Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 39

Chapter 393,453 wordsPublic domain

O Italiani, giovani miei fratelli! Se volete imprendere imprese generose, se avete in anima tentare il risorgimento davvero: _associatevi le moltitudini_. Non v'illudete. Siete pochi, e morrete. È bello il morire per la propria contrada, ma la vostra contrada vi grida: morite lasciandomi libera, perch'io possa onorare almeno i vostri cadaveri. Non v'illudete: santificatevi nell'entusiasmo e nella fede d'una missione, ma badate a non isolarvi nell'entusiasmo: badate a non pensare che tutto è fatto, quando i giovani, che si sono ispirati alle sciagure della patria, si sono stretti la mano, dicendo l'uno all'altro: _a domani il banchetto di Leonida_.--Siete pochi all'impresa: tanti da ergere un mucchio di spenti su cui si levi visibile all'Europa la vostra bandiera dell'Italia _ringiovanita_; ma chi la sosterrà quella bandiera, perchè sventoli per sempre sui vostri sepolcri?--Associatevi le moltitudini. Non temete il loro silenzio: quel riposo apparente cova un vulcano, che divorerà colla sua lava il barbaro e i fautori del barbaro. Ma stringetele colla famigliarità: destate in esse la fiducia: amatele, e mostratelo. Il tempo stringe--ed io guardo, e non veggo, che voi operiate abbastanza a meritarvi l'aiuto delle moltitudini nell'ora della lotta.--Perchè giacete? Io v'ho detta tanta parola di lode e di conforto, che posso mormorarvi un rimprovero, senza che voi m'incolpiate di poco amore. Perchè scrivete inezie e canzoni d'amore invece di rivolgere la letteratura al popolo, all'utile suo? Perchè non promovete con sacrificî d'ogni genere l'istruzione elementare, la diffusione dell'insegnamento popolare? Perchè non vi fate voi nelle vostre campagne maestri di lettura ad alcuni degli uomini di montagna? Perchè non rappresentate al popolo i suoi fatti antichi nei quadri, nei libercoletti, negli almanacchi, in tutti i modi che possono illudere la tirannide? Perchè non viaggiate a portare di paese in paese e di villaggio in villaggio _la croce di foco_?--V'arde il furore di patria che vi ha consecrati a una idea? I vostri passi siano tra le moltitudini. Salite i monti: assidetevi alla mensa del coltivatore: visitate l'officine, e quegli artigiani che voi non curate. Parlate ad essi delle loro franchigie, delle loro antiche memorie, della gloria, del commercio passato: narrate le mille oppressioni ch'essi ignorano, perchè nessuno s'assume di rivelarle. Quei volti che la fame e l'avvilimento hanno sformati, lampeggeranno d'un lampo italiano: quelle mani negre, abbronzite, incallite all'aratro e alla vanga, tremeranno forse brancolando quasi in cerca d'un fucile, d'un'arme--allora dite, o Italiani, avete voi armi?--Per voi, e per essi?--

MOLTITUDINI, ED ARMI--Eccovi il segreto delle rivoluzioni future.--1832.

FRATELLANZA DEI POPOLI

_Peuples, formons une sainte-alliance, Et donnons nous la main._

BÉRANGER.

Quando Iddio cacciò la terra nello spazio infinito, mandò una voce all'Uomo che l'animava: va! tu sei chiamato ad alti destini: io t'ho creato a mia imagine; ma tu non mi contemplerai faccia a faccia, se non quando potrai posarti davanti a me nella pienezza delle tue facoltà, nell'esercizio libero delle tue potenze ordinate a un intento sublime. Va! io t'ho steso dinanzi una vasta carriera di PROGRESSO; ma tu non puoi correrla solo: affratellati in un gran pensiero di sviluppo morale con tutti gli esseri, nei quali troverai riprodotta la imagine mia. La via t'è seminata d'ostacoli; ma va! la vittoria è con te, perch'io t'ho dato la POTENZA D'ASSOCIAZIONE.--

Nessuno sa i secoli che passarono sulla terra; le pagine del mondo fisico ne rivelano una lunga serie senza determinarli: ma l'eco di quella voce non è perduto, e sospinge tuttavia le generazioni sopra una via, alla quale l'occhio non vede orizzonte determinato, ma che ogni passo rivela più ampia e più bella.

