Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 30
Immediatamente? S'io avessi mai potuto sostituire, per accattare suffragi, gli accorgimenti tattici dei più tra i cospiratori al libero diritto favellare del pensatore patriota, avrei riecheggiato allora e riecheggerei oggi quella parola. La forza delle cose avrebbe deciso e deciderà sempre in favore dell'opinione ch'io mantengo. La convocazione d'una Assemblea qualunque, esige un vasto tratto di terreno assicurato dall'insulto nemico, tregua a quel primo stadio di guerra che assorbe il popolo tutto nell'azione incessante, redazione di legge elettorale, comizî, voto, comunicazione agli eletti, riunione da punti diversi, verificazione: in tutto quel tempo l'insurrezione deve pur governarsi; avrà capi quindi e autorità direttrice, e se i primi passi di quell'autorità avranno creato vittorie, se avranno rivelato al paese gli uomini potenti di concetto e audaci nell'eseguire che hanno, più ch'altri, fede e sanno infonderla nelle moltitudini, non un'Assemblea prematura oserà balzarla di seggio finchè dureranno i supremi pericoli. Ma le reticenze, le transazioni colla propria e coll'altrui credenza, e le tattiche dei machiavellucci parlamentari, arnesi buoni per monarchici e monarchie, minacciarono di troppo in questi ultimi anni l'educazione repubblicana del nostro popolo, perchè s'accettino da noi. E però dissi allora e ridico: che il fidare le sorti d'una insurrezione italiana ad un'Assemblea convocata dai primi tempi, riescirà, se mai si facesse, a moltiplicare gli ostacoli e i pericoli sulla via dell'insurrezione, senza educare il popolo a libertà vera o proteggerlo dalle brighe degli ambiziosi. La nostra insurrezione potrà vincere--tante sono le forze che possono adoprarsi in Italia--rapidamente: un anno, sei mesi forse--e gli uomini delle guerre governative sorridano a posta loro--basteranno, tante sono le conseguenze, possibili altrove, d'un moto nazionale italiano, a far sì che si segni la pace oltr'Alpi; ma a patto che la battaglia sia di giganti; a patto che le forze interne si concentrino tutte a un intento da una volontà ferrea, non indugiata da gelosie, paure o riguardi; a patto che le conseguenze dell'insurrezione italiana si rendano inevitabili all'estero coll'audacia che lacera in viso ai regnanti trattati e protocolli di diplomazia e costringe le nazioni schiave a trasalire fra i ceppi, a sentire il tocco d'un'ora di vita suprema voluta da Dio, a salutare con entusiasmo di fiducia il popolo iniziatore; a patto che le operazioni, maturate, ordinate nel segreto assoluto, prorompano, inaspettate, come colpi vibrati in duello; a patto che gli animi, i pensieri, le azioni del popolo insorto, sollecitato, affascinato dalla fredda audacia dei capi, non si sviino un solo istante dal grande, dall'unico intento, insurrezione, guerra, vittoria. Ma chi può mai sperar questo, se non da pochi individui puri, volenti, energici, affratellati, quasi dita d'una stessa mano, in unità di concetto e di moti liberi e mallevadori al paese solamente degli ultimi risultati? Dove è la potestà esecutiva che possa mai attentarsi, siedente un'Assemblea, di sprezzare le pretese della confederazione Germanica nel Tirolo, di sprezzar le proteste di tutti i Consoli del commercio europeo in Trieste, di abbandonare, occorrendo, il paese alle devastazioni dei nemici racchiusi nelle fortezze del quadrilatero, per trasportare altrove, tagliando il nemico dalla propria base, la forza dell'insurrezione, senza chiederne assenso da quell'Assemblea? Pur quelle e ben altre audacie racchiude il segreto della vittoria; e il segreto, dato a discussioni, pubbliche o no poco monta, di