbe sviato l'insurrezione dal segno, abdicò nondimeno nel 1848 il potere--quando compito il trionfo con sole forze di popolo, egli era, per l'energica condotta del Comitato di guerra da lui presieduto, moralmente padrone dei combattenti lombardi--in mano d'uomini ch'ei pur disprezzava inetti e traditori anzi tratto del concetto della Nazione. Quanto a me individualmente--e sia detto una volta per sempre--la teoria politica che dice a un uomo bambolo in fascie: _tu regnerai dall'alto, impeccabile sempre e inviolabile e solamente combattuto ne' tuoi Ministri, sullo sviluppo della vita d'una Nazione fidato in tutte le sue manifestazioni al principio d'elezione_, mi pare più che errore, contradizione e follìa che condanna il popolo a retrocedere o agitarsi perennemente e periodicamente a nuove rivoluzioni. E sparirà, quando vinte la servilità e la paura che signoreggiano l'anime nostre, la democrazia, ch'oggi abbiam sulle labbra, entrata davvero nei nostri cuori c'insegnerà che l'onesto operajo non è da meno d'un discendente di dieci generazioni di re--quando il tocco di mano del secondo non ci parrà evento più rilevante nella nostra vita che non quello del primo--quando sapremo che lo Stato deve governarsi come si governa da ciascun di noi l'amministrazione delle faccende private, scegliendo, ovunque si trovino unite, probità e capacità intellettuale.
Scrissi la lettera al Re, e la lessi, prima di stamparla, a un solo fra gli Italiani coi quali era in contatto, Guglielmo Libri, scienziato illustre, capo in quell'anno d'una cospirazione contro il Gran Duca in Toscana, accusato, credo a torto, di tradimento, ma tratto più dopo, e mi duole il dirlo, dal materialismo che stava in cima alle sue dottrine e da un esagerato scetticismo su tutti uomini e su tutte cose, a tradire la dignità dell'anima e i doveri ch'egli, ingegno potente davvero, dovea compiere verso il paese. Il Libri lodò, ma cercò svolgermi dal pubblicare la Lettera, schierandomi innanzi, conseguenze inevitabili, l'esilio perpetuo, l'abbandono d'ogni cosa più cara, le delusioni che mi sarebbero compagne sulla via. E m'esortava a lasciare la politica militante e consacrarmi alla Storia.
Fui ribelle ai consigli e stampai.
Fu quello il mio primo scritto politico. Non serbo, e non meritavano d'essere serbate, alcune pagine ch'io aveva scritte prima in francese, col titolo la _Notte di Rimini_, maledizione alla Francia di Luigi Filippo, che il _National_ pubblicò mutilate--(1861).
A CARLO ALBERTO DI SAVOJA
UN ITALIANO[4].
Se no, no!
_Sire_,
S'io vi credessi re volgare, d'anima inetta o tirannica, non v'indirizzerei la parola dell'uomo libero. I re di tal tempra non lasciano al cittadino che la scelta fra l'armi e il silenzio. Ma voi, Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, v'ha creato anche ad alti concetti ed a forti pensieri; e l'Italia sa che voi avete di regio più che la porpora. I re volgari infamano il trono su cui si assidono, e voi, Sire, per rapirlo all'infamia, per distruggere la nube di maledizioni di che lo aggravano i secoli, per circondarlo d'amore, non avete forse bisogno che d'udire la verità; però, io ardisco dirvela, perchè voi solo degno estimo di udirla, e perchè nessuno tra quanti vi stanno attorno può dirvela intera. La verità non è linguaggio di cortigiano: non suona che sul labbro di chi nè spera, nè teme dell'altrui potenza.
Voi non giungete oscuro sul trono. E vi fu un momento in Italia, Sire, in cui gli schiavi guardarono in voi siccome in loro liberatore; un momento che il tempo v'aveva posto dinanzi, e che, afferrato, dovea fruttarvi la gloria di molti secoli. E vi fu un altro momento in cui le madri maledissero al vostro nome, e le migliaja vi salutarono traditore, perchè voi avevate divorata la speranza e seminato il terrore. Certo, furono momenti solenni, e voi ne serberete ancora gran tempo la memoria. Noi abbiamo cercato sul vostro volto i lineamenti del tiranno; e non v'erano; nè l'uomo che avea potuto formare un voto santo e sublime potea discendere a un tratto fino alla viltà della calcolata perfidia. Però abbiamo detto: nessuno fu traditore fuorchè il destino. Il principe lo intravide da lunge, e non volle affidare all'ostinazione la somma delle speranze italiane. Forse anche, l'alto animo suo rifuggì dall'idea che la calunnia potesse sfrondare il serto più immacolato, e mormorare: il principe congiurò la libertà della patria per anticiparsi d'alcuni anni quel trono che nessuno potea rapirgli.
Così dicemmo: ora vedremo, se c'ingannammo: vedremo se il re manterrà le promesse del principe.
Intanto le moltitudini non s'addentrano nelle intenzioni: afferrano l'apparenza delle cose, e insistono sulle prime credenze. Ora quel tempo è passato; ma le speranze, i rancori, i sospetti e le simpatie vivono tuttavia. Non v'è cuore in Italia, che non abbia battuto più rapido all'udirvi re. Non v'è occhio in Europa che non guardi ai vostri primi passi nella carriera che vi s'apre davanti.
Sire, è forza dirlo: questa carriera è difficile. Voi salite sul trono in un'epoca, della quale non saprei scorgere la più perigliosa pei troni negli annali del mondo.
Al di fuori, l'Europa divisa in due campi. Dappertutto il diritto e la forza, il moto e l'inerzia, la libertà e il dispotismo a contrasto. Dappertutto gli elementi del vecchio mondo, e quei d'un nuovo mondo serrati a battaglia ultima, disperata, tremenda. I popoli e i re han rinnegato i calcoli della prudenza: han gettata la spada nelle bilancie dell'umanità: han cacciata via la guaina. Quarant'anni addietro i re dominavano i popoli col solo terrore delle bajonette, e i popoli non guerreggiavano i re se non coll'armi del pensiero e della parola. Ora siamo a tempi nei quali la parola s'è fatta potenza, il pensiero e l'azione son uno, e le bajonette non valgono, se non son tinte di sangue. Da entrambe le parti è forza e immutabilità di proposito; ma i re combattono per conservare le usurpazioni puntellate dagli anni, i popoli combattono per rivendicare i diritti voluti dalla natura. Per gli uni stanno le arti politiche, le abitudini, la ferocia, e, per ora, gli eserciti. Per gli altri, l'entusiasmo, la coscienza, una costanza a tutta prova, la potenza delle memorie, dieci secoli di tormenti e la santità del martirio. I gabinetti diffidano l'uno dell'altro, i popoli si affidano ciecamente, perchè i primi vincola l'interesse, i secondi affratella la simpatia. Al fondo del quadro una guerra inevitabile, perchè tutti gli altri modi di controversia sono oggimai esauriti: universale, perchè ai popoli e ai re la causa è una sola: decisiva e d'estinzione, perchè guerra non d'uomini ma di principî.