Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 23
Ritrarsi; e come Trasea escì, ravvolta la testa nel manto, da un senato corrotto e tremante, allontanarsi da una terra dimentica dei principii e condannata a rovina: ricalcare le vie dell'esilio e dall'esiglio tenere levata in alto la bandiera repubblicana: non guardare a tempi nè ad uomini e dir tutta la verità, inascoltato, maledetto dai vivi, perchè i posteri la ricevessero un giorno e ammirassero chi non l'aveva taciuta mai:--ed era partito al quale tutte le sdegnose tendenze dell'animo mio mi spronavano.
Rassegnarsi all'onnipotenza dei fatti e tentare lentamente di modificarli tanto da trarne un grado di progresso verso non foss'altro un dei termini del problema, l'unità: non separarsi dai proprî fratelli perchè sviati: non interrompere, collocandosi in una sfera per allora inaccessibile ad essi, la tradizione emancipatrice iniziata: confutare colla pazienza dell'onesto e colla mesta riverenza alla volontà del paese le accuse d'intolleranza, di spiriti esclusivi e dittatoriali, versate sui repubblicani: tacere, senza apostasia, parte del vero perchè l'altra possibilmente prevalesse; percorrere col popolo e senza illusione la _via crucis_ delle delusioni onde conquistare il diritto di dirgli un giorno: _io era teco: ricordati_; insegnare a ogni modo l'amore, e il dovere perpetuo del sagrificio, anche della fama, e non del vero ma d'ogni orgoglio del vero, a pro di chi s'ama.
E mi scelsi quest'uno.
Taluni, molt'anni dopo--Giuseppe Sirtori unico allora--mi rimproverarono quella scelta. A Giuseppe Sirtori fondatore nel marzo del 1848 in Milano d'una società democratica e che, partendo per Venezia, mi scrisse ch'io _disertava_, non m'occorre rispondere: egli è oggi generale di re e credente nella onnipotenza del regio statuto; io sono tuttavia esule e repubblicano. Ma agli altri, fratelli miei di credenza, dirò ch'io ho ripensato sovente a quel periodo della mia vita con profonda tristezza, ma senz'ombra di rimorso. Noi eravamo fatti, quand'io giunsi in Italia, impercettibile minoranza. Il popolo non era--nè sarà mai in Italia monarchico; ma era ciò che oggi chiamano _opportunista_: vedeva una forza ordinata, un esercito d'italiani presto a combattere contro l'abborrito straniero e, a quanto gli predicavano uomini tenuti fino a quell'ora da esso in conto di apostoli della libertà, unica sua salute: quell'esercito era capitanato da un re; le acclamazioni salutavano quindi liberatori, esercito e re. Sul compirsi della quinta giornata, quando il popolo, ebbro di vittoria, era solo sull'arena, la parola _repubblica_ avrebbe potuto proferirsi: nell'aprile avrebbe suscitato, e senza pro, la pessima fra tutte guerre, la guerra civile. D'altra parte, perchè parlare a ogni tratto di sovranità popolare, di riverenza alla volontà del paese, e tenerle in niun conto non sì tosto si pronunziassero in modo diverso dal desiderio? Non toccava a noi repubblicani più che ad altri educare gli animi, salva la missione di modificare le idee coll'apostolato, al dovere di non violarle colla forza? Il diritto d'iniziativa era in noi quando, schiavo universalmente il nostro popolo, noi dovevamo, noi soli potevamo aprire la via: desto e libero il popolo, non avevamo diritto fuorchè di consiglio, di voto, o d'azione in virtù d'un mandato affidatoci. E quanto al ritrarci nell'isolamento per poter dire _tutto_ il vero, pareva a me tentazione dell'_io_ inconsciamente geloso più di sè stesso, della propria dignità o del proprio atteggiarsi pei posteri, che non del _fine_ da raggiungersi e della patria, traviata, inferma, ingannata, pur sempre patria, cara e sacra pel passato e per l'avvenire. Rousseau poteva vivere solitario e dire senza reticenze quanto parevagli vero, perch'ei non tentava nè presentiva la Rivoluzione imminente nella sfera dei fatti; ma per noi, per me, la Rivoluzione era iniziata: egli era uomo di pensiero soltanto, noi di pensiero e d'azione. E se avevamo una missione speciale, era quella appunto di tradurre sempre--come e quanto concedevano le circostanze--il pensiero in fatti: se un insegnamento poteva escire dalla nostra vita era quello di non separarsi mai dalle sorti della nostra terra, di dividere tutti i palpiti della sua vita, di menomarne i mali o tentarlo quando non potevamo distruggerli, di conquistarle un grado d'educazione, una frazione dell'ideale, quando l'ideale stesso era--per colpe non nostre--impossibile.
