Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 35
Allora--dovevate costituirvi rivoluzionarî davvero: cacciare un grido all'Italia, e lanciarvi innanzi. Dovevate prefiggere ad ogni atto della vostra esistenza politica il pensiero d'indipendenza, d'unità, e di libertà che fremeva nel petto ai vostri concittadini; dovevate procedere con franchezza, e con energia alle conseguenze dei principî rigeneratori. Allora--v'era mestieri calcolare le difficoltà della vostra situazione, e affrontarle anche a rischio di soccombere davanti ad esse; v'era mestieri meditare le leggi fondamentali d'ogni rivoluzione, e subirne le conseguenze e l'azione; v'era mestieri, se fatti non potevate, cacciar principî sull'arena italiana; lasciare un alto insegnamento ai posteri, se le sorti ci contendevano un miglioramento materiale, positivo: educarli, se liberarli non v'era dato. Allora--vi correva debito sacro di definire davanti all'Europa la tendenza, il carattere dei moti Italiani; debito di tentare tutte le vie per le quali una rivoluzione può conquistar la vittoria; debito di ritemprare con forti esempli l'anime incodardite negli anni lunghi di servitù, di cacciare un guanto ai nostri nemici, ch'essi dovessero tremare di raccogliere, di lasciare almeno alla crescente generazione--s'altro non era concesso--il programma della rivoluzione avvenire. Gli elementi stavano dinanzi a voi; Dio, padre della libertà, li aveva creati per voi, se sapevate o volevate usarne. L'entusiasmo, il coraggio, ed il genio--tre angioli di vita a un popolo decaduto: tre scintille di potenza immortale: tre raggi che brillarono di bellissima luce mentre il bujo della paura vi si stendeva intorno all'anima sconfortata--erano con voi e per voi, purchè aveste cercato suscitarli col sacrificio e coll'audacia dei generosi; purchè aveste saputo evocarli colla fede e col martirio, purchè non aveste isterilita ogni vostra potenza colla funesta parola: _l'Italia è morta_. L'Italia morta? Oh! v'è una vita in questa Italia caduta, che non conosce la morte!--L'Italia morta? Oh! se di mezzo a voi un uomo si fosse levato; se quest'uomo, trascorrendo con occhio d'aquila tutti gli elementi di lotta esistenti in Italia, avesse inteso il partito che potea trarsene; s'egli avesse sentito la vastità del ministero che le circostanze gli davano; s'egli avesse detto a sè stesso: a questo punto, non vi hanno riguardi, non v'è autorità, non v'è legalità, non v'è che un dovere: tentare la salute della patria; il mandato a fare non emana in siffatti momenti da un congresso, o da una commissione provvisoriamente governativa, ma dalla legge suprema della necessità, dal suffragio dei proprî fratelli, dalla coscienza delle proprie forze e della propria virtù; se quest'uomo avesse fatto un appello alla nazione, avesse diffuso una gioventù bollente sulle terre vicine, sui monti, nelle campagne, avesse detto ai giovani: siate grandi! alle moltitudini: siate con noi, però che noi veniamo a togliervi allo stento ed alla miseria; ai giacenti: sorgete! levatevi in arme! noi veniamo a vincere o morire con voi!--che non avrebbe egli fatto della gioventù? di quella gioventù, che sfiduciata da mille delusioni, abbandonata e tradita, resa inerte dalla diffidenza, dai sospetti, dal difetto di ordini, trovò pur modo di salvare l'onore italiano, e di protestare a Firenzuola, a Novi, a Rimini, che dove fosse stata unione, confidenza, ed energia di condottieri sapienti, la potenza del nome italiano sarebbe stata?--Forse, se un linguaggio e un contegno decisivo s'assumevano dagli uomini ai quali erano fidate le sorti della patria; se una parola solenne bandiva che l'Italia Centrale era sorta per tutti, ch'essa avrebbe combattuto per tutti, o sarebbe caduta vittima per tutti; se un fatto--un fatto solo, ma grande, ma potente, ma tremendo d'una volontà disperata, e compiuto al cominciar della lotta dai rappresentanti il pensiero italiano, avesse scosso le menti, forse strappavamo alla mano del tempo l'ora della risurrezione, forse il grido di guerra a morte sorto di mezzo alle barricate cittadine, o la maledizione al barbaro cacciata dai canuti morenti tra le rovine d'una città, rompeva il letargo dei secoli, suscitava alla vendetta i milioni incerti fra la speranza e la tema; però che la virtù d'un esempio è infinita, e dai rottami di Missolungi sorse la Grecia.--O fors'anche, quei primi forti perivano, e soli; ma si salvava l'onore, si struggevano le insulse accuse che ci vengono dallo straniero, le infamie che suonarono dall'alto della tribuna francese sulla bocca di Thiers e Guizot non erano proferite; e si gittava tra le rovine italiane un principio che avrebbe fruttato miracoli nell'avvenire, un principio essenziale, inevitabile,--perchè, davvero, o Italiani, senza simili fatti, senza quei sagrifici, NON SARETE LIBERI MAI.
