Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 3

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Il dì prima della partenza--e cito questo fatto perchè mostra per quali vie si trascinasse allora la Carboneria--mi fu intimato di trovarmi a mezzanotte sul Ponte della Mercanzia. Vi trovai parecchi de' miei giovani affigliati convocati essi pure senza sapere il perchè. Dopo lungo aspettare, comparve il Doria; e lo seguivano due ignoti, ammantellati sino agli occhi e muti come due spettri. Il core ci balzava dentro per desiderio e speranza d'azione. Fatto cerchio, il Doria dopo un breve discorso rivolto a me sui biasimi colpevoli e sulle intemperanze dei giovani inesperti e imprudenti, accennò ai due ammantellati e dichiarò ch'essi partivano il dì dopo per Barcellona onde trafiggervi un Carbonaro reo d'avere osato sparlare dei Capi, però che l'_Ordine, quando trovava ribelli, schiacciava_. Era una risposta a' miei lagni rivelati da qualche affigliato zelante. Io ricordo ancora il fremito d'ira che mi sorse dentro alla stolta minaccia. Mandai, su quei primi moti dell'animo, a dire ch'io non partiva più per Toscana e l'_Ordine_ schiacciasse pure. Poi, racquetato e ammonito dagli amici ch'io sacrificava senza avvedermene la causa del paese all'offeso _individuo_, mutai consiglio e partii, lasciando lettera a rassicurare la mia famiglia.

In Livorno fondai una _Vendita_: affigliai parecchi Toscani ed altri d'altre provincie, tra i quali ricordo un Camillo d'Adda, lombardo, allievo di Romagnosi e ch'esciva allora, credo, dalle prigioni dell'Austria, e Marliani, che moriva anni dopo difendendo Bologna contro gli Austriaci. Commisi il resto a Carlo Bini, anima buona e candida, serbatasi incontaminata attraverso una gioventù passata fra i rozzi e rissosi popolani della Venezia[2], ingegno potente, ma che imprigionato fra le cure mercantili e fatto indolente da un profondo scetticismo, non di principii, ma degli uomini e delle cose d'allora, non potè rivelarsi che a lampi. Una immensa rettitudine d'animo e una immensa capacità di sagrificio per ciò ch'ei credeva bene, sagrificio tanto più meritevole quanto meno ei credea nel successo, erano doti immedesimate con lui. Ei rideva con me delle formalità e del simbolismo dei Carbonari, ma credeva, com'io credeva, nell'importanza d'ordinarci, sotto qualunque forma si fosse, all'azione.

Viaggiammo insieme a Montepulciano dov'era allora relegato Guerrazzi, colpevole d'aver recitato alcune solenni pagine in lode d'un prode soldato italiano, Cosimo Delfante, tanto quei miseri Governi d'allora s'adombravano d'ogni ricordo che potesse guidarci a sentire men bassamente di noi. Avrebbero, se fosse stato in loro potere, abolito la Storia.