Praticamente io antivedeva la rovina della guerra regia: ma una speranza m'accarezzava l'anima sconfortata; e quella speranza avea nome Venezia. Su Venezia sventolava la bandiera repubblicana. Quando l'imbecillità e il tradimento avrebbero consumato l'opera loro nella Lombardia, gli occhi di tutti, liberi di false visioni, si sarebbero rivolti a quella bandiera. Da Venezia, fatta centro di resistenza e guida, avrebbe potuto risorgere la guerra del popolo. Per questa idea ch'io taceva, io avviava la legione Antonini a Venezia: per questa io consigliava a Garibaldi, reduce da Montevideo, di recarvisi a porre se e il suo nucleo di prodi a' cenni del governo veneto: per questa tentai più dopo di concentrarvi i Polacchi condotti dal poeta Mickiewicz. Se non che l'imbecillità e il tradimento dovevano distruggere, consumando l'opera loro in Milano, ogni possibilità d'una nuova chiamata alla Lombardia.
Ho nominato la legione Antonini. E la seguente lettera ch'io indirizzai a Lorenzo Valerio, direttore della _Concordia_, giornale torinese, ricorderà come i _moderati_ d'allora intendessero in modo non dissimile da quei d'oggi l'unione dei partiti e come incoraggiassero i nostri sforzi.
«Signore.--In alcune linee inserite nel vostro numero del 25 aprile è parlato della _banda d'operai male intenzionati_ provenienti di Francia e scesi, credo, il dì dopo in Genova, per avviarsi qui dove si combatte la guerra dell'indipendenza. La _banda male intenzionata_ è una legione d'Italiani che all'annunzio ricevuto in terra straniera dell'insurrezione lombarda decisero raggiungere in ogni modo i combattenti la guerra santa. Il danaro indispensabile per la mobilizzazione del corpo fu raccolto dall'_Associazione nazionale italiana_ alla quale io presiedo; e il cui programma ripubblicato da più giornali d'Italia e approvato dalla vostra censura, non espresse altro simbolo fuorchè l'indipendenza e l'unificazione d'Italia. Dall'Associazione escirono i capi della legione e le norme regolatrici della mossa. Il capo che la dirige è il generale Antonini, incanutito nelle guerre di Francia e di Polonia.
«La mossa fu preceduta da un indirizzo della legione ai loro fratelli italiani, che fu reso pubblico in parecchi giornali, forse nel vostro, e che avrebbe dovuto meritare agli uomini che lo dettarono risposta fraterna assai diversa dalle misere calunnie diffuse da non so chi e che mi pesa vedere riprodotte nel vostro giornale. La legione fu accolta in Genova con apparato di precauzioni governative, e quel ch'è peggio, con tale una freddezza dalla ingannata popolazione genovese che dev'essere stata punta mortale al cuore d'uomini che accorrevano a dare il sangue per la patria loro e molti de' quali si erano preparati a missione siffatta con lunghi anni d'esilio e patimenti virilmente incontrati.
«È duro il discendere dopo lunga assenza e col palpito di chi cerca e merita amore, sulla propria terra, e incontrarvi calunnie e minaccie ridicole, è vero, di _bajonette_. È duro l'accorrere lietamente, in nome d'Italia, ad affrontare le palle austriache per la libertà del paese, e trovarsi a un tratto fra volti diffidenti e irosi, tra gente che accusa la parola e il silenzio d'_ingratitudine_ e d'anarchia. Poco importa del resto. Gli uomini devoti a un'idea non aspettano conforti se non dalla propria coscienza e da Dio; ma stimandovi com'io vi stimo, ho sentito necessità prepotente di richiamare la vostra attenzione sul carteggio dei vostri corrispondenti di Genova, perchè le colonne della _Concordia_ non si contaminino di ben altre _ingratitudini_ che non quelle di che s'accusano in oggi, per nuova moda, uomini che hanno lungamente amato, patito, operato, quand'altri taceva, per la patria loro, unicamente perchè non rinnegano a un tratto le credenze maturate per vent'anni di studî e «d'esiglio.»
