Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 32
Tristissima fra le tristi: perchè se a un uomo non è concesso tra voi di sostenere un'opinione politica agitata da secoli, senza ch'altri gli dica: _tu intendi a farti di quell'opinione sgabello al potere_--o di predicarvi che l'epoca matura nuove credenze trasformatrici e purificatrici delle vecchie, senza che gli si susurri all'orecchio: _tu aspiri ad essere rivelatore e pontefice_--meglio è dichiararvi addirittura fautori del voto d'ostracismo, che il contadino dava ad Aristide, perchè gli era noja l'udirlo salutato del nome di giusto, e decretare la cicuta ad ogni Socrate che s'attenti annunziarvi un Dio ignoto; e gemo pensando al pianto e al sangue versato, nelle età che furono, per questa invida, ingiusta, funestissima diffidenza. A me l'accusa villana fu gittata prima dai meno liberi d'animo tra gli esuli, da uomini prontissimi a piegare il collo a tutte le esigenze di paesi servi a soggiacere, sommessi alla dittatura dell'ultimo commissariuccio di polizia straniera o domestica; poi da taluni--ed erano gli ambiziosissimi--tra i socialisti settarî francesi, ai quali io aveva osato dire, a rischio di essere battezzato retrogrado, che le loro sètte, le loro utopie ineseguibili, e il materialismo d'interessi, al quale essi pure avevano educato le moltitudini, avevano perduto la Francia. Quei miseri s'atteggiavano a puritani gelosi d'ogni influenza unificatrice e sospettosi d'ogni mia parola, che suonasse accordo, ordinamento, unità di disegno e di direzione, mentre i loro fratelli soggiacevano alla dittatura della forca e del bastone tedesco in Italia, alla dittatura d'un avventuriere e d'una soldatesca briaca nella patria francese. Io mi stringea nelle spalle senza rispondere. Dittatura a che prò? per dominare sovr'uomini quali essi sono?
Non lo credevano. Speravano e sanno ch'io, nato di popolo senza tradizione di nome illustre, senza ricchezze per comprare satelliti e scribacchiatori, senza prestigio di milizia, senza capacità d'adulare, non riescirei, s'anco io fossi dissennato e tristo ad un tempo, a far correre rischi alla libertà in un popolo, la Dio mercè, non corrotto e dove l'individuo serba più che altrove tendenze vigorose all'indipendenza. E sapevano, che s'anche io lo potessi, non lo vorrei. Dai sogni colpevoli e stolidi di ambizione di potere, se per ventura io avessi avuto successo ne' miei tentativi, m'assicuravano, non foss'altro, le abitudini parche della mia vita, l'animo altero, sdegnoso di lode e non curante di biasimo, se non quando biasimo o lode mi vengono dalle creature--e son poche--che io amo d'amore; e una certa prepotente disposizione all'antagonismo non colle moltitudini che, tratte in azione, sono migliori di noi letterati, ma al plauso e agli omaggi delle moltitudini. Ho sempre potuto guardare addentro nell'anima mia senza arrossire: la serbai da giovine pura di vanità meschine e di basso egoismo, ed oggi, solcata come è di lunghi dolori e benedetta di qualche nobile affetto, s'io volessi farla scendere a sfera più bassa che non è quella dell'idea emancipatrice dove visse finora, non m'obbedirebbe.
Ben mi freme nell'anima, fin da quando, imprigionato in Savona, io meditai di sostituire una nuova associazione al vecchio carbonarismo, una ambizione, un orgoglio: l'orgoglio ch'io desunsi dai ricordi del nostro passato e dai presentimenti del nostro avvenire; l'orgoglio di Roma; l'ambizione di veder la mia patria sorgere, gigante in fasce, dal sepolcro, ove giace da secoli, e posarsi, grande a un tratto di pensiero e d'azione, e a guisa d'angelo iniziatore, tra quel sepolcro scoperchiato e l'avvenire delle nazioni. Era l'ambizione di quei che morirono in Roma; e parmi strano che non tormenti l'anima di quanti, pronti allora a imitarli, ne raccoglievano il pensiero e l'esempio; ed oggi sono, ho vergogna e dolore in dirlo, servi ostinati della iniziativa francese.
XI.
