Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 27

Chapter 273,188 wordsPublic domain

Nel primo, custodito da soli venticinque uomini, si raccoglievano a pranzo, appunto alle cinque pomeridiane, Governatore, Generali, uffiziali componenti lo Stato Maggiore e altri; la sorpresa, comparativamente facile, di quel palazzo, bastava quindi a interromper ogni unità d'ordini e cacciar l'anarchia nella difesa. Cento e più risoluti popolani dovevano impadronirsene; ed erano stati affidati a un tale, ch'era noto sotto il nome di Fanfulla, era stato nel 1848 ufficiale nei lancieri di Garibaldi, ed era tenuto prode da tutta Milano. Il secondo, dov'erano centoventi uomini con tre ufficiali e due obici carichi a mitraglia, collocati davanti al portone, presentava più gravi difficoltà; ma il punto aveva per l'insurrezione importanza strategica, e s'era scelto a punto di concentramento per gl'insorti d'una larga sezione della città: il popolano--non ricordo il nome e men duole, ma trafficava carbone e teneva bottega--eletto a impadronirsene co' suoi, doveva, riuscendo, afforzarvisi, chiudendo ogni ingresso e lasciando aperta a metà quello soltanto dove erano gli obici destinati a proteggerlo. Il Castello era punto naturale di concentramento al nemico, minaccia temuta più del dovere dalla città e racchiudeva, oltre quei del presidio, 12,000 fucili: la sorpresa era dunque cosa vitale per noi e s'era accertata in modo da non ammettere, se ignaro il Governo, un'ombra di dubbio: diciotto uomini, scelti fra i più arrischiati e comandati dal Capo di tutto quanto l'ordinamento, dovevano avventarsi improvvisi col pugnale alla mano sui diciotto soldati messi a custodia della prima corte; e, a un segnale dato, due squadre di popolani, sommanti a trecento incirca, comandate una dall'Assi, l'altra da un falegname capo di bottega, il cui nome m'è ignoto, dovevano irrompere a corsa da tutti i luoghi dove, in vicinanza del Castello, i capi li avrebbero, poco prima della fazione, appostati. I pochi soldati rimasti, dispersi nei cameroni, inermi e côlti alla sprovveduta, non avrebbero di certo potuto resistere a quella piena. I fucili di deposito nei magazzeni erano nostri, in un batter d'occhio; i due armajuoli, che di tempo in tempo li ripulivano e riattavano, erano nostri, avevano le chiavi dei magazzini e dovevano in quel giorno, sotto un pretesto qualunque, tenerli aperti perchè l'operazione non incontrasse il menomo indugio; e attennero la promessa. Il Capo stesso, sprezzatore d'ogni rischio, s'introdusse, un'ora prima della prestabilita all'insorgere, nella piazza interna del Castello e li vide al lavoro. Riescito il colpo, un colpo di cannone e la bandiera tricolore inalzata dovevano essere segnale agli insorti d'accorrere ad armarsi.

Mentre si sarebbero compite quelle sorprese, duecento giovani dovevano correre a due a tre le strade della città e cogliere soldati e ufficiali che, avvertiti dal romore levato, avrebbero, uscendo dalle taverne, dai caffè, dalle abitazioni, tentato raggiungere isolati i varii punti di concentramento. Era un Vespro; e gli scribacchiatori moderati ci accusarono d'avere preparato armi non generose. Ma chi, da Dante a noi, non aveva registrato fra le glorie italiane il Vespro di Sicilia? Chi, fra gli ipocriti ai quali alludo, non avrebbe acclamato al tentativo dei popolani lombardi, se coronato dalla vittoria? A emancipare la patria dalla tirannide dello straniero ogni arme--se lunga o breve non monta--è santa; e se l'arbitrio sospettoso d'uomini, che a proteggere l'usurpazione di terre non loro si giovano dell'arme infame del patibolo non lascia ai cittadini altro ferro che quello delle loro croci, benedetto sia chi, a salvare la libertà dei corpi e dell'anime, svelle e aguzza ad offesa quel ferro!

A tutto s'era pensato, a tutto s'era, come meglio potevasi, provveduto. Ottanta terrazzani erano presti, forniti di picconi, pali di ferro e pale a inalzar barricate, ove si prolungasse, per incidenti non preveduti, la lotta. L'impresario dell'illuminazione a gas era nostro e s'era con lui d'intesa perchè l'illuminazione, occorrendo, non avesse luogo. S'erano tentati, e in parte con esito buono, gli Ungaresi che facevano parte del presidio: un ex-ufficiale inviato da Kossuth, allora in pieno accordo con me, avea secondato il lavoro e conquistato a noi un ufficiale di cavalleria; e molti bassi ufficiali, degli acquartierati in San Francesco, avevano dato solenne promessa d'unirsi ai nostri nell'azione, non sì tosto avessero ottenuto un primo successo. Klapka s'era recato, sui primi del febbrajo, da Ginevra a Lugano per entrare e assumere il comando de' suoi compatrioti il secondo giorno.