_Milano, 27 aprile 1848._
Accettai dunque--e i miei amici accettarono con me--i fatti compiuti come terreno donde movere innanzi. Piegammo la testa alla manifestazione della volontà popolare che diceva _monarchia_ e pensammo a provvedere, per quanto era in noi al trionfo d'una guerra che si combatteva sotto bandiera non nostra, ma che ricacciando l'Austria oltre l'Alpi potea farci liberi di conquistare l'unità della patria. Ma rassegnandoci al silenzio, non rinnegammo la fede nel nostro ideale. Ci offrimmo alleati leali e a tempo del campo regio; non dichiarammo che quel campo era il nostro. Sospendemmo, come inopportuna e pericolosa all'impresa emancipatrice dallo straniero, la predicazione dei nostri principî; non ci facemmo predicatori di principî contrarî. E lo dico pensando ai molti, i quali repubblicani giurati ieri, sono, mentr'io scrivo, giurati monarchici, non per convincimento mutato, ma per ciò ch'essi chiamano tattica e non è se non mancanza d'una fede qualunque. Essi non potranno mai, checchè tentino, richiamarsi all'esempio nostro. Noi ci mantenemmo puri di menzogna e d'ossequio servile; essi no. Dimenticando che primo, supremo dovere verso un popolo che sorge a nazione è l'educazione morale alla dignità dell'anima e alla costanza, essi, sperando in quel modo ottenere qualche miglioramento finanziario, qualche riformuccia amministrativa dalla parte avversa, gittano a' piedi della monarchia il presente e l'avvenire; accettano _incondizionatamente_ l'istituzione contro la quale predicavano pochi anni addietro; giurano che da uno Statuto, il cui primo articolo è violazione della libertà di coscienza, escirà logicamente ogni sviluppo possibile di libertà; teorizzano sull'assurdo equilibrio dei tre poteri; s'irritano, pur sogghignando nel loro segreto, se il sacro inviolabile nome del re è tratto sull'arena da un incauto ministro e dichiarano che tutta la questione italiana si risolve in un mutamento, non di principî, ma d'uomini. E gli avversi ridono delle proteste additando, col rancore di chi non perdona, il passato, e il popolo attinge in quel machiavellismo d'evoluzioni un insegnamento d'immoralità o un senso di sfiducia egualmente dannosi. Quei che verranno dopo noi li diranno apostati; io li compiango deboli e malati della malattia d'un secolo scettico e senza ideale.
I pochi rimasti, nel 1848, fedeli all'ideale repubblicano seppero rispettare la volontà, suprema s'anche errata, del popolo e serbarsi nondimeno incontaminati. E v'insisto perchè, mentre taluni ci accusano d'avere deviato in quel periodo dalla fede, i più persistono, ingannati dalle calunnie d'allora, a credere che da noi escissero per avventatezza repubblicana, semi d'anarchia e di ruina nel conflitto contro lo straniero. Donde escissero quei semi è accertato negli scritti del volume anteriore, nella memoria di Carlo Cattaneo _Sull'insurrezione di Milano_ e nell'_Archivio triennale_ delle cose d'Italia. A me, in questo lavoro che compendia la tradizione repubblicana italiana negli ultimi trentaquattro anni, importa provare come il nostro linguaggio rimanesse invariabilmente conforme al programma di condotta adottato; tanto che gli Italiani sappiano potere la parte nostra ingannarsi ma non ingannare.