Dell'iniziativa francese. Perchè, non vale il negarlo: gli uomini ai quali io alludo, e che leggeranno queste mie pagine, gli uomini che assentono plaudenti alle nostre parole di patria, d'indipendenza, di fede in noi stessi, e si staccano, biasimando, da noi ogni qual volta noi cerchiamo tradurle in atto, non credono nell'iniziativa della parte monarchica piemontese; non s'aggiogherebbero a tentativi bonapartisti; non credo pongano sì basso l'onore italiano da pretendere che la sola città di Vienna, o l'Ungheria, ricinta di nemici da ogni lato e incalzata dal Russo, s'assumano d'iniziare ciò ch'essi non osano: in che dunque sperano, se non nella iniziativa francese? Nessuno di loro ama la Francia; taluni, esagerando, la sprezzano; io li ho uditi inveire, prima e dopo il 1849, contro l'antico prestigio esercitato dalla Francia sugli animi: e nondimeno ne invocano l'iniziativa: incatenano a' suoi fati i fati della nazione: cancellano di fronte all'Italia ogni segno di spontaneità: negano a venticinque milioni d'uomini potenza di emanciparsi da centomila soldati stranieri. Con dottrina siffatta, non rimane che a tacere d'Italia per sempre, e ad arrossire ogni qual volta s'incontri uno Spagnuolo o un Greco per via.
L'iniziativa francese, io lo dico, giustificato ad ogni tanto dai fatti, da ormai vent'anni, è un errore storico e un fantasma politico evocato dall'altrui codardia. A nessun popolo, da quello infuori di questa nostra sciaguratissima Italia--sciaguratissima dacchè i migliori tra' suoi figli non sanno intenderne la storia, la potenza e la vocazione--è dato di riassumere un'Epoca e iniziarne un'altra. La Francia, grande per questo, e veneranda a noi tutti, compendiò colla sua Rivoluzione il lavoro intellettuale di diciotto secoli: consecrò per sempre in faccia a tutte tirannidi l'emancipazione dell'_individuo_: tradusse nella sfera politica le conquiste di libertà e d'eguaglianza, elaborate nella sfera religiosa del dogma cristiano. Non basta? Perchè pretendete che essa sciolga per voi anche il problema dell'_associazione_, dell'alleanza fra le nazioni della nuova Carta d'Europa? Essa potrebbe forse, se non ostasse la legge provvidenziale guidatrice dell'Umanità, fondare, trasfondendo la sua coscienza, la sua individualità in tutti noi, una Monarchia Europea; ma l'associazione, l'alleanza fraterna, non possono fondarsi che sull'armonia, sull'eguaglianza inviolabile delle coscienze nazionali; e la _coscienza_ che siete Nazione, il segno che può darvi rango nell'alleanza, il battesimo della vostra individualità collettiva, non possono escire, non possono rivelarsi all'Europa, fuorchè dalla vostra insurrezione spontanea, da un atto solenne della vostra sovranità davanti agli uomini e a Dio. L'iniziativa francese s'è spenta con Napoleone, come l'iniziativa dell'antica Grecia si spense con Alessandro, come l'iniziativa dell'antica Roma si spense con Cesare. Dal 1815 in poi, la Francia si trascina ne' suoi moti lungo la periferìa d'un cerchio, che non varcherà se non per opera nostra e dell'altre nazioni europee. La Francia studia, raccolta, raggomitolata in sè stessa, i termini del problema sociale applicati alle relazioni degli individui che la compongono; il terreno per una più larga applicazione deve conquistarsi da noi[56].
Voi potete contemplare il passato fino al punto in cui l'occhio abbagliato vi fantastichi l'avvenire; ma voi non potrete far sì che sorga. Avrete in Francia moti, insurrezioni, rivoluzioni; ma questi moti, inevitabili dov'è com'oggi, un governo sprezzato, questi moti che una vostra insurrezione determinerebbe e che, fecondati dall'iniziativa delle nazioni, s'affratellerebbero nell'idea comune e romperebbero per la Francia quel cerchio fatale, non vi daranno, prorompendo primi, quel che cercate. Aveste patria e libertà dalla rivoluzione francese del 1830? Le aveste dalla repubblica del 1848? L'iniziativa francese vi darebbe, o miseri, non la libera patria, ma l'impulso alla monarchia che, impotente a fare da per sè, è vigile a preoccuparvi la via; e la diplomazia europea consigliera ai vostri principi di concessioni e di leghe: e la guerra regia sostituita alla nazionale; e le sue vergognose, inevitabili, fatali disfatte. Oggi, se volete rimanere padroni del vostro moto, della vostra guerra, del vostro intento, v'occorre, e v'incombe di mover da voi. Voi non potete--e Dio v'ispiri d'intendere l'incoraggiamento di questa parola--esser liberi che essendo grandi.
Grandi, intendo, di coscienza spontanea: grandi d'intuizione: grandi di quel coraggio morale, che dilegua i fantasmi addensativi intorno dalla falsa scienza dei tattici, dai sofismi de' paurosi, dai calcoli volgari d'un inetto materialismo, dalle diffidenze nudrite di vanità, di machiavellismo scimiottante e d'una anarchia insinuata dall'estero. Perchè, dato il moto, non v'occorrerà d'esser grandi, ma di esser uomini.
Io intendo i pericoli dell'insurrezione; e nondimeno i più tra i nostri sanno che possono superarsi--non intendo i pericoli, quanto all'esito ultimo della guerra, e m'è inconcepibile come uomini di mente e di core ricusino in Italia l'oggi per paura del poi. Hanno studiato, essi che s'affaccendano in cerca di scienza rivoluzionaria, nei libri delle guerre regolari le pagine del loro Jomini sulle guerre nazionali?[57] Hanno meditato sulla guerra della penisola Iberica scritta, non dirò da Torreno, ma dai generali francesi? Hanno pensato che l'esercito nemico s'assottiglia lungo una linea di quasi quattrocento miglia al di qua dell'Alpi? che delle tre zone tenute dall'occupazione, due sono inevitabilmente perdute fin da principio pel nemico, la terza, invasa tutta, tranne pochi punti--e lo fu nel 1848--dall'insurrezione, può essere conquista di due provvedimenti e di poche rapide marcie? Hanno calcolato, sulla cifra dell'aggio che segue la carta dello Stato, la condizione delle finanze Austriache, sostenute unicamente nei quattro ultimi anni da sequestri, contribuzioni straordinarie, imprestiti volontari o forzati, e alle quali l'insurrezione troncherebbe a un tratto queste sorgenti di vita? Hanno sottomesso, come noi, all'analisi quell'esercito nemico, composto di elementi eterogenei e diffidenti l'uno dell'altro, potente nell'inerzia, incapace di resistere ordinato e compatto a una battaglia perduta? Prevedono tutta quanta l'azione di dissolvimento che eserciterà su milizie, nelle quali l'ufficiale d'una nazionalità comanda il soldato d'un'altra, l'elemento ungarese, nostro, e l'Austria lo sa, al primo urto potente che lo affidi di non essere abbandonato senza scampo alla vendetta de' suoi padroni? È un solo tra loro che non abbia scritto o non dica a sè stesso, pensando al 1848, _ah! se chi dirigeva la guerra avesse voluto vincere o lasciarci vincere!_ Molti hanno combattuto, vincendo, contro truppe regolari austriache e francesi, con giovani volontari, educati soldati tra una zuffa e l'altra. Conoscono tutti, come noi, le forze considerevoli, gl'infiniti mezzi di guerra, che possono trarsi dal paese contro un nemico che non ha terreno per sè se non quello su cui accampa. Non hanno più dubbio sulle tendenze del nostro popolo. E nondimeno, dubitano, indugiano, aspettano l'impulso iniziatore di Francia. Oh come deve il governo austriaco, conscio com'è della propria debolezza, il governo austriaco che ha tremato davanti ai pugnali di poche centinaja di popolani, sorridere dei nostri uomini di guerra e della nostra inerzia!
L'insurrezione italiana, nelle condizioni attuali dell'Impero, trascina con sè inevitabilmente l'insurrezione dell'Ungheria: l'insurrezione d'Italia e d'Ungheria trascinano inevitabile l'insurrezione del popolo in Vienna: l'insurrezione d'Italia, d'Ungheria e di Vienna, trascinano inevitabile l'insurrezione di mezza Germania, il fermento dell'altra metà. Non seguirebbero gli altri popoli? non seguirebbe la Francia? L'iniziativa d'Italia è l'iniziativa delle nazioni: il 1848 rifatto su più larga scala e con popoli affratellati. La nostra _insurrezione_ è oggimai il solo fatto difficile da compiersi: la _guerra_ è un mero problema di direzione.
Chi non sente il vero di queste linee ch'io scrivo, non intende le condizioni d'Europa, dell'Italia e dell'Austria. Chi sente quel vero e non opera, non proferisca il santo nome di Patria: ei non l'ha e non la merita. Giaccia tacendo; e non lamenti sì che lo odano gli stranieri; nulla è più esoso del guaito dell'uomo che può rompere, volendo, le sue catene.
XII.
Il Comitato Nazionale è disciolto. L'ultima sua parola fu un grido d'azione, quei che posero il loro nome appiedi di quello scritto, non potrebbero oggimai che ripetere ai loro concittadini la stessa parola.
E perchè rimarremmo? per registrare al compianto degli stranieri i nomi dei nostri migliori imprigionati, torturati, strozzati? per dir loro che in Italia i nostri amici si impiccano nelle prigioni come Pezzotti, o tentano di segarsi la gola come Rossetti, per non soggiacere ai pericoli d'un lento martirio? per ricordare ad ogni tanto alla Europa che sulla terra ove, quattro anni addietro, bastò sorgere per vincere; sulla terra dove Roma, Venezia, Brescia, Bologna, Ancona, Messina suscitarono combattendo il plauso dei popoli, oggi l'austriaco governa, come tra un branco di giumenti, adoperando il bastone, adoperandolo sopra uomini e donne? e udirci dire: _che! non avete braccia? non avete core? non sentite prepotente sopra ogni altra cosa il bisogno di unirvi tutti in uno sforzo supremo di lotta feroce invincibile?_ O rimarremmo per congiurare oziosamente, instancabili e senza scopo? Ah! la congiura, apostolato nelle catacombe, è cosa santa, checchè dicano gli appestati d'egoismo e gli stolti, dove la libera parola è vietata e alle idee rispondono le bajonette; ond'io accettai altero questo nome frainteso e proscritto di cospiratore. Ma oggi, solcato il terreno per ogni dove di elementi nostri e sceso il fremito dell'Italia futura al core delle moltitudini, ogni cospirazione che non tenda all'azione diretta, immediata, è delitto. L'Italia è matura: bisogna fare. S'è decretato che vittime siano; muojano almeno all'aperto, nella gioja della lotta e coll'armi in pugno.
Il Comitato è disciolto. Io mi separo per sempre--e Dio sa con qual dolore io lo dica, dacchè tra quelli dai quali io mi svelgo conto amici di quindici o di dieci anni--dalla cospirazione _officiale_, dal lavoro ozioso, indefinito, e nondimeno origine di persecuzioni, prigioni e patiboli ai buoni, dagli uomini che non sono abbastanza freddi e calcolatori per rassegnarsi ai codardi conforti della schiavitù, nè abbastanza devoti e sapientemente audaci per intendere ch'essi hanno la salute della patria in pugno. Due partiti soli io riconosco oggi in Italia: il partito passivo, partito di tiepidi con qualunque nome si chiamino, partito d'uomini che _aspettano_ la libertà dalla Francia, dalle ambizioni monarchiche, da guerre ipotetiche, da smembramenti in Oriente, da cagioni insomma estrinseche alla terra nostra; e il PARTITO D'AZIONE, partito d'uomini che intendono a _conquistarsi_ la libertà in nome e colle forze della Nazione; partito d'italiani che credono in _Dio_, sorgente prima di doveri e di diritti, e hanno fede nel _Popolo_, potenza viva e continua per interpretarli e compirli; partito d'iniziatori che sentono venuta l'ora e sanno che l'Italia è matura a levarsi e vincere per sè e per altrui. Gli uomini di questo partito intendano che il 6 febbrajo ha cominciato la serie delle proteste armate e, ispirandosi a Roma, la continuino ovunque possono: essi m'avranno sempre--e lo sanno. Dei tiepidi giova ch'io possa, emancipato da tutti i riguardi e indipendenti da vincoli, essere di tempo in tempo censore libero e smascheratore: giova che io possa dire all'Italia che mentre fra i popolani ho trovato uomini pronti ad assalire con pugnali un esercito, io non ho potuto trovare fra i loro ricchi un sol uomo a cui affetto di patria o ambizione di fama, abbia persuaso di farsi banchiere al Partito e di porre mezza la sua fortuna pel trionfo della bandiera:--che, tra i loro intelletti, ho trovato dissenso perenne tra il pensiero e l'azione, servilità meschina a sofismi, sistemi e fondatori di sêtte straniere, e vanità meschinissime davanti ai loro connazionali:--che ad essi al loro appartarsi da ogni generoso disegno, al loro dissolvere collo sconforto, coll'inerzia, col biasimo sistematico, qualunque impresa tenda a troncar la questione, spetta--e non a noi--il rimorso delle vittime che, di mese in mese, di settimana in settimana, vanno e andranno, pur troppo, facendosi:--che due mesi d'accordo, di vita e comunione fraterna, di nobile sagrificio e d'abdicazione delle vanità, dei rancori, delle gelosie individuali davanti all'unità indispensabile di direzione e d'intento, potrebbero, se volessero, imporre fine a vittime, tormenti e vergogne e far dell'Italia un tempio di libertà a' suoi figli e alle nazioni d'Europa.
* * * * *
Dai traviati giovani di Milano io m'accomiatai colla seguente lettera ch'io inserisco come saggio di molte simili ch'io scrissi in quel tempo. Era indirizzata al Visconti Venosta, che non rispose:
_5 aprile 1853._
Non v'atterrite d'una mia lettera; è l'ultima che avrete da me. In alcune pagine stampate or ora, e che probabilmente vi giungeranno, ho detto che mi separava dalla cospirazione _ufficiale_--e con questo nome io intendo voi, gli amici vostri, i vostri in Genova e altrove. Ma questa separazione cova per me tanto dolore, che sento il bisogno di dirvelo. Voi siete uno di quelli, ai quali io guardava, anni sono, con vero affetto, come a quelli che--io sperava--avevano più inteso il culto della patria italiana e avrebbero più logicamente dedotte conseguenze pratiche di questo culto. Non so se a voi e agli amici vostri, pochi anni cresciuti, dolcezza di vita, sofismi di mezzi ingegni, o altro abbiano intorpidito gli affetti, come vi hanno fatto infedeli ai sogni dei vostri primi anni. A me, venticinque anni di stenti e di delusioni, non hanno potuto togliere l'interna vitalità dell'affetto: però, vi scrivo un'ultima volta; e Dio voglia, non per me, ma per essi, che non abbiate fra gli amici vostri chi sorrida, come a debolezza, a questo senso che mi costringe a scrivervi.
Quando noi c'intendevamo, molti anni sono, in una predicazione di idee, che volevano dire azione--quando ci emancipavamo alteramente da ogni cieca influenza di idee straniere, per rifarci italiani--quando, facendo la critica delle insurrezioni passate, rimproveravamo ai capi di non aver avuto fede nel popolo, e al popolo di non aver sentito la propria potenza--quando m'applaudivate per questo linguaggio--quando mi davate eccitamenti a stringere, in nome della nuova vivente Italia, fratellanza con altri popoli qual era la mente vostra? Quella di avervi così usurpata fama di _progressista_? di piantare scuola innocente di contemplatori, di confortarvi i sonni della coscienza, paga di sentirsi inoltrata teoricamente? Era una menzogna? una millanteria? un'aristocrazia intellettuale? Per me era la vita, una religione, un'unità di pensiero e d'azione, un'impresa d'emancipazione patria che noi giuravamo. Eravamo uomini che, nudriti di tradizioni, di presentimenti, commossi d'ira santa, di vergogna, d'orgoglio italiano, di dignità d'anime offese, dicevamo l'uno all'altro: «Noi ci affratelliamo per far quello che la Spagna ha fatto, che la Grecia ha fatto, che l'America ha fatto, che tutte le nazioni schiave hanno fatto: conquistarci con idee nostre, con armi nostre, con sacrificî nostri la patria.»--Io prendeva la cosa sul serio e vi dedicava la vita. Ma voi, voi giovani lombardi allora, ora uomini, avete serbato, serbate oggi, fede al concetto? Noi, partito, noi più inoltrati, più santamente devoti--lo dicevamo almeno--non abbiamo mai osato prendere l'iniziativa. Cospiratori eterni, oggi per introdurre libri, il dì dopo per organizzare, il terzo per opposizioni passive, abbiamo cacciato nei giovani idee e furore di patria, per poi assistere muti alle loro persecuzioni, al loro supplizio. Abbiamo fatta propaganda nel popolo e propaganda d'odio e di aspirazioni nazionali, per poi dirgli: «ora rassegnati e aspetta la Francia.»--Abbiamo magnificato il nostro paese, le nostre piaghe, il nostro fremer di schiavi all'estero, perchè poi l'estero meravigliasse dell'udire i servi frementi, predicatori, sotto il bastone, d'inerzia sistematica e di rassegnazione codarda, a ricevere, quando che sia, libertà da altri. Abbiamo rese inevitabili le agitazioni, le congiure, le sommosse, le associazioni, per poi dichiararle impotenti a renderle tali, separandoci dagli altri. Abbiamo insomma offerto la decima di sangue di tormenti, d'esilî, di sconforti morali supremi all'austriaco, che pur avevamo giurato di cacciare dal paese.
E questo era inevitabile per un periodo dell'impresa. Eravamo pochi a principio. Bisognava educare; e se sulla via dell'educazione dovevamo seminar martiri, esuli e patiboli, era dolore tremendo, ma che accettavamo per giungere al fine. Ma ora?--Ora abbiamo il popolo con noi. Chi dice il contrario, chi affetta dubitarne, mente scientemente. Il popolo di Milano ha cacciato l'austriaco in cinque giorni, mentre Cattaneo pronunziava la sera prima ch'era impossibile. Il popolo s'è battuto con furore in Brescia. Il popolo s'è battuto, solo, due volte in Bologna. Il popolo ha rivelato miracoli di pazienza eroica in Venezia. Il popolo ha redento Roma. Il popolo, dovunque s'è voluto averlo, è venuto. Dovunque si vorrà averlo, verrà. Voi, nel fondo del vostro cuore, non ne dubitate, Emilio; non ne dubitano i vostri amici. Non è tra voi chi possa di buona fede dirmi che, se voi tutti, nostri un tempo, assentivate all'azione popolare alcuni giorni prima del 6 febbrajo, tutto il popolo non scendeva. I capi popolo che non fecero il loro dovere, che non eseguirono le concertate sorprese, che titubarono il 6, si sentivano soli, col dissenso dei migliori della loro città con un forestiero per capo.
E non è tra voi chi non sappia, che se Milano, non dirò vinceva, ma combatteva due giorni, la Lombardia tutta era in fiamme. E non è tra voi chi non senta che la Lombardia in fiamme, era il centro d'Italia in fiamme; era la Sicilia: era il regno posto fra due insurrezioni: era Genova, era il Piemonte in agitazione. Era il 1848. Direte che nel 1848 si cadde? Non mi direte questo: voi stessi avete dimostrato venti volte perchè si cadde; voi stessi siete convinti che, se il Governo provvisorio fosse stato composto di uomini capaci, devoti e nostri, non cadeva. Se in Roma, io, salito al potere, senza uno scudo, nè un fucile, tanto da dover discutere la prima notte se si dovesse o no ricusare l'ufficio, ho potuto trovar modo di resistere due mesi alla invasione, voi non potete dubitare che miglior bandiera e migliori uomini non compissero l'impresa in Lombardia, dove il popolo generalmente parlando, è migliore che non era il romano allora.
E voi avete a fronte una forza seminata di ungaresi; e sapete che son nostri; nostri il primo giorno che l'insurrezione si mostrerà forte. Voi non potete negarlo. Voi potete convincervene quando volete. Gli ungaresi sono, come i nostri, guardati, confinati, traslocati, fucilati. Gli ungaresi vi davano la caserma loro, se i nostri si presentavano ed agivano. Gli ungaresi, non potendo altro, disertano--e me ne piange il cuore--sul cordone che guarda la Svizzera. E quest'elemento prezioso, decisivo, disorganizzatore delle forze nemiche, non vi basta.
Avete una condizione d'Europa, che v'assicura non poter aver luogo una vittoria italiana senza eco d'insurrezione al di fuori. Avete letto, studiato le relazioni e le misure governative dopo il 6? Le scoperte di Komorn? Gli arresti di Berlino? Le misure prese in più punti in Germania?
Voi non vedete impossibile l'insurrezione. Voi non potete credere che l'Austria possa sostenere la guerra senz'essere assalita nell'interno e smembrata. Quali obiezioni avete dunque all'azione?