L'umanità stette come inerte, concentrata, raggruppata in sè, quasi intenta a studiarsi, a raccogliere le sue forze, a calcolare il punto d'onde movere con più vantaggio, nel mondo orientale. Fu gigantesca come le Piramidi: ma come le statue egiziache, aveva i piedi giunti, e la immobilità per carattere. Poi, si slanciò a rintracciare una terra che somministrasse materiali più vasti al pensiero, attitudini maggiori al moto.

Questa terra è l'Europa. L'Europa è la leva del mondo. L'Europa è la terra della libertà. Ad essa spettano i fati dell'universo, e la missione di sviluppo progressivo ch'è legge all'umanità.

Quattromila anni scorsero, dacchè il primo raggio di civiltà spuntò nella Grecia dalle rupi del Caucaso. Era un raggio fioco, incerto, e tremolava nel bujo. La scintilla involata da Prometeo era così debole che parea destinata a morire con esso. Ma la razza de' titani, che pugnarono contro il destino asiatico, si perpetuò. Il germe europeo educato dagli Elléni si sviluppò ingigantendo. Oggi ricopre l'Europa: quel raggio è fatto sole d'incivilimento; nè v'è Giosuè che possa arrestarlo.--Dacchè la umanità fece atto d'attività in un angolo della Grecia, ogni periodo storico, ogni secolo rivelò l'azione dei due principî sui quali s'appoggia la nostra religione.

L'umanità camminò sulla via del Progresso.

Ogni grado di progresso fu conquistato coll'associazione; e, reciprocamente, nessun grado di progresso fu conquistato che non aprisse una via, o un vantaggio all'associazione dei popoli.

Oggi le teoriche del progresso indefinito e dell'associazione Europea, un tempo retaggio dei pochi che il volgo dei dotti battezzava utopisti, son fatte credenze pressochè popolari in Francia, dove le delusioni e le colpe non sono tante ancora da toglierle l'iniziativa dell'incivilimento Europeo. Dacchè Cristo cacciò una base d'associazione, bandendo agli uomini il principio dell'eguaglianza, senza la quale non v'è associazione possibile; dacchè la stampa creò un vincolo universale e concesse a quanti sentivano dentro la consecrazione a una missione di sviluppo sociale, di coordinare i loro sforzi individuali, di stampare una grande unità morale in tutti gli elementi materiali che avevano alle mani, la tendenza all'associazione, l'anelito alla fratellanza Europea crebbe evidentemente, e senz'arrestarsi. La rivoluzione francese l'eresse in legge, in principio politico. Napoleone l'ajutò, forse senza volerlo, colla conquista, e sacrando col battesimo di sangue tutte le genti, sulle quali passeggiò colla spada nella destra, e un codice--qualunque pur fosse--nella sinistra. I popoli s'affratellarono prima nell'odio, poi nell'amore; e mentre i principi, piegando davanti alla previsione d'una lega degli uomini liberi, strinsero un patto d'infamia a contrastarne i tentativi, i popoli anch'essi strinsero la loro. La parola d'ordine fu Libertà; e quando Parigi scrisse quelle parole sulla sua bandiera, levandola in alto sicchè tutta Europa la vedesse, tutta Europa sentì la necessità di concentrarvisi; tutta Europa fermentò d'una nuova potenza, e gli uomini liberi intesero a strignersi la mano, per essere più forti. Le nazioni Europee entrano ad una ad una nel convegno, come viaggiatori che si raccolgano ad iscrivere il loro nome. L'Inghilterra, ultima terra del feudalismo, della ineguaglianza, quindi della tendenza all'individualismo, si commove tutta a nome di riforma cacciato alle moltitudini; e il primo modo d'espressione che gl'Inglesi scelsero, fu quello d'inviare con Bowring il saluto di fratellanza agli insorti di luglio, quasi un atto d'adesione ai principî, che hanno a reggere dominatori pacifici dell'universo. Il trono Francia fu sull'orlo della rovina per la caduta di Varsavia. Dall'Ungheria venne una voce di conforto ai prodi, che Lelewel aveva inspirati, e che si battevano sotto Ramorino. Il pellegrinaggio dei bravi Polacchi infiammò gli animi nella Germania; ed oggi gli uomini di Fichte, gli uomini d'Arndt, di Jahn, di Körner, ritolgono la pensione al dottor Wirth, per aver confuso la Francia cogli uomini che governano. Fin le gare e gli odî tra Portoghesi e Spagnuoli si logorano in faccia a un avvenimento che può diventare Europeo; e se suonasse la campana a stormo dei popoli, se una guerra di principî, sola possibile in Europa, inalzasse le due bandiere al vento, quanti segreti di simpatia noi non vedremmo manifestarsi, quante moltitudini, ch'ora giacciono mute ed inerti, covanti il fermento Europeo, non si slancerebbero risorte a intrecciare le destre, a stendere le picche del cittadino, sull'altare dell'umanità!