Quel programma di condotta--unità nazionale anzi tutto; guerra concorde contro lo straniero: sovranità del paese da interrogarsi al finir della guerra--era già indicato sin dal febbrajo e prima dell'insurrezione lombarda in una lettera ch'io indirizzai ai Siciliani e che riproduco:
«Siciliani!--Voi siete grandi. Voi avete in pochi giorni fatto più assai per l'Italia, patria nostra comune, che non tutti noi con due anni d'agitazione, di concitamento generoso nel fine, ma incerto e diplomatizzante nei modi. Avete, esaurite le vie di pace, inteso la santità della guerra che si combatte per le facoltà incancellabili dell'uomo e del cittadino. Avete, in un momento solenne d'ispirazione, tolto consiglio dalla vostra coscienza e da Dio: decretato che sareste liberi: combattuto, vinto e serbato la moderazione dei forti nella vittoria. E la vostra vittoria ha mutato--tanto i vostri fati sono connessi con quelli della penisola--le sorti italiane. Per la vostra vittoria s'è iniziato un nuovo periodo di sviluppo italiano: il periodo del diritto, delle istituzioni, dei patti sostituito al periodo delle _concessioni_ e delle riforme. Per la vostra vittoria, il popolo italiano ha riconquistato la coscienza delle proprie forze, la fede in sè. Per voi, noi, esuli dall'Italia, passeggiamo con più sicura e serena fronte tra gli stranieri che ieri ci commiseravano ed oggi ci ammirano. Dio benedica l'armi vostre, le vostre donne, i vostri sacerdoti e voi tutti, come vostri fratelli v'amano e v'ameranno d'amore perenne e riconoscente.
«Ma perchè noi v'amiamo riconoscenti, perchè ripetiamo con orgoglio il vostro nome e le vostre gesta ai nostri ed agli stranieri perchè salutiamo in voi un elemento iniziatore di progresso italiano, noi abbiamo diritto di parlarvi liberi come fratelli a fratelli: abbiamo diritto di ricordarvi i nostri comuni doveri: abbiamo diritto di dirvi: _voi siete nostri; voi non potete staccarvi da noi, non potete esservi rivelati ottimi fra quanti abitatori ha l'Italia, per ritrarvi, per isolarvi. Foste grandi di prodezza e d'onore davanti agli obblighi del presente; noi vi chiediamo d'essere grandi nell'amore, grandi nel presentimento dell'avvenire._
«Voi siete in oggi parte importante, vitale, dello Stato più popoloso, più forte per posizione, navigli e armi, d'Italia. Primi a levare in esso il grido di libertà, primi al trionfo, salutati d'ammirazione concorde dai vostri concittadini di terra-ferma, voi avete conquistato una influenza che non morrà, una potenza morale che nessuno vuole o può contrastarvi, diritti che nessuno s'attenterà più di rapirvi. Perchè scemereste, separandovi, forza ai vostri concittadini e a voi? Perchè dal rango che, uniti, potete occupare in Europa, scendereste, per volontario suicidio, al quarto, all'ultimo rango, condannandovi a debolezza perenne e alla inevitabile influenza straniera? Perchè il governo di Napoli v'ha lungamente oppressi e trattati come popoli di colonia? Ma non pesava la stessa tirannide su' vostri concittadini di terra-ferma? Non l'abborrivano, non l'abborrono essi, come voi l'abborrite? Non protestarono colle congiure, colle associazioni segrete, col sangue dei migliori fra i loro? Non furono i vostri carnefici carnefici ai Napoletani? Non corsero più volte patti solenni d'insurrezione tra voi e gli uomini delle Calabrie? Non ebbero quei patti solenne manifestazione in faccia all'Italia, in faccia all'Europa, nella bandiera levata fra l'agosto e il settembre del 1847, per entro il breve cerchio di quarantotto ore, in Reggio e in Messina? Ah, non dimenticate, o Siciliani, l'alleanza che i martiri di Reggio e Messina e Gerace segnarono del loro sangue. Non tradite nella vittoria le sante promesse della battaglia. Siate ora e sempre fratelli, come giuraste. Non fate che lo straniero dica esultando: _saranno liberi forse, uniti e potenti non mai_. Avete insegnato all'Italia la potenza del volere; insegnatele la santità dell'amore, insegnatele la religione dell'unità che sola può ridarle gloria, missione e iniziativa, per la terza volta in Europa.
