Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 36
«NON FIDATE NELLO STRANIERO; la libertà non è veramente ottenuta, se non la conquistano i cittadini col proprio sangue; nè lo straniero scenderà a versare il suo sangue sulle vostre campagne, se non quando paventerà in voi un nemico potente o vedrà in voi un potente ausiliario. La libertà isterilisce rapidamente quando è commessa a mani d'esteri. Se volete essere ajutati, mostratevi forti; cominciate per cancellare la macchia di viltà che v'appongono; invocate il rispetto de' dritti o la simpatia de' popoli coll'arme al braccio. LA DIPLOMAZIA S'APPOGGIA SULLA MINACCIA: non v'è diplomazia per chi fugge: ma uomini e Dei soccorrono al forte.--IN RIVOLUZIONE, L'ARRESTARSI PRIMA D'AVER TOCCATO LO SCOPO, È COLPA GRAVISSIMA. Proclamate l'intento SOCIALE della rivoluzione; enunciatelo al popolo; chiamate le moltitudini all'opra. L'onnipotenza sta nelle moltitudini: convincetele che voi non oprate se non a migliorare il loro destino; scrivete sulla vostra bandiera: EGUAGLIANZA E LIBERTÀ da un lato, dall'altro: DIO È CON VOI; fate della rivoluzione una religione; una idea generale che affratelli gli uomini nella coscienza d'un destino comune e il martirio: ecco i due elementi eterni d'ogni religione. Predicate la prima, slanciatevi sublimi verso il secondo; CACCIATE LA GIOVENTÙ ALLA TESTA DELLE MOLTITUDINI INSORTE: voi non sapete gli arcani di potenza nascosti in quei cori giovanili; non sapete la influenza magica che la voce dei giovani esercita sulle turbe: voi troverete nella gioventù una folla d'apostoli alla nuova religione. Ma la gioventù vive di moto, ingigantisce nell'entusiasmo e nella fede. Consecratela coll'altezza d'una missione; rinfiammatela colla emulazione e colla lode; diffondete ne' suoi ranghi la parola di foco; la parola dell'ispirazione; parlate ad essi di patria, di gloria, di potenza, di grandi memorie--poi rovesciate moltitudini e gioventù sull'Austriaco; bandite la crociata addosso al barbaro che divora l'oro italiano, che beve il sangue italiano, che profana le memorie italiane, che sfronda colla sua sciabola i cedri dei nostri terreni, che contamina l'aure del nostro cielo, che ci toglie vita, patria, nome, gloria, intelletto e sostanze--e assalite primi. LE RIVOLUZIONI, generalmente parlando, NON SI DIFENDONO CHE ASSALENDO. Insurrezione e guerra sono sinonimi e poichè non potete sfuggirla, rompetela primi: rompetela in modo che non lasci via di pace o di tregua; snudate la spada e cacciate via la guaina; ma badate se non è guerra d'eccidio, se non è guerra rivoluzionaria, guerra disperata, cittadina, popolare, energica, forte di tutti i mezzi che la natura somministra allo schiavo dal cannone al pugnale, cadrete e vilmente! Badate che dove il tamburo non s'accompagni del suono delle campane a stormo, dove il fatto campale non alterni colla barricata, cadrete! Badate che dove non calcoliate esattamente le vostre forze, dove non adottiate un metodo di guerra speciale, dove presumiate troppo o troppo poco di voi, cadrete! VOLGETEVI AI MONTI: là sono le speranze della libertà; là stanno le vostre difese insuperabili eterne, sol che vogliate; di là scendete, dilagatevi nelle varie contrade italiane; gittate in mezzo ai vostri fratelli un brano di bandiera Italiana, un grido di risurrezione: avrete un eco per ogni dove, perchè dapertutto è dolore, oppressione, anelito alla libertà santa.--Fate questo; poi, se il secolo vi contrasta il passo, se la prepotenza degli umani destini v'affoga, allora... allora LIBATE A GIOVE LIBERATORE e morite. Avrete almeno morendo il conforto di non aver tradito voi stessi, d'aver lasciato una scuola che i posteri imiteranno, d'aver versato un sangue che frutterà un giorno o l'altro--ma inevitabilmente--il vendicatore.»