Un giorno, quando noi avremo nome, e patria, e libertà, noi spiegheremo dinanzi ai nostri fratelli il quadro gigantesco e sublime del progresso dello spirito d'associazione, e le vicende per le quali attraverso rovine d'imperi e nazioni, attraverso i mille ostacoli che le tirannidi e l'individualismo suscitavano ad ogni tentativo, giovandosi ora delle conquiste, ora delle emigrazioni, ora del commercio, fuggendo un popolo per trionfare in un altro, svanendo in un secolo per ricomparire poi più potente, aspirando in un'epoca all'unità colla spada di Roma, tentandola in un'altra col pastorale, tramutando insensibilmente lo schiavo in servo, in vassallo, in borghese, in uomo libero; trasformando la proprietà; combattendo il feudalismo colla monarchia, il dispotismo coll'aristocrazia del sangue, colla potenza dell'oro, e l'insolenza dell'oro colla influenza della capacità; sviluppando più sempre la natura morale dell'uomo, e diminuendo il dominio della natura fisica: vincendo le abitudini del clima colle frequenti comunicazioni, colle vie moltiplicate, coi telegrafi, la Civiltà progressiva n'è inoltrata a un punto, dal quale nessuna forza oggimai può farla retrocedere--e la umanità emerge raggiante, sempre potente di nuovi ajuti, sempre raccogliendo qualche popolo nel suo cammino, sempre acquistando terreno in Europa, e incominciando ad invadere l'Asia. Sarà bello, finita la gran giornata, gittare uno sguardo, come il pellegrino, sulla via trascorsa. Oggi, noi stiamo sulla breccia, siamo stretti dalle urgenze dei tempi e degli avvenimenti; abbiamo la lancia in pugno. Si tratta di combattere, si tratta di vincere, si tratta di decidere se la civiltà debba arrestarsi in faccia a pochi uomini--se la fratellanza dei popoli sia una illusione o l'unico mezzo di trionfo per noi.--1832.

ITALIA E POLONIA

COMITATO NAZIONALE POLACCO

N.º 498, Parigi, via Taranne, 12.

_Il dì 6 ottobre 1832[65]._

FIGLI D'ITALIA!

Un Genio forte non si stanca mai, e nelle varie vicende sta sempre intento a risuscitare gli alti pensieri ed a fortificare i nobili sentimenti. Tale fu il Genio della vostra classica terra da tre secoli soggiogata. Un lungo infortunio ha creata l'esperienza della vostra nazione, la quale, principiando una nuova vita, non ha cessato mai di dare alla patria uomini dotti che preparando per voi un felice futuro, hanno mostrato al mondo i veri principî della libertà. Il popolo, dal cui seno uscirono cittadini predicanti siffatti principî, non è per certo destinato alla schiavitù. Ed oggi, figli d'Italia, GIOVINE ITALIA! la vostra gioventù fervida di speranza è una viva e brillante imagine del rinascimento vicino della vostra indipendenza e della vostra libertà.

