Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 29

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Ma tutto questo a che pro? a che sollecitare gli animi con un cumulo di lavori e speranze se l'Italia, diseredata di vita e potenza propria, doveva aspettare, a tempo incerto, indefinito, libertà dalla Francia? A che edificare con ostinato studio nella fratellanza europea una iniziativa alla cospirazione italiana, se non per trarne, quando occorresse, una possibilità d'iniziativa all'Italia? E chi mai poteva credere che noi tentassimo imprestiti, predicassimo la necessità di procacciarsi materiale di guerra e spingessimo con quanto ardore potevasi adoperare, a concentramento di forze, se non per agire?

Nessuno lo credeva. Quanti s'accostavano a noi sapevano e udivano ripetersi dalle nostre labbra che noi, pronti a seguire s'altri facesse, tenevamo l'Italia capace, come ogni altra nazione, di fare ed esser seguita. Se v'è taluno tra i nostri ch'oggi affermi il contrario, o dimentica o inganna. Io non ingannai nè dimentico. E questo mio serbarmi indeclinabilmente fedele al primo proposito, rimprovero, credo, acerbissimo, checchè millantino, a quei che mutano ad ogni tanto o dicono ciò che non pensano, è sorgente precipua d'ire e d'accuse. Se non che a me torna più conto di starmi in pace colla mia coscienza, che non cogli uomini de' miei giorni; porto, come i cavalieri crociati, il mio simbolo sul petto e morrò con esso.

La coscienza mi dettava allora, com'oggi: che ad ogni uomo della mia terra, il quale mi richiedesse del fine a cui s'ha da tendere, io dovessi rispondere: _all'azione_:--ch'io predicassi, come obbligo oggi supremo d'Italia, il prepararsi a insorgere e insorgere:--ch'io nondimeno non dovessi illudere, affascinare gli animi a moti non desiderati, sostituendo al loro il giudizio mio:--ma che qualunque volta, da uomini capaci di rappresentare il voto delle moltitudini, mi fosse detto: _vogliamo agire_, io dovessi dir loro: «Dio benedica il generoso concetto,» e, come meglio potessi, ajutarli. Non ho tradito alcuno di quei consigli. Quei che maravigliano in oggi del mio dire al paese di lavorare ad insorgere, dimenticano ch'io, da ventiquattro anni, predico la stessa cosa: quei che mi accusano d'aver detto o di dire: _insorgete comunque; insorgete anche pochi; insorgete a ogni patto_, affermano, consci o inconsci, quel che non sanno.

Gl'italiani devono insorgere pronti a morire, ma quando le probabilità stanno per la vittoria. Soltanto, taluni non credono io credo che probabilità siffatte possano raggiungersi dall'Italia guardando a sè stessa, non a Londra o a Parigi.

V.

Intanto, mentre i lavori accennati si facevano dal Comitato e l'interno assentiva e noi ci rallegravamo nell'animo del potere poco o molto giovare da lungi al paese, prendeva forma e corpo e sorgeva più sistematica, più attiva e dannosa, quell'opposizione, della quale notai più sopra i germi esistenti segnatamente in Parigi, ma che allora si diffuse qua e là tra gli esuli in altri punti; opposizione che, versando tra elementi eterogenei, atei, cattolici, militari, federalisti, repubblicani e non repubblicani, era inefficace a fare o sostituire cosa alcuna a ciò che per noi si tentava: ma efficace pur troppo--e chi non lo è?--a distogliere, a intiepidire, a dissolvere, a dar pretesto d'inerzia ai molti che abborrono in core dal sacrifizio qualunque siasi. E trovarono faccendiere ed antesignano un Ferrari, ingegno francese al peggiorativo, scrittore facile, ardito, superficiale: copista delle negazioni di sessanta anni addietro, scettico di fede, di principî e di dottrine; inavvertito--e questo è il segreto dell'ire--in Italia. Costui stampò un libro a provare--dopo avermi biasimato per tenacità d'idee in altri scritti--ch'io non era a vero dire repubblicano, ma monarchico alternativamente e papista e non so che cosa altro; poi che all'Italia, per rigenerarsi, bisognavan due cose: farsi scettica e farsi francese. Or se in Italia sono uomini che accettino questi due rimedî alla servitù, accettino anche quello ch'ei dice di me: non cercherò convertirli. E non occorre che io parli altro di lui. Ma tra gli uomini, che allora si fecero oppositori, sono parecchi ch'io stimo per doti di core o di mente, e che diedero in altri tempi prova d'amore intenso all'Italia. Ed è necessario citarne le accuse.

Erano varie e contradditorie, come le tendenze degli uomini dai quali escivano.

