Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 37

Chapter 373,557 wordsPublic domain

Un tempo, il popolo non vivea d'una vita propria, ma dell'altrui. Era elemento di civiltà, quindi di rivoluzione, ma come stromento che aspettava chi l'adoperasse; materia nella quale il genio spirava l'anima sua. Spento il genio ricadea nell'inerzia. Le moltitudini conculcate fremevano talora d'un fremito, che annunziava il bisogno di un miglioramento; ma quel fremito si consumava nell'impotenza dei moti isolati e non governati dalla mente che crea la vittoria. Bensì, perchè la legge del progresso insisteva, sorgeva a tempo l'iniziatore: sorgeva un nome, Gracco, Mario, Spartaco, o altri--e il popolo si stringeva a quel nome, si cacciava sull'orme di quel rivelatore d'un dolore, d'un bisogno sociale; ma non durava attivo oltre l'interprete del suo pensiero e il pugnale patrizio uccideva Gracco e le pretese del popolo a un tempo: nè da quei rivolgimenti usciva forse vantaggio da uno in fuori, che il popolo s'esercitava all'azione. Mancava al popolo la coscienza de' suoi diritti. Il paganesimo, religione che affogava l'idea nel simbolo, riducendo ogni cosa al fisico, materializzava in certo modo anche l'_io_ umano, confinandolo nel sentimento unico della _patria_: il suolo creava diritti e doveri: diritti e doveri di _cittadino_, non d'_uomo_, spirito d'indipendenza e d'onore, non di libertà, e di perfezionamento morale. Perchè la religione di patria è santissima, ma dove il sentimento della dignità individuale e la coscienza di diritti inerenti alla natura d'uomo non la governino, dove il cittadino non si convinca ch'egli deve dar lustro alla patria, non ritrarlo da essa--è religione che può far la patria potente non felice; bella di gloria davanti allo straniero, non libera. E però il popolo romano non progrediva con Roma: era venerato da lungi, e servo del patriziato, o dei tiranni al di dentro, e più negli ultimi tempi che non nei primi--più dopo, poi che una parola di rivelatore ebbe mormorato agli uomini: _siete fratelli!_ e una religione spirituale manifestò all'uomo una parte di sè diversa, indipendente, indomabile dalla materia e dalla forza. Distrutta in principio la ineguaglianza delle caste, abolita la servitù, il primo passo verso l'_associazione_ fu dato, la prima coscienza de' suoi diritti svelata al popolo--e allora dopo un lungo soggiorno nel cielo, quasi a far riconoscere i suoi diritti da Dio, il pensiero del popolo scese in cerca d'uno sviluppo nella società e la lotta incominciò. Allora l'altare fu santo, perchè il popolo conculcato vi ricercava un rifugio e una forza; il papato fu santo perché s'appoggiava al popolo, proteggendolo dall'aristocrazia signorile; perchè somministrava al popolo una potenza morale contro la potenza materiale della conquista e del feudalismo; perchè costituiva il centro visibile d'una associazione universale e il popolo contemplava con gioja il _servo_ cinto della tiara, calcare col piede la testa d'un imperatore. Poi, quando il papato, compita la sua missione e rinnegata la propria origine, fornicò coi tiranni, il popolo fu ghibellino, cercò gli antipapi, plaudì ai tentativi delle riforme. In tutta quell'epoca che si stende dalla parola di Cristo alla grande riforma nella quale ruppe l'antica unità, e alla rivoluzione francese nella quale creò la propria, il popolo visse d'una vita composta della sua e dell'altrui--ma visse. Troppo debole ancora per inoltrarsi da sè s'appoggiò ora ad una, ora ad un'altra forza speciale. Si strinse in Francia alla monarchia per distruggere l'elemento aristocratico ch'esso aveva già combattuto all'ombra delle abbazie e della stola sacerdotale. Si raccolse intorno ai baroni nell'Inghilterra, dove l'elemento signorile feudale preponderava, per restringere il principio monarchico. S'ordinò a _comune_ in Italia; guerreggiò nelle Spagne sotto la bandiera degli Stati; si valse del commercio a costituirsi in associazione di città libere nella Germania. Sorse, giacque, risorse; ma sempre conquistandosi qualche frazione d'esistenza politica, sempre invadendo ad una ad una le molle sociali, sempre ampliando la propria sfera d'azione e minando la potenza di casta, sia lanciando una minaccia di distruzione colla JACQUERIE, e l'altre INSURREZIONI DELLE CAMPAGNE, sia transigendo col potere a fortificarsi d'una _carta_, d'un diploma di borghese, d'un privilegio d'elezione nelle città. La storia dello sviluppo progressivo dell'elemento popolare attraverso diciotto secoli di vicende e di guerre, manca tuttavia e chi la imprendesse farebbe salire d'un altro grado la umanità, riducendo alla espressione più semplice l'enigma europeo e rivelando il segreto della lotta che tenne fino ad oggi divise le generazioni, e le terrà finchè gli uomini della libertà s'ostineranno a traviare, per sistemi di transazione e per conciliazioni impossibili dalla vera linea politica. _La guerra tra gl'individui e l'universale tra il sistema frazionario e l'unitario, tra il_ PRIVILEGIO _ed il_ POPOLO, ecco l'anima di tutte le rivoluzioni, la formola della storia di diciotto secoli. Dominio e servaggio, patriziato e plebeismo, aristocrazia e popolo, feudalismo e cattolicismo nei primi tempi della Chiesa, cattolicismo e protestantismo negli ultimi, dispotismo e liberalismo, torna tutt'uno. Sono aspetti diversi della grande contesa, espressioni variate dei due principî che si contendono ancora il dominio dell'universo: _popolo e privilegio_. Ma il _privilegio_ è agli ultimi aneliti nell'Europa; il POPOLO ha seguito sempre il suo movimento ascendente, finchè trovato un simbolo nella Convenzione, si posò eretto davanti al suo Creatore, e riconoscendone solennemente l'esistenza, ne derivò come Mosè, la tavola de' suoi diritti e della sua legge e ridusse l'universo a due termini: DIO e il POPOLO.

DIO--e il POPOLO; ecco il programma dell'avvenire.

DIO--e il POPOLO; questo è pure il nostro, e lo sosterremo con quanto ardore un convincimento radicato può dare.

È tempo di scendere nelle viscere della questione sociale. È tempo di predicare agli uomini che tentano la libertà della patria, che i loro sforzi hanno non solamente ad essere rivolti all'utile del popolo--in questo tutti concordano,--ma che devono proclamarlo altamente e dirigersi francamente all'intento; che il tempo delle paure è passato; che il popolo è sorto, e che senz'esso non avranno vittoria. È tempo di dire e ripetere a tutti: in Lione, in Parigi, in Bristol, in Londra, il popolo ha parlato; di mezzo alle barricate, e tra gl'incendî il suo grido v'ha rivelato la sua potenza a fare e distruggere: non dimenticate quel grido. Se non avete anima per affratellarvi alle moltitudini, nè intelletto per indovinarne il segreto, nè scienza per adoprarle utilmente; se non vi sentite potenti ad eccitarle e a dirigerle, ritraetevi; quando le sorti saranno mature per una rivoluzione, sorgerà il popolo e la compierà. Ma se vi sentite ispirati alla santa missione; se volete iniziarlo a un grado di progresso; se sperate diminuire la somma de' guai che accompagnano una rivoluzione, e trarlo all'intento senza gravi perturbazioni, senza spogliazioni, senza inutili carnificine, non dimenticate quel grido; non condannate all'inerzia le moltitudini frementi; non v'illudete ad oprare per esse; non fidate a una classe sola la grand'opera d'una rigenerazione nazionale. Se convertite una rivoluzione in guerra di classi, rovinerete; o non durerete senza violenze inaudite, senza fama d'usurpatori, senza accuse di novella tirannide. Le moltitudini sole possono sottrarvi alle necessità del terrore, delle proscrizioni, dell'arbitrario. Le moltitudini sole possono santificare col loro intervento i vostri atti; perchè sospetti ed accuse sfumano davanti al loro solenne consenso. Ma badate a non chiamarle nell'arena, quando, esaurite le forze, non vi rimane speranza che in esse, perchè allora non avrete più via di dirigerle; badate che il vostro appello ad esse sia la chiamata del forte, non il gemito della paura: badate che il vostro grido percota il loro intelletto, come un richiamo, la loro memoria, come una promessa d'avvenire infallibile, come una parola d'alta fiducia in voi, in esse, e nella vittoria. Così vincerete.--In altro modo non avrete che la tristissima soddisfazione d'aver durato per alcun tempo una lotta, senza efficacia d'intento--la maledizione di tutti coloro che sperando nei vostri sforzi vedranno ricadere le cose a eguali sorti, o peggiori--poi, gli onori del patibolo, la vergogna della disfatta, e una parola di diffidenza mormorata dai vostri, sul vostro sepolcro.

Noi italiani, più ch'altri, abbiamo bisogno d'avere le moltitudini con noi, perchè nessun popolo forse ha più ostacoli da superare--nè giova il dissimularli.--Abbiamo nemici al di dentro, pochi a dir vero, ma potenti di ordinamento, d'oro, e d'insidie. Abbiamo un esercito straniero, padrone di posizioni munite, di città primarie, di molte delle nostre fortezze, e superbo delle passate vittorie. Abbiamo le divisioni provinciali, che i molti secoli di sciagura comune hanno potuto logorare, ma non distruggere. Abbiamo, e questa è piaga mortale, la mancanza di fede in noi e nelle forze nostre, sicchè molti tra gl'italiani si stimano impotenti a fare e guardano oggi ancora allo straniero, come se dallo straniero potessero aver altro mai che nuove delusioni, nuovi ceppi, e nuovi tormenti. Abbiamo la inesperienza nell'arti di guerra, la innata diffidenza dei capi, e il perenne sospetto dei tradimenti, cresciuto in noi dagli eventi. E non pertanto a tutto questo porremo rimedio, se noi vorremo davvero. Non v'è ostacolo vero per ventisei milioni d'uomini che vogliano insorgere e combattere per la patria. I pochi nemici dell'interno, potenti all'astuzie, ma vili--e abbiamo fatti--al pericolo, o sfumeranno davanti al nostro primo grido di guerra, o li conterremo col terrore. Vinceremo lo straniero colla unità del moto, e con un genere di guerra insolita, forte di tutti i mezzi, diffusa su tutti i punti, varia, inesauribile, e tale che nè venti disfatte possono spegnerla, nè stagione od altro può imporle tregua, nè truppa disciplinata e avvezza alla battaglia campale può sostenerla gran tempo senza disordinarsi, senza sfiduciarsi, e perire. La scelta avveduta scemerà la diffidenza nei capi; e quanto ai tradimenti, è tradito chi vuole. Quando i capi sapranno d'avere la morte a fianco, e l'infamia alle spalle; quando la viltà sarà punita come la perfidia; e il libero linguaggio ch'or taluni riprovano, avrà tolto a' codardi e agl'infami la speranza di divorare il prezzo del tradimento nel silenzio comune, non tradiranno--o pochissimi. Ma per questo ci è forza avere le moltitudini; è forza, che il nostro vessillo sia vessillo di popolo; è forza presentarsi in campo colla maggiore potenza possibile; perchè abbiamo a compiere grandi cose, e soli tra i popoli, dalla Germania in fuori, abbiamo a conquistarci l'unità, l'indipendenza, la libertà. Ora, noi dobbiamo vincere, e rapidamente.--Prima legge d'ogni rivoluzione è quella di NON CREARE LA NECESSITÀ D'UNA SECONDA RIVOLUZIONE.

III.

Ma per avere compagno all'opera le moltitudini, per suscitarle dalla inerzia che le occupa, quali vie s'affacciano al forte che tenti l'emancipazione della sua contrada?--Il popolo ha fatto il callo al suo giogo; il servaggio ha stampato profondo il suo solco sulla fronte del popolo, e la polvere di cinque secoli posa sulla sua bandiera. Dov'è la voce così potente che valga a rompere il sonno ai giacenti da secoli, e dire efficacemente: levatevi?--Dov'è il soffio che possa sperdere quella polvere, e restituire la vivezza degli antichi colori al vecchio stendardo del popolo?

Il popolo?--Ah! Se voi non lo aveste chiamato mille volte a risorgere, e mille deluso; se egli fosse vergine di passato; se una santa parola non gli fosse troppo sovente suonata parola di derisione; se la libertà ch'egli vedeva scritta sulle vostre insegne, ch'egli udiva con ansia d'aspettazione suonare alto da' vostri seggi, nei vostri consessi, non fosse stata per lui come il frutto del lago Asfaltide, bei colori al di fuori, cenere dentro; se quando egli fidava salire d'un grado nella scala sociale, non avesse trovato una nuova aristocrazia al luogo della rovesciata, il privilegio dell'oro sottentrato a quello del sangue; se, quando egli sperava migliorare di condizione e togliersi di dosso i cenci della miseria, egli non avesse trovato i nomi soli mutati, non già le cose; s'egli non vi avesse udito teorici di pretesa, legislatori meschini, contendere d'una interpretazione di legge, d'una formalità politica, mentr'egli, il popolo, chiedeva pane e un diritto di rappresentanza; se finalmente egli avesse trovato in voi una scintilla dei grandi riformatori, la virtù del martirio per la fede che annunciavate, io vi direi: chiamatelo! Mormorate alle generazioni la parola di libertà, la parola dell'avvenire; e le generazioni verranno alla vostra chiamata; e voi vedrete il popolo levarsi, rompere il sonno e le abitudini della inerzia, scuotere i cinque secoli di servaggio come il lione la sua criniera, e innoltrarsi gigante: però che il popolo, come il Nettuno Omerico, ha potenza per correre in tre passi la carriera rivoluzionaria; e i popoli si rinnovano alla parola di libertà, come gl'individui all'amore. Io vi direi: nessun popolo, chiamato a sorgere pei suoi diritti, ha rifiutato: nessun popolo--tranne forse il Portoghese oggidì, e la chiamata è di re, nè ispira fiducia.--Ma in oggi, conviene pur dirlo, la esperienza di tante rivoluzioni che non hanno fruttato miglioramenti alle moltitudini, ha insegnato al popolo la diffidenza. E però, dove dieci anni addietro bastava chiamarlo, in oggi è necessario convincerlo; dove un nome, una idea bastavano a creargli speranze, in oggi è d'uopo esporgli apertamente l'utile materiale che deve indurlo all'azione. Questi frutti escivano dai sistemi praticati dalla fazione _dottrinaria_ francese. Vegliamo almeno a sottrarre i tentativi futuri italiani alla influenza della fazione _dottrinaria_ italiana.

Una opinione generata dal desiderio non calcolato di raccogliere tutti i voti, tutte le sentenze intorno a un sol punto, vorrebbe levare il grido di Giulio II, gridar guerra _al barbaro!_..... e tacer dell'altro.--Nessuno rifiuterà, dicono, di sorgere alla chiamata contro l'Austriaco. Gli uomini s'affratellano volentieri nell'odio. Non inalzate bandiera speciale. Lasciate al futuro le questioni intorno alla forma del reggimento che avremo a scegliere. Non usurpate i diritti del popolo. Il popolo, liberata la terra patria, deciderà.

Il consiglio move da gente ch'ama veramente l'Italia, e si slancerebbe forse tra' primi alla santa crociata. Però, noi lo esponemmo, e lo combatteremo, rispettandolo.

Dapprima,--e i nostri lettori oggimai lo sanno, ma giova ripeterlo,--la unione di tutti i pareri, di tutte le opinioni, di tutte le credenze in un solo intento, sta per noi, come utopia seducente, ma pericolosa. Se la impresa che noi tentiamo fosse impresa di distruzione e non altro, la concordia non riescirebbe difficile: ma l'epoca, la missione di fondazione si concentra così strettamente alla prima, che noi non possiamo disgiungerle. Le antiche rivoluzioni fallirono in questo, che ordite a raunare i voti, comunque discordi, in un solo concetto generale e non abbastanza determinato, riescono potenti alla prima operazione, inette a compiere la seconda. I cospiratori raccolsero in un voto di rovina ogni sorta d'uomini; non interrogarono che volessero, ma soltanto che non volessero; commisero il resto al tempo.--Insorsero, e facilmente, però che vincevano in numero; ma il dì dopo, quand'era più urgente lo stringersi, gl'insorti apparivano divisi in più campi.--Le forze imponenti a principio, si smembravano in mille simboli, in mille sistemi d'ordinamento civile; perchè l'insurrezione avea, struggendo il nemico comune, restituito ad ognuno la indipendenza; e ogni uomo si sentiva forte a inalzare la bandiera, che gli studî, le passioni e il calcolo gli suggerivano. Però riescivano inefficaci a resistere, e cadevano: con quanta vergogna d'Italia noi possiamo sentirlo nel core, o leggerlo sulla fronte dello straniero! Ma noi v'abbiamo imparato a non calcolare di troppo la importanza delle unioni che aggregano elementi eterogenei per via di programmi insignificanti o d'un breve entusiasmo. V'abbiamo imparato che non v'è _bacio Lamourette_ pei partiti che dividono una nazione; e che potenti, possono spegnersi, non confondersi; deboli, si confondono, ma facendosi, e mostrandosi forti,--e in politica, quel partito è più forte che rappresenta non la più alta cifra, ma la più alta e intera concordia di volontà. Però noi vogliamo non unire, ma unirci; non consumare gli sforzi e il tempo a conciliare cose di diversa natura, ma stringere a falange serrata gli uomini che professano le nostre credenze. A questi, diffusi e isolati fin qui, abbiamo detto e diciamo: GIOVANI O CANUTI, forti di braccio o di senno, siate con noi; rannodatevi alla nostra bandiera. Agli altri: rimanetevi: voi non potete essere con noi; ma concentratevi, e non ci accusate d'usurpazione: perchè o i più risponderanno alla nostra chiamata, e il diritto sarà con noi: o rimarremo minorità, e noi non attireremo sulle teste dei nostri concittadini la maledizione delle risse civili.

Ma quando avremo cacciato in Italia il grido di: _guerra al barbaro_; quando l'altra faccia del nostro stendardo non presenterà una parola di diritto, di rigenerazione, di miglioramento civile e materiale alle moltitudini, le moltitudini saranno con noi?--Non posiamo le basi dell'avvenire sopra illusioni. Le nazioni in oggi non si levano per una bandiera di guerra. Le nazioni non sorgono che per un principio. Gemono oppresse, immiserite, conculcate dalla tirannide, e contro alla tirannide si leveranno: ma la tirannide è tremenda, cittadina o straniera. A noi, potenti d'odio e d'amore, educati dagli studî, dai monumenti e dalle pagine storiche all'orgoglio della sventura, può stringere l'anima di più vergogna, e commoverla del fremito italiano, il sapere che chi ci opprime parla una parola non nostra, e che la sciabola, suonante oggi sulle tombe dei nostri padri è sciabola di straniero--ma le moltitudini intendono il grido di libertà più che quello d'indipendenza. Poi, l'assisa Austriaca splende abborrita agli occhi dell'Italiano di Lombardia, perchè le messi, gli uomini, l'oro lombardo trapassano nei granai, negli eserciti, nelle casse dell'Austria: ma gl'Italiani del Piemonte, del Genovesato, di Napoli, della Toscana, non sentono direttamente questo giogo sul collo. Il bastone di Metternich governa i tirannetti italiani; ma è segreto di gabinetto, e le moltitudini non s'addentrano nei gabinetti. Il pensiero del popolo erra fremente sulle piazze delle città, per le vie, nei tugurî, lungo i solchi delle campagne; non varca,--o di rado--oltre alle frontiere. Il _barbaro_ per l'uomo del popolo è l'esattore, che gl'impone un tributo sulla luce ch'egli saluta, sull'aura ch'egli respira; il _barbaro_ è il doganiere che gl'inceppa il traffico; il _barbaro_ è l'uomo che viola, insultando, la sua libertà individuale; il _barbaro_ è la spia, che lo veglia nei luoghi dov'ei tende obliare l'alta miseria che lo circonda! Là, nelle mille angherie, nelle vessazioni infinite, nell'insulto perenne d'un insolente potere, d'una esosa aristocrazia, stanno i guai delle moltitudini: di là avete a trarre quel grido che può farle sorgere. Gridate all'orecchio del popolo: la tassa prediale v'assorbe la sesta parte o la quinta dell'entrata--le gabelle imposte alle polveri, ai tabacchi, allo zucchero, ed altri generi coloniali, agguagliano la metà del valore--il prezzo del sale, genere di prima necessità, v'è rincarito di tanto che nè potete distribuirne al bestiame, nè talora potete usarne pur voi medesimi--la necessità d'adoprare pei menomi atti, per le menome contrattazioni, la carta soggetta al _bollo_ v'è sorgente continua di spesa--i vostri figli sono strappati alle madri, e cacciati nei ranghi di soldati, che v'appunteranno al petto le bajonette, sol che il vostro gemito si faccia potente per salire al trono del tiranno che vi sta sopra; nè v'è speranza per essi di promoversi nelle patrie battaglie a condizione onorevole. Dite al popolo, per te non v'è dritto,--non rappresentanza,--non ufficio--non magistrato speciale--non amore,--non simpatia: v'è pianto, e miseria: v'è oppressione civile, politica, sacerdotale: v'è tirannide del principe, scherno dei subalterni, insulto di soldatesca, prepotenza di privilegio, d'opulenza--perpetuità di servaggio, palco e scure se t'attenti di romperlo senza vincere!--Poi mormorategli le grandi memorie de' Vespri, di Masaniello, di Legnano, del 1746: narrategli le battaglie di Parigi, di Bruxelles, di Varsavia: narrategli le barricate, le picche, le falci.--Ditegli: sta in te l'imitare quelli atti; sorgi gigante nella tua potenza: Dio è con te: Dio sta cogli oppressi! Quando vedrete passare sopra quei volti un pensiero di vita, quando udrete levarsi, come un vento sul mare, il fremito popolare--allora--ma allora soltanto, slanciatevi alla sua testa, stendete la mano alla terra Lombarda: _là stanno gli uomini, che perpetuano il vostro servaggio_: stendetela all'Alpi: _là stanno i vostri confini_:--e mandate il grido di FUORI IL BARBARO: GUERRA ALL'AUSTRIACO!--Il popolo vi seguirà.

IV.

E v'è una parola che il popolo intende dovunque, e più in Italia che altrove, una parola che suona alle moltitudini una definizione dei loro diritti, una scienza politica intera in compendio, un programma di libere istituzioni. Il popolo ha fede in essa, perchè egli in quella parola intravvede un pegno di miglioramento e d'influenza--perchè il suono stesso della parola parla di lui, perchè egli rammenta confusamente che s'ebbe mai potenza e prosperità, le dovette a quella parola scritta sulla bandiera che lo guidava. I secoli hanno potuto rapirgli la coscienza delle sue forze, il sentimento de' suoi dritti, tutto; non l'affetto a quella parola, unica forse che possa trarlo dal fango d'inerzia ov'ei giace per sollevarlo a prodigi d'azione.

Quella parola è--REPUBBLICA.--

Repubblica--ossia cosa pubblica: governo della nazione tenuto dalla nazione stessa: governo sociale: governo retto dalle leggi, che siano veramente la espressione della volontà generale.

Repubblica--ossia quel governo, in cui la sovranità della nazione è principio riconosciuto, predominante ogni atto, centro e sorgente di tutti i poteri, unità dello stato--in cui tutti gli interessi son rappresentati secondo la loro potenza numerica--in cui il _privilegio_ è rinnegato dalla legge e l'unica norma delle pene e de' premî sta nelle azioni--in cui non esiste una classe, un individuo che manchi del necessario--in cui le tasse, i tributi, i gravami, gl'inceppamenti alle arti, all'industria, al commercio son ridotti al minimo termine possibile; perchè le spese, le esigenze e il numero dei governanti e dell'amministrazione sono ridotti al maggior grado possibile d'economia--in cui la tendenza delle istituzioni è volta principalmente al meglio della classe più numerosa e più povera--in cui il principio d'associazione è più sviluppato--in cui una nuova via indefinita è schiusa al progresso colla diffusione generale dell'insegnamento e colla distruzione d'ogni elemento _stazionario_, d'ogni genere di immobilità--in cui finalmente, la società intera, forte, tranquilla, felice, pacifica e solennemente concorde, sta sulla terra come in un tempio eretto alla virtù, alla libertà, alla civiltà progressiva, alle leggi che governano il mondo morale, sulla cui faccia possa scolpirsi A DIO, IL POPOLO!

V.