Costretti dall'assoluta necessità del segreto sulla natura del disegno che doveva tentarsi e certi di non poter evitare, in un vasto lavoro, inchieste e inquisizioni pericolose, ci eravamo, coll'altre città lombarde, limitati a far presentire, in un tempo non remoto, eventi supremi e a raccomandare si preparassero a profittarne. Soltanto coi giovani universitarî della vicina Pavia eravamo andati più oltre e si era stretto accordo perchè, a segnali di fiamma che si sarebbero inalzati dalla punta del Duomo, movessero rapidi alla volta di Milano; e, a intento siffatto, io aveva apprestato fucili sul Po, affidando la direzione d'ogni cosa riguardante quel punto all'Acerbi, prode e devoto esule mantovano. Per l'altre città tenevamo pronti corrieri a cavallo, che avrebbero recato l'annunzio del fatto e chiamato i più prossimi ad affrettarsi in ajuto a noi, tanto da avere, per la fine del 7, un forte nerbo d'armati, capace di resistere a ogni tentativo d'Austriaci, che volessero dalle vicinanze operare contro Milano. Noncurante del mortale pericolo, Aurelio Saffi, uomo d'indole nobilissima per intelletto e per cuore e rimasto, dal 1849 in poi, _amico mio e non della ventura_, s'era recato, fra gli Austriaci, in Bologna, per animare a preparativi quella valente città e le Romagne.

Perchè fallì il tentativo? Perchè da tanti apprestamenti non escì se non una breve sommossa?

Non mancò il popolo dei congiurati; mancarono al popolo i capi. Il segreto, cosa mirabile davvero se si pensi ai tanti che ne erano più o meno partecipi, era stato gelosamente serbato. Il Governo ignorava ogni cosa: avvertito da taluni di pericoli che sovrastavano, ma avvezzi a cercarli nelle classi agiate e a sprezzare il popolo come incapace d'iniziativa, aveva spiato attentamente le prime e, non vedendovi indizio d'ostili disegni, s'era rassicurato. Il 6 febbrajo, distribuite le paghe, i soldati s'erano, come al solito, dispersi per la città, lasciando presso che vuoti ed indifesi i luoghi contro i quali dovevano operarsi le sorprese. Ma il Fanfulla partì subitamente, nè s'arrestò se non a Stradella: l'Assi sparì; più altri capi lo imitarono: le squadre, non convocate e lasciate senza nuovi capi da chi non sapeva la diserzione dei primi, non si recarono ai luoghi di convegno: altre che si tenevano preste, non udendo d'assalto alcuno al Castello, assalto al quale--e fu nostro errore--s'erano subordinate parecchie sorprese, idearono tradimento o cangiamento di disegno e si sciolsero. Un solo fatto importante, l'occupazione della Grande Guardia, trovò capo e popolani esecutori fedeli, e riescì; se non che, immemori delle istruzioni che statuivano quel punto a punto di concentramento, gli occupatori, lieti di trovarsi armati e ansiosi d'azione, abbandonarono, dopo breve tempo, il luogo per correre le vie. Ed essi e i giovani armati di solo pugnale, scelti a operare indipendenti contro il nemico, bastarono a versare sugli austriaci un terrore, che non cessò se non sulla sera. Contro tutte le forze, spiegate allora dal Comando generale, quel pugno di popolani, abbandonati da tutti, tentò difendersi asseragliandosi, presso Porta Romana, nelle case e facendo fuoco dalle finestre; ma, e sopratutto, per difetto di munizioni, fu costretto, dopo un'ora di combattimento, a disperdersi. Perirono nel conflitto da cento cinquanta soldati nemici e due ufficiali superiori assaliti nel caffè della Scala[52].

