Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 25

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Il 16 marzo, proposi all'Assemblea l'elezione d'una Commissione di guerra composta di cinque individui, che dovesse studiare i modi migliori d'ordinamento per l'esercito e provvedere all'altra necessità di difesa e d'offesa. Il 18 la Commissione era eletta. Carlo Pisacane ne era anima e vita. E con lui io m'intendeva compiutamente.

Al sistema inefficace dei distaccamenti sparsi su tutti i punti della lunga frontiera meridionale, sostituimmo, pensando alla difesa, il concentramento delle forze su due punti, Bologna e Terni; e a questo concentramento anteriore fu dovuta in parte la possibilità della prolungata difesa di Roma.

Alla cifra di 16,000 uomini sostituimmo, pensando all'offesa, quella di 45,000, cifra facile a raggiungersi colla coscrizione nello Stato e cogli elementi che potevamo agevolmente raccogliere dall'altre parti d'Italia.

Il Piemonte intanto, in parte per timore di vedere l'iniziativa nazionale trapassare dalla monarchia alla bandiera repubblicana, in parte per altre cagioni, intimava nuovamente la guerra all'Austria. La repubblica romana non era stata riconosciuta dal Piemonte. E nondimeno, bastò la lettura del bando che annunziava imminente le ostilità perchè, affogata nell'entusiasmo ogni considerazione, la Repubblica decretasse spontanea, senza alcun patto, l'invio di 10,000 uomini, capo il tenente colonnello Mezzacapo: spontanea, dico, perchè Lorenzo Valerio non giunse, con missione semi-officiale d'intendersi in Roma se non dopo il decreto. Il 21 marzo, i soldati di Roma partivano. Se non che quattro giorni bastarono a quella misera guerra regia, iniziata il 20, e conchiusa, colla colpa e colla vergogna di Novara, il 24. La monarchia vedeva poco dopo Roma assalita dallo straniero, senza neanche una parola di protesta a suo pro.

Il 29 marzo fui scelto Triumviro. Aurelio Saffi e Armellini mi furono colleghi.

Il 17 aprile confermammo con decreto le proposte anteriori sulla cifra e sull'ordinamento dell'esercito. Avevamo già sui primi di quel mese tentato ogni modo per avere in Roma la Divisione lombarda, forte di 6 a 7000 uomini: ma il governo sardo, ajutato dal general Fanti, deluse, ingannando, il disegno[48].

Il 25 aprile i Francesi erano in Civitavecchia. Non avevamo avuto un mese di tempo per ordinare le forze, assestar la finanza, rimediare al difetto d'artiglierie, provvederci d'armi.

* * * * *

Con quei che scrissero essere stato errore il resistere non è da discutersi. Ma alle molte evidenti cagioni che ci comandavano di combattere, un'altra se ne aggiungeva per me intimamente connessa col fine di tutta la mia vita, la fondazione dell'unità nazionale. In Roma era il centro naturale di quell'unità; e verso quel centro bisognava attirare gli sguardi e la riverenza degli Italiani. Or gli Italiani avevano quasi perduto la religione di Roma: cominciavano a dirla tomba, e parea. Sede d'una forma di credenza omai spenta e sorretta dall'ipocrisia e dalla persecuzione, abitata da una borghesia vivente in parte sulle pompe del culto e sulle corruttele dell'alto clero e da un popolo virile e nobilmente altero, ma forzatamente ignorante e apparentemente devoto al papa, Roma era guardata con avversione dagli uni, con indifferenza sprezzante dagli altri. Da pochi fatti individuali infuori, nulla rivelava in essa quel fermento di libertà che agitava ogni tanto le Romagne e le Marche. Bisognava redimerla e ricollocarla in alto perchè gli Italiani si riavvezzassero a guardare in essa siccome in tempio della patria comune: bisognava che tutti intendessero la potenza d'immortalità fremente sotto le rovine di due epoche mondiali. E io sentiva quella potenza, quel palpito della immensa eterna vita di Roma al di là della superficie artificiale che, a guisa di lenzuolo di morte, preti e cortigiani avevano steso sulla grande dormiente. Io avea fede in essa. Ricordo che quando si trattava di decidere se dovessimo difenderci o no, i capi della guardia nazionale, convocati e interrogati da me, dichiararono, deplorando, pressochè tutti che la guardia non avrebbe in alcun caso ajutato la difesa. A me pareva d'intendere il popolo più assai di loro: e ordinai che i battaglioni sfilassero il mattino seguente davanti al palazzo dell'Assemblea e si ponesse da un oratore la proposta ai militi. Il grido universale di guerra che s'inalzò dalle loro file sommerse irrevocabilmente ogni trepida dubbiezza di capi.