Vidi Guerrazzi. Ei scriveva l'_Assedio di Firenze_ e ci lesse il capitolo d'introduzione. Il sangue gli saliva alla testa mentr'ei leggeva ed ei bagnava la fronte per ridursi in calma. Sentiva altamente di sè, e quella persecuzioncella che avrebbe dovuto farlo sorridere gli rigonfiava l'anima d'ira. Ma ei sentiva pure altamente della sua Patria nei ricordi della passata grandezza e nei presentimenti de' suoi fati futuri; e mi pareva che l'orgoglio italiano, e l'orgoglio dell'_io_, non gli avrebbero forse impedito di sviarsi quando che fosse, ma gli avrebbero resa impossibile ogni bassezza e ogni transazione con chi egli avrebbe sentito da meno di quel ch'egli era. Non aveva fede. La fantasia potente oltremodo lo spronava a grandi cose: la mente incerta, pasciuta di Machiavelli e di studî sull'uomo del passato più che d'intuizioni sull'uomo avvenire, lo ricacciava nelle anatomie dell'analisi, buone a dichiarare la morte e le sue cagioni, impotente a creare e ordinare la vita. Erano in lui due esseri combattenti, vincenti e soggiacenti alternativamente: mancava il nesso comune, mancava quell'armonia che non discende se non da una forte credenza religiosa o dagli impulsi prepotenti del core. Stimava poco: amava poco. Io cercava in lui una scintilla di quell'immenso affetto che si versava dagli occhi di Carlo Bini, mentr'egli commosso dalla lettura delle magnifiche pagine che i giovani d'Italia sanno a memoria, lo guardava d'un guardo di madre pensoso unicamente dal suo soffrire. Erano i tempi (1829), nei quali ci venivano, aspettate con ansia, di Francia, le lezioni storiche di Guizot e le filosofiche di Cousin, fondate su quella dottrina del Progresso che contiene in sè la religione dell'avvenire, che splendeva, rinata da poco, nei discorsi eloquenti di quei due e che non prevedevamo dovesse miseramente arrestarsi un anno dopo all'ordinamento della _borghesia_ e alla Carta di Luigi Filippo. Io l'aveva attinta dal Dante nel Trattato della Monarchia, pochissimo letto e sempre frainteso. Ed io parlava con calore dei due Còrsi, della Legge, del futuro che doveva presto o tardi irrevocabilmente escirne. Guerrazzi sorrideva tra il mesto e l'epigrammatico. E quel sorriso m'impauriva come s'io avessi intravveduto tutti i pericoli di quell'anima privilegiata: m'impauriva di tanto, ch'io partii senza parlargli a viso aperto del motivo principale della mia gita e commettendo a Bini di farlo. E nondimeno io l'ammirava potente e benedetto d'un nobile orgoglio, che, come dissi, m'era mallevadore dell'avvenire. Stringemmo allora una fratellanza che più tardi si ruppe, non per mia colpa.

Tornato in Genova, trovai mali umori tra gli alti dignitarî dell'_Ordine_. A me fu detto di non dare conto del mio lavoro al Doria; poco dopo, redarguito di non so che, egli ebbe intimazione da chi stava più in alto di lui d'allontanarsi per un certo tempo dalla città, e promise farlo. Ma un giorno ch'io esciva di casa sull'alba per recarmi a una campagna (Bavari) dove stava allora mia madre, lo incontrai sulla via, e ne feci riferta. Non so di dove egli escisse a quell'ora; ma tramava, irritato, vendetta contro l'_Ordine_, i suoi lavori e i nuovi affigliati.

Scoppiava l'insurrezione francese del luglio 1830. I capi s'agitavano senza intento determinato, aspettando libertà da Luigi Filippo. Noi giovani ci diemmo a fondere palle e a prepararci per un conflitto che salutavamo inevitabile e decisivo.

Non ricordo le date; ma poco dopo le tre Giornate di Francia, mi venne ingiunto di recarmi ad ora determinata al _Lion Rouge_, albergo esistente allora nella salita San Siro, dove avrei trovato un maggiore Cottin di Nizza o Savoja, il quale avea ricevuto, dicevano, il _primo grado_ di Carboneria da Santa Rosa e invocava il _secondo_ ch'io doveva conferirgli. Eravamo noi giovani maneggiati dai Capi a guisa di macchine e sarebbe tornato inutile chiedere perchè scegliessero me a quell'ufficio invece d'altri a cui fosse già noto il maggiore. Accettai quindi l'incarico. Soltanto, côlto da non so quale presentimento, mi intesi, prima di compierlo, coi giovani Ruffini, intimi di mia madre, intorno a un modo di corrispondenza segreta da praticarsi per mezzo delle lettere della famiglia nel caso possibile d'imprigionamento a cui soggiacessi. E l'antiveggenza giovò.

