Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 28

Chapter 283,517 wordsPublic domain

Due anni prima, la missione degli influenti nel Partito poteva essere diversa. Viveva abbastanza diffuso, conseguenza naturale d'una oppressione stolta e feroce ad un tempo, l'abborrimento all'austriaco, ma localmente, senza vincolo, senza simbolo, senza speranza comune. La nazione era aspirazione di menti e d'anime elette, non fede di moltitudini. Mancava al popolo d'Italia, non l'istinto, il desiderio del meglio, ma la conoscenza della propria forza. Quando noi, repubblicani, dicevamo ai giovani lombardi del ceto medio o patrizio: «Voi avete bisogno del popolo; ma questo popolo non l'avrete se non osando, creando in esso, col fascino della fede incarnata in voi stessi, l'opinione della propria potenza,» crollavano, increduli, il capo; e disperavano, pochi mesi, pochi giorni prima della insurrezione lombarda, di trascinare sul campo d'azione le moltitudini. I fatti soli potevano convincerli; e quei fatti dovevano escire, non dalla volontà d'uno o di pochi individui, bensì da circostanze propizie, presentite, non create da noi. Allora l'azione poteva e doveva predicarsi, come intento finale e mezzo unico di riscossa, quando che fosse, senza tempo determinato: a guisa d'apostolato educatore, più che come disegno pratico di congiura. Ma, nel 1849, le condizioni erano radicalmente mutate. Il popolo aveva detto in Sicilia ai suoi oppressori: _aderite alle domande nostre il tal giorno, o insorgiamo_: ed era insorto e aveva vinto. Braccia di popolo pressochè inermi avevano emancipato in cinque giorni il Lombardo-Veneto dall'Alpi al Mare. I popolani di Bologna avevano, soli, e abbandonati da chi più doveva combatter con essi, combattuto due eroiche battaglie contro gli Austriaci. Brescia aveva segnato in ognuna delle sue strade una pagina storica. In Roma, nel cuore della Nazione, s'era manifestata tanta vita da rifare un popolo intero. In Venezia, guerra, bombe, colèra e fame non avevano potuto suscitare un tumulto, strappare un gemito. I nostri giovani militi s'erano fatti, in pochi mesi di combattimenti, vecchi soldati. E tutti questi miracoli di virtù guerriera e di sacrificio s'erano compiti in un fremito di patria comune, sotto la grande ombra d'una bandiera che portava il nome d'Italia. E l'ultima codarda illusione che aveva affascinato il popolo a credere possibili fondatori di libertà nazionale un papa ed un re, s'era logorata e per sempre in un esperimento, al quale io, non volendo che la bandiera repubblicana si contaminasse, al primo apparire, di guerra civile, aveva assistito, cupamente rassegnato e con dolorosa pazienza, che mi fu poi, da uomini pazienti allora, oggi più che pazienti, rimproverata. Davanti a cosiffatte innegabili rivelazioni, con un popolo ridesto alla fede, che aveva in due anni imparato, non solamente a morire, ma a vincere, le parti d'un Comitato Nazionale non eran più dubbie.

Fondare all'interno l'unità del Partito: concentrarne la forza a principî comuni, a intento comune: preparare le cose in modo che l'impresa, ove fosse vigorosamente iniziata in un punto, diventasse infallibilmente impresa nazionale italiana: predicare il dovere e la possibilità dell'azione: poi, quando il popolo decretasse di movere, ajutarne, con un po' di materiale raccolto, le prime mosse.

Fondare, all'estero, l'unità della Democrazia: cacciar le basi dell'alleanza futura dei popoli nell'alleanza, sopra un terreno comune, degli influenti sul partito attivo in ogni Nazione: far sì che, data una iniziativa italiana, fosse rapidamente seguita dai popoli aggiogati ora sotto l'Austria e ajutata di favore operoso dagli altri.

Fu questo il programma del Comitato, dichiarato apertamente, come da noi si usa; svolto nelle molteplici comunicazioni private, praticato con insistenza dal primo fino all'ultimo giorno. Ogni altro programma avrebbe fondato un ozioso dominio di setta, e dato al carnefice vittime senza scopo. Or noi non eravamo settarî, ma apostoli, credenti in una fede di non lontano risorgimento; non eravamo sì illusi da volere che un popolo risorgesse senza sacrificio di vite, ma nè sì stolidi e appestati di egoismo da guardare freddamente al patibolo dei nostri migliori e non desumerne, com'oggi altri fanno, che un insegnamento di pazienza servile.