La difesa fu dunque decisa dall'Assemblea e dal popolo di Roma per generoso sentire e riverenza all'onore d'Italia, da me per conseguenza logica d'un disegno immedesimato da lungo con me. Strategicamente, la guerra avrebbe dovuto condursi fuori di Roma, sul fianco della linea d'operazione nemica. Ma la vittoria era, se non ci venivano ajuti d'altrove, dentro e fuori impossibile. Condannati a perire, dovevamo, pensando al futuro, proferire il nostro _morituri te salutant_ all'Italia da Roma.

Pur nondimeno e anche antivedendo inevitabile la sconfitta, noi non potevamo, senza tradire il mandato, trascurare l'unica via di salute possibile; ed era un mutamento nelle cose di Francia. L'invasione era concetto di Luigi Napoleone che, meditando tirannide, volea da un lato avvezzare la soldatesca a combattere la repubblica altrove, dall'altro prepararsi il suffragio del clero cattolico e di quella parte di popolo francese che in provincia segnatamente ne segue le ispirazioni. L'Assemblea di Francia, incerta e divisa com'era, dissentiva da ogni proposito deliberatamente avverso a noi: aveva approvato l'intervento, ingannata sulle nostre condizioni e sul fine segreto della spedizione. I complici di Luigi Napoleone affermavano imminente la invasione austro-napoletana a pro della dominazione assoluta papale e dichiaravano la popolazione dello Stato nemica al sistema repubblicano e soltanto compressa dal terrore esercitato da pochi audaci: Roma quindi impotente a resistere e preda in brevi giorni dell'Austria se non s'inframmettevano l'armi di Francia. Provare alla Francia l'assenza in Roma di ogni terrore, l'unanime volere delle nostre popolazioni, la possibilità per noi di resistere a un intervento austriaco o napoletano; costringere Luigi Napoleone a smascherare il suo vero disegno; combattere, separando nella serie dei nostri atti, la nazione dal Presidente di Francia: vincere tanto da testimoniare della nostra determinazione, ma senza abusare della vittoria, senza irritare l'orgoglio e le subite passioni francesi; somministrare per tal modo una opportunità ai membri della Montagna, ai nostri amici nell'Assemblea, d'iniziare la resistenza a Luigi Napoleone: era questo il debito nostro e non lo tradimmo. Quindi gli ordini mandati a Civitavecchia e traditi dall'altrui arrendevolezza alle menzognere promesse del generale Oudinot, di resistere a ogni patto, non fosse che per ore, pur tanto da provare il desiderio unanime di resistere, l'energia delle nostre dichiarazioni agli inviati del campo francese, i preparativi solleciti e la battaglia--e a un tempo la richiesta ai municipî, accolta da tutti, perchè esprimessero nuovamente adesione al governo repubblicano--il rinvio dei prigionieri francesi fatti nella giornata del 30 aprile--l'ordine spedito in quel giorno a Garibaldi di desistere dall'inseguire i Francesi in rotta--e generalmente l'attitudine assunta e mantenuta da noi durante l'assedio e ch'io compendiava dicendo che Roma era non in condizione di _guerra_ con la Francia, ma di pura _difesa_. Quell'ordine a Garibaldi mi fu apposto come errore, da chi non guardò che al fatto isolato. Ma che importava, di fronte al concetto accennato, qualche centinajo più di Francesi morti o prigioni?

