Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 33

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Voi dovete intendere ciò che io non poteva pubblicar prima. Dato il moto lombardo, la zona d'occupazione, che si stende da Bologna in su, è perduta per gli austriaci coll'insurrezione della città, che è primo punto di concentramento alla linea. I distaccamenti avventurati nelle Romagne sono perduti. E il concentramento delle forze, che sono in Toscana e più in su, è impossibile pure. Noi non abbiamo che ad essere padroni della Lunigiana; e lo eravamo e lo saremo qualunque volta l'insurrezione lombarda sarà un fatto accertato. Rimangono le forze attualmente in Lombardia, rotte dall'insurrezione minate dagli ungheresi, ai quali terrebbero dietro altri elementi. Date moto all'insurrezione al nord: in Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Valtellina: abbiate una sorpresa che tronchi le comunicazioni del quadrilatero col lago, col Tirolo; accentrate queste forze dell'insurrezione delle parti che ho nominate nel Tirolo italiano: date la mano con quest'operazione al Friuli e al Cadore, fremente d'agire, e ditemi dov'è la guerra dell'Austria. L'Austria in Italia dev'essere girata, tagliata dalla sua base nei primi dieci giorni dell'insurrezione.

E mentre il governo dell'insurrezione farebbe questo--e verificherebbe facilmente pensieri che io maturo da anni: mentre l'insurrezione della parte superiore dello stato romano si rovescerebbe, non curando altro, su Napoli, gli ungaresi rivoltati, disertati, ordinati sotto Kossuth e Klapka--il povero Klapka era meco febbricitante di speranza tutta la giornata del 6--darebbero il segnale al loro paese e con un'operazione ardita, ma verificabile, svierebbero la guerra da noi.

Emilio, io concedo a voi tutti di discutere l'insurrezione. E perchè quella è impresa seria e base d'ogni altra, io ho voluto provarvi che il popolo, se chiamato da voi, è pronto a fare. Ho voluto suggerirvi il come si possa, per sorpresa, scemare i sacrificî e impossessarsi di materiale. Voi sapete che queste sorprese sono possibili e possono, occorrendo, prepararsene altre diverse. Ma non concedo a voi, non concedo ai vostri amici, parecchi dei quali sono militari, di dirmi: «Noi non potremo vincere la guerra.»--Non v'è--lasciate che ve lo dica--che un'assoluta inferiorità di intelletto che possa ispirare negazione siffatta--o la paura dell'egoismo.--

Perchè la Lombardia e non un'altra parte d'Italia? E debbo sentire questa parola da voi; da lombardi? Ho accennato le ragioni nell'opuscolo che avete. Ma se io fossi lombardo non vorrei averle richieste. Per dio! avete il nemico d'Italia in casa, e vorreste che Napoli agisse? Potete annientare il nemico d'Italia in un subito e chiedete perchè lo fareste? Roma andrà altera di dovere per benefizio del mondo rovesciare la rappresentanza dell'autorità spirituale usurpata; non dovrebbe la Lombardia andare altera di poter vibrare un colpo mortale all'autorità temporale? Siete diventati proudhoniani di tanto che una pagina storica--non parlo del dovere--non possa più scuotervi a meritarla?

L'insurrezione di qualunque altra parte d'Italia che precedesse quella di Lombardia, la renderebbe, o impossibile, o assai meno decisiva: ma se anche ciò non fosse, io vi direi sempre:--«l'Austria è tra voi, a voi tocca l'onore dell'iniziativa.»--

Oh sventura a voi, che intendete, ma non _sentite_ più le cose ch'io vi dico! Sventura a noi tutti che dobbiamo trovare negli uomini del marzo la freddezza, il piccolo machiavellismo dei corrotti di Francia! Oh, i miei sogni perduti, Emilio! E mi sentiva così santamente orgoglioso in quei giorni, quand'io poteva ripetere a me e agli stranieri:--«_Hanno imparato la loro forza; l'Italia è rinata!_»--