Gli uni ci rimproveravano il silenzio, del primo Manifesto, intorno al principio repubblicano, e ci accusavano di tener celata la nostra bandiera. Non la celavamo; era incarnata in noi tutti che l'avevamo difesa in Roma; era incarnata in me che aveva, venti anni prima, e poi sempre, predicato repubblica, quando nessuno, in Italia, osava fiatarne. E alla repubblica guidavano inevitabilmente le norme prefisse nel Manifesto, allo stadio d'insurrezione e al modo d'assetto finale. Ma la riverenza alla Sovranità Nazionale e il concetto puramente insurrezionale che il Comitato s'era fatto della propria missione, ci aveva persuasi a tacerne il nome. Pur nondimeno, dacchè repubblicani eravamo e repubblicana era l'Associazione e repubblicane si manifestavano le tendenze di tutto il partito d'azione in Italia, deliberammo di troncare in un secondo Manifesto ogni dubbio, dissenziente, per semplice opinione d'inopportunità, il solo Giuseppe Sirtori, che ci lasciò, addolorati, e addolorato egli pure: tra lui e noi, mallevadore d'affetto fraterno, rimaneva e rimane[54] il core, più potente d'ogni passeggero dissidio.

Altri ci accusavano d'antagonismo alla Francia; ma a quale? alla Francia governativa eravamo, per debito verso noi e verso la vera Francia, irrevocabilmente nemici; e avversi alla Francia delle sêtte intolleranti, traviate, esclusive, ch'io da più anni, vedeva--e lo scriveva in Inghilterra e in Italia--spianar la via, colle stolte minaccie a quanti possiedono, colle promesse inattendibili al popolo, colle utopie senza mente a danno della libertà e col culto degli interessi materiali, anzi degli appetiti, alla tirannide del primo che, potente a giovarsi della corruttela, vorrebbe, ottenerla: colla buona, colla pura Francia repubblicana, colla Francia dalle larghe e filosoficamente religiose tendenze sociali, colla Francia sorella, non monopolizzatrice d'una civiltà ch'è l'alito della vita europea, non traduttrice del principio monarchico in una monarchia di nazione, noi eravamo legati in concordia d'opere, nota a molti francesi, e indovinata per istinto dal loro governo, che m'odia quanto io lo disprezzo. La democrazia italiana sovveniva, mentre gli accusatori parlavano, la democrazia francese d'azione, di consigli fraterni e d'ajuti materiali. Eravamo antagonisti, non alla Francia dell'avvenire, ma al pregiudizio servile di molti fra i nostri, i quali, senza pure operare a mutarla, dichiaravano la Francia arbitra unica delle cose d'Europa e sola datrice possibile di libertà a venticinque milioni d'uomini nati in Italia. Parecchi tra gli adulatori della Francia repubblicana piaggiano oggi all'imperatore.

Taluni riparlavano di suffragio; e a questi, dopo tutte le ragioni ch'io dissi, concedemmo una doppia prova in un Comitato scelto per voti dell'emigrazione in Marsiglia, e in un altro, eletto per la Sicilia da tutti gli esuli di quell'inclita parte d'Italia. Le proteste di quei che si dicevano lesi o delusi dall'elezione, l'inesecuzione degli ordini, i dissidî insorti tra gli esciti dall'urne, costrinsero, dopo breve tempo, i due Comitati a disciogliersi.

Lascio delle accuse volgari: delle pretese, mormorate appunto dagli uomini che non hanno mai contribuito d'un obolo, che si desse conto ad altri, che non al paese insorto e rappresentato, delle offerte, date e impiegate segretamente, all'imprestito Nazionale:--dei motti codardi e codardamente gittati contro le abitudini dei membri del Comitato, mentre, rispettando all'inviolabilità del deposito e all'indipendenza dell'anima loro, i membri del Comitato si facevano lietamente, per vivere, maestri di lingue:--e d'altre consimili: il Comitato non dovea che riderne, sprezzando, e rideva. Ma le più forti accuse, quelle che trovavano più facilmente un'eco nei deboli d'intelletto o di fede, si concentrarono su due punti, che meritano d'essere rapidamente toccati: la guerra bandita al federalismo, e la teorica del governo dittatoriale raccomandata all'insurrezione.

Io considero--e noi tutti consideravamo il _federalismo_ come la peste maggiore che possa, dopo il dominio straniero, piombar sull'Italia; il dominio straniero ci contende per poco ancora la vita; il federalismo la colpirebbe d'impotenza e di condanna a lenta, ingloriosa morte, in sul nascere. Rampollo d'un vecchio materialismo che, incapace d'affermare la collettiva unità della vita, non può coll'analisi scoprirne se non le manifestazioni locali e ignora la Nazione e i suoi fati, il federalismo sostituisce, al concetto della missione d'Italia nell'Umanità, un problema di semplice libertà e d'un più soddisfatto egoismo. Senza base di filosofia:--senza teorica d'antecedenti storici in Europa, dacchè tutte le federazioni non furono, nel passato, che concessioni imperfette alla tendenza unitaria, cadute, appunto perchè imperfette, ogni qualvolta si scontrarono coll'unità già ordinata:--senza argomenti d'analogia nel presente, dacchè delle due sole confederazioni esistenti, la Svizzera e l'America, questa rappresenta la sola unità possibile tra i paesi d'un continente intiero, quella, formata per aggregazione successiva, rappresenta la sola unità possibile tra popoli di lingua, di razza, e di credenze diverse:--senza tradizione nazionale, dacchè non furono mai in Italia se non leghe a tempo, limitate sempre a una parte sola della Penisola, e tutte, dalla Lombarda infuori, funeste al paese:--senza appoggio possibile di diplomazia, dacchè nè i federalisti medesimi s'attentano di dichiarare giusta e da rispettarsi la divisione attuale, ineguale, arbitraria, tirannica, come è, degli Stati:--senza conforto d'aspirazione di popolo, dacchè il popolo non conosce se non la nazione e la propria città:--il Federalismo italiano non è nè può essere che capriccio intellettuale di letterati imprudenti o sogno inconscio d'aristocrazie locali, accarezzato da mediocrità ambiziose alle quali l'ampia sfera nazionale minaccia l'oblìo. E aristocrazie locali di mediocrità; usurpazioni tanto più facili, quanto più la sfera, nella quale tentano compiersi è angusta; influenze straniere e contrarie di nazioni gelose esercitate, a seconda della posizione geografica, degli interessi commerciali o dei ricordi storici, sul Sud, sul Centro, o sul Nord dell'Italia; invidie e gare civili di supremazia mercantile o politica rieccitate nelle diverse parti: debolezza perenne e perenne mancanza d'iniziativa, scenderebbero inevitabili dal sistema federativo applicato alla nazione risorta. Per tutte queste, e per più altre ragioni, noi credemmo debito nostro il dichiararci, senza riguardo alcuno ai pochi avversi, esclusivamente unitarî. Ma pensando come per noi si temperava l'idea di unità e al come gli altri parevano capire il federalismo, non mi venne mai fatto d'intender di che si lagnassero, o che si vogliano. Com'essi, noi adoriamo, riverenti, la libertà: com'essi, abborriamo dal concentramento amministrativo: com'essi teniamo sacra la spontaneità della vita locale. Soli due elementi _storici_ esistono in Italia per noi: il Comune, dal quale incominciò lo sviluppo della nostra vita; la Nazione verso la quale andò, d'epoca in epoca, operandosi più sempre la fusione del nostro popolo. Sono i due elementi che corrispondono ai due, violati alternativamente dai sistemi del socialismo francese, _individuo_ e _società_, in ogni Stato; e, com'essi, sono inviolabili e devono armonizzarsi, non negarsi l'un l'altro. Il Comune, unità primordiale politica, deve ampliarsi e dotarsi di forze proprie che gli consentano indipendenza, per quanto concerne doveri e diritti locali, dal governo della Nazione: esercizio d'attribuzioni, che costituiscano un primo grado d'educazione civile, pratica al cittadino; e ricchezze che lo abilitino a irraggiare un incivilimento progressivo nelle campagne, oggi isolate soverchiamente e ignoranti. La Nazione, unità complessiva e suprema, rappresenta, tutela e promove l'insieme dei doveri e diritti, che spettano a quanti nascono tra l'Alpi e l'ultimo nostro mare, e costituiscono al di dentro e al di fuori la missione Italiana. E mentre cura e vocazione della famiglia dev'essere l'educare uomini al Comune, il Comune deve educare cittadini alla Nazione, la Nazione educare le generazioni italiane a compiere la parte e gli obblighi loro nell'Umanità. V'è chi possa levarsi protestando contro questo ideale, o vagheggiarne, sotto nome di federalismo, uno migliore? Io intendo--Dio mi guardi dall'approvarlo--il federalismo monarchico di Gioberti e Mamiani; essi sacrificano Italia, principî, avvenire a una pretesa opportunità o alla codarda ambizione d'una famiglia di principi. Ma il federalismo repubblicano, il federalismo che non ha innanzi se non tre vie:--sagrificare giustizia e principî rispettando gli Stati attuali--affrontare tutti gli ostacoli incontrati dagli unitarî e più altri nuovi per fondare ad arbitrio una diversa serie di Stati--o scendere, per equa deduzione di logica, alla sovranità d'ogni campanile, alle cento o duecento repubblichette, al medio evo rifatto in faccia al moto verso gigantesche unità nazionali che affatica l'Europa--mi riesce, io confesso, inintelligibile. E duolmi che un ingegno potente d'analisi e di nozioni pratiche come quel di Cattaneo, si lasci sospettare di siffatta follìa.

Ma l'altra accusa, vecchio grido d'allarme di quanti demagoghi mirarono a conquistarsi, adulandone le incaute passioni, il popolo, sollecitava pur troppo tutte le invidiuzze, le ambizioncelle, i sospetti e la foga irrequieta di libertà, che s'agitano tra gli oppressi, e più nell'emigrazione. I tristi--e dovrò dirne tra poco--non arrossivano far discendere la questione del centro unico dittatoriale sul terreno degli assalti personali; i migliori esageravano, dimenticando che una insurrezione non è libertà, ma guerra per conquistarla, i pericoli d'una dittatura che non potrebbe mai diventare tirannide, se non quando gl'Italiani meritassero tutti d'essere servi--e nol meritano. Taluni--perchè i più saviamente s'astennero--fra i membri dell'Assemblea Romana, sognandosi pur sempre reduci in patria per virtù d'armi francesi, poi che si sarebbe compita la pacifica rivoluzione dell'urne, s'affrettarono a dichiarare, in un documento, che in qualunque luogo avessero veduto compirsi l'insurrezione, essi si sarebbero immediatamente raccolti, in virtù del loro mandato, come monade e nucleo generatore di una Assemblea Nazionale, dirigendo intanto i primi moti del popolo insorto: e ci mandarono, perchè il rifiuto ci chiarisse pericolosi alla futura libertà del paese, quel documento, richiedendoci di firmarlo. La nostra coscienza ci comandava di amare il popolo, e d'ajutarlo a conquistarsi una Patria, non d'adularlo, ingannandolo; e però ricusammo. Quei valentuomini non s'avvedevano che la loro proposta era, più d'ogni altra, usurpazione dittatoriale di sovranità: i rappresentanti del popolo in Roma, eletti dagli uomini, non d'Italia, ma dello Stato, con mandato di provvedere alle sorti, non d'Italia, ma dello Stato, avevano esaurito degnamente quel mandato, proclamando il 2 luglio dal Campidoglio una Costituzione buona in più parti, ma che certo non sarà mai Costituzione d'Italia. Se non che, a una usurpazione che avesse avuto in sè virtù di salvare la patria, noi avremmo piegato il capo e, ripetendo la formola dei nostri padri, aderito. Ma io vedeva dall'Assemblea Romana ricostituita escire, in forza d'un diritto analogo, al quale di certo non mancherebbero gli invocatori, l'Assemblea Veneta, l'Assemblea Toscana, l'Assemblea di Sicilia: e riviver con esse tradizioni di partiti e illusioni o peggio, che sviarono a certa rovina la rivoluzione del 1848; e l'impossibilità di condurre rapidamente, energicamente, nazionalmente, fra le gelosie, le esigenze, le improntitudini di quattro assemblee, l'insurrezione a buon porto; e, s'anche miracoli di popolo le avessero procacciato vittoria, gravi e quasi insuperabili pericoli all'Unità della Patria. E questi miei timori si confermavano dal linguaggio d'uomini di Sicilia, Toscana, Venezia, ch'io andava via via richiedendo del loro parere, e che, fautori d'una Assemblea, erano pur tutti avversi al rivivere della Romana. Ond'io, forte d'un voto esplicito, decisivo, dato da tutta quanta l'Associazione di Roma e Provincie, minacciosamente ostili alla proposta di quei pochi Rappresentanti, proponeva ad altri che si riunissero nel primo punto libero bensì, per far atto degno veramente di loro e di Roma, e fecondo di conseguenze giovevoli all'insurrezione, dicendo: _noi non capitolammo, e non abdicammo il mandato davanti alle bajonette; noi, nei quali vive per decreto di voto il pensiero di Roma, anima, centro, altare d'Italia--ci raduniamo a scioglierci e abdicare il mandato imperfetto davanti alla maestà del popolo insorto: con noi perisce ogni diritto, ogni sovranità di passato: a cose nuove poteri nuovi: una sola Assemblea è legittima, quella che la Nazione Italiana convocherà_. Ma quando? E la questione, sciolta cogli uomini dell'Assemblea Romana dal voto dell'interno e più dopo dai mutamenti di Francia, risorgeva, e risorgerà, probabilmente, con altri, i quali vorrebbero i fati dell'insurrezione affidati a una Assemblea nuova da raccogliersi immediatamente.