E quel concetto--gli uomini dagli appunti non dovrebbero dimenticarlo--se Luigi Napoleone non violava ogni tradizione di lealtà affidando all'inviato Lesseps poteri illimitati pacifici e annullandoli a un tempo con istruzioni segrete trasmesse al generale Oudinot, riesciva. Il 7 maggio, commossa dall'opera nostra e dal nostro linguaggio, l'Assemblea di Francia invitava solennemente il potere esecutivo ad adottare senza indugio i provvedimenti necessarî a far sì che la spedizione di Roma non fosse più oltre sviata dal vero suo fine; e mandava incaricato di statuire gli accordi con noi il Lesseps. Sul finire di maggio, si firmava tra noi e il plenipotenziario di Francia un patto che dichiarava:--_L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni dello Stato romano: esse riguardano l'esercito francese come un esercito amico che viene a correre alla difesa del loro territorio.--D'accordo col governo romano e senza menomamente intromettersi nell'amministrazione del paese, l'esercito francese prenderà gli alloggiamenti_ ESTERIORI _convenienti, tanto per la difesa del paese come per la salubrità, alle sue truppe_. Così la guerra era convertita in alleanza: l'esercito francese diventava nostra riserva contro ogni altro invasore straniero: Roma, com'io aveva detto, rimaneva sacra e inviolabile ad amici e nemici: la diplomazia repubblicana otteneva una vittoria splendida come quella dell'armi repubblicane in aprile: noi eravamo liberi di correre ad affrontare gli Austriaci e li avremmo disfatti.

Ognun sa come Oudinot rifiutasse d'assentire al trattato e disdicesse a un tratto la tregua. Egli aveva da Luigi Napoleone istruzioni segrete direttamente contrarie a quelle da lui date a Lesseps.

Il 13 giugno, i nostri amici nell'Assemblea francese tentarono, capitanati da Ledru Rollin, sommovere Parigi contro l'infamia commessa: ma non riuscirono. Il loro tentativo era un appello all'insurrezione senza i preparativi necessarî a iniziarla.

Taluno m'appose d'aver continuato la difesa anche dopo le infauste nuove del 13 giugno. Avrei creduto tradire il mandato, l'onore del paese, la bandiera repubblicana e me stesso, s'io avessi fatto altrimenti. Dovevamo noi lacerare la pagina gloriosa che Roma scriveva, dichiarando all'Europa che se avevamo accettato la guerra, non l'avevamo fatto per compire, a ogni prezzo, un dovere, ma perchè speravamo in una insurrezione francese?

Noi dovevamo resistere fino all'estremo. Quando si trattava nell'Assemblea di decidere tra l'accogliere i Francesi che movevano su Roma o combatterli, io m'astenni, per non esercitare influenza sopra una decisione che doveva essere espressione collettiva e spontanea, dall'assistere alla seduta: il Triumvirato non v'era rappresentato che da Saffi e Armellini, titubanti ambidue. Ma raccolto da un popolo e da un popolo repubblicano, in nome del Dritto, il guanto nemico, il duello non dovrebbe cessare che coll'esaurimento assoluto o colla vittoria. Le monarchie possono capitolare; le repubbliche muojono: le prime rappresentano interessi dinastici; possono quindi ajutarsi di concessioni e occorrendo di codardie per salvarli: le seconde rappresentano una fede e devono testimoniarne fino al martirio. Per questo noi avevamo fatto anzi tratto gremir Roma di barricate: alla guerra delle mura doveva sottentrare la guerra delle strade; e in Roma sarebbe stata tremenda. Quella guerra fu resa impossibile dai Francesi i quali s'appagavano visibilmente di padroneggiare la città dalle alture occupate e ridurla, strema com'era di vettovaglie, ad arrendersi. Ma l'idea di prolungare la lotta finchè ci rimanesse un uomo e un fucile era siffattamente elementare nell'animo mio che, disperata ogni difesa in Roma, proposi un altro partito: escire dalla città: escirne col piccolo esercito e coi popolani armati che volessero seguirci: escirne noi Triumviri accompagnati dai ministeri e se non da tutta, da una numerosa delegazione dell'Assemblea, tanto da dare alla mosse dell'esercito autorità legale e prestigio sulle popolazioni. Allontanarci rapidamente da Roma, approvvigionarci sull'Aretino, gettarci poi tra Bologna e Ancona, sulla linea di operazione austriaca, e cercare con una vittoria di risollevar le Romagne; era quello il disegno mio. I Francesi avrebbero così occupato Roma senza vincere la repubblica e sotto una perenne minaccia; nè avrebbero potuto seguirci sul nuovo terreno se non combattendo a pro dell'Austria e smascherando l'infamia dell'invasione davanti alla loro patria e all'Europa. E fu il disegno tentato da Garibaldi, ma con poche migliaja raccozzate da corpi diversi, senza artiglieria, senza appoggio d'autorità governativa e in condizioni che vietavano ogni possibilità di successo.