Un popolo, che sa sentire, ascolta ed intende qualunque altro popolo è posto in simili circostanze. Per questo, i figli d'Italia accetteranno con gioja la parola dei figli della Polonia, i quali giunti in esilio insieme ad essi, si sono incontrati sull'amica terra di Francia. Qui uniti si ricordano insieme delle speranze svanite, quando i popoli d'Italia e di Polonia, riposando sull'eroe di Francia, incontrarono ogni sorte di sacrificî per rilevare la loro esistenza; e questa fraterna amicizia principiata allora fra i combattenti sotto gli stessi segni guerrieri, fa in oggi ricordare la rovina di tutti gli sforzi insieme ultimamente fatti per questo grande oggetto; fa intendere i suoi pensieri e indovinare l'avvicinato futuro.

Quei prossimi e preziosi istanti non lasciano assai tempo per risvegliare que' ricordi, per parlare di quelle strette relazioni che dai principî del cristianesimo avevano uniti i Polacchi e gli Ungheresi coi vicini Italiani. Il loro pensiero è tutto occupato di questo combattimento europeo coll'atroce dispotismo, tanto per la libertà ed il supremo potere dei popoli, quanto per la libertà e l'eguaglianza del diritto di ciascuno contro i privilegi e le usurpazioni di qualche eccezione: combattimento per l'indipendenza e per l'unione delle oltraggiate nazioni.

Figli della Penisola oltremontana! Non siete stranieri lontani, quando sul Continente si tratta una causa così importante. Simile è sempre ed in tutto la situazione dell'Ungheria, della Polonia e dell'Italia: la loro causa è la stessa; simili dunque e contemporanei devono per tutti essere i momenti d'operazione. Questa persuasione bolle nel sangue degli eroici guerrieri d'Italia e di Polonia, e il cuore dei cittadini delle due nazioni s'infiamma egualmente per la causa dell'Umanità. Nell'esilio, e nell'infortunio, le loro mani unite siano un segno dei loro desiderî, dei loro sacrificî e delle loro sempre concordi operazioni.

LELEWEL. VALENTINO ZWIERKOWSKI. ANTONIO HLUSZNIEWICZ. RYKACZEWSKI. ANTONIO PRZECISZEWSKI. LEONARDO CHODZKO. V. PIETKIEWICZ.

GIOVINE ITALIA

POLONI!

La GIOVINE ITALIA accoglie con gioja la vostra parola. Voi siete prodi, o Poloni. Dal giorno in cui l'infamia dei re congregati smembrò la vostra contrada, voi non avete cessato mai dal combattere apertamente o celatamente contro i vostri oppressori. Voi avete più volte, col martirio, protestato solennemente in faccia all'Europa, che nessuna forza potrebbe spegnere il pensiero d'indipendenza che vi fremeva nel petto, come nessuna usurpazione poteva cancellare i vostri diritti di popolo e di nazione. La vostra bandiera, proscritta sul vostro terreno, pellegrinò, sublime di memorie, per tutta Europa, ma combattendo e vincendo per l'altrui salute, mescendovi con altri prodi, il vostro pensiero era sempre alla Vistola, e il voto che ispirava Dombrowski scaldava i vostri cuori sulla terra straniera. Avete dato al mondo un esempio unico di costanza e di fermo volere. E quando nel 1830, sorgeste a salvar la Francia e l'Europa superaste gli esempî dei padri. Sorgeste quando tutte le forze dell'Impero erano in marcia verso le vostre frontiere. Sorgeste soli: combatteste soli. Onta all'Europa che rimase inerte! Oppressi dal numero, fors'anche dal tradimento, cadeste; ma l'aquila bianca, non brillò mai d'una luce sì bella come a quell'eroico cadere, e v'è tal nazione, alla quale sarebbe più gloria l'esser caduta, come voi cadeste, che non il trascinare una vita incerta e grave del gemito e della maledizione dei popoli.

Però la vostra parola ci suona nell'esilio come una promessa d'avvenire, e stringendo la mano che voi ci porgete, noi pure ci sentiamo più forti.

Ma il diritto d'onore, che il vostro coraggio v'ha dato da molti secoli, s'è convertito, dal 1830, in diritto di fratellanza. Ampliando la sfera dei vostri sentimenti, e fecondando il pensiero patrio col pensiero europeo, mente dell'epoca in cui viviamo, voi avete imposto un debito di riconoscenza e di lega a chi non avea che un debito d'ammirazione.