parecchie centinaja d'uomini, è segreto perduto. Citar Roma, citar Venezia, parmi, più che argomento, artificio rettorico d'allievi inesperti. In Roma e in Venezia sì trattava di tutelare città, non di fondare una Nazione: era guerra non d'offesa ma di difesa; non passibile di concetti e disegni radicalmente diversi; e ogni perdita di tempo era tolta dal continuo contatto fra la potestà esecutiva e l'Assemblea; e il cannone nemico tuonava alle porte, mirabil rimedio a lievi dissensi. E l'unico potente esempio, che par soccorrere ai fautori dell'Assemblea, quello dei prodigi operati in Francia sotto la Convenzione, è per me sofisma pericoloso. Un unico esempio--ed unico è nella storia--mal fonda teorica, alla quale s'affidi la salute d'un popolo; ma neppur quell'unico regge. La Convenzione venne, terza assemblea in un paese già concentrato a unità nazionale dopo tre anni di rivoluzione crescente, di libera stampa, d'agitazione popolare e di società giacobine, e quando fremeva nell'animo a tutti la coscienza d'una rivoluzione invincibile; la nostra si raccoglierebbe in sui primi moti di una insurrezione, incerta tuttavia de' suoi fati, in una terra che deve conquistarsi unità e indipendenza ad un tempo, da un popolo d'elettori buoni per istinto, ma ineducati, tra un popolo di eleggibili, ignoti per mancanza di contatto colle moltitudini e di vita pubblica anteriore; predominante necessariamente in essa una classe di cittadini timidamente devoti, di pretese superiori all'intelletto e dotati della semi-scienza fatale alle insurrezioni, che vede e calcola tutti i pericoli senza indovinare le audacie sublimi che possono vincerli. Chi può dire: _noi avremo la Convenzione?_ E nondimeno a quali patti fu grande d'energia la Convenzione di Francia? Le denunzie che escivano pe' suoi membri dai banchi de' giacobini si trasformavano in condanne sulle labbra degli uomini del Comitato di salute pubblica o di Robespierre e si compievano sul patibolo. La guerra civile inferociva in seno alla Convenzione; una metà scannò l'altra: passeggiò su tutte, dominatrice tremenda, la _ghigliottina_. La dittatura a tempo e limitata di pochi chiamati dal popolo, invigilati dal popolo, mallevadori al popolo, è dunque siffattamente pericolosa, che debba preferirsi la dittatura della _ghigliottina_ e lo spettacolo di terrore e di sangue, ch'oggi ancora impaurisce gli animi della Repubblica? Non so s'io traveda, ma la via ch'io propongo parmi la sola che possa dar salute all'insurrezione e liberare a un tempo l'Italia dalla tristissima necessità del terrore ordinato in sistema e del sangue. Un'assemblea esige nel paese un esercizio di libertà illimitata, che nel concitamento febbrile di quel primo periodo, deve tradursi infallibilmente in licenza: si divide essenzialmente in partiti, che rappresentati da uomini cinti della fascia di mandatarî del popolo, si riproducono potenti non foss'altro nel collegio degli elettori; e trapassando di crisi in crisi, di discordia in discordia, finirà, checchè si faccia, per insegnare al popolo l'anarchia--l'inerzia della stanchezza--o la dittatura: e alla istituzione di un potere dittatoriale conchiusero, ne' momenti supremi, le Assemblee quanto furono, antiche e moderne. Ma non cova maggiori pericoli una dittatura, sancita per confessione implicita d'impotenza, da un'Assemblea, che non quella alla quale il popolo fiderebbe nei primi momenti il governo dell'insurrezione e a un tempo l'ufficio di preparare, libero d'ostacoli e di pericoli, il terreno alla convocazione dell'Assemblea? Non fu la maggior parte della via alla tirannide agevolata a Luigi Napoleone dallo scredito in cui l'Assemblea era caduta?
Non cito i danni minori:--l'imprudenza di dettar leggi regolatrici della vita d'un popolo, prima che quel popolo abbia potuto manifestare la somma di facoltà, di bisogni, di credenze, di aspirazioni che gli compongon la vita:--il pericolo di soggiacere, senza pur avvedersene, alle tradizioni d'un passato abbarbicato ancora alle menti:--la certezza di subire, in disposizioni destinate a regolare un avvenire pacifico, l'influenza d'un presente, affannato dall'ansie, dai sospetti, dalle riazioni d'una guerra non per anco decisa:--e finalmente l'allontanamento forzato dal campo, e dagli uffici praticamente utili all'insurrezione, d'un numero d'uomini militari ed altri: benchè io ricordi tuttavia che se la proposta ch'io, semplice rappresentante del popolo in Roma, e antiveggendo i pericoli prossimi, feci all'Assemblea, di disperdere i suoi membri a portar la croce di fuoco tra i loro elettori nelle provincie, non fosse stata da improvvidi sospetti respinta, forse le Romagne non davano il triste spettacolo--e so che laveranno quell'onta--di lasciare il tedesco passeggiar senza ostacolo da Bologna sino ad Ancona. Ma come può esistere Assemblea Nazionale legislatrice su tutti e obbedita da tutti, se tutti, o i più almeno, fra gl'Italiani non l'hanno eletta? Ben so ch'altri, a scansare l'ostacolo, propose un'Assemblea, che andasse via via rafforzandosi dai rappresentanti delle frazioni di territorio che s'andrebbero via via emancipando. Ma le leggi via via votate non rimarranno pur sempre mal ferme, per vizio d'illegalità, nell'animo dei non elettori? o dovranno riesaminarsi ad ogni nuova infornata di rappresentanti? Pensando all'immensa unità richiesta da un'impresa, come quella di far d'un popolo insorto Nazione, e ad un tempo al continuo variar di tendenze, all'incertezza di sistema governativo, alla instabilità d'ogni disegno di guerra e pace, che prevarrebbero in quell'Assemblea, formata per alluvione, non pare, a dir vero, proposta da senno.
Io intendo l'atto d'una prima Assemblea Nazionale Italiana, raccolta in Roma, a definire e consecrare col Patto la terza vita d'un Popolo predestinato, come il nostro, a infondere la propria nella vita dell'Umanità, siccome l'atto il più solennemente religioso che possa, in questa Europa sconvolta, compirsi; e lo vorrei tale nelle circostanze, nella pace d'anima dei rappresentanti, liberi da ogni influenza d'eventi passeggieri e violenti, nella maestà d'un Popolo circostante, purificato dal martirio e in riposo sull'armi della vittoria. Vorrei che gl'Italiani avessero prima imparato l'unità della Patria nel campo, la missione della Patria nel sacrificio, la libertà della Patria nella coscienza d'aver combattuto e vinto per essa. Vorrei che il Messia dell'Italia, l'Assemblea Nazionale, avesse profeti che gli preparassero la via. E cura del Governo d'Insurrezione sarebbe quella di prepararla in quel breve periodo colla educazione iniziatrice, colla stampa ordinata ad un fine, coll'associazione pubblica concentrata a una sola bandiera, coll'esercizio della facoltà elettorale, dato, fin dov'è possibile, ai militi e ai comuni pei loro uffici: di leggi, quel Governo a tempo non dovrebbe farne se non concernenti la guerra, e le poche richieste dai più urgenti bisogni del popolo e dalla necessità di fargli intendere che combatte per sè, pel suo meglio. Commissioni o assemblee di provincia, raccolte intanto senz'altro mandato che quello di snudare le piaghe del passato, di studiare i nuovi bisogni, di preparar materiali alla futura Assemblea, costituirebbero di fatto una potenza invigilatrice, pel caso in cui il Governo d'Insurrezione accennasse tradire o prolungasse il periodo transitorio oltre il termine indicato dall'esito della guerra: guerra, ripeto, tanto più breve quanto più concentrata, quanto più dittatoriamente diretta. Nè temo gran fatto d'usurpazione da quei pochi: tremenda è la tirannide d'una Assemblea, perchè il punirla minaccia le fondamenta dello Stato ed esige l'insurrezione di tutto un popolo; ma i pochi, rivestiti di mandato a tempo e per un intento definito, non avrebbero appoggio possibile se non nella forza; e quella forza--non atteggiata ad esercito permanente e separato dalla nazione--in un popolo ringiovanito nelle battaglie della libertà, starebbe contr'essi. A me, nell'udire tanti puritani di libertà affaccendarsi dall'esilio a custodire dalle ambizioni possibili la patria futura, veniva spesso sul labbro: che! sognate un Cesare in ogni patriota, a cui lo studio delle rivoluzioni suggerisca idee dissimili dalle vostre, e non sapete giurare a voi stessi di essergli Bruti?
VI.
Queste cose dicevamo, in termini assai più miti e meno assoluti, agli avversi; e aggiungevamo: «tra le opinioni nostre e la vostra, avremo giudice supremo il paese: noi non abbiamo desiderio di costringere il paese ad accettarle, nè potenza per farlo; il primo giorno dell'insurrezione vedrà disciolto il Comitato Nazionale: a che dunque aspreggiarsi e dividersi per questioni siffatte? D'una sola cosa siamo tutti debitori all'Italia: d'operare ad affrettarne l'emancipazione: uniamoci per questo intento. Il Comitato Nazionale è oggimai un _fatto_: e voi non potete fare che i fatti non siano. Noi concentriamo elementi d'azione importanti d'intorno a noi: abbiamo fiducia dalle democrazie nazionali straniere, e simpatia lentamente conquistata dai buoni d'Inghilterra e d'America, e qualche mezzo materiale raccolto. Voi non potreste--nè dovreste volerlo--rompere, disperdere questo cominciamento d'unificazione, prezioso per la terra nostra; ma potete dargli, cooperando, più vigoroso sviluppo e migliorarlo e trasformarlo gradatamente. Venite: ci avrete fratelli, non capi.» Io ricordo d'aver scritto, insistendo, a uno de' principali tra loro, che se temevano di soggiacere a idee preconcette, o ad influenze che non amavano, d'individui, venissero in tre, in quattro, in cinque: sarebbero tutti accettati e formerebbero maggioranza; però che noi non fidavamo in altra potenza che in quella del vero; e lo avremmo discusso tra noi. E non valse. Non avendo che dire, tacevano; ma avversavano con quanti potevano all'Imprestito Nazionale, sindacavano, notomizzavano ogni frase dubbia dei nostri scritti, evocavano fantasmi d'ambizioni o di stolti concetti insurrezionali, ci davano carico d'ogni sillaba che escisse di bocca a un gregario di parte nostra; e architettavano, eretto di contro al Comitato Europeo, non so quale Comitato Latino in Parigi, angusto di concetto e di forma, che s'esauriva in un Manifesto. Firmato da soli francesi e anonimo per l'altre nazioni, quel Manifesto dichiarava non ammettere che alcuno individuo o Comitato potesse--da francesi in fuori, suppongo--rappresentare il Partito Nazionale in Italia. Era atto scortese quanto impolitico; e non di meno, anche dopo quell'atto, noi mandammo parole di pace e offerte d'azione fraterna, alle quali non s'ebbe cenno mai di risposta. Le portò Saliceti, che allora appunto, per cagioni personali estranee ad ogni politica, si staccava, recandosi altrove, da noi e ci lasciava dichiarazione scritta, e promessa d'adoprarsi a convincere i dissidenti e proteste d'amicizia, ricambiata sinceramente da noi, smentita più tardi, e senza cagione, da lui.
Pochi, in Italia, badavano a questo dissidio. La Direzione Romana redarguì gli autori con parole severe. Inattivi e fuor di contatto col popolo, gli anonimi del Comitato Latino non potevano nuocere sensibilmente al nostro lavoro. Pur diedero agli stranieri pretesto per ripeterci la vecchia accusa delle divisioni intestine, e ajutarono a fecondare il germe dell'idea monopolizzatrice francese, che assunse forme più definitive poco prima del tentativo milanese e lo rovinò.
VII.
Venne la crisi di Francia e l'usurpazione del dicembre, provocata dalla falsa tattica che avvertiva il nemico d'una condanna a giorno determinato, senza togliergli i mezzi di prevenirla, e accettata codardamente dai più, per cagioni ch'io vedeva da lungo tempo operare a traviare e dissolvere la parte repubblicana, e che un Manifesto del Comitato Nazionale additò agli Italiani. La rivoluzione del 1848 aveva tradito il concetto europeo, che solo poteva procurarle consecrazione e trionfo. Guidate da uomini di poco cuore, di non largo intelletto e di meschina insistente ambizione, le sétte socialistiche avevano falsato, per entro a sistemi pomposi di forme, vuoti o assurdi nella sostanza, il vasto Pensiero Sociale che appartiene ai migliori di tutta Europa. Diseredati di sintesi e di aspirazione, servi a mezzo il secolo nostro di Bentham e dei materialisti dell'ultimo secolo, i più tra i Francesi avevano, con una falsa definizione della vita, la _ricerca del benessere_, insegnato al paese il culto della materia e soffocato il nobile istinto di sagrificio che ispirò le più belle pagine della storia di Francia. Un'analisi dissolvente e rissosa aveva ministrato a invidie meschine di più meschino dominio e logorando ad una ad una le migliori riputazioni, aveva rotta ogni unità del partito; la paura, esagerata ad arte, della dittatura di una idea, aveva preparato la dittatura della forza cieca; la foga demagogica di libertà che rifiuta ogni ordinamento, ogni associazione, ogni capo, non avea lasciato che individui e anarchia a fronte d'una fazione ordinata. Pareva che la Provvidenza avesse voluto insegnare praticamente all'Italia la necessità d'unificazione, d'ordinamento e di fiducia reciproca che noi andavamo predicando a tutti com'unica via di salute. E pareva, salendo in più alta sfera, che gl'italiani dovessero vedere patente, in quel fatto, la conferma di quello ch'io fin dal 1835 dichiarava a' Francesi ed a' nostri: _che l'iniziativa della Francia in Europa era spenta, e che la via era aperta a ogni popolo per colmare il vuoto, davanti al quale l'Umanità s'arrestava pensosa ed incerta_[55].
Per noi dunque, pel Partito Nazionale Italiano, quando non volesse smentire vilmente il linguaggio tenuto dal 1849 in poi, nulla era cangiato. La Francia non periva: espiava Roma; ma s'anche essa non avesse dovuto mai più risorgere, era debito del Partito il dire: _Perisca la Francia: viva l'Europa!_ Due grandi quistioni s'agitavano infatti e s'agitano tuttavia in Europa: la questione sociale e la questione della Nazionalità. La Francia, che prima di noi seppe conquistarsi la più forte unità nazionale che sia; la Francia, libera di stranieri, poteva maturar dentro sè lentamente, attraverso una purificazione di dolori e di studî severi, l'esplicazione del problema sociale. Le Nazioni, oppresse, smembrate, negate dal Diritto Monarchico, contendevano per esistere. Spettava ad esse, alla loro Alleanza, _l'iniziativa_ in Europa, perchè se la questione sociale può idealmente sciogliersi dai pensatori individui, nol può, nè lo potrà mai, praticamente, nella sfera dei fatti, se non quando, rifatta la carta d'Europa, un migliore e libero assetto conceda un'ampia scala alle applicazioni. E spettava, nell'Alleanza, l'iniziativa a quella tra le Nazioni che più delle altre avesse potenza di ferire il nemico al core; alla quale la tradizione storica insegnasse più che all'altre missione d'universalizzare la propria vita, e che raccogliesse fra tutte più larga messe di affetti, di simpatie e di fiducia in Europa. Era l'Italia. Sola l'Italia avea dentro sè la duplice rappresentanza dell'Autorità condannata, Papato ed Impero, Roma e Milano: sola potea levarsi e annunziare a un tratto all'Europa l'emancipazione dei corpi e delle anime, del Pensiero e dell'Azione. La vita d'Italia, nelle sue grandi epoche, fu sempre vita d'Europa: da Roma, dal Campidoglio e dal Vaticano, si svolge nel passato la storia dell'umana unificazione. Nè mai su terra d'Europa s'abbracciarono tanti affetti di riverenza, compianto e speranza, come su questa sacra terra Italiana, alla quale poeti, artisti, martiri del pensiero e del core, dimandano ricordi, ispirazioni e conforti. Pronti dunque a seguire lietamente la Francia, se mai, ridestata a un tratto, cacciasse la vergogna del bonapartismo da sè, attivi più che mai a secondare di ajuti la parte repubblicana, che in Parigi e altrove andava riordinandosi, fermammo tra noi di procedere innanzi nel lavoro italiano e di ripetere ai nostri: _l'iniziativa europea può escir d'Italia come di Francia: s'altri non fa, fate voi_. E fu la sostanza di quanto dicemmo in un Manifesto, escito due mesi o più dopo il 2 dicembre. Quel Manifesto rimane condanna inappellabile per chi, fra noi, si arretrò poi davanti a ogni concetto d'iniziativa italiana e disdice in oggi i compagni, i quali non hanno colpa, se non quella d'aver pensato quello che firmavano.
VIII.
Questa idea d'iniziativa italiana possibile, affacciata a ogni tanto da me agli uomini dell'interno, non era--e neppur dopo i mutamenti francesi--respinta teoricamente se non da pochi. Gli animi non s'erano affatto prostrati: parevano anzi, al cader della Francia, essersi ritemprati d'orgoglio italiano e di fede. Dalla sovversione della repubblica in Francia sino al finire dell'anno 1852, il lavoro preparatorio corse più ardito e più rapido, come di chi sente cresciuti gli obblighi. Da due punti d'Italia, ambi importanti, ebbi proposta di movimento immediato: da uno tra i due, con rimprovero al continuo indugiare e minaccia d'andar oltre, anche senza l'assenso del Comitato. Accusato io sempre, da chi afferma, inonestamente, ciò che non sa, di volere e promuovere azione a ogni patto, sconsigliai, pregando, insistendo perchè non si prorompesse in moti parziali prima d'essersi ottenuta certezza che sarebbero seguiti ove più importava, nel Lombardo-Veneto. Vivono, e liberi, gli uomini che proponevano e coi quali io discuteva le cagioni del mio rifiuto.
Senza l'azione iniziatrice o simultanea del Lombardo-Veneto, una insurrezione in Italia aveva ed avrà pur sempre pericoli centuplicati. E so che parecchi, pur d'accusare, accuseranno d'imprudenza queste mie parole, come s'io rivelassi al nemico i segreti del nostro campo: ma non ne curo: l'Austria non ha bisogno d'essere erudita da noi sull'importanza del Lombardo-Veneto, nè può crescer cautele o provvedimenti efficaci pel giorno in cui gli uomini di quella parte d'Italia vorranno intendere i loro obblighi e la loro potenza. Nel Lombardo-Veneto sta la chiave, il punto strategico dell'insurrezione italiana. Pel peso d'una tirannide efferata quanto l'Austriaca, per somma minore d'ostacoli, dacchè quella tirannide s'appoggia su forze nazionali per importanza militare di posizione, per materiale da guerra, ozioso in oggi e prezioso ad una impresa emancipatrice, Napoli dovrebbe, non v'ha dubbio, assumersi gli onori dell'iniziativa. Pur nondimeno--e dacchè, lo scrivo con dolore, Napoli sembra dimenticare la lunga splendida tradizione di martiri e di nobili tentativi ch'essa diede alla Patria comune--le migliori speranze del Paese accennano, siccome a Roma per l'_idea_, alle terre Lombarde per l'_azione_ decisiva insurrezionale. Il nostro principale nemico è l'Austriaco: e il nemico s'assale dov'è, dove può ferirsi al core, per modo che non risorga. Napoleone marciava direttamente sulle Capitali: la tattica dell'insurrezione dev'esser la stessa; tentar la vittoria dove una vittoria prostra e dissolve le forze nemiche e trascina con sè i risultati più generali. Una, non dirò vittoria, ma battaglia vera sulla terra Lombarda, e l'insurrezione di tutta Italia, son cose identiche; e però s'anche la battaglia volgesse a sconfitta, la riserva della insurrezione avrebbe campo a ordinarsi nel centro e nel mezzogiorno: il nemico, indebolito, spossato dalla battaglia, collocato sopra un terreno vulcanico fumante e presto a riardere, mal potrebbe operare contr'essa. Ma una vittoria, tronca a un tratto dalla sua base la lunga linea, che il nemico spinge sino a Foligno e impedisce il concentramento: forse, se decisiva e compita in alcuni punti importanti, separa dalla loro vera primitiva base d'operazioni tutte quante le forze nemiche. Ma vittoria siffatta non s'ottiene se, come dissi, il moto non procede e non prorompe almeno simultaneo al sorgere dell'altre parti d'Italia. Ogni altro moto è annunzio all'Austriaco; e se gli è dato tempo per farsi forte sui punti strategici, per incatenare le città col terrore o, se occorre, prepararsi a sgombrarle e cingerle dal di fuori, la guerra Italiana potrà conquistare la Lombardia; l'insurrezione sarà impossibile o inefficace.