II.

Il Comitato esciva, in parte dal fatto dell'associazione ordinata, in parte dalla tradizione, buona a conservarsi, del Triumvirato di Roma. Era in breve tempo confermato, con adesione scritta, ch'io serbo, da un numero considerevole d'uomini che avevano rappresentato il popolo in Roma e d'altri che avevano virilmente difeso, nella milizia o negli ufficî civili, l'onore della nazione per tutte parti d'Italia. E presso le moltitudini, vogliose sempre di trovar chi le guidi a fare, presso quella gioventù santa che non ha vanità individuali da accarezzare, ma non domanda se non di combattere, vincere, o morire ignota per la Patria comune, non era per mancarci autorità direttrice, quanto almeno bastava all'intento nostro. Pur nondimeno pareva onesto e giovevole, segnatamente per l'estero, che i più noti fra gli esuli si raggruppassero in questo lavoro di riordinamento interno e di rappresentanza internazionale; e determinammo richiederli. Scrissi allora io stesso a parecchi, tra i quali ricordo Enrico Cernuschi, Amari, Montanelli, Manin, Cattaneo. Chi per una, chi per altra ragione, ricusarono tutti. Manin non rispose. Cattaneo, ora avversissimo, senza ch'io possa indovinare il perchè, rispose magnificando, dichiarando che bastavamo, che la tradizione dell'unico potere popolarmente legale era in noi, che ogni accessione avrebbe guastata l'integrità del concetto e che egli ajuterebbe a ogni modo; e poco dopo inviava una forma di cedola, quasi interamente adottata per l'imprestito Nazionale. A noi dolse che uomini, il cui nome avrebbe potentemente giovato a operare una più rapida unificazione degli elementi, mancassero alla chiamata, ma il loro non fare lasciava intatto l'obbligo nostro, e deliberammo compirlo. Saliceti e Sirtori, nomi cari, l'uno agli italiani di Napoli, l'altro a quei del Lombardo-Veneto, s'erano uniti a noi.

Da taluno fra gli esuli fu susurrata allora l'idea--e fu l'unica, dacchè gli altri non allegavano se non motivi di circostanze, o, peggio, d'antipatie individuali--che un Comitato dovesse escire dal voto universale dell'emigrazione, e comporsi di tanti individui quante sono oggi, per nostra sventura, le parti d'Italia. E se noi non avessimo avuto in core che la meschinissima ambizione di recitare una parte, avremmo accettato: eravamo certi d'essere eletti. Ma troppi e troppo fatali traviamenti erano già entrati a corrompere la schietta logica dell'esercito della democrazia, perchè da noi si consentisse, con tattica indegna della nostra coscienza, a sancirne un nuovo. Sulla non infallibilità del suffragio universale, adoperato anche su larga scala, e in condizioni normali, gli esperimenti non foss'altro di Francia dovrebbero, a quest'ora, aver illuminato molti fra i nostri e insegnato la suprema necessità d'accoppiarlo a un disegno d'educazione nazionale, non solamente gratuita, ma obbligatoria per tutti. La ragionevolezza del suffragio, a ogni modo, quand'è applicato ad un Popolo, sta nel patto comune che gli elettori hanno davanti agli occhi scegliendo, e del quale gli eletti s'assumono di farsi interpreti. Ma il proporre che si scegliesse per via di suffragi un Comitato destinato a unificare, sotto certe norme, il partito; e l'affidare l'esercizio del voto a una emigrazione di tempi e di principî diversi, dispersa fra Tunisi e Montevideo, fra Costantinopoli e Nuova York, vegliata, perseguitata, impaurita spesso dai governi sulle cui terre s'accoglie, era consiglio inattendibile e pericoloso: inattendibile, perchè proclamava un diritto d'elezione dove non erano condizioni di libero voto, nè di metodo uniforme, nè di pubblica discussione fraterna, nè di verificazione severa: pericoloso, perchè fidava all'anarchia delle opinioni ed al caso la scelta della bandiera, sotto la quale doveva ordinarsi il partito. La bandiera era stata inalzata, tra un fremito d'assenso di quanti intendono l'avvenire immancabile dell'Italia, nella metropoli della Nazione, in Roma: nè potea, senza colpa, sottoporsi a vicende di voti dati fuor di paese. Il problema s'agitava, del resto, in Italia; e in Italia stavano gli elementi che solo potevano scioglierlo; l'emigrazione non li rappresentava, nè l'interno avrebbe accettato il suo voto, quando non fosse escito mirabilmente concorde colle proprie tendenze.