L'uomo che avesse parlato queste parole, sarebbe stato l'eletto del popolo; quell'uomo avrebbe mutato forse le sorti italiane.
Perchè chi può calcolare l'influenza d'un fatto generoso, d'una mossa rapida, d'un esempio virile davvero? Chi può calcolare le conseguenze d'una incursione nella Toscana? Chi può prevedere i risultati d'un assalto dato a Massa di Carrara, invocato--e il Governo Provvisorio modenese lo sa--da inviati della Liguria?--Forse il Piemonte sorgeva; forse gli Abruzzi tornavano alle prove antiche; forse, sedotto dalle nuove d'una resistenza ostinata ed eroica, il popolo francese trascinava i suoi governanti a partito più leale e più nobile. Ma dove nessuno ordinava la resistenza; dove il terrore sedeva nel consiglio, accanto ai ministri, sul seggio del Presidente; dove i governi rivoluzionarî capitolavano prima d'aver tratto un colpo solo di cannone; quali speranze potevano concepire le moltitudini e che slancio esigere nell'Italia? Quella capitolazione fu l'ultimo atto d'una carriera di codardie; pose il suggello alle colpe. Fu fatta quando la nuova del fatto di Rimini non era giunta ancora all'orecchio di chi segnava e tutte le forze--quali pur fossero--erano, nell'opinione del governo, intatte. Fu fatta, quando i poteri di chi segnava erano nulli, e la somma delle cose era rimessa nelle mani di tre uomini, atti a reggere l'impresa senza viltà. Fu fatta dietro un'esposizione incompleta e inesatta dei generali ARMANDI e BUSI: e i componenti il governo tremavano della non accettazione e mandavano agli inviati «d'adoperarsi POSSIBILMENTE affinchè fossero stipulate le convenzioni di salvezza che ognuno conosce: lasciando però al loro PRUDENTE arbitrio di adottare quelle deliberazioni che nella somma URGENZA delle cose credessero all'uopo opportune[62]» cioè, a chi ben vede d'arrendersi a discrezione, ove le condizioni proposte fossero rifiutate. Importava agli uomini del governo d'arrendersi, non il come. E se a chi magnifica in oggi la sapienza e il patriottismo di quella Capitolazione si mostrassero le lettere scritte pochi dì dopo da taluno ai Cardinali, a implorare dalla sacra Porpora il perdono e l'oblìo delle COLPE ASTERSE (dal Benvenuti) non gli rimarrebbe che un fremito d'ira per la immensa paura de' pochi preposti. Colpe! Oh sì! ve ne hanno; ma non v'è amnistia, o bacio di Porpora che possa astergerle; nè l'Italia dimenticherà facilmente.
VII.
Leviamoci da cotesto fango. Parliamo all'Italia, parliamo alla gioventù che fremeva e freme e nella quale stanno riposte le più care speranze italiane. Confortiamo nei pensieri dell'avvenire, e nella coscienza d'aver parlato utilmente alla patria, l'anima stanca d'errare tra le rovine d'un passato doloroso, con un ufficio che non concede di scrivere una sillaba senza gemito. Ora il nostro ufficio è compiuto. Stendiamo una pagina di dimenticanza tra il passato e noi. Noi l'avremmo stesa assai prima, se non corresse debito incancellabile a ogni uomo che ama la patria anzi ogni altra cosa, di segnare i precipizî ove caddero i primi, perchè non vi rovinino i secondi; e di esercitare tutta la severità del giudicio sovra gli uomini che assumono la direzione della cosa pubblica, onde astringerli a dritto sentiero.