Il 30 giugno, padroni i Francesi dei bastioni e di tutte le alture, convocai i capi militari a consiglio. Garibaldi rispose non potere allontanarsi un solo istante dalle difese e ci recammo quindi ov'egli era. Là dichiarai che l'ora suprema per Roma essendo giunta e urgendo decidere qual partito dovesse scegliersi, il governo desiderava, prima di comunicare coll'Assemblea, raccogliere i consigli dei capi dell'armi. Dissi com'erano innanzi a noi tre partiti: capitolare--resistere finchè la città fosse rovina--escire da Roma, trasportando altrove la guerra: il primo essere indegno della repubblica: il secondo inutile dacchè l'attitudine dei Francesi annunziava che non scenderebbero a battaglia di barricate e di popolo, ma aspetterebbero, tormentandoci dall'alto colle bombe e le artiglierie, che ci vincesse la carestia: il terzo essere quello ch'io, come individuo, proponeva. Furono diversi i pareri. Avezzana, i capi romani e altri votarono, a maggioranza di due, perchè rimanessimo, ostinati a difenderci, in Roma: Roselli, Pisacane, Garibaldi con altri parecchi accettarono la mia proposta: non uno--e lo ricordo a onore del piccolo esercito repubblicano--pose il nome nella colonna in capo alla quale io aveva scritto: _capitolazione_. Disciolsi il Consiglio e m'affrettai all'Assemblea.

Ad essa, raccolta a comitato segreto senza intervento di popolo, dissi ciò ch'io aveva detto al Consiglio di guerra: e proposi il partito che solo mi pareva degno di Roma e di noi. L'Assemblea non volle accettarlo. Non narrerò i particolari, a me tristissimi, della seduta. Ma trovai avversi al partito i migliori amici ch'io m'avessi tra i membri. Taluni mi rimproverarono poco dopo, e a ragione, di non avere anzi tratto preparato gli animi alla decisione; se non che la singolare, tranquilla e veramente romana energia mostrata fino a quel momento dall'Assemblea m'aveva illuso a credere che la proposta sarebbe stata accolta con plauso.

Prevalse il partito proposto da Enrico Cernuschi, e fu decretato che Roma cessasse dalle difese.

Io aveva lasciato l'Assemblea prima che il voto sancisse quella proposta. Il decreto fu trasmesso al Triumvirato coll'invito a noi di comunicarlo al generale francese e trattar con lui pei provvedimenti necessarî a tutelar l'ordine e le persone nella città conquistata. Ricusai di farlo: scrissi all'Assemblea ch'io era stato eletto Triumviro per difendere, non per sotterrar la repubblica, e accompagnai quelle parole colla mia dimissione. I miei due colleghi s'unirono a me.

Il 3 luglio, io deposi nelle mani dei segretari dell'Assemblea la seguente protesta:

«Cittadini.