Questa mania di suffragi, di sovranità popolare, omeopaticamente applicata dove non è nè indipendenza, nè popolo, fu, tra noi, rovina di molte imprese e indugio perenne al concentramento delle forze e alla rapidità delle operazioni. Noi non siamo, giova pur sempre ripeterlo, la Democrazia, ma un esercito di cospiratori--e chiamo cospirazione, tanto il lavoro che si adopera a diffondere stampe vietate, quanto quello che tende a preparar barricate--militante a conquistare un terreno alla Democrazia. Le norme dell'assoluta libertà, applicate oggi al compimento della nostra missione, ricordano il _Libertas_ che i genovesi scrivevano un tempo sulle porte delle prigioni. Nelle congiure, come tra le barricate, l'iniziativa scende, non sale. Spetta ai pochi che si sentono fatalmente spronati a fare, e capaci d'indurre altri a seguire, e puri d'anima e irrevocabilmente determinati a non adorar idoli d'opinione, transazioni o menzogne, ma solamente l'idea che li guida e l'intento. E se la loro è, come spesso avviene, illusione, il popolo non li segue.

Il popolo--il popolo dei volenti azione--accennava seguirci. L'Associazione s'ordinava rapida e spontanea su tutti i punti; e il primo atto d'ogni nucleo era un'adesione al Comitato Nazionale. Il bisogno d'unità era universalmente sentito, e cancellava, nei migliori, ogni lieve dissenso. I giovani che amavano, più che sè stessi, la patria, non temevano sagrificata una parte d'indipendenza nell'accentrarsi volontariamente a una direzione; non sospettavano che, pel loro consenso, potesse mai inalzarsi un seggio d'autorità pericolosa al paese: chi è degno di libertà non teme di perderla, nè la perde. Però procedemmo, lasciando ch'altri dicesse, e presti a seguire chi facesse meglio e più attivamente di noi.

III.

Fondato il Comitato Europeo, e costituita, vincolo di fratellanza tra esso e il Comitato Nazionale Italiano, l'identità di credenze, noi predicammo, dentro e fuori, le poche semplici norme, che ci parevano meglio opportune a guidare il partito sulle vie dell'azione, e a dargli vittoria. Come individui, ciascun di noi serbava libero il pensiero, libera la diffusione delle proprie idee sui problemi di soluzione pacifica e più remota, che tormentano il secolo e ne vaticinano la grandezza: come nucleo collettivo, dovevamo tenerci per entro i limiti di sfera men vasta, sopra un terreno già conquistato e accettato dai più. E noto questo, perchè a taluni, i quali non hanno cura se non di scrivere libri, libercoli, o articoli, parve bello l'atteggiarsi a pensatori più arditi, e rimproverarci l'incerto, il limitato, come essi dicevano, del nostro programma. Scambiavano i caratteri della nostra missione; e confondevano, col lento e solenne svolgersi della rivoluzione, i preparativi d'una insurrezione. Noi non potevamo ridurci a proporzione di _setta_; dovevamo studiare di rappresentare tutto quanto il Partito. Dovevamo essere repubblicani, perchè la monarchia spegnerebbe in sul nascere la nostra rivoluzione; unitarî, perchè, senza unità, l'Italia non può essere nazione; ma lasciare ogni altra questione alla nazione e alle ispirazioni dell'avvenire.