«Io non sono napoletano. Nacqui in Genova, città grande anch'essa una volta per vita propria, libera, indipendente: grande per aver dato, nel 1746, all'Italia sopita l'ultimo esempio di virtù cittadina, come voi avete or dato il primo all'Italia ridesta. Come voi, fummo nel 1815 dati, senza consenso nostro, a un altro Stato d'Italia col quale pur troppo i ricordi del passato aspreggiavano le contese e dal quale pur troppo, come avviene sempre in ogni unione non liberamente scelta, ma decretata dall'arbitrio straniero, avemmo per molti anni più danni assai che vantaggi. E non per tanto, quanti fra noi amavamo la patria comune, quanti avevano desiderio e certezza dell'avvenire, salutarono quella unione come fatto provvidenziale. In questo lento ma costante moto di popolazioni oggimai vicino al suo termine che, logorate con lavoro di secoli influenze di razze dominatrici, aristocrazie feudali, ambizioni di municipî discordi, prepara all'Europa, dopo l'Italia dei Cesari e l'Italia dei Papi, l'_Italia del Popolo_, ogni frazione di terra italiana unificata ad un'altra segna un trionfo per noi, una difficoltà pacificamente rimossa. Ogni smembramento sarebbe un passo retrogrado. Tolga il cielo che l'esempio funesto debba, o Siciliani, venirci da voi!
«La vostra questione, o Siciliani, sta, non fra Napoli e voi, ma tra voi e l'Italia futura, tra un alto insegnamento d'unione e un pessimo d'individualismo locale; tra l'Europa che deciderà dall'opere vostre se noi risorgiamo a nazione o a mero egoismo d'utile materiale e di libertà, e l'Austria che studia i modi di conculcarci e vi riescirà se invece di stringerci a falange serrata, ci confineremo nella formola immorale del _ciascuno per sè_, nell'esosa indifferenza alle sorti comuni; e sta fra la vita potente, attiva europea, che si prepara a venticinque milioni d'Italiani ricchi di mente, di cuore e di mezzi, e l'esistenza nulla, impotente, dominata dalla prima influenza straniera che vorrà soggiogarvi, destinata all'isola vostra se sola e non immedesimata coi fati della penisola. Pensatevi. Molti fra voi vi parlano di costituzioni vostre, di tradizioni, di diritto pubblico fondato su precedenti del 1812. In nome di Dio, non tollerate che la posizione conquistata da voi cogli ultimi fatti scenda a termini così meschini. Se poteste mai rassegnarvi a ritrocedere nel passato e cercarvi le origini del vostro diritto, rinneghereste a un tempo l'Italia futura e la coscienza che vi spronava a insorgere e vi meritava vittoria.
«Le origini del vostro diritto stanno, o Siciliani, non in una costituzione ineguale alle ispirazioni dei tempi che vi fu data quando il gabinetto inglese non aveva altro modo di far dell'Isola vostra una _stazione militare_ per le sue armate e che vi fu tolta quando, caduto Napoleone, quel bisogno cessò; ma nella vostra gloriosa insurrezione del 12 gennajo e nell'entusiasmo con che essa fu accolta da un capo all'altro della penisola. E quel diritto non vi fallirà perchè fa parte del nuovo diritto italiano, diritto che non conosce i trattati del 1815 e darà la formola d'una nuova vita che scenderà dalla nozione di Dio all'interpretazione del popolo: vita d'una nazione che non fu mai sino ad ora e sarà. Ma l'altro il vecchio diritto desunto da fatti non nostri, scritto un terzo di secolo addietro a formole ambigue come la parola dell'inganno, violato a ogni tratto dai principi e cancellate oggimai da pianto e sangue di molti popoli, riannetterebbe il vostro sviluppo a una tradizione di menzogne, vi travolgerebbe nelle reti d'una diplomazia corrotta e corrompitrice, e vi preparerebbe, presto o tardi, infallibilmente tradimenti eguali a quelli che già provaste.