Perchè, audaci e costanti nei lunghi pericoli dei preparativi, quei capi-popolo s'arretrassero, giunta l'ora, davanti all'azione, mi pesa il dirlo, ma può tornare utile insegnamento in imprese future. Essi, i più almeno, retrocessero davanti all'isolamento in cui furono lasciati dalla classe media. Avevano lavorato soli, senza sconfortarsi dell'inerte indifferenza d'uomini, che i ricordi del 1848 e l'intelletto educato additavano ad essi capi naturali del moto, sperando che, compito il lavoro, dimostrata innegabilmente la propria tenacità di proposito e conquistata potenza di numero e d'ordinamento, li avrebbero compagni alla prova. Ma quando, sull'avvicinarsi dell'ora suprema, mentre pensavano che il sacrificio di sangue, al quale, per la salute e per l'onore del paese, s'apprestavano lietamente, li avrebbe fatti cari e fratelli a quelli uomini, si videro freddamente accolti, guardati con sospetto e rimproverati di commettere a un tentativo imprudente le sorti della città--quando s'udirono a dire: _combattete dacchè lo volete: dopo la prima giornata saremo con voi_--vacillarono e non osarono assumersi, essi poveri popolani, l'immensa responsabilità d'una iniziativa, non divisa da alcuno di quei, ch'essi s'erano avvezzi a chiamare i _loro migliori_. Non un abito--_non una marsina_--ripetevano dolorosamente gli insorti che cercavano ispirazione sul come si potesse più utilmente morir per l'Italia.

Non una _marsina_, infatti, si vide tra i combattenti del 6 febbrajo a incuorarli, a dirigerli. I portoni, le finestre delle case si chiusero. Milano prese aspetto di città deserta. Unico, o quasi, delle classi medie che si mostrasse in quelle ore fu un Bianchi Piolti, eccellente giovane, allora in contatto con me, oggi, se non erro, deputato, pur sempre onesto e liberale nelle tendenze.

Fin da quando il lavoro dei popolani accennò a tradursi in azione, io presentii quel pericolo; e parevami inoltre che, dov'anche le forze dell'Associazione fossero state sufficienti a vincere la prova in Milano, avremmo pur dovuto desiderare che in una lotta da iniziarsi a pro di tutti, tutti fossero rappresentati. M'era dunque rivolto a quelli fra i giovani intellettualmente educati, che nel 1848 erano stati uniti con me intorno alla bandiera sollevata dall'_Italia del Popolo_: prominenti fra questi, l'Allievi e Emilio Visconti Venosta. Ma li trovai mutati, scettici, riluttanti a ogni pensiero d'azione. Cominciarono per dichiarare impossibile l'esistenza d'una vasta associazione di popolani; poi, quand'ebbero prove irrecusabili, si ricacciarono sulla impossibilità del segreto, e confutato il timore della rivelazione di quella parte del disegno che riguardava la scelta dell'ora, la paga ai soldati e gli indizî che escirebbero dalle loro mosse, cominciarono ad argomentare sulla poca disposizione delle provincie lombarde a seguire: temevano i pericoli del moto, la possibilità della disfatta e, credo, egualmente le conseguenze d'una vittoria preparata esclusivamente dal popolo. L'anima loro, impicciolita tra la vanità pedantesca della mezza-scienza, il materialismo delle scuole francesi, che allora seguivano, e il meschino freddo sussiego di letterati borghesi, s'arretrava sospettosa davanti a quel ridestarsi di popolo, che avrebbe dovuto inorgoglirli di gioja italiana.

Così titubavano paurosi, svogliati, inerti sino alla fine: non diedero un uomo, nè una moneta, nè un'arme: avevano non so quanti fucili e li rifiutarono, dicendo che se ne gioverebbero per la _seconda_ giornata. Il Venosta accettò d'entrare, come loro delegato, in una direzione formata di Bianchi Piolti, d'un Fronti, del capo militare e di lui; ma non intervenne se non due volte ai convegni, ascoltando, nè mai proponendo cosa che potesse tornar utile al moto; poi si dileguò. Finalmente, richiesti, spronati, rimproverati, dichiararono che consulterebbero, prima di decidersi a cooperare, una competente autorità militare.

L'autorità militare competente fu per essi Giacomo Medici, allora volontario garibaldino, oggi generale nell'esercito regio, il quale da Genova, ov'ei soggiornava, era fuori d'ogni lavoro e ignaro delle forze nostre, del disegno e d'ogni cosa. Gli spedirono l'ingegnere Cadolini, oggi deputato. Medici rispose: _impedite il moto con ogni mezzo: se non riuscite a impedirlo, cercate afforzarlo_. E i richiedenti fecero, sconfortando, sviando taluni fra i capi, annunziando a tutti il loro dissenso, quanto era in essi per impedire. Fu questa principale cagione di disfatta al disegno. Era, in seno alla borghesia, il cominciamento d'una scuola analoga, comunque inferiore d'ingegno, a quella dei _dottrinarî_ francesi ai tempi di Luigi Filippo, e della quale l'Italia vede oggi in quei che la reggono lo scandalo e i frutti.

E nondimeno ho certezza, che nel prepararsi generale degli animi, nello sviluppo storico del risorgimento italiano, quel tentativo giovò. Lasciando dello stolto e feroce spirito di repressione, che la paura spirò allora più che mai nei consigli dell'Austria, delle contribuzioni arbitrarie sui beni degli inoffensivi patrizî lombardi e degli esuli, e dell'irritazione che ne nacque in essi, il popolo, il vero popolo, salutò come sua l'impresa tentata, inorgoglì dell'ardito concetto, e cominciò a credere nella propria forza e nella parte che sarebbe un giorno chiamata a compiere. I segni d'una trasformazione morale nelle classi operaje apparvero poco dopo più frequenti e visibili nelle associazioni, fondate pubblicamente in Piemonte e nella Liguria, tra gli uomini del lavoro, nella parte presa altrove dai popolani nei tentativi che seguirono, e, a me segnatamente, negli indirizzi, nelle proposte, nelle dichiarazioni d'affetto, che da essi mi vennero quando appunto il volgo letterato e gli ingannati da esso mi rovesciavano quasi universalmente sul capo una tempesta d'accuse, di rimproveri e di villane calunnie[53]. Da Genova, da Parma, dalle città romagnuole i popolani mi dicevano: _voi avete creduto in noi, stimati da tutti incapaci di fare: vi rendiamo grazie, e vi proveremo quando che sia che non v'illudete sul conto nostro_. Il 6 febbrajo strinse fra gli operai d'Italia e me quel patto d'amore e di comunione educatrice, che fruttò e frutterà, e che conforta di serenità e di speranze italiane i miei ultimi anni, abbeverati d'amara e profonda mestizia, per le delusioni e per l'abbandono di molti fra quei che m'eran più cari.

A quel tempestoso periodo appartiene lo scritto che segue. Io l'aveva, fin dal 22 febbrajo, promesso con queste poche linee indirizzate all'_Eco delle Provincie_:

* * * * *

_Al Direttore dell_'ECO DELLE PROVINCIE.

Il fatto recente di Milano che, comunque strozzato ne' suoi principî da incidenti sottratti a ogni calcolo umano, e rimasto isolato per virtù di prudenza, che non guarda a biasimo o lode, ma all'intento da conquistarsi, avrebbe pur dovuto sollevare d'orgoglio italiano ogni anima buona e rivelare ai più incerti le vere tendenze del nostro popolo, frainteso, traviato da pregiudizî funesti e da codarde paure, ha suscitato un biasimo pressochè universale.

Sento tutta quanta la responsabilità che trascina con sè l'ultimo proclama del Comitato Nazionale, scritto da me e firmato da uno solo de' miei colleghi--e non la rifiuto.

Scriverò con tutta quella sollecitudine che consentono le condizioni in ch'io verso, le cagioni per le quali io l'assumo, volenteroso ed altero. Scenderò, poichè amici tiepidi e irreconciliabili nemici lo esigono, a parlare di me.

Chiedo--non agli uomini che hanno per tutta dottrina il _vae victis_!--non ai gazzettieri che vendono per trecento franchi mensili la coscienza e la penna a un'aristocrazia prima morta che nata--non ai consci o inconsci colpevoli che diseredano l'Italia d'una potenza d'iniziativa, fatto oggimai evidente dai martirî eroici e dalle eroiche audacie degli ultimi quattro anni--ma agli Italiani che amano davvero la loro patria e sentono altamente de' suoi fati e fremono e combattono per compirli, pochi giorni d'indugio nei loro giudizî.

Ho l'anima amara, ma di dolore, non di rimorso. La fede che scaldava, ventiquattr'anni addietro, di un sorriso d'entusiasmo la mia giovinezza, splende or più che mai, stella eterna dell'anima, davanti a' miei occhi. Non la rinneghino i giovani. Non la rinnegherà un popolo che, fatto superiore ai mezzi intelletti d'una classe che dovrebbe guidare e dissolve, assale nell'inerzia comune, colla sola arme che l'Austria non può rapire al cittadino, cannoni e Castello in Milano.

_22 febbrajo._ _Vostro_ GIUSEPPE MAZZINI.

* * * * *

AGLI ITALIANI

_Marzo, 1853._

. . . . . Come da me si suole, Liberi sensi in semplici parole.

TASSO.

Io mando queste pagine ai giovani ignoti d'Italia, ai quali è fede l'unità della patria comune, speranza il popolo in armi, virtù l'azione, norma di giudicio sugli uomini e sulle cose l'esame spassionato dei fatti non travisati e delle intenzioni non calunniate.

Pei gazzettieri che mercanteggiano accuse e opinioni a beneplacito di monarchie cadaveriche o aristocrazie brulicanti su quei cadaveri:--pei miseri, quali essi siano, che in faccia a un paese schiavo e fremente, non trovano ispirazioni fuorchè per dissolvere e accusano d'ambizione chi fa o tenta fare, rosi essi medesimi d'ambizioncelle impotenti, che non fanno nè faranno mai cosa alcuna:--per gli stolti, che, in una guerra nella quale, da un lato stanno palesemente, regolarmente ordinati, eserciti, tesori, uffici di polizia; dall'altro, tutto dall'invio d'una lettera fino alla compra di un'arme, è forzatamente segreto, non applicano ai fatti altra dottrina che quella del barbaro: _guai ai vinti!_:--pei tiepidi, ai quali il terrore di qualche sacrificio da compiersi suggerisce leghe ideali di principi, disegni coperti di monarchie due volte sconfitte, o guerra tra vecchi e nascenti imperi, da sostituirsi all'unico metodo che conquisti libertà alle nazioni, l'insurrezione:--per gli uomini, prodi di braccio, ma fiacchi di mente e d'anima, che nei fatti di Milano, Venezia e Roma, nel 1848 e nel 1849, non hanno saputo imparare che l'Italia non solamente _deve_, ma _può_ emanciparsi, e la condannano a giacersi serva derisa finchè ad altri non piaccia esser libero--io non ho che disprezzo o compianto. Gli uni non vogliono intendere: gli altri non sanno. Nè io scenderei per essi a parole dilucidatrici o a difese.

Ma ai giovani--maggioranza nel Partito Nazionale e speranza dell'avvenire--che non rinegano per disavventure la santa tradizione di martirio e di lotta incessante segnata dai migliori fra i nostri: ai giovani, che non hanno imbastardita la mente italiana tra sofismi di sette straniere, nè immiserita la potenza dell'intuizione rivoluzionaria tra le strategiche delle guerre regolari governative, nè sfrondato il core d'ogni riverenza all'entusiasmo, alla costanza, alle grandi audacie e alle grandi idee, che sole rifanno i popoli, io debbo conto delle cagioni che promossero il recente tentativo popolare in Milano, delle principali che lo sconfissero.

Il Comitato Nazionale è disciolto; disciolto dopo un proclama d'insurrezione, ch'io scrissi, e che due soli de' miei colleghi firmarono. Di questo fatto io debbo pur conto al paese.

E parmi ch'io debba oggimai parlare al paese anche di me, delle idee che dettarono la mia condotta, delle norme che mi diressero. È la prima e sarà l'ultima volta. Ma le accuse e le calunnie vibrate al mio nome mirano a ferire tutto intero il partito d'azione; e non mi è concesso negligerle. Fors'anche il perpetuo silenzio da parte mia potrebbe generare dubbî e incertezze nell'animo di quei che mi richiesero, in questi ultimi anni, di consiglio e di direzione. E importa ch'essi mi sappiano deluso e tradito ne' miei calcoli e nella mia fiducia, non reo d'avventatezza sistematica, o di spregio delle altrui vite o d'orgoglio insensato, che vuol moto a ogni patto e senza speranza.

GIUSEPPE MAZZINI.

I.

Roma era caduta; ma come chi deve infallibilmente risorgere. I Francesi occupavano le mura e le vie della città e cancellavano le insegne e la sacra formola della Repubblica; ma non potevano cancellare due grandi fatti, conseguenza dell'eroica difesa: il Papato moralmente spento e l'unità italiana moralmente fondata. Il Papa, rimesso in seggio da una gente materialista, affogava nel sangue dei martiri d'una nuova fede; e l'Italia aveva trovato il suo centro. Parvemi che la conquista fosse tale da non doversi commettere alle incertezze, all'anarchia del partito, e che fosse pensiero degno del luogo il cacciare nel terreno della sconfitta il germe della vittoria futura. E prima di ritrarmi, ultimo fra i noti, da Roma, lasciai fondata l'Associazione Nazionale. Il Comitato Nazionale doveva esserne il centro visibile.

Quale era il mio intento, quale era il nostro, dacchè allora eravamo tutti concordi? L'azione: l'azione fisica, diretta, insurrezionale. Riordinando l'Associazione, noi intendevamo ordinare il partito all'azione. Il Comitato Nazionale doveva condurlo fino al punto in cui l'azione fosse possibile; poi sparire tra le file del popolo combattente.