Le norme fondamentali da noi proposte eran queste:

Per forza di cose e d'idee, di leghe regie e istinti di popoli, di intuizione logica e di storia severamente documentata negli ultimi anni, l'Europa dovea considerarsi come divisa in due campi: il campo della tirannide e del privilegio dei pochi, e il campo della libertà e delle nazioni associate. La Democrazia, chiesa militante dell'avvenire, doveva ordinarsi ad esercito, presta a promuovere pacificamente lo sviluppo progressivo dei popoli, dove son liberi i mezzi pacifici; a rovesciare colla forza la forza dove quei mezzi sono contesi. Le nazioni dovevano riguardarsi come divisioni di quell'esercito, chiamato ad operare sotto un disegno comune e sotto la mallevadoria d'uomini, vincolati da un patto a non ricadere nell'esoso egoismo locale, che rese impotenti i moti del 1848. La questione d'iniziativa, fidata teoricamente ai fati provvidenzialmente preordinati e alla coscienza d'ogni nazione, perdeva così l'importanza pratica, che l'orgoglio degli uni e la servilità degli altri avevano fatto degenerare funestamente in monopolio esclusivo. Poco importava su qual punto strategico d'Europa s'aprisse la lotta, purchè tutte le forze dell'esercito democratico sottentrassero alla battaglia. Sorelle sul campo, le nazioni rimarrebbero tali, vinta la guerra, quando, riordinata la Carta d'Europa, un Congresso di rappresentanti, scelti da esse, darebbe al nuovo riparto consecrazione di comune consenso. I popoli, indipendenti nell'assetto interno, alleati per tutto ciò che riguarda gl'interessi europei e le relazioni internazionali, s'avvierebbero così alla risoluzione pacifica dell'eterno problema, svisato quasi sempre dalle sêtte moderne, armonia tra l'_associazione_ e la _libertà_.

E le stesse norme dovevano più o meno applicarsi al problema italiano. Il campo italiano si divideva, come sempre, in due parti: gli uomini che s'ostinavano ad aspettare la libertà della patria dalla diplomazia, da disegni arcani di principi ambiziosi o da guerre straniere, e gli uomini ch'erano fermi a cercarla nell'azione delle forze italiane, ajutate dall'elemento popolare europeo. A questi soli il Comitato Nazionale si rivolgeva: da questi soli chiedeva concentramento ordinato sotto un disegno comune e un'unica direzione; gli altri sarebbero stati trascinati dal fatto. E questo fatto non doveva, nè poteva avere un giorno predeterminato a manifestarsi;--la nostra era questione d'idea, non di tempo--ma, accettato come possibile, e maturato tanto da raggiungere condizioni ragionevoli di vittoria probabile, prorompere, quando il partito credesse, conseguenza di moti europei o principio ad essi.

Intento del fatto doveva essere conquistarci una Patria, costituirci in Nazione; una dunque doveva esserne la bandiera: inalzarsi, ovunque le circostanze darebbero, in nome di tutti; proteggersi da tutti; trionfare per tutti: guerra di popolo, governo di popolo. E perchè il popolo potesse rivelare solennemente l'animo proprio, i proprî bisogni e la propria fede:--perchè non traesse, come nel 1848, da pericoli ipocritamente esagerati, o da speranze ipocritamente affacciate, occasione a cedere improvvidamente le proprie sorti ad ambizioni di principi e raggiri di cortigiani sofisti:--perchè, col decidere immaturamente, prima d'essere libero tutto ed affratellato, non richiamasse a vita, spenti, ma da poco, germi fatali di federalismo:--perchè, infine, le incertezze, le oscillazioni, i pericoli d'una libertà mal ferma, sospettosa quindi e facile a sùbiti sconforti e a mortale anarchia, non si trapiantassero nel campo, non disviassero dalla suprema necessità di combattere, non involassero, spegnendo la vittoria in fasce, i frutti della vittoria:--il Comitato Nazionale segnava due periodi alla risoluzione del problema; il primo, periodo d'insurrezione, da governarsi con assoluta unità da un nucleo di pochi buoni e volenti, acclamato e vegliato dal popolo, operante a rendere nazionale, popolare, rapida e tremenda la guerra; il secondo, non ottenuta, ma assicurata la vittoria, e libero, se non tutto, quasi tutto il popolo d'Italia, da reggersi normalmente e svolgersi, sotto la tutela d'una libertà meritata, dall'Assemblea Nazionale, raccolta, per voti di tutti, in Roma.