Mi recai, nel giorno assegnato, all'albergo, nelle cui stanze intravidi il Passano, che fece sembianza di non conoscermi. Chiesi del Cottin e lo vidi. Era uomo piccolo di statura con un guardo errante che non mi piacque: vestiva abito non militare: parlava francese. Gli dissi, dopo d'essermi fatto riconoscere fratello, o, come allora dicevano, _cugino_, ch'ei doveva sapere perch'io venissi. Introdotto nella sua stanza da letto, chiuso l'uscio, ei piegò un ginocchio ed io, cavata, com'era d'uso, una spada dal bastone, cominciava a fargli prestare il giuramento, quando si schiuse subitamente un piccolo uscio praticato, accanto al letto, nel muro, e s'affacciò da quello un ignoto. Mi guardò e richiuse. Il Cottin mi pregò d'acquetarmi, dichiarò ch'era quegli un domestico suo fidatissimo e si scusò dell'avere dimenticato di chiudere l'usciolo a chiave. Compita l'iniziazione, il maggiore mi disse ch'ei si recava tre giorni a Nizza dove avrebbe lavorato utilmente fra la milizia, ma che la memoria lo tradiva e ch'io avrei fatto bene a dargli la formula del giuramento in iscritto. Ricusai, dicendogli che non era abitudine mia scrivere cose siffatte: scrivesse egli sotto mia dettatura. Scrisse, e m'accomiatai, scontento di quella scena.

L'ignoto, come seppi più dopo, era un carabiniere regio travestito.

Trascorsi pochi giorni io era nelle mani della polizia.

Io aveva sulla persona, al momento in cui la sbirraglia s'impossessò di me, materiale per tre condanne: palle da fucile, una lettera in cifra del Bini, un ragguaglio delle tre giornate di Francia stampato su carta tricolorata, la formula di giuramento del _secondo_ grado e inoltre, dacchè fui preso sull'uscio di casa mia, un bastone con entro lo stocco, fra le mani. Riuscii a liberarmi di ogni cosa: quella gente aveva le tendenze, non l'ingegno della tirannide. La lunga perquisizione fatta in casa e fra le mie carte non fruttò scoperte pericolose. Fui nondimeno, e quantunque il commissario (Pratolongo) sostasse e mandasse per ordini, tratto alla caserma dei carabinieri in Piazza Sarzano.

Là fui interrogato da un vecchio commissario per nome Bollo, il quale, dopo avermi tentato in ogni modo possibile, nojato della mia freddezza, pensò atterrirmi provandomi ch'io era tradito, e mi disse a un tratto ch'io, _il tal giorno, la tal ora, nel tal luogo, aveva iniziato al secondo grado di Carboneria, il maggiore Cottin_. Un lieve brivido mi corse l'ossa; mi contenni nondimeno, e risposi ch'io mal poteva confutare un romanzo, ma sperava che il maggiore sarebbe venuto a confronto con me.

Non venne. Egli aveva, accettando la parte di _agente provocatore_, stipulato che non se ne sarebbe fatto motto nel processo. Rimasi parecchi giorni nella caserma, esposto al sogghigno e ai motteggi dei carabinieri, il più letterato fra i quali m'additava ai compagni come una nuova edizione di Jacopo Ortis, corrispondendo, mercè un pezzetto di matita ch'io m'era trovato mangiando, fra i denti--il pranzo m'era mandato da casa--e col quale io scriveva nella biancheria, rimandandola. Diedi in quel modo avviso agli amici perchè distruggessero alcune carte pericolose agli affigliati toscani. Seppi che erano stati imprigionati altri con me, Passano, Torre, un Morelli avvocato, un Doria librajo, ed uno o due ignoti: nessuno dei giovani affigliati da me.

Governava allora in Genova un Venanson, lo stesso che, richiesto da mio padre delle mie colpe, rispondeva non esser tempo di dirle; ma ch'io era a ogni modo dotato di certo ingegno e tenero di passeggiate solitarie notturne, e muto generalmente sui miei pensieri; e al Governo non andavano a sangue _i giovani d'ingegno dei quali non si sapeva che cosa pensassero_.

Una notte, destato subitamente, mi vidi innanzi due carabinieri, i quali m'ingiunsero d'alzarmi e di seguirli. Pensai si trattasse d'un interrogatorio; ma l'avvertirmi d'un d'essi ch'io non lasciassi il mantello, mi fece accorto ch'io doveva escire dalla caserma. Chiesi dove s'andasse: risposero non poterlo dire. Pensai a mia madre che, udendomi il dì dopo sparito, avrebbe ideato il peggio, e dichiarai risolutamente ch'io non sarei partito se non trascinato, quando non mi venisse concesso di scrivere un biglietto alla famiglia. Dopo lunghi dubbî e consigli col loro ufficiale, concessero. Scrissi poche linee a mia madre dicendole ch'io partiva, ma che non temesse di male alcuno, e seguii i miei nuovi padroni. Trovai all'uscio una _portantina_ nella quale mi chiusero. Quando si fermò, udii a un tempo uno scalpito di cavalli, indizio di partenza per luogo lontano e la voce inaspettata di mio padre che mi confortava ad avere coraggio.

