Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 31
Per queste ragioni; spronato da quelle proposte; spronato anche da frequenti disegni ed annunzi dei repubblicani francesi, annunzi ch'io doveva--e questo pure mi venne apposto da molti--quasi per ufficio di scolta e senza che s'avesse diritto di farmene mallevadore, trasmettere ai nostri; io mi diedi a esplorare più attento la Lombardia.
L'odio all'Austriaco e il desiderio d'emancipazione v'erano universali; ma quanto ai modi, alle speranze, al tempo, le opinioni variavano. V'erano i millenari della fazione regia, beati di calcoli innocenti sulla venuta del messia di Piemonte: pochi e nulli; invisi al popolo, che serba vive le memorie del 1848. V'erano i letterati dal progresso omiopatico, contenti di produrre di tempo in tempo, mozzato dalla censura, un articolo di gazzetta, sviati da qualche scritto di settarî francesi, socialisti pazienti, proudhonisti sommessi, tronfi di vedersi a stampa, e rassegnati alla parte più misera ch'io mi sappia, quella di pedanti sotto il bastone: pochissimi e ignoti al popolo. Ma al di sopra di queste e d'altre minute frazioni, vivevano, fremevano, italiani e repubblicani, i giovani d'ogni classe, maggioranza assoluta in paese, stretta nelle tendenze generali alla nostra fede, e senza speranza fuorchè nella rivoluzione d'Italia e d'Europa. Molti bensì tra loro, i più forse, si mostravano titubanti, tentennanti sul come: consentivano nel fine, si dichiaravano incerti, sfiduciati sui mezzi: non mancava ad essi il core, mancava l'intelletto della rivoluzione.
Dichiaro io qui, prima d'andar oltre--e desidero che questa mia dichiarazione non sia dimenticata fuorchè dagli uomini di malafede, gazzettieri dell'_Opinione_ e siffatti, dai quali è bello l'essere calunniati--ch'io non alludo a una classe intera, come non alludo a una sola città. Del vizio ch'io noto son tocche Ancona, Bologna, Firenze come Milano, e non esclusivamente le classi che chiamano medie, ma frazioni importanti di tutte classi, dal patriziato fino agli uomini che vivono col lavoro delle loro braccia. Ventura somma è per noi che non s'agitino in Italia, come in Francia o in Inghilterra, odii o distinzioni di classi, e che un governo Nazionale possa, quando che sia, provvedere ai diritti del povero, e sciogliere quetamente i più ardui problemi sociali, senza trapassare tutto quel trambusto, pregno di sangue e risse civili, che sotto nome usurpato di _socialismo_ minaccia oltr'Alpi di convertire la santa dottrina d'associazione in rapina, e la nostra fede di libero progresso e d'amore in tirannide d'egoismo ordinario. La comune oppressione ha generato fratellanza comune: il prete cattolico e il pensatore, il proprietario e il popolano hanno segnato col loro sangue sul palco un patto, che l'anime hanno raccolto e che manterranno nei giorni di redenzione. Ma da tutte le classi, e segnatamente dov'è mezza scienza, s'è formata, dopo il 1849, una setta di giovani, vecchi a venticinque anni, e scettici pur colle sacre parole della fede italiana sul labbro, che hanno smarrito tra i sofismi di un raziocinio di terza sfera ogni potenza d'intuizione e intisichito l'entusiasmo tra le anatomie d'una analisi, senza lume di sintesi che la diriga: li diresti i primi cristiani intesi a fondare il mondo novello colla triste dialettica dei Greci del Basso Impero. Io mi trovava innanzi, dopo i dottrinarî monarchici del 1848, i dottrinari repubblicani. Dovea, dopo i tanti, toccarmi il dolore senza nome di veder morta in quattro anni nella vita dell'anima mezza una generazione di giovani amici, che avevano dalle barricate Lombarde, dalle lagune Venete, dai bastioni di Roma, bandito all'Europa, tra il plauso e le speranze dei popoli, che l'Italia aveva finalmente riconquistato la coscienza delle proprie forze.
Erano popolo allora; avean fede in esso, potenza sovr'esso e vincevano. Da quei momenti di ispirazione, di comunione coll'avvenire d'Italia, di suprema unità tra le facoltà della mente e del core, è scesa l'aureola che incorona a parecchi tra loro la fronte, che additava ai nostri affetti i migliori tra gli apostoli della Patria, e che rende oggi più intenso il nostro dolore. Oggi, il guardo semispento, il sorriso arido dell'incredulo, le braccia pendenti a sconforto, accusano la mente adombrata di formole, la vita smembrata, illanguidita fra piccoli sistemi e piccoli calcoli, e la fiamma dei forti pensieri, la fiamma che illumina e crea, spenta o vicina a spegnersi sotto influenze estranee, spregevoli; forse, per molti, sotto il freddo alito inavvertito dell'egoismo. Prima loro piaga è l'orgoglio; non l'orgoglio che a me, incanutito, rigonfia l'anima giovane tuttavia, l'orgoglio del nome e dell'avvenire italiano, l'orgoglio del guanto gittato solennemente da noi a quanti s'adoprano a tenerlo prostrato nel fango, ma l'orgogliuzzo dell'io, l'orgogliuzzo saccente, cresciuto su qualche pagina di Jomini o di Machiavelli; l'orgogliuzzo che, senza attentarsi di guidare, s'irrita all'idea di seguire, che arrossisce, quasi côlto in fallo, quando il core s'è sollevato, memore a una parola d'entusiasmo e di fede; che rinnega le grandi speranze e le ispirazioni d'azione mormorate al loro orecchio dal Dio dell'Italia, quando l'anima loro era vergine, più potente d'intuizione e migliore che oggi non è. Seconda piaga è l'inaridirsi in una atmosfera artificiale di libri e d'uomini, morti senza scendere a ritemprarsi tra il popolo sul quale lo istinto non allacciato da erudizioni, e l'amore e l'odio versano più gran parte di verità che non sul gabinetto del letterato. Non lo studiano, non lo conoscono, e ne diffidano. E mi dicevano ch'io m'esagerava le tendenze e le capacità delle moltitudini, alle quali, senza eccitamento di eventi stranieri e insurrezioni di mezza Europa, sarebbe stato impossibile persuadere d'entrar nella lotta.
Interrogai, non per convincermi, ma per convincerli, le moltitudini.
Non dirò il come; e ognuno intende il perchè. Ma affermo solennemente e come s'io parlassi a Dio stesso, che dal popolo, esplorato interrogato in tutte le frazioni che lo compongono, non escì che una sola risposta: _azione, azione immediata: date chi guidi, agiremo tutti_. Non chiedevano di Francia o d'altro; non numeravano l'armi; un ferro, dicevano, ci darà un fucile. La tradizione delle Cinque giornate vive venerata ed intatta nel petto dei popolani e la coscienza delle forze italiane con essa. Un patto di patria vendetta annoda senza forme, in un solo concetto, in una sola speranza, tutta una popolazione. L'Austria può spegnere infamemente a sua posta: se i consiglieri dell'imperatore non trovano modo di verificargli il voto che faceva Nerone, il vulcano eromperà un dì o l'altro a sotterrargli carnefici, battaglioni ed Impero. E potrei citare, per onore al popolo e documento di progresso operato in esso, prove di segreti fidati a centinaja, e tuttavia inviolati, più eloquenti che non tutte le prove d'ardire e coraggio indomato date dai pochi che agirono.
Questi ragguagli furono dati da me e da altri alla classe d'uomini, dei quali io parlava poc'anzi, e che dovrebbero esser guida nell'impresa patria alla inesperienza dei popolani. E allora, dacchè quella prima obbiezione spariva, sorsero, delusione amarissima a me che stimava ed amava quegli uomini come legione sacra nel nostro campo, dubbiezze d'ogni maniera, opposizioni che tradivano una codardia morale strana in chi aveva affrontato e affronterebbe anche oggi, non v'ha dubbio, la morte in una posizione o sopra una barricata, purch'altri avesse iniziato la guerra. Dicevano le condizioni politiche d'Europa avverse; numeravano i gabinetti ostili all'emancipazione d'Italia: registravano i reggimenti austriaci, prussiani, russi; e chiedevano dov'erano i nostri. Dei popoli dimenticavano perfin l'esistenza, delle questioni che pendono tremende fra i gabinetti non sapevano o non curavano; degli elementi di dissolvimento, esistenti innegabilmente in seno dell'esercito austriaco, non tenevan conto; della rapidità colla quale si erano pochi anni addietro ordinate forze in Italia, ovunque i capi avevano _voluto_ ordinarle, non ricordavano cosa alcuna. Il problema posto per essi era una piccola minoranza d'uomini iniziatori di lotta sul terreno lombardo, l'Europa dei popoli immobile, e tutte le forze alleate del dispotismo, anzi della monarchia, dall'altro lato. Posto a quel modo, il problema era senz'altro deciso: se non che, il porlo a quel modo e dichiarare ch'essi non conoscevano addentro nè l'Italia, nè l'Europa dei popoli, nè quella dei re, tornava tutt'uno. Ammettevano, i più tra loro, la possibilità dell'insurrezione; s'arretravano, atterriti, davanti alla guerra che seguirebbe. Potevano, e non volevano. Il popolo sentiva di potere e voleva.
Il popolo si era commosso alle inchieste: commosso tanto più, quanto più era stato fino allora negletto. Il popolo, illuso anch'esso, non potea credere che gli uomini, i quali avevano da molti anni rifatto l'alfierianismo, ripetuto classicamente all'Italia gli acerbi rimproveri tradizionali nei nostri poeti da Dante fino a Leopardi, e predicato con me la necessità d'aver fede in sè, di liberarsi con armi proprie e di non guardare per ajuti oltre i nostri confini, potessero ritrarsi quando appunto gl'Italiani accennavano d'aver raccolto e di voler ridurre ad atto l'insegnamento. E si apprestava a combattere da sè, certo d'essere, dopo poche ore, seguito. Ed io pure era certo di questo. Ma posta una volta in chiaro la determinazione dei popolani, non dovevano quegli uomini fortificarla ora, priva d'ajuto, di consiglio o di direzione?
Sperammo che lo avrebbero fatto. Sperammo che ad essi non sarebbe bastato l'animo di starsi freddi spettatori dei preparativi del loro popolo, d'assistere come in un gioco, al trarre dei primi dadi, per vedere quanto corressero avverse o propizie le probabilità. L'altrui esitanza non mutava, a ogni modo, gli obblighi nostri; e, determinato dagli ultimi avvisi, lasciai Londra e toccai la frontiera d'Italia. Aurelio Saffi era partito già prima, ed altri dei nostri. Mattia Montecchi dissentiva allora da ogni tentativo, e rimase. Ad altri esuli, che partecipavano al nostro lavoro, non feci motto partendo, sì perch'io m'era fatto legge inviolabile di segreto con tutti, e sì, perch'io durava tuttavia incerto sulle ultime e irrevocabili decisioni.
E l'ultime irrevocabili decisioni furono prese in tempo così poco lontano dai fatti, ch'io, s'anche avessi voluto, non avrei avuto agio di avvertire, di consultare o convincere chi rimaneva. E questo io noto per l'Agostini. Usai del suo nome, il quale, come di segretario, non scemava nè cresceva gran fatto valore al proclama, perchè io l'aveva lasciato farneticante, al cospetto di tutti i nostri, per l'azione pochi giorni prima ch'io mi partissi, e stimai dargli prova d'amicizia e pegno d'onore firmando per lui. Duolmi il dover pensare che, se il tentativo avesse sortito buon esito, egli avrebbe raccolto grato quel pegno e ringraziato me della fede riposta in lui.
Scrivo quando gli uomini dell'interno potrebbero, s'io non parlassi il vero, smentirmi; scrivo agli Italiani che mi sanno, qualunque sia la loro opinione sul conto mio, ardito e sprezzatore quanto basta per dire, se fosse, _mossero arrendendosi a un cenno mio_: e aggiungo che s'io mai potessi falsare i fatti e cedere all'impulso di disdegno e di sfida generato nell'animo mio dal sozzo inveire che fu fatto contro di me, mi sentirei affascinato a dire quelle parole. Ma mi parrebbe di menomare l'importanza del tentativo e di sottrarre parte di lode ad un popolo ch'io ammiro, compiangendo chi non lo fa. Le decisioni furono prese all'interno: spontanee, e da uomini i quali credevano che la determinazione fatta irrevocabile bastasse, come dissi, a trascinar sull'arena i buoni dubbiosi. Più dopo, era tardi: il popolo era in fermento e disse: _faremo da noi_. M'era noto il disegno, e braccia di popolani bastavano a compirlo. Nondimeno, scrivendo e parlando, il mio linguaggio fu sempre, sino agli ultimi, questo: _vi sentite tali da eseguire il disegno? siete convinti, colla mano sul core, di poter convertire la prima battaglia in vittoria? potete darci in una il frutto delle Cinque giornate? fate e non temete la guerra. Se vi sentite mal fermi, se vi stanno contro forti probabilità, arretratevi: sappiate soffrire ancora_. Quando ebbi risposta: _facciamo_, non vidi che un solo dovere; ajutare--e ajutai. Diedi quella parte d'opera che mi fu chiesta: scrissi un proclama che domandavano: provvidi perchè il moto, appena si mostrasse forte, fosse seguito altrove. E rifarò, dove occorra, le stesse cose. Altri, tra miei colleghi, fece lo stesso: e rifarebbe, è conforto il dirlo, occorrendo.
Perchè non fu eseguito il disegno, confessato certo nell'esito anche da chi dissentiva? Perchè una sola frazione di popolo oprò, mentre l'altre non si mostrarono? Nessuno, spero, tra gli onesti si aspetta ch'io, per compiacere a gazzettieri di corte, o di ciambellani in aspettativa, tradisca segreti che involgono vite e speranze future. Basta a me, al mio collega e a quanti fra gli esuli si adoperarono con noi, l'aver dichiarato, senza timore d'essere smentiti da quei che all'interno guidavano, che noi seguimmo e non provocammo, che diemmo ajuti, e non cenni a chi volea fare; che per noi si fece ciò che ci parve fosse debito nostro, e non s'impose ad altri di fare il loro. Bastino, a provare la vastità del disegno, la moltitudine d'elementi che s'agitavano in seno al popolo milanese e i pericoli che l'Austria corse, i terrori e le incertezze dell'Austria, le querele congiurate di tutte le monarchie, gli audaci fatti compiti dai pochi in Milano, l'attitudine tuttavia minacciosa dei popolani. E bastino a provare, per gli animi spassionati, il vero di quello ch'io prediceva sugli effetti inevitabili d'una prima vittoria italiana, le nuove, registrate di giorno in giorno dalle gazzette e dai decreti dei Generali Austriaci, sull'attitudine dei paesi stranieri, il fremito dell'Ungheria, della Transilvania, de' paesi Germanici, gli _stati d'assedio_ e le proscrizioni. Or penda sul capo al nemico la spada di Damocle. Ei sa che sta in mani italiane troncare il crine che la sostiene. Noi non abbiamo più ostacolo d'impotenza; ma soltanto una falsa funesta idea preconcetta, che un generoso impulso di core o la mente illuminata da più severe meditazioni può distrugger domani.
IX.
Il tentativo di Milano ha intanto, comunque strozzato in sul nascere, provato due cose: ha provato all'Europa che il silenzio della Lombardia era silenzio, non di chi giace rassegnatamente assonnato, ma di chi odia cupamente e tanto, da non poter esprimere l'odio se non coll'azione: ha provato all'Italia che il fremito d'emancipazione è sceso alle moltitudini e che i popolani assaliranno, sprezzando il nemico coi ferri aguzzati delle loro officine, qualunque volta agli uomini intellettualmente educati, parrà di dire: _eccoci con voi, sorgete!_ Da oggi in poi non sarà più concesso ad alcuno di mascherare il rifiuto sotto pretesti d'impotenza o di freddezza nel popolo: bisognerà dire: _non vogliamo perchè siamo, fisicamente o moralmente, codardi_.
E un altro vantaggio ha reso quel tentativo alla causa nazionale italiana: ha smascherato, per qualunque non è stipendiato, o imbecille, mi contenterò di dire, la nullità, l'assoluta impotenza della parte regia in Piemonte. L'insegnamento non è nuovo per noi. L'impotenza del Piemonte regio a vincere m'era nota fin da quando io antivedeva e predicava in Milano, nell'_Italia del Popolo_, le vergogne della guerra del 1848; e più dopo, poco prima della rotta di Novara, io gridava a' miei concittadini, nei _Ricordi ai Giovani_: «se ritenterete la guerra sotto quella povera insegna, sarà guerra perduta.» E la tattica del Piemonte regio m'era pur nota d'antico. Io aveva provato ne' miei _Cenni e Documenti sulla guerra regia_, come quella malaugurata campagna fosse stata impresa, non per vincere, ma per impedire ogni via alla repubblica, e conquistare un _precedente_ alla monarchia per ogni caso futuro di vittoria altrui. Io sapeva come la seconda guerra fosse stata intimata per tema che Roma repubblicana covasse--e lo covava difatti--il disegno di ricominciare entro l'anno l'impresa per conto d'una migliore bandiera. E d'allora in poi tattica tradizionale e invariabile della parte monarchica era stata _di far credere in disegni occulti di guerra e d'indipendenza per sottrarre elementi all'iniziativa repubblicana e impedirla; e a un tempo di tenersi pronta a confiscare a profitto proprio un moto, che prorompesse vittoriosamente per opera d'altri_; librarsi tra i due partiti tanto da raccogliere, senza rischio proprio anteriore, l'eredità di qualunque tra i due soccombesse, il favore o i dominî attuali dell'Austria. Ond'io, ad uomini della Camera piemontese ed altri arcadi della politica, che m'interrogavano, e sembravano in buona fede sperare nella loro monarchia per la cacciata dell'Austria, andava dicendo a ogni tratto: «io non nutro le vostre speranze; ma voi che v'ostinate a credere l'armi della monarchia vostra essenziali alla liberazione del paese, perchè non entrate al lavoro con noi? La vostra monarchia non si moverà, se pur mai, che dopo consumata una vittoria di popolo sulle barricate.» Pur duravano illusi. Ma oggi, dopo gli atti nefandi usati con italiani, accusati non d'altro che d'aver voluto, tentato, desiderato--anzi per taluni neppur quest'ultima colpa è reale--giovare all'emancipazione della Lombardia: poi che vedemmo perquisiti, imprigionati, ammanettati come malfattori e deportati in America giovani, sospettati d'aver cospirato contro l'Austria: noi abbiamo diritto di dire ai regi: «rimanetevi ormai sulla via nella quale siete entrati: non è men trista dell'antica, ma è più leale. Non cercate illudere con promesse e speranze, prima falsate che date, i deboli che vi credono forti: non alimentate colla stampa o nel segreto un odio, che trattate come delitto quando intende a svelarsi. A voi, volendo pur essere piemontesi e non italiani bastava disarmare, impedire quei che, varcando la vostra frontiera, correvano in ajuto ai loro fratelli. Il furore di persecuzione spiegato contro uomini emigrati sulla vostra terra, perchè a voi piacque abbandonar Milano nel 1848, v'accusa ligi dell'Austria o tremanti dell'Austria: tristi o codardi. Nel primo caso, noi non possiamo aspettarci che tradimenti da voi; nel secondo, chi mai può sperare iniziativa di guerra da un governo che, per terrore d'essere assalito, accetta disonorarsi, dando alla prigione e all'esilio quei che l'Austria non può dare al patibolo?»
Da questo dilemma, presentato e senza confutazione possibile, sgorgarono tutte le contumelie e calunnie versate, come bava di serpente irritato, sul mio nome, su' miei fatti, sulle mie intenzioni dall'_Opinione_, dalla _Gazzetta del Popolo_ e da tutta la stampa regia o aristocratica del Piemonte. A una stampa, che di fronte a una protesta ardita di popolo schiavo contro l'oppressore straniero, può farsi per un mese austriaca di vitupero contro uomini creduti eccitatori di quella protesta, non ho che dire. I ragionamenti non giovano; non giova ripetere ad essa il consiglio di Foscolo: _imparate a rispettarvi da voi, affinchè, s'altri v'opprime, non vi disprezzi_. Serve chi paga: oggi la monarchia di Savoja, domani il Bonaparte, e il dì dopo noi, se pagassimo: calunnia sapendo di calunniare; e basti il suo ripetere a ogni tanto, pur sapendo che la corrispondenza pubblica dei Bandiera, prova il contrario, ch'io spinsi quei due prodi a morire, appunto come le gazzette stipendiate di Francia ripetono a ogni tanto, pur sapendo che due giudizî solenni di tribunali e la dichiarazione d'un Ministro inglese m'esonerano, ch'io firmai la condanna a morte di due profughi, spie. Seguano adunque i gazzettieri intrepidi nel mestiere che scelsero; e solamente accettino il mio consiglio di riconsigliarsi a ogni tanto coi loro padroni per vedere se l'assalire continuamente d'ingiurie villane un uomo dichiarato, ogni anno almeno una volta nelle loro colonne, morto e sepolto nell'opinione e abbandonato da tutti e deriso, non guasti per avventura il nobile intento che si propongono.
X.
D'alcune accuse gittatemi talora contro da altri, forse più ingannati che tristi, e accettate troppo facilmente anche da uomini di parte nostra: accuse d'imprudenza, quando dei molti viaggiatori da me spediti in diverse parti non uno capitò male, nè le polizie vantano una lettera mia in loro mani, nè un amico mi fu vicino che non mi rimproverasse una soverchia tendenza al segreto--accuse di inavvedutezza nella scelta d'agenti come Partesotti, quando il Partesotti, scelto all'interno, non ebbe mai una linea mia, e il suo carteggio, che ho tutto presso di me, lo mostra ridotto a celarsi in un sotto-tetto di Parigi e imposturare viaggi favolosi e favolose conversazioni in Londra con me, per buscarsi qualche centinajo di franchi dalla polizia Austriaca--ed altre consimili--non so se non gioverebbe scolparmi; ma non è mio stile. Feci, da quando fondai la _Giovine Italia_, due promesse a me stesso: ch'io non manderei a stampa una sola linea di politica senza il mio nome, e ch'io, avverso più o meno a tutti i governi che esistono, concederei, senza farne caso, ai governi e agli agenti loro d'essermi ostili e di calunniarmi; agli altri di male interpretare, senza irritarmi, un'attività che vive, forzatamente e senza colpa mia, nel segreto. Mantenni la doppia promessa; e i più, spero, ricorderanno, che delle accuse avventate alla mia vita in questi venti anni da governi e governucci, da scrittori malati di vanità offesa, da birri libellisti e romanzieri infelici, da commissariucci di polizie fallite senza speranza, e da gazzettieri pagati o in candidatura di paga, tutti irritati del vedermi sempre lo stesso e disperati d'atterrirmi o comprarmi, io potrei fare una serie interminabile di volumi, mentr'essi delle mie difese non potrebbero far tre pagine. Ma protesterò, per debito non tanto a me, quanto a tutti gli onesti che furono o saranno tormentati santamente d'una santa idea e incontrarono o incontreranno la stessa calunnia, contro una sola: ed è quella d'ambizione personale e d'aspirazione a esercitare una dittatura qualunque. E a questa accusa, tristissima fra le tristi, diede occasione il sistema logico d'insurrezione ch'io ho accennato alcune pagine addietro.