Giovani miei concittadini! Se in voi è proposito deliberato e tenace di risurrezione, la voce del giovine come voi, che si sente acceso delle stesse vostre passioni, che v'ama come la speranza del secolo, che intravvede un avvenire di gloria per voi, che veglia questo vostro avvenire, quest'aurora della vostra emancipazione, coll'affetto d'una madre all'infante, che sente balzarsi il core d'una gioja insolita ogni qual volta intende un bel fatto vostro, che non vive se non in un concetto vostro tutto, che darebbe la vita per accrescervi lode, che la darà quando sorgerà il gran momento--la sua parola nulla per sè, fiacca, debole e impotente ad esprimere le passioni generose che gli fremono dentro, dovrebbe pure infiammarvi ad oprare! Non vi avvilite, perchè i primi tentativi fallirono: nulla è perduto, se il coraggio non è perduto. Ponete una mano sul cuore: lo sentirete battere di potenza. Siate dunque potenti.--Vogliate, e farete. Rannodatevi a noi; riconcentratevi alla bandiera che noi inalziamo: essa è vostra questa bandiera; e se noi l'inalziamo primi, non è che un beneficio--il solo beneficio--che ci concede l'esilio. Rannodatevi a noi, finchè il caso ci dà di bandire l'espressione del concetto, che vi si agita nel petto: poi quando voi saluterete il momento che vi schiuderà la via delle azioni, allora sorgete e calpestatela: inalzatene una più bella e più vasta e calpestate la nostra--calpestatela, perchè avete un grado di progresso a salire; perchè noi non siamo tristi, ma voi avete ad essere migliori; perchè infine ne abbiam bisogno a smentire le accuse che forse ci movono, a provare che noi non aspiravamo a cosa alcuna individuale.--Ora i nostri ammaestramenti possono esservi utili: l'unità di principî e di direzione può esservi necessaria. Allora, l'unità sarà ben altrimenti potente: allora dovrete farla sorgere voi. Guarderete d'intorno a voi e nei nostri ranghi: gli eletti di Dio alla rigenerazione vi si riveleranno nell'attrito delle circostanze e dei casi. Dove scorgerete religione di pochi ma fecondi principî--esattezza di conseguenze logicamente dedotte e intrepidamente applicate--potenza di sagrificio illimitato--intelletto ed entusiasmo--e tanta solennità di manifestazione di opinioni da non poter retrocedere senza infamia e rovina totale, là sceglierete. Là stanno i vostri capi: là nella scelta accurata, sta la salute dell'Italia e la vostra.
ARTICOLO SECONDO.
Qu'il n'ait qu'un seul amour, l'amour du peuple; qu'un source de poésie, la souffrance du peuple; qu'une ambition, la délivrance du peuple!
Que tout privilège excite sa haine comme un vice. Que la vue de toute misère et de toute dégradation le trouble comme un remords.
Que pendant son sommeil, ces seuls mots soient murmurés par ses lèvres: l'avenir du peuple! Et que pendant le jour ces mêmes mots ne puissent être prononcés devant lui sans que sa poitrine frissonne, et que des larmes brulantes étincellent à ses regards.
EDOUARD CHARTON.
Il popolo! il popolo
_Antico grido italiano._
I.
Dalla meditazione severa sulle vicende dei quaranta anni trascorsi e sulle cagioni per le quali molti dei tentativi operati con animo generoso a pro della emancipazione de' popoli tornarono in nulla, emerge parmi, un fatto singolarissimo che giova anzi ogni altra cosa distruggere, perchè frappone un ostacolo grave ai disegni degli uomini liberi, ed è questo: che i più fra quanti combattono la tirannide politica, intellettuale e civile o non hanno o non manifestano un simbolo intero, una credenza coordinata. DISTRUGGERE, rovesciare il vecchio edifizio sociale; sperdere le reliquie del feudalismo; rompere i ceppi agli uomini d'una nazione--in questo concordano. Più oltre s'arrestano incerti, come se a quel termine avesse fine la loro missione. Procedono animosi com'Attila, nell'opera devastatrice: com'egli, davanti a Roma, s'arretrano paurosi davanti a ciò che dev'essere intento all'impresa, davanti alla parola che deve ridurre a formola le loro dottrine, a definizione i loro progetti. Non parlano di FONDARE, o se lo fanno, è linguaggio timido, misterioso, indeterminato per siffatto modo che varrebbe meglio tacersi. Scrivono LIBERTÀ sulla loro bandiera. Libertà di che sorta? Come ordinata? Da quali principî dedotta?