V.
E voi, condottieri delle rivoluzioni passate, che avete voi fatto? Che avete voi fatto del popolo, della gioventù, dell'idea rivoluzionaria, de' principii che ne dominano lo sviluppo, dell'Italia e della missione, ch'essa v'aveva fidata?
Nulla! Avete sprecate o neglette lo forze che vi s'accumulavano intorno; avete scavato un sepolcro a tutte le più belle speranze; avete creato la morte. Ora l'adorate divinità prepotente!
Avevate una parola, che proferita al popolo, potea suscitarlo all'opre del braccio. Era la parola onnipotente; la parola della quale si valsero per legge di cose tutti i grandi che vollero dominare o trascinare all'azione le moltitudini; la parola che creava i quattordici eserciti della Convenzione, e più tardi, benchè convertita in delusione, la potenza di Napoleone; la parola che Dio scrisse nella prima pagina del libro della creazione, il core.--L'avete voi detta? Avete voi gittato in mezzo alle turbe quel nome magico, che annunciando all'uomo la propria dignità, crea dallo schiavo l'eroe, quella parola d'EGUAGLIANZA, che Cristo aveva pronunciata diciannove secoli addietro, e che in un mondo corrotto, anarchico, egoista, incredulo, lacerato dai barbari aveva pur bastato a fondare una religione? Avete voi detto al popolo: _noi veniamo ad emanciparvi; veniamo a stringere il patto d'amore; veniamo a porre un termine alle vostre miserie_?--No, avete tremato del popolo; del popolo senza del quale non farete mai nulla; del popolo, PRIMO ELEMENTO DELLE RIVOLUZIONI. Perchè, noi lo abbiam detto e lo diremo finchè prevalga, le rivoluzioni hanno ad esser fatte PEL POPOLO E DAL POPOLO; nè finattantochè le rivoluzioni saranno, come ai nostri giorni, retaggio e monopolio d'una sola classe sociale e si ridurranno alla sostituzione d'un'aristocrazia ad un'altra, avremo salute mai. Ma voi, dimenticando che una riforma sociale è viziata ne' suoi principî, se non comprenda e non rappresenti gl'interessi e i bisogni di tutte le classi; dimenticando che a trionfare avevate bisogno di braccia, e che ad averle è necessario animarle d'una idea di potenza, di fratellanza, e d'ammiglioramento, poneste mente a comprimere il popolo, e frenarlo nell'istinto del bene che lo agitava, e vietargli la lotta. Però il popolo vi lasciò soli; stette inerte a contemplare lo spettacolo d'una contesa, alla quale non era chiamato.--Un grado di progresso nella grande fusione sociale, nell'equilibrio possibile, ecco l'intento delle moltitudini. L'_idea_ è nulla per esse, dove non sia scesa all'applicazione; e d'onde trapelò nei vostri atti, nella vostra carriera questo desiderio d'applicazione?--Io scorro i vostri mille decreti; dov'è un decreto, che proclami solennemente il principio della sovranità del popolo, sorgente di tutti i poteri? Dov'è un decreto che ordini l'esercizio del principio d'elezione, vastamente inteso e applicato? Dove un decreto, che dica al popolo: armatevi, e che provveda ad armarlo? Dov'è un atto solo in cui il popolo abbia schiusa, col suo intervento, davanti a sè la carriera della insurrezione?