«Siciliani, fratelli! Vi sentite voi forti per riassumere in voi soli la vita, quale un giorno sarà, dell'Italia, maturi per balzare d'un salto all'ideale che affatica l'anime nostre e costituirvi a un tratto con ordini di governo superiori a quanti esistono in oggi, nucleo e insegnamento vivo della nazione? In quell'unico caso, cesserebbe in me, cesserebbe in noi tutti, il diritto di scongiurarvi all'unione cogli Stati di terra-ferma. Ma se voi sentite prematuro il disegno, se tra voi e Napoli non corrono in oggi se non questioni di forme, d'istituzioni divergenti soltanto nei particolari, di maggiore o minore emancipazione locale, ascoltate la parola d'un fratello vostro che ama, dopo Dio, la patria comune e ha logorato in quell'amore la vita: è parola, oso dirlo, di tutta Italia. Ponete quel santo nome di nazione sulla bilancia, non date l'esempio d'uno smembramento ai fratelli che guardano in voi. Rimanete uniti ai vostri concittadini della penisola: uniti per combattere insieme ad essi le battaglie della libertà, per combattere fra non molto insieme a noi tutti le battaglie dell'indipendenza: uniti per confortarci del vostro aspetto e della vostra parola autorevole nei nostri parlamenti, nelle nostre adunanze: uniti perchè i fratelli, schiavi tuttora, si inanimiscano alla guerra sacra; uniti perchè lo straniero senta la virtù del sacrificio nell'anime nostre e ammiri; uniti perchè i fati dell'Italia si compiano, mercè vostra, più rapidi e l'umanità si rallegri e Dio protegga bella di potenza e d'amore la terra sua prediletta.»
_Londra, 20 febbrajo 1848._
Poco dopo, nel programma dell'Associazione nazionale italiana ch'io fondai, nel mio breve soggiorno in Parigi, il 5 marzo, io diceva:
«. . . . . . . . . . . . Qualunque sia, nelle nostre menti il concetto del progresso futuro, qualunque la forma che lo rivelerà alle nazioni europee, noi tutti sappiamo che fummo grandi--che vogliamo e dobbiamo esser grandi, più grandi che mai non fummo pel bene della patria e dell'umanità--e che nol possiamo se non vivendo d'una vita comune, ordinandoci forti e compatti sotto una sola bandiera, affratellandoci in un solo patto d'amore, sommando in una tutte quante le facoltà, le forze, le aspirazioni del core e del senno italiano. Sappiamo che tra noi e quel patto d'amore fraterno ed uno sta l'Austria--che all'Austria soggiacciono molti milioni d'Italiani fratelli nostri--che prima della loro emancipazione noi non possiamo aver patria--che vita, libertà, forza, unità, securità di progresso, saranno menzogna per noi, finchè non avremo con guerra aperta, ostinata, irreconciliabile, cacciato oltre le ultime Alpi lo straniero che contamina le nostre contrade. Sappiamo che fintantochè un solo Italiano avrà chiuso il labbro e compresso il pensiero dalla forza brutale straniera, tutto sarà per noi provvisorio e incerto; e a fronte dei nostri patti, dei nostri imperfetti progressi quell'Italiano potrà sorgere e dire: _io pure nacqui sul vostro terreno: a me pure Dio rivelava parte dell'idea che l'Italia è chiamata a rappresentare nel mondo: e il mio labbro fu muto e il mio senno e il mio cuore non ebbero parte nei vostri consigli, nei decreti ai quali voi volete ch'io, non consultato, soggiaccia._
«Rappresentare questo pensiero, questa comune credenza è l'intento dell'Associazione in nome della quale parliamo. L'Associazione non è toscana, piemontese o napoletana; è italiana: non tende a discutere questioni d'interessi locali; tende ad armonizzarli, a unificarli nel grande concetto nazionale: non prefigge a' suoi sforzi il trionfo predeterminato d'una o d'altra forma governativa; ma li consacra a promuovere, con tutti i mezzi possibili e in accordo colle ispirazioni progressivamente manifestate dal popolo italiano lo sviluppo del sentimento nazionale; li consacra ad affrettare col consiglio e coll'opera, collo studio accurato dei voti dei più e coll'esercizio del diritto di suggerimento fraterno, il momento in cui il popolo italiano fatto nazione, libero indipendente, forte della coscienza de' proprî diritti e della propria missione, santo dell'amore che annoda in bella eguaglianza i credenti in comuni doveri, potrà dar voto solenne intorno alle forme di viver civile che meglio gli converranno, intorno alle condizioni politiche, sociali, economiche che ne costituiranno l'essenza.
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