--I senatori Veneti facevano suonare alto quel nome; ma la loro libertà si stava confinata tra: _a palace and a prison_[63], tra i piombi e la bocca del leone.--I Genovesi l'aveano scritta sulle loro prigioni; e v'è tal contrada in Europa che ricorda in oggi la prigione dei Genovesi.--Bentinek l'affacciava agli Italiani del 1814 sullo stendardo Britannico, e gli Italiani sanno come il congresso di Vienna interpretasse quella parola. Non v'è usurpatore, tiranno o invasore straniero che non abbia cacciato innanzi a sè quel vocabolo a spianarsi la via del trono o della rapina.--È dunque necessario determinarne il senso e le applicazioni; e nol fanno. Paventano le divisioni, come se un dì o l'altro, compita l'opera di distruzione, queste non dovessero insorgere, e più tremende perchè non calcolate. Paventano l'accusa di dittatura, come se tra l'esprimere un'opinione e imporla colla forza non corresse un divario infinito. Paventano d'errare come se l'errare fosse delitto, come se non rimanesse sempre aperta una via d'ammenda all'errore, morendo in un angolo della patria per la volontà nazionale manifestata.
Noi non paventiamo l'accusa di fautori di divisioni, però che il nostro franco discorso può, come sovente dicemmo, chiarirle, ma non crearle, e d'altra parte, se noi a proporre un simbolo del futuro, vogliamo attendere che tutti consentano, meglio è ristarsi; dacchè i buoni ad affratellarsi con noi hanno bisogno di conoscerci quali siamo, i tristi non consentiranno mai; nè d'essi curiamo.--Non paventiamo d'errare, perchè, o il popolo sarà con noi, e la VERITÀ STA COL POPOLO, o i nostri principj verranno respinti dal voto dei più, e noi curveremo riverenti la testa davanti alla maestà del voto nazionale.--All'accusa d'ambizione noi sdegneremmo rispondere. E però noi diremo il nostro simbolo liberamente, come liberamente lo concepimmo. Cercare la verità con animo spassionato e tranquillo; bandirla con entusiasmo e fiducia; e morire per essa, quando il sagrificio frutti utilmente: questo è il debito del cittadino alla patria, e non altro. Questo faremo. Apriamo un campo e vi convochiamo i nostri fratelli. Spieghiamo primi la nostra bandiera, però ch'essa è pura, incontaminata. Ognuno sollevi lealmente e generosamente la sua.--L'Italia darà giudicio, e al giudicio italiano nessuno vorrà o potrà ribellarsi.
Nelle circostanze presenti, la missione dell'uomo è doppia: abbattere uno stendardo e inalzarne un altro; spegnere un errore e rivelare una verità; struggere ed edificare. Chi dimezza l'opera, non intende la chiamata del secolo. Noi siamo in sul finire d'un'epoca _critica_, e sul cominciare d'una _organica_; al tramonto d'un ordinamento sociale, all'alba d'un altro, e dobbiamo rifletterne i primi raggi. Stiamo fra il passato e l'avvenire e a voler promuovere lo sviluppo della civiltà, ci conviene dalle rovine del primo cacciare le prime linee del secondo. Ci corre debito inviolabile, sciogliendo i ceppi all'umanità e restituendola al moto, illuminarle la via, e farle almeno intravvedere un intento _politico_ al viaggio. Ci corre debito inviolabile, emancipando una razza, condurla almeno, come Mosè, in faccia alle terre promesse--quand'anche come Mosè, noi dovessimo salutarla da lungi e morire.--
Quella smania di struggere senza fondare, quel grido di morte lanciato al presente senza una voce che annunzi la vita dell'avvenire, quella incostanza di dottrine e di norme, che bene spesso ha meritato ai tentativi dei _liberi_ la taccia di preparatori dell'anarchia, è contrassegno profondo ancora del secolo--secolo di transizione, di lotta, di guerra fra gli elementi che costituiscono la società. Nelle lettere, nella filosofia, nell'altre discipline, lontane dalla politica, ma che pure sono raggi dello stesso foco, espressioni varie d'un solo pensiero, noi vediamo riprodursi la stessa tendenza, o meglio la stessa assenza di tendenza distinta, quindi di concentramento agli sforzi individualmente tentati.