«Se anche, voi diceste all'Europa, in questa lotta della quale noi non ci dissimuliamo i pericoli, dovessimo combattere soli _pel vantaggio di tutti_, pieni di fiducia nella santità della nostra causa, nel nostro valore e nell'assistenza dell'Eterno, noi combatteremo fino all'ultimo sospiro per la libertà! E se la Provvidenza ha condannata questa terra a un servaggio perpetuo, se in quest'ultima lotta la libertà della Polonia è destinata a soccombere sotto le rovine delle sue città e i cadaveri de' suoi difensori, il nostro nemico non regnerà che sovra deserti, e ogni buon Polono trarrà seco morendo questo conforto, che se il cielo non gli concedeva di salvare la patria egli almeno con questa guerra mortale ha salvato per un momento, le libertà minacciate d'Europa.»

Furono parole solenni, grandi come la vostra sciagura: e l'Europa dei popoli le ha raccolte. Dal giorno in cui lo proferiste, fu segnato il patto d'alleanza perpetuo tra voi, e gli uomini della libertà in tutte contrade. Dal 20 dicembre 1830 ha data il titolo della Polonia alla grande Federazione Europea.

E però noi ora non facciamo che ratificare nell'esilio quel tacito patto: patto santificato dalla sventura: patto che durerà, perchè sgorga dalla natura della guerra che sosteniamo, e dalla missione che i destini dell'Europa e dell'incivilimento progressivo ci affidano. Sacerdoti d'una religione ch'oggi ancora è proscritta, ma il cui trionfo è sicuro, devoti dalla coscienza e dallo spirito del secolo a una bandiera che ha scritto da un lato _libertà ed eguaglianza_, dall'altro _Umanità_, dovevamo forse incontrarci tutti in un esilio comune, perchè da questo convegno di proscritti escissero i germi del gran convegno dei popoli; perchè serrati a cerchio come i cospiratori del Grütli giurassimo la alleanza degli oppressi contro l'alleanza degli oppressori. Da qui noi ci riporremo in viaggio, nella direzione che la natura commette a ciascuno, voi, coll'Alemagna unitaria, e coll'Ungheria ricostituita, all'emancipazione del Nord, all'incivilimento delle razze Slave; noi, colla Francia e colla Spagna all'emancipazione del Mezzogiorno. Ma in qualunque luogo noi ci troviamo, ricorderemo le amicizie strette nei giorni della sciagura: a qualunque zona del cielo europeo si rivolgano i nostri sguardi, noi diremo: là abbiamo fratelli: là il sole della libertà scalda anime di generosi!

Fratelli di Polonia!--i nostri padri hanno, voi lo accennate, combattuto sotto gli stessi segni. Illusi dalle stesse speranze, diedero insieme il loro sangue per cimento ad un trono che potea diventare il trono della civiltà, e non fu che quello d'un uomo.

Fratelli di Polonia!--qualche cosa ci dice che nelle lotte parziali inevitabili a toccare l'intento comune, noi combatteremo anche una volta insieme. Ma quelle battaglie non c'inganneranno nei risultati, perchè saranno combattute per noi e da noi, perchè saranno le battaglie non d'un _uomo_ ma d'un PRINCIPIO.

_Per la_ Giovine Italia, MAZZINI.

DELL'UNITÀ ITALIANA

1833.

L'Italie est une seule nation. L'unitè de moeurs, de langage, de litterature doit, dans un avenir plus ou moins éloigné, réunir enfin ses habitans dans UN SEUL gouvernement.

NAPOLÉON.

_Italiam! Italiam!....._

VIRGILIO.

I.