Avevate una gioventù calda, ardita, impaziente d'azione, dalla quale potevate, sapendo, trarre una potenza invincibile; però che LA GIOVENTÙ È SANTA; la gioventù anela al sagrificio puro, e per premio, una speranza che le conforti il sospiro ultimo, una parola di lode.--Che avete voi fatto per essa? Quali sorgenti d'entusiasmo avete schiuso a quell'anime giovenili, che volano al grande collo slancio? Quali generose passioni avete tentato dirigere all'intento sociale?--Nessuna. L'anime giovanili s'erano infiammate al sole della novella Civiltà, s'erano levate sublimi alle idee di patria comune, di fratellanza italiana, di gloria europea, d'emulazione coi loro fratelli di Francia, di Brusselle, di Varsavia--e voi sfrondaste quelle idee fin dalle prime mosse, impiccoliste quell'anime nelle angustie d'una sommessione cieca ed inerte; le intorpidiste colla diplomazia; le fiaccaste colla diffidenza e colla paura. La gioventù fremea guerra,--e voi non che attentarvi pur di bandirla, non osaste intravvederne la necessità; non osaste mirarla in faccia un solo momento senza tremare; cacciaste nei vostri primi discorsi, ad agghiacciarle il sangue bollente, una parola di pace, di pace obbrobriosa, e impossibile. E mentre le grida dei giovani; commossi al pericolo dei loro fratelli di Modena e Reggio, vi richiedevano d'armi, di capi, e d'un cenno per volare a soccorrerli, voi mandavate la infame parola: LE CIRCOSTANZE DEI MODENESI NON SONO LE NOSTRE[59]; rinnegavate l'Italia e i vostri fratelli decretando si togliessero l'armi, e si RINVIASSE NELL'INTERNO QUALUNQUE ESTERO S'INTRODUCESSE NELLO STATO, però che NESSUNO DE' VOSTRI DOVEA PRENDER PARTE ALLE QUERELE DEI VICINI; e queste parole uscivano da labbra italiane, si parlavano ad Italiani, e gli esteri erano Italiani, favellavano un linguaggio italiano, e la bandiera che l'Austriaco calpestava coi piedi era italiana!!!--Sperda il tempo quella parola, e verrà giorno in cui le nostre generazioni ricuseranno di crederla. Ma in oggi, a chi non prepone all'utile della patria una illusione di meschino amor proprio, giova farla suonare alto, sì che l'Italia arrossisca d'averla intesa e sofferta! Giova ripeterla a snudare la piaga che dannava a morte una rivoluzione nata sotto bellissimi auspicî; giova dirla, perchè lo straniero impari a conoscere come furono tradite da pochi capi le più care speranze d'un popolo condannato finora a starsi errante tra la infamia dei gabinetti e la codardia de' suoi condottieri! Furono visti i settecento Modenesi di Zucchi attraversare Bologna disarmati e dimessi, in sembianza di prigionieri. I cittadini piangevano a tanta viltà; il ministro della guerra era ARMANDI, e dava quest'ordine mentre gli Austriaci avevano già oltrepassato il confine Bolognese; rotto il non-intervento a Modena, a Reggio, a Parma, a Ferrara; e tutto quel giorno (20 _marzo_), non fu dato un ordine ai cittadini armati raccolti ai quartieri; e fu pubblicato solamente un manifesto, in cui s'esortavano i cittadini non a preparare le barricate, ma a starsene tranquilli nelle proprie case; e s'affermava la guardia NAZIONALE essere istituita a mantenere non la indipendenza della nazione, ma il _buon ordine_, e non altro; e fu sussurrato ai padri, ai capi di famiglia o di negozio, ai giovani stessi di non abbandonar la città per raccogliersi in Ancona; e chi facea queste cose, prometteva sarebbe stato l'ultimo a partirsi, poi si partiva primo, la sera, e secretamente!--Nè gli estremi pericoli sono scusa a siffatto procedere, però che nessun pericolo scusa dalla viltà, nè d'altra parte quelle codardie furono generate dalle incertezze degli ultimi momenti d'una rivoluzione caduta, ma furono effetto d'un sistema; del sistema che noi combattiamo; del sistema che parve adottato a infiacchire e sperdere la potenza d'ogni elemento rivoluzionario.