--Il romanticismo in letteratura, lo scetticismo in filosofia hanno eretta una bandiera nera, senza nome, senza motto, senza carattere determinato che possa farne bandiera di moltitudine. Il primo ha rotto le porte della religione che i trattatisti, i professori, le accademie, e i pedanti avevano imposta agli ingegni, e schiudendo uno spazio infinito all'intelletto inceppato da secoli, ha gridato: sei libero, va come vuoi e fin dove puoi;--ed oggi, che l'intelletto lanciato a corsa sfrenata, s'è perduto nel misticismo o s'è cacciato nelle rovine de' bassi tempi, esclamano: l'intelletto ha bisogno di trattatisti, e accademie.--L'altro, sfrondando a un tempo superstizioni e credenze, confondendo le forme mutabili delle cose colla sostanza, struggendo--o tentandolo almeno--_simbolo_ e _idea_, ha snudato i vizî delle credenze, e creduto abolirle; ha rovinato l'altare senza por mente al pensiero che fece di quell'altare un sacrario all'umanità: ha creato il vuoto intorno all'uomo, stimando costituirlo libero; poi, quando s'è avveduto che l'uomo brancolava in quel vuoto, e cercando un appoggio, e non trovandolo, ricadeva alle antiche credenze o a peggiori, lo scetticismo ha sorriso, crollando la testa ed esclamando: l'uomo è un ente debole; non v'è progresso, ma una vicenda eterna di generazioni progressive e di retrograde.
Il progresso esiste, esisteva esisterà, perchè è legge di Dio--nè tirannide civile o sacerdotale può romperla. La vicenda eterna è interpretazione meschina alla gran pagina della storia del mondo data da chi sostituisce nei suoi giudizî, la propria vita, la propria epoca, la propria nazione alla umanità: tronca il nodo, non lo discioglie. L'uomo _individuo_ è debole: l'UOMO collettivo è onnipotente sulla terra ch'ei calca, e l'_Associazione_ moltiplica le sue forze a termine indefinito. Bensì la libertà è altra cosa che una protesta o una negazione contro ciò ch'esiste. La libertà è un ordinamento della facoltà umana all'intento voluto dalla natura; la libertà è una rivelazione di verità alle moltitudini; la libertà è il trionfo d'un principio passato dalle dottrine dei saggi all'approvazione, alla sanzione di tutti; nè senza un principio che vivifichi le forze motrici della società, senza una unità potente che le colleghi, le coordini e le concentri tutte a un sol fine, le rivoluzioni, ossia le conquiste d'un grado di sviluppo e di perfezionamento, riusciranno durevoli mai.--Ora, non è certamente nello scetticismo o nel materialismo del secolo XVIII, teorica fredda, negativa ed essenzialmente individuale, che noi rinverremo questa unità. Non si fonda, negando; e noi dal core, dagli studî storici, dalla osservazione dell'umana natura, dall'andamento delle società, abbiamo desunto, che siamo al limitare d'un'_epoca_, cioè al tempo in cui la crisi morale spinta agli ultimi termini annuncia una operazione radicale da compiersi nella società, la scoperta d'una nuova relazione fra gli esseri che la compongono, la rivelazione d'una legge organica:--che il carattere di differenza tra l'epoca della quale noi siamo le prime scolte, e l'epoca ora consunta, è che questa nuova dev'essere altamente _sociale_, laddove l'antica era _individuale_; l'opera dei grandi popoli laddove quella era dei grandi uomini, l'epoca d'ordinamento ai materiali e non altro:--che l'epoca dovendo somministrare un grado di sviluppo maggiore all'_associazione_ civile, è necessaria l'esistenza e l'ammessione d'un principio, nella cui fede gli uomini possano riconoscersi, affratellarsi, _associarsi_:--che questo principio dovendo porsi a base della riforma _sociale_, dev'essere necessariamente ridotto ad assioma: e dimostrato una volta, sottrarsi all'incertezza e all'esame individuale che potrebbe, rivocandolo in dubbio ad ogni ora distruggere ogni stabilità di riforme:--che a rimanere inconcusso, è d'uopo rivesta aspetto di verità d'un ordine superiore, indistruttibile indipendente dai fatti, e immedesimato col sistema morale dell'universo:--che, da esso in fuori, tutto è mutabile e progressivo, perchè tutto è applicazione di questo principio; e il tempo svolgendo via via nuove relazioni tra gli esseri, amplia la sfera delle applicazioni:--e finalmente che questo principio, avendo a stabilire un vincolo d'associazione tra gli uomini, deve costituire per tutti un'_eguaglianza di natura, di missione, d'intento_. Altri vedrà qual sia questo principio ridotto ad espressione astratta nelle regioni filosofiche. Noi per ora, rintracciamone l'applicazione politica.
II.
IL POPOLO--ecco il nostro principio; il principio sul quale deve poggiare tutto l'edificio politico; il POPOLO; grande unità che abbraccia ogni cosa, complesso di tutti i diritti di tutte le potenze, di tutte le volontà; arbitro, centro, LEGGE VIVA del mondo.
_Il popolo! il popolo!_--E quando noi ci stringemmo alla sua bandiera, e dicemmo, fin dalle prime linee del nostro giornale: LE RIVOLUZIONI HANNO DA FARSI DAL POPOLO E PEL POPOLO, non era affettazione di calcolo politico, o detto gittato a caso: era la nostra PAROLA, tutta la nostra dottrina ridotta a formola, tutta la nostra scienza, tutta la nostra religione stretta in un solo principio: era l'affetto delle nostre anime, il segreto dei nostri pensieri e della nostra costanza, l'intento delle nostre veglie, il sogno delle nostre notti; perché noi siamo popolo, e la natura ci temprava a sentire tutte le gioje e i dolori del popolo. E quando noi guardiamo il popolo, com'è in oggi, passarci davanti nella divisa della miseria e dell'ilotismo politico, lacero, affamato, stentando a raccogliere dal sudore della sua fronte un pane che la opulenza gli getta innanzi insultandolo; o ravvolgersi immemore nei tumulti e nell'ebbrezza d'una gioja stupida, rissosa, feroce, e pensiamo: là su quei volti abbrutiti, sta pure la impronta di Dio, il segno d'una stessa missione--quando, alzandoci dalla realtà al concetto che vede il futuro, intravvediamo il popolo levarsi sublime, affratellato in una sola fede, in un solo patto d'eguaglianza e di amore, in un solo concetto di sviluppo progressivo, grande, forte, potente, bello di virtù patrie, non guasto dal lusso, non eccitato dalla miseria, solenne per la coscienza dei propri diritti e dei proprî doveri--il popolo della lega Lombarda, della Svizzera ai tempi di Tell, della federazione del 14 luglio, delle tre giornate--noi sentiamo battere il core d'un palpito che geme sul presente e superbisce sull'avvenire, e compiangiamo quegli uomini che avendo un popolo a ricreare, traviano dietro a un principe a una famiglia, a una classe sola. Quelli uomini ignorano il loro secolo, le rivoluzioni e il segreto che le perpetua. L'epoca degli individui s'è consumata con Napoleone. Dopo Napoleone e Lafayette non v'è regno di nomi possibile; forse Lafayette s'è inoltrato troppo nel secolo, per avere sul suo sepolcro la corona popolare com'ei l'ebbe vivendo. Oggi il culto s'è trasportato dagli uomini ai principî e i principî soli hanno potenza per sommovere le nazioni. Ai nomi il popolo è muto, nè una rivoluzione può sottrarsi al popolo senza fallire all'intento. Dove tutti gli elementi politici che stanno in una nazione non son calcolati e rappresentati in un mutamento, il tentativo morrà tra le mani di chi cerca compierlo; ed oggi l'elemento _popolare_ è comparso; il _popolo_ ha inalzato la sua bandiera.
La sua bandiera è inalzata.