Non so come egli fosse stato informato della partenza, dell'ora e del luogo. Ma ricordo ancora con fremito i modi brutali dei carabinieri che volevano allontanarlo, il loro sospingermi dalla portantina nella vettura, sì ch'io potei appena stringergli la mano, e il loro avventarsi furente, per riconoscere un giovane che stava fumando a poca distanza e m'avea salutato del capo. Era Agostino Ruffini, uno dei tre che mi furono più che amici, fratelli, morto anni sono, lasciando perenne ricordo di sè, non solamente fra gli Italiani, ma tra gli Scozzesi che lo conobbero esule e ne ammirarono il core, l'ingegno severo e la pura coscienza.

Eravamo davanti alle carceri di Sant'Andrea. Scese da quelle un imbacuccato che fecero salire nella vettura ov'io era e vi salirono pure due carabinieri armati di fucile; e partimmo. Nel prigioniero riconobbi poco dopo Passano. Uno dei due carabinieri era l'ignoto del _Lione Rosso_.

Fummo condotti a Savona (Riviera Occidentale) in Fortezza e tosto disgiunti. Giungevamo inaspettati, e la mia celletta non era pronta. In un andito semibujo dove mi posero, ebbi la visita del governatore, un De Mari, settuagenario, il quale motteggiandomi stolidamente sulle notti perdute in convegni colpevoli e sulla tranquillità salutare ch'io troverei in Fortezza--poi rispondendomi, sul mio chiedere un sigaro, ch'egli _avrebbe scritto a S. E. il Governatore di Genova per vedere se poteva concedersi_--mi fece piangere, quand'ei fu partito, le prime lagrime dall'imprigionamento in poi.

Erano lagrime d'ira nel sentirmi così compiutamente sotto il dominio d'uomini ch'io sprezzava.

Fui dopo un'ora debitamente confinato nella mia celletta. Era sull'alto della Fortezza: rivolta al mare e mi fu conforto. Cielo e Mare--due simboli dell'infinito e, coll'Alpi, le più sublimi cose che la natura ci mostri--mi stavano innanzi quand'io cacciava il guardo attraverso l'inferriate del finestrino. La terra sottoposta m'era invisibile. Le voci dei pescatori mi giungevano talora all'orecchio a seconda del vento. Il primo mese non ebbi libri: poi, la cortesia del nuovo governatore, cav. Fontana, sottentrato per ventura all'antico, fe' sì ch'io ottenessi una Bibbia, un Tacito, un Byron. Ebbi pure compagno di prigionia un lucherino, uccelletto pieno di vezzi e capace d'affetto, ch'io prediligeva oltremodo. D'uomini io non vedeva se non un vecchio sergente Antonietti che m'era custode benevolo, l'ufficiale al quale si affidava ogni giorno la guardia e che compariva un istante sull'uscio, ad affisare il suo prigioniero, la donna piemontese, Caterina, che recava il pranzo, e il comandante Fontana. L'Antonietti mi chiedeva imperturbabilmente ogni sera _s'io avessi comandi_, al che io rispondeva invariabilmente: _un legno per Genova_. Il Fontana, antico militare, capace d'orgoglio italiano, ma profondamente convinto che i Carbonari volevano saccheggio, abolizione di qualunque fede, ghigliottina sulle piazze e cose siffatte, compiangeva in me i traviamenti del giovine e tentò, a rimettermi sulla buona via, ogni arte di dolcezza, fino a tradire le sue istruzioni conducendomi la notte a bere il caffè colla di lui moglie, piccola e gentile donna imparentata, non ricordo in qual grado, con Alessandro Manzoni.

Intanto, io andava esaurendo gli ultimi tentativi per cavare una scintilla di vita dalla Carboneria coi giovani amici lasciati in Genova. Ogni dieci giorni io riceveva, aperta s'intende e letta e scrutata dal Governatore di Genova a da quello della Fortezza, una lettera di mia madre e m'era concesso risponderle, pur ch'io scrivessi in presenza dell'Antonietti e gli consegnassi aperta la lettera. Ma tutte queste precauzioni non nuocevano al concerto prestabilito tra gli amici e me, ed era che dovessimo formar parole, per sovrappiù di cautela, latine, colla prima lettera d'ogni alterna parola. Gli amici dettavano a mia madre le prime otto o nove linee della sua lettera; e quanto a me, il tempo per architettare e serbare a memoria le frasi ch'io dovrei scrivere, non mi mancava. Così mandai agli amici di cercare abboccamento con parecchi fra i Carbonari a me noti, i quali tutti, côlti da terrore, respinsero proposte ed uomini; e così seppi l'insurrezione Polacca, ch'io per vaghezza d'imprudenza giovanile annunziai al Fontana, il quale m'aveva accertato poche ore prima tutto essere tranquillo in Europa. Di certo, ei dovè raffermarsi più sempre nell'idea che noi avevamo contatto col diavolo.

Bensì, e il terrore fanciullesco dei Carbonari in quel solenne momento, e le lunghe riflessioni mie sulle conseguenze logiche dell'assenza d'ogni fede positiva nell'Associazione, e una scena ridicola ch'io m'ebbi col Passano (il quale incontrato da me per caso nel corritojo mentre si ripulivano le nostre celle, al mio susurrargli affrettato: _ho modo certo di corrispondenza; datemi nomi_, rispose col rivestirmi di _tutti i poteri_ e battermi sulla testa per conferirmi non so qual grado _indispensabile_ di Massoneria), raffermavano me nel concetto formato già da più mesi: che la Carboneria era fatta cadavere e che invece di spendere tempo e fatica a galvanizzarla, era meglio cercar la vita dov'era, e fondare un edificio nuovo di pianta.

Ideai dunque, in quei mesi d'imprigionamento in Savona, il disegno della _Giovine Italia_; meditai i principii sui quali doveva fondarsi l'ordinamento del partito e l'intento che dovevamo dichiaratamente prefiggerci: pensai al modo d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato a iniziarlo con me, all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionarî Europei. Eravamo pochi, giovani, senza mezzi e d'influenza più che ristretta; ma il problema stava per me nell'afferrare il vero degli istinti e delle tendenze, allora mute, ma additate dalla storia e dai presentimenti del core d'Italia. La nostra forza dovea scendere da quel Vero. Tutte le grandi imprese Nazionali si iniziano da uomini ignoti e di popolo, senza potenza fuorchè di fede e di volontà che non guarda a tempo nè ad ostacoli: gl'influenti, i potenti per nome e mezzi, vengono poi a invigorire il moto creato da quei primi e spesso pur troppo a sviarlo dal segno.