Il Comitato Nazionale prometteva di sciogliersi davanti al Governo d'insurrezione: la nostra missione era quella d'agevolare l'insurrezione, non di dirigerla. E davanti al Concilio della Nazione, il Governo d'insurrezione dovea render conto, sciogliersi, o portar la testa sul palco. Norme siffatte, accettate, predicate, radicate per tutto quanto il partito, bastavano per sè sole a spegnere ogni pericolo d'usurpazione; ma s'altre, più positivamente proteggitrici, fossero state credute necessarie per quel primo periodo, il popolo le avrebbe architettate e sancite. Quanto ai cento problemi dell'avvenire, noi collettivamente, non dovevamo occuparcene; ed era debito del Comitato educare, coll'esempio, gli animi a fidare nel senno, raccolto in Assemblea, del paese. Solamente, poi che senza tradir la nazione non potevamo non dirci unitarî, aggiungevamo che l'unità vagheggiata non era l'unità napoleonica--che non dovrebbe confondersi col concentramento amministrativo--che l'associazione e la libertà, la Nazione ed il Comune, erano, due eterni elementi, sacri egualmente, dello Stato, come per noi si ideava;--e che all'elemento _reale_, storico, del Comune, ampliato e sostituito all'elemento _fattizio_, arbitrario, degli Stati d'oggi, doveva senz'altro attribuirsi quanta forza bastasse a non renderne illusoria la libertà, quanta indipendenza potesse localmente ordinarsi senza travolgere la Nazione nell'anarchia di vita politica e d'educazione.

IV.

Non so s'io m'illuda: ma non parmi che queste norme possano formar soggetto, da una in fuori, di controversia da chi accetti pel paese la necessità d'una crisi rivoluzionaria: sgorgano da una logica elementare documentata da quante rivoluzioni vollero riescire a buon porto e riescirono. Comunque--e importa notarlo--nol formarono allora. Espresse senza riguardi ed ambagi fin dal primo Manifesto del Comitato, furono accolte con favore dalla generalità del partito; combattute tiepidamente, e senza il corredo delle solite villanie, dai giornali pagati per essere avversi. Nessuno levò allora la voce--ed era il momento naturalmente additato alla buona fede--per dichiarare che la nostra teorica rivoluzionaria era falsa; nessuno escì in campo a proporne un'altra; nessuno s'attentò di fare atto pubblico di codardia e di dirci: _l'Italia, checchè facciate, è e sarà pur sempre impotente a movere ed emanciparsi, se prima non move la Francia o un'altra contrada_. Gli umori che serpeggiavano fra taluni, segnatamente in Parigi, si strisciavano, come dissi, rodendoli, intorno a nomi, non a idee, d'individui. E noi, poco curanti di questo, procedemmo, con animo alacre, nell'opera incominciata e nella pratica delle dottrine enunciate. Primo passo su questa via, e nuovo indizio che per noi si tendeva all'azione, fu l'emissione dell'Imprestito Nazionale: concetto arditamente buono, che fu accolto con tanto favore da rivelare l'animo del paese, ancorchè il risultato materiale non fosse gran cosa; diedero, non i ricchi, colpevoli d'un'avarizia che espiano cogli imprestiti forzosi e coi sequestri dell'Austria, ma i poveri.

Io non dirò, per ragioni facili a indovinarsi, quello che sotto l'ispirazione del Comitato e la forte instancabile attività iniziatrice di Roma si facesse all'interno; e soltanto affermo il lavoro condotto al punto di dare certezza, che ove una vigorosa iniziativa sorgesse in una parte d'Italia, sarebbe, più o men rapidamente, ma infallibilmente, seguita da tutte l'altre; e della vigorosa unità del partito hanno, del resto, dato indizî che bastano l'audacia inconquistabile della stampa clandestina, le dimostrazioni periodiche a ricordo della repubblica in Roma e provincie, i fatti compiti a danno di delatori in Milano ed altrove, i terrori dei governi e le vittime, pescate il più delle volte a caso, pure in tutte le classi, dal prete fino al più umile popolano. Ma all'estero, accettate dal Comitato Europeo le basi intorno all'iniziativa e alle relazioni internazionali accennate più sopra, il lavoro assunse proporzioni importanti davvero e preparò risultati, che agevoleranno all'Italia, quando vorrà coglierli, la via per collocarsi, tra le nazioni, su quell'altezza, alla quale i fati la chiamano. Per questo almeno io sento di meritare--e mi preme più assai di meritarla che non d'averla--la gratitudine del paese. Per circolari, indirizzi e inviati, il nome e la parola d'Italia suonarono potenti in tutte le file, disgiunte prima del 1848, rannodate ora a un disegno comune della democrazia Europea. L'alleanza, temuta e inutilmente assalita con tutt'arti possibili, tra gli ungheresi e noi, più visibile dacchè l'elemento rivoluzionario ungarese s'incarna in un uomo, non fu se non una delle molte che traemmo--educandole con amore attraverso difficoltà più gravi che altri non pensa--dai germi che le delusioni del 1848 avevano seminati. Dalla penisola Iberica, destinata ad unificarsi, fino alla Grecia alla quale apparterrà un giorno, checchè facciano le diplomazie per galvanizzare un cadavere, il primato su Costantinopoli; in Polonia, centro pur sempre d'una delle quattro divisioni future del mondo Slavo; nelle valli, troppo dimenticate dall'Italia, dove s'agita, in cerca dell'avvenire, una gente romana di nome, di ricordi e d'affetti, da Traiano in poi; in Germania; in Oriente, tra popolazioni varie, taluno semi-barbare, ma il cui sommoversi cova inevitabile la guerra europea, noi cercammo e trovammo nemici all'Austria. I pensatori, ai quali è centro di politica europea Moncalieri, sorridano increduli a posta loro, ma chi cerca appurare il vero, viaggi per quei paesi, interroghi, e veda se l'importanza data all'Italia non è cresciuta di tanto, da far parere ogni suo moto, ogni sua sommossa, fatto grave di conseguenze ai moti e al progresso d'Europa. Questo cangiamento nella teorica dell'iniziativa europea, accettato senza analisi di cagioni dai popoli, è dovuto alle manifestazioni che nel 1848 e nel 1849 rivelarono un'Italia, ignota fino a quei giorni. Il Comitato Nazionale non fece che indovinar quel fatto, giovarsi dei diritti che dava a chi parlasse in nome d'Italia, e fondarvi sopra una fratellanza più positiva, un accordo predeterminato pel caso d'azione. Pur tanti anche oggi fra i nostri--e dovrò or ora, con dolore e rossore, accertarlo--dimenticano quel fatto supremo e guardano all'Italia, siccome a schiava giacente, finchè piaccia a Parigi o a Berlino di dirle: _sorgi!_ dimenticano che non è senza merito di fede in noi l'avere inteso quanta parte di vita europea s'agita nella patria nostra, e l'aver preparato, come meglio si poteva, il terreno ad alleanze, che l'Italia dovrà e potrà stringere fin dai primi giorni del suo risorgere.

E in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America--in questi ultimi per opera in parte di Kossuth, che affratellò sempre i fati dell'Ungheria e dell'Italia--l'opinione, sistematicamente traviata dalla stampa ligia alla monarchia piemontese, si trasformava, si incaloriva rapidamente. Il mutamento in America, dove le tradizioni isolatrici dei fondatori dell'Unione, cedono alla coscienza e al fremito della vita virile, assumeva aspetto più pratico che gli eventi--se l'Italia vorrà dar moto agli eventi--riveleranno. In Inghilterra a ogni modo la Nazione sottentrava nelle menti al Piemonte; il popolo d'Italia sottentrava negli affetti a una aristocrazia, i cui ricordi avevano data all'emigrazione patrizia del 1821: cresceva e cresce l'irritazione contro l'Austria quasi eguale a quella che suscita negli animi contro il papato. A capo della propaganda trasformatrice si poneva un'Associazione, fondata, dopo l'istituzione del Comitato, dai migliori amici ch'io m'abbia. E se i miracoli delle Cinque giornate, o fatti come quei di Roma, verranno mai a verificare le predizioni e rafforzarne il linguaggio, vedremo, dove prima non fu se non tiepida e sterile ammirazione, fremere una vita larga d'affetti operosi e d'ajuti.