La questione se l'Italia, emancipata dal barbaro, debba ordinarsi in lega di repubbliche confederate, o costituirsi repubblica una e indivisibile, vorrebbe forse più lungo discorso che non concedono i limiti d'un articolo di giornale. Non che per noi si credano egualmente convalidate di forti argomenti le due sentenze. L'opinione che predica il sistema _federativo_ ci sembra generata da una strana confusione d'idee e di vocaboli, che forse non dura se non perchè pochi la discussero freddamente, e vergini di pregiudizî[66]; poi da quel senso di sfiduciamento che s'è coi secoli di servaggio inviscerato negli Italiani, e li indugia sui confini del _nuovo_ stato in continue transazioni col _vecchio_ che pur vorrebbero struggere. Ma è questione che vezzeggia e sollecita l'_individualismo_, potentissimo anch'oggi in Italia: questione che si nutre di tutte quelle gelosie, gare e vanità di città, di provincie, di municipî, passioncelle abbiette e meschine che brulicano nella Penisola, come vermi nel cadavere d'un generoso che cinquecento anni di debolezza e cinquanta di predicazione non hanno potuto spegnere, e che la grande esplosione rivoluzionaria potrà sola sperdere nella manifestazione solenne dell'unità nazionale. E a deciderla converrebbe scendere coi libri delle nostre storie alla mano in un campo d'ingratissima realtà a tesser gli annali delle mille ambizioni e influenze provinciali, aristocrazia di località più tremenda assai della aristocrazia dell'oro o del sangue, perchè dove queste si rivelano esose e assurde, quella assume aspetto di spirito generosamente patrio--risalire alla sorgente comune, la divisione dell'Italia in più Stati--poi seguirne lo sviluppo inseparabile dalle nostre sciagure--e mostrare come da più secoli la tendenza _frazionaria_ e il decadimento italiano camminino su due parallele--e svolgere le conseguenze favorevoli al commercio, all'industria, all'arti e alle lettere che verrebbero dal concetto _unitario_--ed esporre intero il piano d'ordinamento sociale per cui la vita e l'impulso allo sviluppo progressivo e la direzione armonica dei lavori hanno a propagarsi dal contro alle menome parti, senza incepparne la libertà, senza violarne l'indipendenza, senza isterilirne le potenze speciali: tesi vasta ed organica che le angustie del tempo ci vietano e che noi non tratteremo che a cenni. Ma a qualunque intenda a fondare, la parte _critica_, comechè incresciosa e nelle apparenze sterile, riesce pure inevitabile a trascorrersi. Però a questa è volto il presente articolo. Purgato dagli inciampi il terreno e svincolata la questione dai pregiudizî e dalle paure ond'oggi è impedita, sarà facile cacciarvi le basi degli ordini futuri. Lo spirito umano anela libero l'orizzonte davanti a sè. Dove ostacoli frapposti tra il suo volo e la meta lo costringano a combattere e soffermarsi a ogni tanto, infiacchisce e si logora.

Quando nei primi anni della gioventù, irritati delle basse tirannidi che s'esercitavano nelle scuole di tutta Italia a mortificare gl'ingegni o a nudrirli di misantropia, frementi una patria che nessuna contrada Italiana ci offriva, ma senza pur sospettare che il fremito individuale potesse convenirsi in azione, ponemmo il pensiero all'Italia, fummo _unitari_. Vergini di studiata scienza, liberi d'ogni servitù di sistema, insofferenti delle lunghe disamine e delle applicazioni pazienti, il vero stava per noi nella prima idea che ci balzasse improvvisa davanti, grande, vasta, solenne, raggiante di poesia, di potenza e d'amore--e questa idea ci s'affacciava nell'Italia _una_, ricinta dall'alpi e dal mare; in una parola di volontà onnipotente uscente da Roma dalla Roma dei Cesari, e valicante l'alpi ed il mare; in una missione di civiltà universale assunta da noi sin dai giorni della potenza romana coll'armi, continuata cogli esempî di libertà dalla prima metà dell'evo medio, colle lettere diffuse all'Europa dalla seconda, e fremente dopo i miracoli dell'impero nell'Italia del XIX secolo. Ma questa idea ci sorrideva come una musica d'anime, come un raggio di sublime poesia che ci mandava il cielo d'Italia, perchè nel nostro cuore s'ergesse un altare al concetto puro, santo, incontaminato, senza meditarlo, senza verificarne la possibilità, senza rintracciarne la verità politica per entro ai costumi, alle abitudini, alle credenze dei nostri concittadini. Era il sogno di Dante, di Petrarca, di Machiavelli--e si venerava da noi, come l'idea della libertà greca e romana dai cospiratori Italiani del XV secolo, per istinto, per entusiasmo, per foga di slancio, non per convinzione ragionata e come frutto di studî severi.