--Nove dì prima di quel giorno, invasa Ferrara dagli Austriaci, e sostituita al Comitato Governativo una reggenza a nome del Papa per opera di Flaminio Baratelli, infamissimo tra gli uomini, usciva un bando del Governo Provvisorio bolognese, che parrebbe dettato dall'Austria, se le firme non fossero, a difendere e giustificare quella infrazione al patto del _non-intervento_; a coonestare per via di sofismi e d'arguzie forensi quell'atto di guerra aperta; a frenare l'impeto dei cittadini, che correvano all'armi, colle allegazioni del trattato di Vienna, colle esortazioni alla inerzia, colle promesse di pace[60]. E Ferrara aveva sette deputati a Bologna, e la unione e la libertà s'erano decretate solennemente!--Or credevano essi gli uomini del governo alle proprie parole o fingevano? Certo i posteri male potranno discernere se in quelli atti predominasse la viltà, o la ignoranza.--E nei primi giorni della insurrezione, quando urgeva dilatare l'incendio per ogni dove, e fomentare lo slancio, le prime voci che gli uomini influenti predicavano ai giovani armati erano voci di moderazione; e il primo giuramento che fu fatto prestare in pubblica piazza fu quello di: SIATE MODERATI; come se vi fosse moderazione possibile prima della vittoria; come se vi fosse altro giuramento in rivoluzione da quello in fuori d'essere, e farsi forti!
Con siffatti modi si voleva animare la gioventù! Con siffatti modi si pretendeva giovare alla rivoluzione italiana nascente!
Ed oggi v'è chi assume la difesa di quei ciechi decreti! V'è chi dimanda quasi schernendo PERCHÈ, se la gioventù fremeva avversa a siffatte cose, non si levò nello sdegno a ricacciar nella polvere i pochi che ne tradivano il voto!
Perchè?
Oh! io la so, io la so quella storia di sensazioni amarissime per le quali il giovine del secolo XIX trapassò sì veloce dall'entusiasmo alla indifferenza, dai conforti della speranza alle angoscie della delusione, dal grido di guerra al destino, alla fredda bestemmia del disperato!--Da prima uno slancio indefinibile, senza limiti, un delirio di gioja, un anelito alla lotta, una fiducia nella vittoria--e quando la prima voce di libertà si diffonde per le città, quando il primo stendardo patrio sventola sulle torri, un'adorazione a quella voce, a quello stendardo, un rinegamento, un oblìo totale di tutto ciò ch'è individuale, per impalmare le destre, e correre alle armi! Allora i primi che si mostrano rivestiti d'una missione sono venerati e seguiti colla stessa fede che meriterebbero dopo averla compiuta. La gioventù s'annoda, si stringe intorno ad essi, ad attendere il cenno, le norme per moversi. Poi, quando la lentezza, o la incapacità incominciano a mostrarsi nell'opere di quei duci, quando la espressione del voto pubblico esce travisata, indebolita, o velata, una incertezza di giudicio, una esitazione funesta, una speranza che gli arcani della profonda politica imperino quelle mosse timide, e inadequate all'intento. Poi, il sospetto, il freddo mortale sospetto insorge; la gioventù intende confusamente, che non v'è il potente alla testa; la gioventù freme ma tacitamente, però che il ribellarsi, il tumultuare, il cacciarsi innanzi da sè le frutterebbe taccia d'ambiziosa, d'irrequieta, d'incontentabile. La libertà s'affaccia ad essa così pura, così santa, che il grido della rivolta pare contaminarla. Intanto lo spirito pubblico si deprime; la diffidenza si stende; le voci di tradimento serpeggiano nelle moltitudini; i partiti si formano; e il nemico innoltra, profittando d'ogni cosa.--Poi, quando il momento della crisi è giunto, l'anatema ai capi s'innalza potente, ma è tardi; il precipizio è aperto, la rovina è inevitabile. Spento il coraggio, che dà la vittoria, rimarrebbe ai giovani il sagrifizio. Ma il sagrifizio per chi? Per nulla? Per quei che hanno minato, distrutto l'opera generosa? E senza speranza d'esito favorevole?--Allora un freddo s'apprende al core; allora un senso di stanchezza, di sconforto, di misantropia, s'insignorisce della facoltà; allora vien la bestemmia, la sterile, disperata bestemmia. Ecco anime perdute! Maledizione a chi le ha perdute! Maledizione a chi non seppe trarne cosa alcuna a pro della umanità!