«Voi avete, coi vostri decreti del 30 giugno e del 2 luglio, confermato involontariamente, voi incaricati dal popolo di tutelarla e di difenderla sino agli estremi, il sagrificio della repubblica; ed io sento, con un immenso dolore sull'anima, la necessità di dichiararvelo, perchè non rimanga taccia a me stesso davanti alla mia coscienza e per documento ai contemporanei che non tutti disperavano, quando voi decretaste della salute della patria e della potenza della nostra bandiera.

«Voi avevate da Dio e dal Popolo il doppio mandato di resistere, finchè avreste forze, alla prepotenza straniera e di santificare il principio incarnato visibilmente nell'Assemblea, provando al mondo che non è patto possibile tra il giusto e l'ingiusto, fra il diritto eterno e la forza brutale, e che le monarchie, fondate sull'egoismo delle cupidigie, possono e devono cedere o capitolare, ma le repubbliche, fondate sul dovere e sulle credenze, non cedono, non capitolano: muojono protestando.

«Voi avevate ancora forza nei generosi della milizia che pugnavano mentre voi stendevate il decreto fatale; nel popolo che fremeva battaglia; nelle barricate cittadine; nell'influenza esercitata dal vostro consesso sulle provincie. Nè popolo nè milizia vi domandavano di cedere: la città era tuttavia irta di barricate ordinate da voi come solenne promessa che Roma si sarebbe, esauriti i modi della milizia, popolarmente difesa. E nondimeno voi decretaste _impossibile_ la difesa e la rendeste tale pronunciando l'esosa parola. Voi dichiaraste che l'_Assemblea stava al suo posto_. Ma il posto dell'Assemblea era l'ultimo angolo di terreno italiano dove potesse tenersi eretta, anche un giorno di più, la bandiera della repubblica; e voi, confinando l'esecuzione del mandato per entro le mura del Campidoglio, uccidevate sotto la morta lettera lo spirito del decreto.

«Voi sapevate, per insegnamento di storia e di logica, che nessuna Assemblea può durar libera un momento solo colle bajonette nemiche alle porte; e che la repubblica cadrebbe il giorno in cui un soldato francese porrebbe piede dentro le mura di Roma. Voi dunque, decretando che l'Assemblea repubblicana starebbe in Roma, decretavate a un tempo e inevitabilmente la morte della repubblica e dell'Assemblea. E decretando che l'esercito repubblicano escirebbe di Roma senza voi, senza il governo, senza la rappresentanza legale della repubblica, decretavate, senza avvedervene, la prima manifestazione di dissenso tra quei ch'erano stati fortissimi nell'unione e, Dio nol voglia, lo scioglimento d'un nucleo sul quale riposavano tutte le più care speranze d'Italia.

«Voi dovevate decretare l'impossibilità del contatto, fuorchè di guerra, fra gli uomini chiamati a rappresentar la repubblica e gli uomini venuti a distruggerla--ricordarvi che Roma era, non una città, ma l'Italia, il simbolo del pensiero italiano, e grande appunto perchè, mentre tutti cadevano disperando, aveva detto: _io non dispero, ma sorgo_--ricordarvi che Roma non era in Roma, ma dappertutto dove anime romane, santificate dal pensiero italiano, erano raccolte a combattere e soffrire per l'onore d'Italia--ricordarvi che terra italiana si stendeva d'intorno a voi e trasportare governo, Assemblea, ogni elemento rappresentante il pensiero e i buoni armati del popolo in seno all'esercito, portando di terreno in terreno, finchè tutti vi fossero chiusi, il palladio della fede e della missione di Roma. A confortarvi della speranza che il fatto frutterebbe, sorgevano ricordi antichi e il ricordo moderno dell'Ungheria. Ma dov'anche nessun esempio vi confortasse, voi, fatti apostoli della terza vita d'Italia, dovevate essere primi a dare spettacolo di nuova indomita costanza all'Europa. Queste cose vi furono dette: non le accettaste; e io, rappresentante del popolo, protesto solennemente in faccia a voi, al popolo, a Dio contro il rifiuto e le sue conseguenze immediate.