Non dirò qui come gli istinti e le tendenze d'Italia, quali m'apparivano attraverso la Storia e nell'intima costituzione sociale del paese, mi conducessero a prefiggere intento all'Associazione ideata l'Unità e la Repubblica. Accennerò soltanto come fin d'allora il pensiero generatore d'ogni disegno fosse per me, non un semplice pensiero politico, non l'idea del miglioramento delle sorti d'_un_ popolo ch'io vedeva smembrato, oppresso, avvilito: ma un presentimento che l'Italia sarebbe, sorgendo, _iniziatrice_ d'una nuova vita, d'una nuova potente Unità alle nazioni d'Europa. Mi s'agitava nella mente, comunque confusamente e malgrado il fascino ch'esercitavano su me in mezzo al silenzio comune le voci fervide di coscienza direttrice uscenti allora di Francia, un concetto ch'io espressi sei anni dopo; ed era che un _vuoto_ esisteva in Europa, che l'Autorità, la vera, la buona, la Santa Autorità nella cui ricerca sta pur sempre, confessato a noi stessi o no, il segreto della vita di tutti noi, negata irrazionalmente da tanti i quali confondono con essa un fantasma, una menzogna d'Autorità e credono negar Dio quando non negano che gli idoli, era svanita, spenta in Europa, che quindi non viveva in alcun popolo potenza d'_iniziativa_. È concetto che gli anni, gli studî e i dolori hanno confermato irrevocabilmente nell'animo mio e mutato in fede. E se mai, ciò ch'io non credo, mi fosse dato, fondata una volta l'Unità Italiana, di vivere un solo anno di solitudine in un angolo della mia terra o in questa ove io scrivo e che gli affetti m'hanno fatta seconda patria, io tenterò di svolgerlo e desumerne le conseguenze più importanti ch'altri non pensa. Allora da quel concetto non maturato abbastanza balenava, come stella dell'anima, un'immensa speranza: l'Italia rinata e d'un balzo missionaria di una Fede di Progresso e di Fratellanza, più vasta assai dell'antica, all'umanità. Io aveva in me il culto di Roma. Fra le sue mura s'era due volte elaborata la vita Una del mondo. Là, mentre altri popoli, compìta una breve missione, erano spariti per sempre e nessuno aveva _guidato_ due volte, la vita era eterna, la morte ignota. Ai vestigi potenti d'un'epoca di Civiltà che aveva avuto anteriormente alla Greca, sede in Italia, e della quale la scienza storica dell'avvenire segnerà l'azione esterna più ampia che gli eruditi d'oggi non sospettano, s'era sovrapposta, cancellandola nell'oblìo, la Roma della Repubblica conchiusa dai Cesari, e avea solcato, dietro al volo dell'aquile, il mondo noto coll'idea del Diritto, sorgente della Libertà. Poi, quando gli uomini la piangevano sepolcro di vivi, era risorta più grande di prima e, risorta appena, s'era costituita, coi Papi, santi un tempo quanto oggi abbietti. Centro accettato d'una nuova Unità che levando la legge dalla terra al cielo, sovrapponeva all'idea del Diritto l'idea del Dovere comune a tutti e sorgente quindi dell'Eguaglianza. Perchè non sorgerebbe da una terza Roma, la Roma del Popolo Italico, della quale mi pareva intravedere gli indizî, una terza e più vasta Unità che armonizzando terra e cielo, Diritto e Dovere, parlerebbe, non agli individui, ma ai popoli, una parola di Associazione insegnatrice ai liberi ed eguali della loro missione quaggiù?

Queste cose io pensava tra l'inchiesta serale dell'Antonietti e i tentativi per convertirmi del governatore Fontana, nella mia colletta in Savona: queste io penso oggi, con più logico e fondato sviluppo, nella stanzuccia, non più vasta della mia prigione, ov'io scrivo. E mi valsero nella vita accuse d'utopista e di pazzo, e oltraggi e delusioni che mi fecero sovente, quando fremeva tuttavia dentro me una speranza di vita dell'_individuo_, guardare addietro con desiderio e rammarico alla mia celletta in Savona, tra il mare e il cielo, lungi dal contatto degli uomini. L'avvenire dirà s'io antivedeva o sognava. Oggi il rivivere d'Italia, fidato a materialisti immorali celebrati grandi da un volgo ignaro e corrotto, condanna le mie speranze. Ma ciò ch'è morte agli altri popoli è sonno per noi.

Da quell'idee io desumeva intanto che il nuovo lavoro dovea essere anzi ogni altra cosa _morale_, non angustamente _politico_: religioso, non negativo; fondato sui _principî_, non su teoriche d'_interesse_; sul Dovere, non sul _benessere_. La scuola straniera del materialismo aveva sfiorato l'anima mia per alcuni mesi di vita Universitaria; la Storia e l'intuizione della coscienza, soli criterî di verità, m'avevano ricondotto rapidamente all'idealismo de' nostri padri.

Il mio processo era stato rimesso a una Commissione di Senatori in Torino, fra i quali non ricordo che il nome d'un Gromo. La promessa data al Cottin limitava tutte le testimonianze a mio danno a quella del carabiniere che m'avea veduto, collo stocco snudato, nella stanza dell'iniziato. Contro quella stava la mia; e s'equilibravano. Era chiaro ch'io doveva essere assolto. Avrei adunque avuto campo al lavoro.