Io lo chiedo ai giovani italiani. Quanti fra loro non hanno subìto la progressione di questi pensieri? Quanti fra loro non sentirono un palpito nell'anima, non balzarono di gioja generosa all'idea del pericolo? Chi è tra loro che non salutasse colla fede dell'avvenire il mattino, il fresco mattino, vegliato al sorgere sovra una rupe, colla bandiera al vento, la vedetta in distanza, un pensiero alla donna del suo core, e una palla pel primo soldato austriaco? Chi non ha inebbriato l'anima di questa poesia--poesia d'azione, di vita, di moto in tutte le facoltà, libera, piena, potente--poesia del secolo--poesia i cui primi raggi incoronano la zolla che ricopre l'ossa di Koerner, i secondi strisciarono sul fucile del Klefta e posano sul sepolcro di Botzaris, i terzi scherzeranno, io lo spero, intorno al berretto del giovine italiano sui gioghi dell'Apennino?--Ma come oprare, come tradurre in azione questa poesia dell'anima, dove tutto è paura, dove si combatte colla diplomazia non coll'armi, dove ogni pensiero virile è maledetto col nome d'audacia, dove mancano ordini, norme, esempli, materiali di guerra, incoraggiamenti; dove finalmente gl'individui che rappresentano quel voto d'una nazione che aspira a _ringiovanirsi_ lo rinegano al primo apparire d'una bajonetta nemica?
VI.
Uomini delle rivoluzioni passate! Che volevate voi dunque quando assumeste l'ufficio di guidare le moltitudini, di dirigere l'insurrezione a un intento?--Noi torniamo a questa dimanda perchè è la sola che ponga la questione nel vero aspetto; la sola, che stabilisca un _criterio_ per giudicare del passato utilmente per l'avvenire.--Se il voto nazionale, popolare, imponeva una condotta interamente diversa da quella che voi teneste; se non avete fatto cosa alcuna per verificare, per condurre ad effetto quel voto--che volevate voi dunque? Qual era l'intento che v'animava? il simbolo che dirigeva i vostri atti? la credenza politica che recavate sul seggio rivoluzionario?
Odo dire da taluni: _le cose Italiane vanno trattate con maturità: nessuno è da più dei proprî destini, e i destini italiani non sono finora quei della Francia o degli altri popoli Europei che si costituiscono a nazione_. Leggo scritto da un uomo che tenne nell'ultime vicende un ministero, anima della rivoluzione: _la riunione d'Italia non sarà mai che una brillante utopia_ (e queste parole noi le registriamo quaddentro, perchè in esse sta il segreto delle passate sciagure, e perchè i _giovani_, che sentono come noi sentiamo, si rinfiammino a smentirle): _dobbiamo adunque limitare i nostri sforzi al miglioramento delle nostre istituzioni... nei diversi stati che la compongono. Il solo voto, il cui compimento possa sperarsi in questo momento, è quello di vedere sparire la divisione assurda e meschina della parte centrale, e d'ottenere la riunione di queste frazioni in un solo stato valente a sostenersi da sè_[61].--Così scrive in Parigi, coll'idioma francese, e davanti all'Europa il ministro della guerra delle provincie insorte nel 1831, perchè l'Europa esclami: con siffatti uomini poteva aver esito prospero la rivoluzione italiana?--E nè egli, nè quanti giudicano com'egli giudica, intendono l'Italia, e come tra noi il bisogno di unità sia oggimai più fortemente sentito che non quello di libertà, dacchè per esser libera una gente ha necessità d'esistere come nazione. Ma a lui, e a quanti in criterio politico gli somigliano, la gioventù italiana insorta nel 1831 ha diritto di dire: «Perchè avete accettato l'ufficio a che noi vi ponemmo? Perchè con un pensiero diametralmente opposto a quello di cui noi chiedevamo lo sviluppo, avete pure assunto la nostra assisa, inframmettendovi alle cose nostre? Se non avevate energia o concetto rivoluzionario, dovevate almeno serbare intatta la buona fede. E quando noi vi fidammo l'incarico di condurre la impresa italiana, perchè non rivelaste il vostro sospetto? Perchè le parole