«Roma è destinata dalla provvidenza a compiere grandi cose per la salute dell'Italia e del mondo. La difesa di Roma ha iniziato queste grandi cose e scritto la prima linea d'un immenso poema che si compirà checchè avvenga. La storia terrà registro della iniziativa e della parte che voi tutti, generosi d'intenzioni, v'aveste. Ma dirà pure--e gemo, per affetto violato a un tratto, scrivendo--che nei supremi momenti nei quali voi dovevate ingigantirvi maggiori dei fati, falliste alla vostra missione e tradiste, non volendo, il concetto italiano di Roma.

«Possa l'avvenire trovarci uniti a riscattar questa colpa!»

_3 luglio 1849._

* * * * *

Entrati i Francesi e rientrata con essi la coorte di preti nemici che s'era accentrata cospiratrice in Gaeta, io rimasi una settimana pubblicamente in Roma. Le ciarle delle gazzette francesi e cattoliche sul terrore esercitato da me in Roma durante l'assedio m'invogliavano di provare a tutti la falsità dell'accusa, offrendomi vittima facile a ogni offeso che volesse vendicarsi e ottenerne guiderdone dalla setta dominatrice. Poi, non mi dava il cuore di staccarmi da Roma. Vidi, col senso di chi assiste alle esequie della persona più cara, i membri dell'Assemblea, del governo, dei ministeri, avviarsi tutti all'esilio; invasi gli ospedali dove giacevano, più dolenti del fato della città che non del proprio, i nostri feriti; le fresche sepolture dei nostri prodi calpestate, profanate dal piede del conquistatore straniero. Io errava al cader del sole, con Scipione Pistrucci e Gustavo Modena, ambi ora morti, per le vie di Roma quando appunto i Francesi movendo lentamente, colle bajonette in testa; fra un popolo cupo, irritato, intimavano lo sgombro delle contrade, fremente di sdegno e ribollente di pensieri di lotta. Parvemi che gli occupatori si fossero collocati in modo sì incauto da prestare opportunità a una serie di sorprese e m'affrettai a chiedere al generale Roselli e a' suoi dello stato maggiore se, dove un _leva leva_ di popolo capitanato da me, che non aveva vincolo di patti con anima viva, avesse luogo, ajuterebbero, ed assentirono: ma era tardi: i capi-popolo erano in fuga e ogni tentativo fallì. Suggerii al Roselli di chiedere al generale Oudinot, sotto colore d'evitare collisioni probabili, la distribuzione del piccolo esercito romano in accantonamenti fuori della città: là, i nostri militi si sarebbero riavuti dall'esaurimento della lunga lotta: avremmo potuto riequipaggiarli: io mi sarei tenuto celato e prossimo ad essi; poi, forse, avremmo potuto cogliere un momento propizio per gittarci a sorpresa sul nemico di Roma. Ma quel disegno, sulle prime accettato, tornò pure inutile: la partenza in armi di Garibaldi insospettì l'Oudinot: fu intimato che l'artiglieria romana rimanesse in città: i nostri militi, convinti che il nemico era capace d'ogni iniquo procedere, s'insospettirono alla volta loro che si volesse collocarli senza mezzi di difesa tra i Francesi e gli Austriaci e farne macello; il piccolo esercito si smembrò e poco dopo fu sciolto. Pazzi e rovinosi consigli; ma in quei giorni tutte le potenze dell'anima mia non vivevano che d'una idea: ribellione a ogni patto contro la forza brutale che, in nome d'una repubblica, annientava, non provocata, un'altra repubblica.

Perchè preti e Francesi non si giovassero allora dell'occasione ch'io offriva per avermi morto o prigione, m'è tuttavia arcano. Ricordo come la povera Margherita Fuller e la cara venerata amica mia Giulia Modena mi supplicassero di ritrarmi e serbarmi, com'esse dicevano, a tempi migliori. Ma s'io avessi potuto antivedere i nuovi disinganni e le ingratitudini e il fallirmi d'antichi amici che m'aspettavano e non avessi pensato che al mio individuo, avrei detto loro: _lasciatemi, se mi amate, morire con Roma_.