D'allora in poi io non v'intendo più: cadrei scettico e disperato pensando alla pazienza sovrumana da voi sostituita alla fiamma di patria che avevate comune con me. E credo oramai che non amiate più, che fosse in voi tutti bollore di sangue giovanile, di riazione, di ambizione, di gloria, non adorazione dell'idea, non culto d'Italia. Avete veduto scannare gli amici vostri più cari: avete veduto impiccare, fucilare a dozzine: avete veduto bastonare uomini e donne in Milano; avete esuli vostri a migliaja, avete veduto cose che solleverebbero iloti e negri. E tuttavia non avete smarrito il sangue freddo un istante; non vi siete, se credevate alla vostra impotenza, travolti nella demenza o nel suicidio! No, voi leggete, discutete--mentre i croati bastonano--punti di sistemi stranieri; passeggiate tranquillamente. Amate! sì ma badate a istillare prudenza e tiepidezza d'affetto patrio nel cuore della donna che amate: il croato punisce col bastone le imprudenze femminili!

Io ho la morte nel cuore, Emilio, scrivendovi. Le codardie, le bassezze, il gelo che m'è toccato vedere e palpare in questi ultimi mesi hanno superato quello ch'io, nei momenti più neri, poteva idearmi. Uomini, come... disdirmi l'amicizia, perchè io diceva--«verifichiamo se il popolo vuole agire,»--uomini come... farsi denunziatore dei miei amici: uomini, come Maestri, scrivermi che bisognava far libri: uomini come Manin e Montanelli, rallegrarsi della disfatta perchè _ucciderebbe la mia influenza_: uomini, come voi, rimanervi freddi, assiderati, immobili di mezzo al fremito del popolo vostro, e vagheggiare l'iniziativa francese! E, devo pur dirlo, gelosiucce meschine, vanità meschinissime, diffidenze colpevoli, a rodere, di mezzo a voi, il mio nome, che non è se non una bandiera caduta, domani, la mia influenza che, prima della lotta, avreste dovuto usare come un mezzo di forza, le mie idee che non sono se non quelle predicate un tempo da tutti voi. E che temevate da me? Io non ho che la febbre d'Italia, l'amore d'Italia, l'ingegno d'Italia. Io vi portava un vincolo di simpatie straniere, un vincolo con importanti elementi, un po' di fascino esercitato sui giovani d'azione. Non potevate giovarvene, e spegnermi, annientarmi il dì dopo? Non avreste avuto un rimprovero da me, com'è vero ch'io esisto! Ho il tarlo nel cuore; non posso più gioire, e la vita mi pesa dacchè io non stimo più i meglio educati fra gli uomini del mio paese. E in Italia io non ho più che sepolture. E all'estero non ho più core di parlare dei nostri patimenti: le ciglia s'inarcano e mi sento dire: «Come fate a sopportar tanto? il popolo è visibilmente con voi: ajutatevi dunque, o soffrite muti.»

Voi avete la salute del paese in pugno: se un giorno mai v'accorgeste della triste parte che fate in Europa, e volete far opera degna, pensate a me; a quel tanto d'ajuto ch'io posso portarvi; ditemi:--«Siate con noi il tal giorno»--io vi sarò. Se persistete nella vergognosa apatia, Dio vi perdoni, io non lo posso. Ma non v'irriterò più con lettere, dirò il vero agli ignoti. Addio.

G. MAZZINI.

Un'ultima inchiesta; leggete questa lettera a quanti più potete fra i vostri amici prima di abbruciarla.

* * * * *

I tre scritti: _Il Partito d'azione_, _Del dovere d'agire_, e _Centro d'azione_[58] rivelano abbastanza chiaro a quale trasformazione del Partito io mirassi. Da un lato, io vedeva sorgere in seno alla borghesia letterata, quei vizî di pedanteria dottrinante, di dissenso tra il pensiero e l'azione d'inerzia che sostituisce la fiducia paziente nella forza degli eventi al compimento del Dovere, fatale a tutte le nazioni e cagione visibile di decadimento alla Francia; e bisognava cercare il rimedio nell'azione di un nuovo elemento, vergine di sistemi e ricco di buoni e ineducati istinti, l'elemento popolare. Dall'altro, l'idea _Nazionale_ era oggimai sufficientemente diffusa: mancava l'attitudine, la tendenza a _fare_. Or non s'educa all'azione se non coll'azione, coll'esempio, coll'ira, colla coscienza della debolezza del nemico che si tradisce nelle continue paure, negli esagerati sospetti, nelle ingiuste immoderate repressioni suggerite dalla perenne minaccia. Entrai su quella via premeditatamente, risolutamente. E lo dico, perchè i miei fratelli di patria mi giudichino, lo sapeva che mi porrei sull'anima nuovi e gravi dolori ma non rimorsi. I popoli non si ritemprano se non con forti fatti, pericoli intrepidamente affrontati e patimenti virilmente durati.

E un'altra ragione, verificata in seguito da una serie di fatti e nondimeno inavvertita da quanti mi giudicarono, mi spronava su quella via. La Monarchia ricominciava a desiderare, ad agitarsi, a tentare timidamente, pur con insistenza fuori e dentro il terreno, per vedere se vi fosse modo d'ampliarsi. Cominciavano i turpi amoreggiamenti alla Francia Imperiale, ed era facile antivedere l'alleanza che li avrebbe, presto o tardi conchiusi. Ora il concetto accarezzato da Luigi Napoleone era di federalismo per noi, di unità fortemente accentrata e facilmente dominatrice, per la Francia. Nè gli uomini della Monarchia piemontese oltrepassavano quel concetto: i suoi più potenti ingegni parlavano apertamente di leghe regie; e alla turba volgare e al monarca, volgo egli pure, sarebbe bastato il cenno del Dittatore Francese. Io vedeva crescente il pericolo e non vedeva certi i rimedî: la mia fede, non nel futuro dell'Italia, ma nella generazione, alla quale io parlava, s'era illanguidita: il materialismo la signoreggiava, più assai ch'io non aveva creduto; e il materialismo doveva guidarla--e la guidò pur troppo--al culto della forza, dei primi successi, dell'_opportunità_ sostituita all'adorazione dell'Ideale. Il concetto della Monarchia sarebbe stato, per poco ch'essa facesse, seguito. Bisognava dunque impaurirla, sospenderle sul capo la spada di Damocle, farla credere nella necessità di andare innanzi a seconda degli istinti del paese, o perire: e per questo bisognava ordinare la minoranza che mi seguiva, a protesta e minaccia continua in nome dell'Unità repubblicana: o riescivamo in uno dei tentativi ad afferrare il ciuffo della fortuna, a cogliere un momento propizio e fecondo d'entusiasmo popolare e potevamo conquistare Unità e a un tempo Repubblica:--o gli Italiani non erano maturi per emanciparsi in nome d'un _principio_ senza cooperazione di re e avremmo, accennando continuamente a fare, costretto la monarchia ad andare oltre i termini prestabiliti, a darci almeno l'Unità Nazionale.

Taluni fra i nostri m'accusarono, più dopo, d'aver deviato, ammettendo ne' miei calcoli che si potesse trarre partito dalle opere della Monarchia. Gli scritti coi quali io chiamava il Partito a trasformarsi sistematicamente in Partito d'Azione non parlano di Monarchia ed escludono quindi il rimprovero. Ma quanto alle ipotesi della mente, esse furono purtroppo giustificate dai fatti. L'iniziativa _fu_ presa, coll'ajuto dello straniero, dalla Monarchia: i repubblicani non ne furono capaci. Se quanti allora ciarlavano di repubblica avessero dato opera a ordinarsi, a disciplinarsi, a raccogliere mezzi, ad armarsi per fare, noi non avremmo forse oggi sulla fronte della povera Italia le vergogne di Nizza, di Lissa e Custoza e della perenne soggezione all'influenza straniera. E s'oggi non si sfogassero in proteste indecorose e derise, ma seguissero, severamente deliberati, le norme pratiche che fruttano potenza a un Partito, noi potremmo cancellare speditamente quelle vergogne, nè a me toccherebbe di struggere i miei ultimi giorni nel dolore, supremo per chi ama davvero, di vedere ciò che più s'ama inferiore alla propria missione. Se non che è più facile rimproverare che fare.

Io credo d'avere, con quel metodo d'agitazione, contribuito a costringere, non foss'altro, e dacchè i repubblicani non seppero ordinarsi e fare, la Monarchia sulla via, non voluta dell'Unità Nazionale; nè vedo, pur disprezzandola più sempre trascinata non da fede, ma da paura, perchè m'increscerebbe. Saremmo noi, riordinati federalmente, più vicini alla conquista del nostro ideale?

I monarchici intanto iniziavano dal canto loro un nuovo stadio di attività con una perfidia.

Ho accennato al nembo di rimproveri e d'accuse che si rovesciò da ogni lato su me dopo il 6 febbrajo: rimproveri e accuse tanto più feroci, quanto più io sembrava sprezzarli e persistere. Al disciogliersi del Comitato Nazionale e alla condanna che taluni fra i suoi membri s'affrettarono a proferire contro di me, tenne dietro un generale dissolvimento. Per più mesi io non ebbi, fuorchè da popolani, una sola lettera che trattasse di cose italiane. Ogni lavoro s'era sospeso o sottratto alla mia direzione. In Roma, soltanto, l'Associazione serbava meco l'antico contatto: l'uomo, singolare per ingegno, per intrepida fede repubblicana, per potenza di logica e antiveggenza del futuro, che la dirigeva, non era tale da mutar giudizio e condotta per un tentativo fallito. E Roma, era punto siffattamente importante, ch'era necessario rapirmelo, o condannarsi a vedere ravvivarsi a poco a poco la mia influenza sui lavori del Partito in Italia.

Un agente di parte monarchica fu spedito da Torino a Roma a tentar l'impresa. Giovandosi dell'opinione largamente diffusa, ch'io fossi politicamente un uomo perduto, si disse a parecchi dei nostri che la Monarchia si preparava alacremente a operar per l'Italia--ch'io era stato fin allora, colle mie improntitudini repubblicane, ostacolo a' suoi disegni--che importava quindi staccarsi da me, provato incapace dagli ultimi fatti, e unirsi fraternamente al Piemonte--_che la unione delle forze determinerebbe, quasi immediata, l'azione_--che ogni uomo potrebbe serbare intatte le proprie idee, ma che si trattava d'unirsi _oggi_ per vincere, _poi_ il paese deciderebbe del proprio avvenire. E le proposte furono accolte: primo a cedere un giovane che, ordinatore supremo nei primi due anni dell'Associazione, poi segretario del Direttore nella sua corrispondenza con me, possedeva nomi, cifre segreti e meritata influenza.

Raccolti a deputazione, i dissidenti dall'antico programma fecero proposta solenne al Direttore perchè, adottando il nuovo, decretasse fusione dell'Associazione colla parte monarchica e sostituisse alla formula unitaria repubblicana le parole: Indipendenza e Unione. Il Direttore diede formale rifiuto.

Cominciò allora contro di lui una guerra sulla quale io trasvolo. I mezzi di corrispondenza colle provincie gli furono interrotti: il contatto coi nuclei esistenti in Roma gli fu seminato di difficoltà e di pericoli: condannato, com'egli era, a vivere in un nascondiglio, ei si trovò a un tratto quasi isolato. Accuse d'ogni genere lo assalirono: fu detto che ei ricusava l'_azione_, ch'ei negava per ambizione di dittatura la sovranità del paese; ch'ei tradiva, per intolleranza e cieca riverenza a questioni di parole e di mere forme, il _fine_ del lavoro; ch'egli ingannava l'Associazione parlandole in nome di un Partito che s'era chiarito impotente e di un uomo, che s'era chiarito incapace; furono di lui dette cose peggiori e bassamente sleali. Il direttore durò imperturbabile, irremovibile.

Una notte ei fu preso, e furono presi nelle loro case quanti membri o impiegati della gerarchia dell'Associazione persistevano fedeli al programma repubblicano: dal primo fino all'ultimo, il postiere Trabalza. Non accuso uno o altro individuo, ma è fatto, ammesso a quei giorni da tutta Roma e chiarito dal carattere, dai modi e dalla simultaneità delle scoperte, che la lista dei nomi fu trasmessa al Governo Pontificio dagli agenti monarchici legati coi dissidenti.

Parecchi fra gli imprigionati in quella notte gemono tuttavia--benchè nati in paesi che fanno parte del Regno Italiano--nelle carceri del Papa; vergogna eterna del Governo Italiano che non esige, forse perchè sono amici miei e repubblicani, la liberazione: vergogna degli Italiani, che li dimenticano.

Contro quella diserzione dalla bandiera, io pubblicai, con altri, la seguente protesta:

«I sottoscritti, Italiani di Roma e provincia, informati del mutamento reazionario che, per opera di pochi e in contradizione alle tendenze del Popolo, ha preteso rovesciare recentemente la Direzione Centrale dell'Associazione Nazionale, per sostituirvi un Comitato, il cui primo atto è un atto d'ateismo politico, un passo retrogrado verso i nemici della bandiera inalzata nel 1849 in Roma, e un tradimento del patto solenne stretto fra gli uomini dell'Associazione Romana e il Partito Nazionale.

«Dichiarano:

«che la deviazione dal principio Repubblicano, come bandiera di redenzione futura Italiana, colpa grave in ogni parte del territorio Italiano, è infamia e vergogna in Roma:

«che questa deviazione tradisce Roma, alla quale rapisce l'iniziativa morale, ch'è suo dovere e diritto nella Nazione; tradisce l'Italia che guardava a Roma come depositaria della tradizione repubblicana; tradisce l'Azione che non può escire se non da una bandiera di popolo:

«che il fare retrocedere il Partito Nazionale sino alla politica senza nome del 1848, dopo che i fatti hanno dato a quella politica una nota incancellabile d'infamia colla cessione di Milano e col tradimento di Novara, è opera di manifesta ignoranza, o di mala fede:

«che la bandiera repubblicana non rappresenta un interesse particolare in Italia, ma l'interesse, la missione, l'avvenire e l'unità della Nazione, mentre la bandiera che porta scritta l'unica parola d'Indipendenza, bandiera regia senza coraggio di dirsi tale, non rappresenta se non federalismo, interessi dinastici, discordia tra il fine e i mezzi, e quindi impotenza assoluta a combattere e vincere:

«Protestano in conseguenza contro il mutamento tentato, contro l'inganno fatto a un Popolo, che meritò l'ammirazione dell'Europa combattendo per la Repubblica; contro ogni atto emanato o che emanerà dal Comitato _fusionista_ novellamente istallato; e lasciando che la responsabilità dello scandalo d'un'apparente discordi e ricada su chi lo promosse, si assumono di far noto al popolo di Roma e Provincie l'inganno e la delusione di cui è vittima in oggi.

«_Aprile 1853._

«G. MAZZINI.»

* * * * *

_Qui finiscono le note autobiografiche di Giuseppe Mazzini, comprese nei primi otto volumi delle_ Opere, _e che riunite insieme in questo libro ci danno a grandi tratti una storia delle eroiche lotte, dei dolori ineffabili che ebbe a sostenere il grande Apostolo d'Unità e di Libertà._

_Seguono quindi gli scritti politici più importanti, disposti per ordine cronologico._

D'ALCUNE CAUSE

CHE IMPEDIRONO FINORA

LO SVILUPPO DELLA LIBERTÀ IN ITALIA

ARTICOLO PRIMO.

Un principe--et des consèquences-- voilà tout.--

_Convention Nationale._

Ma gli uomini pigliano certe vie del _mezzo_ che sono dannosissime, perchè non sanno essere nè tutti buoni, nè tutti cattivi.--

MACHIAVELLI.--_Discorsi._--

I.

Trattando delle cagioni, che tornavano in nulla i tentativi di libertà nell'Italia--dei vizî che contrastarono al concetto rigeneratore di farsi via tra gli ostacoli, noi siamo ad un bivio tremendo.

O noi parliamo parole alte, libere, franche--parliamo coll'occhio all'Italia, la mano sul core, e la mente al futuro--parliamo, come detta la carità della patria, senza por mente ad uomini o pregiudizî, snudando l'anima agli oppressori, ai vili, agli inetti, flagellando le colpe e gli errori ovunque si manifestino--e un grido si leva dagli uomini del passato contro ai giovani, che s'inoltrano nella carriera, ignoti alle genti, senza prestigio di fama, senza potenza di clientela, soli con Dio, e la coscienza d'una missione: _voi violate l'eredità dei padri, perdete la sapienza degli avi; voi usurpate un mandato, che il popolo non v'affida esclusivamente; voi cacciate l'ambizione di novatore frammezzo ai vostri fratelli!_

O noi rinneghiamo ispirazioni, studii ed affetti per una illusione di universale concordia--ci soffermiamo nella predicazione di principii nudi, teorici, astratti, senza discendere all'applicazione, senza mostrare nella storia dei tempi trascorsi le violazioni di questi principii--erriamo intorno all'albero della scienza, senz'attentarci di appressarvi una mano, lamentiamo una malattia esistente nel corpo sociale senza ardire di rimovere il velo che la nasconde e dire: _là è la piaga!_--e gl'Italiani indurano nell'abitudine degli errori; e gli elementi non mutano, i tentativi insistono sulla stessa tendenza, le generazioni agitano, non frangono le loro catene; e lo straniero ci rampogna inerti nel progresso comune, c'insulta colla pietà del potente al fiacco, si curva sulle sepolture dei nostri grandi, e esclama: _ecco la polvere dell'Italia!_--

O sospetti, o colpevoli--condannati al silenzio o alla guerra--esosi agli uomini che parteggiano per le vecchie dottrine, o traditori alla patria che le provava fino ad oggi inefficaci e funeste.--

LA PATRIA ANZI TUTTO.--Noi parliamo tra i sepolcri dei padri e le fôsse dei nostri martiri--e le nostre parole hanno ad essere forti, pure, incontaminate da lusinga e da odio, solenni come i ricordi dei padri, come la protesta che i nostri fratelli fecero dal palco ai loro concittadini.--

LA PATRIA ANZI TUTTO.--E chi siam noi perchè abbiamo a calcolare i nostri discorsi dalle conseguenze personali? L'epoca degli individui è sfumata. Siamo all'era dei principii: siamo all'era che pose quel grido in bocca ai lancieri Polacchi: _Periscano i lancieri, e la Polonia si salvi!_--e che monta alla patria se le nostre parole avessero anche a fruttarci una guerra che il nostro core vorrebbe fuggire? Gli uomini passano. La posterità sperde il garrito delle fazioni; ma i principii rimangono:--e guai all'uomo, che tenta una impresa generosa e s'arresta davanti alle conseguenze quali esse siano!

Una _idea_--e l'esecuzione: ecco la vita, la vera vita per noi: una _idea_ generosa, spirata dalla potenza che creava l'uomo ad essere grande, lampo della primitiva ragione, quando l'anima giovine, vergine di pregiudizî, di vanità e di meschine paure, s'affaccia ai campi dell'avvenire che l'angiolo dell'entusiasmo illumina d'un raggio immortale--ed una esecuzione costante, assidua, ostinata, sviluppata in tutte le fasi dell'esistenza, nelle menome azioni, come nei rari momenti che vagliono un'epoca, in un'epistola famigliare come in un volume di meditazioni, nei segreti della cospirazione come nella pubblica testimonianza del palco. A questi patti s'è grande--a questi patti si promuove la CAUSA SANTA--e del resto avvenga che può, perchè l'uomo il quale si slancia nella crociata dell'umanità senz'aver dato un addio ai calcoli, ai conforti, a tutte quante le gioje della vita, non ha missione. Chi scrive codeste linee ha disperato--tranne un affetto--della vita contemplata individualmente--e per questo ei si sente più forte nella predicazione del pensiero rigeneratore. In politica non v'è che un sistema d'azione stabilmente efficace: il sistema che matura i principî, sceglie l'intento, medita i mezzi, poi si pone in moto senza deviare a dritta o a sinistra, facendo gradino degli ostacoli, non rifiutando le conseguenze logiche dei principî, e guardando innanzi.--La verità è una sola. L'eclettismo applicato alla scienza d'ordinamento sociale ha prodotta una _dottrina_ che l'Europa dei popoli infama, e rinega; e la stolta pretesa di voler conciliare elementi che cozzano per natura, ha rovinate a quest'ora più sorti di popoli, che non l'armi aperte, o le insidie della tirannide. Oggimai, s'è giunti a tanta incertezza di sistemi e di vie, che le moltitudini, affaticate pur sempre dal desiderio del meglio, si stanno inerti, aspettando che i loro istitutori s'intendano fra di loro.

Applichiamo queste idee all'Italia.

Le opinioni, le dottrine, i partiti sono in Italia ed altrove. Noi non li creammo: guardammo e la esistenza loro ci balzò davanti, come un fatto incontrastabile, e prepotente sui fati della nostra rigenerazione.

Ora, che vie ci s'affacciano a superarne gli ostacoli?