che oggi scrivete a giustificarvi anche a spese dell'utile nazionale, non le avete proferite allora, che potevano fruttare utilmente alla patria? O avevate allora sagrificata la vostra opinione alla universale, avevate determinato di tentare le sorti italiane e vedere se mai quella ch'oggi dite utopia fosse una verità--e perchè opraste vilmente? Perchè rifiutaste i mezzi che vi s'offrivano? Perchè chiudeste la via di Roma a quei che il buon senso politico aveva spinto a quella volta? Perchè vietaste l'organizzazione delle milizie che il figlio del conte di San-Leu progettava, e ve ne vantate? Perchè diceste al barone di Stoelting, che non chiedevate se non pace ed amicizia all'Austria, e ve ne vantate? Perchè impediste alla gioventù di promovere una rivoluzione nella Toscana, e ve ne vantate?--O avete falsato il giuramento tacito che prendeste, assumendovi la direzione del moto; avete sostituito il concetto proprio al concetto della nazione; avete tradito il mandato che vi s'era imposto--e allora tacete; non aumentate i vostri torti, scrivendo; non vi paragonate a Kosciusko, e ricordatevi che Kosciusko fu trovato sul campo delle patrie battaglie trafitto dalle palle nemiche!»
Altri furono di buona fede. Amavano la patria, amavano l'unità italiana, senza la quale non v'è libertà, ma tremarono--e il tremare in rivoluzione è delitto. Come gli antichi, deificarono la paura; ma gli antichi rivolgevano la faccia del simulacro al nemico, essi gli ergevano un altare nel proprio core. Travolta la mente dalle vecchie norme, non intravvidero salute che nelle diplomazie--lo dissero almeno.--Senz'attentarsi di fare la più piccola prova delle forze italiane, disperarono d'esse, e disperano. Furono incerti, esitanti dai primi passi; non ebbero virtù d'animo forte e sprezzatore d'ogni pericolo per lanciarsi a corpo morto nella carriera del sacrificio, nè logica di spirito rivoluzionario per intendere come l'efficacia d'ogni diplomazia posi sulla forza e sull'armi. Pregarono e piansero: fu questa diplomazia? Gli Austriaci invadeano il Modenese--ed essi rinegavano i Modenesi. Gli Austriaci s'impossessavano di Ferrara--ed essi mandavano bandi a giustificare gli Austriaci. Gli Austriaci violavano il confine bolognese--ed essi fuggivano. Era questa diplomazia? Credevano essi che l'Austria si fermasse alle porte della loro città? Ideavano che una scintilla di libertà potesse sorgere e mantenersi in qualunque parte d'Italia, senza che l'Austria accorresse a spegnerla? Insurrezione e guerra coll'Austriaco sono una cosa per noi, perchè la libertà trapassa muri e ripari, e l'Austria, consapevole della potenza dell'esempio, non può nè deve appagarsi della promessa di non estendere la rivoluzione oltre certi confini. O fidavano nella Francia? Fidavano sul principio del non-intervento? Nelle parole di Lafayette?--Ma la Francia non poteva scender nel campo che a guerra incominciata, ed essi non volevano romperla, non raunavan forze e materiali per sostenerla un sol giorno--ma il non-intervento (parola infame in bocca degl'insorti, però che la idea del non-intervento valendo soltanto tra paesi stranieri, riconosceva, applicata a noi, la legittimità dei governi, che ci dividono) violato già dalla Francia nelle cose del Belgio, non poteva allegarsi efficacemente davvero se non in quanto l'intervento austriaco s'opponesse alla volontà nazionale; ed essi comprimendo qualunque manifestazione di questa volontà si tentasse dai nostri, non movendo un passo per dichiararla coi fatti, ajutavano i sofisti _dottrinari_ a rivocarla in dubbio--ma Lafayette aveva detto: ITALIANI, MERITATE LA LIBERTÀ, E LA FRANCIA VI ASSISTERÀ; ed essi a meritarla, decretavano toghe, facevano editti sul bollo delle carte da gioco, mutavano professori d'università, col barbaro a venti passi. Era questa diplomazia?
Ma se un uomo fra quei che reggevano fosse sorto e avesse parlato agl'Italiani queste parole: