Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 22
«La Francia?--Luigi Filippo è collocato in un bivio. Il partito repubblicano minaccia cacciarlo; le potenze del Nord minacciano cacciarlo. La guerra, da qualunque parte venga, gli è mortale, ed egli lo sa. La guerra trae seco infallibile--alla prima vittoria come alla prima disfatta--il trionfo repubblicano. L'ira del popolo nel secondo caso, le sole promozioni nel primo, bastano a rovinarlo, perchè l'esercito, nella bassa ufficialità, gli è minato. Il re, il governo non ha partito alcuno: partito di Luigi Filippo in Francia non esiste: esiste un partito di ciò che è, dello _stato-quo_; un partito della pace a ogni prezzo fondato sugli interessi immediati. Togliete la pace, togliete l'unica speranza di quel partito che chiamano _juste-milieu_, la rivoluzione è compiuta. Per questo il governo ha evitato la guerra quando, due o tre volte, tutta l'Europa la gridava inevitabile. Noi dicemmo il contrario sempre, perchè nessun governo si suicida. Per questo Luigi Filippo ha sacrificato, nel 30 la Spagna, nel 31 l'Italia, poi la Polonia--a malgrado delle promesse solenni. Per questo egli ha obbedito agli ordini del Nord, che gl'imposero di vietare le associazioni. Per questo ei s'è fatto capo, ora di fresco, della crociata diretta dai governi contro i proscritti, temuti perchè repubblicani e tutte le arti sue tendono a cacciarli in America. Per questo egli ha avvertito sempre i governi di ciò che si tramava contr'essi, ogni qualvolta gli venne fatto di risaperne come all'epoca del tentativo di Francoforte. Per questo metterà sempre tutti gli ostacoli che per lui si possono a qualunque moto italiano, perchè moto italiano e guerra sono sinonimi. V'è tal cumulo di fatti oggimai sul conto di Luigi Filippo, che il travedere intenzioni di progresso in lui è un ostinarsi ne' sogni. Bensì la Francia lo inceppa, il fremito delle nazioni lo inceppa; e però, mentre i re del Nord stanno Attila della tirannide, a lui è stata affidata una parte ipocrita. Luigi Filippo è il Tartuffo della santa lega. A lui è stato commesso il differire i moti, che gli altri si riserbano di spegnere dov'ei non riesca. Quindi le voci di leghe e di speranza cacciate a caso, onde i popoli seguano e si ritengano nell'aspettativa e nell'inerzia. Sogni che sviano dal lavoro e dalle vere terribili cospirazioni--inganni tesi per la millesima volta ai cospiratori di tutti i paesi, senza che questi rinsaviscano mai. Quei progetti che vi seducono gli furono affacciati, non da noi direttamente, chè abbiamo cacciato il guanto e lo manteniamo, ma da gente inspirata da noi e che doveva servirci di esploratrice--affacciati, nel 31, al segno di proporre un re d'Italia che gli fosse figlio: affacciati in altra forma risguardante l'Italia centrale, al tempo dell'occupazione di Ancona--affacciati poco prima della spedizione di Savoja, e ogni volta che si venne alle strette, un ritrarsi è un tradire. Abbiamo prove materiali della politica che qui vi accenno.
«E perch'ei lo sa, perch'ei sa che in lui non avremo fiducia mai, che da noi egli non ha speranza nè di rivelazione nè d'altro, intende a cacciarci in America. E prima che ciò avvenga, potrebbe accadergli ciò che gli troncasse a mezzo la via. Ma per somma disavventura, vi sono, a Parigi specialmente, uomini illusi che vorrebbero ostinarsi a fidare, e vi sono altri a' quali è principio opporsi ad ogni tentativo che non venga da Parigi, e che, non sapendo il come, tentano illudere i nostri concittadini a sperare in progetti, de' quali Luigi Filippo e i suoi agenti ridono di soppiatto. Il nostro Pepe è fra quelli ed alcuni de' nostri e molti dell'Italia centrale. Ma quali? Membri di governi provvisorî, che tradirono la causa italiana alla illusione del _non intervento_, e non possono in oggi condannarsi da sè, però insistono su quelle miserie. Uomini d'una fratellanza che s'intitola de' _Veri Italiani_, diretta sotterraneamente da quella stessa _alta vendita_ che noi abbiamo denunciata, perchè è rovina alla causa, e che, prefiggendosi apparentemente gli stessi principî che noi predichiamo, va pure stillando negli animi la massima che nessun moto è da tentarsi, che l'Italia è impotente a reggersi insorta, che dalla sola Francia può partire il segnale.--E guai se coteste massime filtrano negli Italiani! Guai se i buoni, come siamo noi e siete voi, non le contrastano a viso aperto!
«Riflettete. Il partito dell'Austria, e però delle potenze del Nord, è preso: guerra, guerra inevitabile a qualunque progresso italiano, perchè qualunque progresso è mortale all'Austria; guerra, ne segua che può. E quando essa vide il pericolo non si arretrò nè davanti a patti di non intervento, nè a minaccie nè ad altro. Volete ch'essa si rassegni a morire? A morire vilmente? Essa avventurerà la vita per tentare la vittoria, anzichè rimanersi spettatrice inerte de' nostri progressi. La guerra coll'Austriaco noi non possiamo evitarla mai, sia che moviamo a gradi, sia che ci lanciamo d'un balzo all'ultimo della carriera. La speranza di evitare questa guerra è la causa che ha perduto tutte le nostre rivoluzioni. L'avere posto i re a direttori dell'impresa italiana ci ha tratto in fondo fino ad oggi. Perdio! Ricadremo ne' vecchi errori? Attraverso tanto sangue di martiri sparso per questa Italia che vogliamo liberare, torneremo ancora una volta al punto d'onde partimmo?
«Torneremo nel 1834, al 1821?
«Io non vi ho parlato di principî perchè in politica l'unica vertenza che può esistere fra gente come noi siamo non può posare che sulla questione di fatto, di possibilità o d'impossibilità, ma pure è necessario ch'io il dica; è necessario che sappiate a che attenervi circa alle intenzioni della _Giovine Italia_. Nulla è mutato alle sue leggi, al suo scopo, ai mezzi ch'essa intende di scegliere e di porre in opera. Però essa insiste ed insisterà nel suo grido repubblicano, essa rifiuterà qualunque transazione s'offrisse: essa crede alla potenza di rigenerarsi in Italia, alla possibilità della iniziativa italiana in Europa, al dovere di ogni buon Italiano di promuoverla con ogni mezzo. L'impresa è grande, ma per questo è italiana. Per questo io v'invito a promuoverla. Non vi sviate per quanto v'è di più sacro, dietro a speranze chimeriche: queste speranze le abbiamo nutrite un giorno noi pure: poi una accurata disamina e un addentrarci più sempre nel segreto delle Corti alleate, e un'intima conoscenza delle molle che pongono in gioco queste voci di transazione, ci hanno convinti che nulla v'ha da sperare se non nell'armi, nel popolo e nei popoli. Come intendiamo adoperar queste forze vi dirò domani in un'altra mia alla quale io vi pregherò di risposta.
«Dio voglia, per l'Italia e per noi, ch'essa sia quale io la invoco e la spero.
«Ho scritto a voi; ma, come bene intendete, per tutti i buoni che sono con voi e che vi prego d'abbracciare per me.
«Siatemi fratelli, e innanzi.»
* * * * *
Quella lettera fu scritta nel 1834. Tredici anni dopo, quando l'entusiasmo per Pio IX toccava i limiti della follìa e Montanelli--anima buona, ma debole e affascinata successivamente dalla _Giovine Italia_, dai sansimoniani, dai neo-cattolici, da Gioberti, da tutti e da tutto--mi scriveva cose mirabili intorno alla trasformazione del papato e all'accordo del dogma cattolico coi progressi dello spirito umano, insistendo perch'io parlassi da convertito o tacessi, io rispondeva il 16 luglio 1847: «.....Nell'impossibilità di ricreare la fede in un dogma oggi essenzialmente in cozzo coi progressi irrevocabili dell'intelletto spinto a nuovi mondi da Dio padre ed educatore, voi vi troverete colla nuda e sola morale; e io so che nessuna morale può durare feconda di vita nell'umanità senza un cielo e un dogma che la sopportino. . . . . . . . . Lascio al tempo la verificazione dei miei presagi, e s'io vedrò la vita dell'umanità rinnovarsi nella vostra credenza, io mi prostrerò riverente agli altari dei nostri padri.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Andreste errato di molto se credeste me e quelli che stanno con me intolleranti, esclusivi adoratori dei principî democratici repubblicani e trattenuti per quelli dall'unirci a voi. L'avvenire democratico repubblicano, non al modo degli Stati Uniti ma ben altro e ben altrimenti religioso e derivante dall'autorità bene intesa, m'apparisce così inevitabile, così connesso col disegno provvidenziale che si manifesta nella progressione storica dell'umanità, ch'io non sento bisogno alcuno d'essere intollerante. . . . . . Se oggi dunque la maggioranza buona della nazione s'accentrasse intorno a un papa o a un re e lo gridasse iniziatore de' suoi destini e questo papa o questo re li iniziasse davvero, io primo dimenticherei che questo re m'ha rapito il mio primo e migliore amico, che questo papa rappresenta essenzialmente una credenza o per meglio dire un ricordo d'autorità contro la quale tutta l'anima mia si ribella; e accetterei la bandiera ch'egli m'offrisse e darei quel che m'avanzasse di vita e di sangue e persuaderei gli amici miei a far lo stesso. . . . . . . Bensì, dov'è essa questa bandiera intorno alla quale vorreste avermi? Io non conosco che una sola bandiera, quella della nazione, quella dell'unità. Io vi sacrificherei per un tempo, tutte l'altre parole che vorrei scritte sul vostro vessillo; ma quell'una no. E mi parrebbe di tradire Dio, la patria e l'anima mia. . . . . . .
«Non so se voi conosciate il papa, se ne abbiate quindi potuto ottenere nel colloquio privato quella fede ch'io non potrei trarre se non dai fatti. A me i fatti sinora non rivelano che il buon uomo, il principe che tra per le necessità dei tempi più minacciosi ne' suoi Stati che non altrove, tra per la bontà del cuore, ha dovuto vedere se amministrando un po' meglio, con un po' più di tolleranza, con un po' più d'amore, le condizioni de' suoi sudditi, non si potrebbe imporre fine ai tumulti, alle congiure, alle insurrezioni fatte ormai permanenti. Dati i primi passi, gli applausi poco dignitosi degli uni, le esagerazioni, ipocrite nei più, d'entusiasmo. . . . . gli hanno fatto legge di durare nella benevolenza, nelle parole della gratitudine e della fiducia. Più in là non vedo per quanto io mi faccia. . . . . . Ho taciuto sempre per non essere accusato di nuocere a progetti ignoti e ho studiati attentamente gli atti, le parole del papa e degli scrittori _moderati_. Per questi ultimi ho spesso arrossito; ma nel papa, io lo ripeto, non ho potuto vedere che l'uomo buono, senza una fede, tentennante fra l'Austria e le proprie tendenze, senza una sola delle intenzioni italiane ch'altri ha voluto vedere ne' suoi primi atti. S'io m'inganno, il primo fatto che mi smentirà mi troverà pronto a ravvedermi. Ma fino a quel fatto, dov'è la bandiera di Pio IX? Dov'è la bandiera italiana senza la quale io non intendo unione possibile ed efficace? Io invecchio e non posso facilmente farmi entusiasta di sogni e di sogni, dato che tali fossero, pericolosi. . . . . . .
«Non approvo la strategìa che m'indicate in poche linee, ma prima di dirvi il perchè, vorrei farvi intendere che il mio non approvarla non parte da spirito di liberalismo cospiratore. La cospirazione non è per me un _principio_, è un tristissimo _fatto_, un derivato d'una condizione di cose che la rende indispensabile. Tutte le mie tendenze individuali stanno per la pubblicità e voi dovreste farmi giustizia e ricordare che lasciandomi spesso tacciare di imprudenza, ho aggiunto fino dalle prime mosse la pubblicità al lavoro segreto; che la _Giovine Italia_ si mise subito in aperto contrasto colla vecchia Carboneria fissa a voler procedere in tutto e per tutto nell'ombra; che da noi si fece segretamente quello che non poteva farsi pubblicamente, ma che inalzammo una bandiera e ci cacciammo a tenerla levata a viso aperto e come predicatori di principî. Se v'è chi m'apra una via di predicare unità di nazione in Italia, io lo benedirò e verrò immediatamente in Italia. Ma qualunque predicazione non abbia quel nome, quel vocabolo a principio e fine, tornerà, temo, non solamente inutile ma dannosa. Io non posso accettare la strategìa che mi proponete perchè non può condurre a quel fine; può condurre a conquistare qualche miglioramento amministrativo, qualche concessione, qualche riforma di codici; può condurre, se pur volete, a conquistare una porzioncella omiopatica di libertà a ciascuno dei molti Stati in cui siamo divisi, non già a riunirli, a farne nazione: può condurre, se vi ci concentriamo tutti, a sviare gli animi dalla meta, a persuadere le popolazioni italiane che possono migliorare le loro condizioni sotto gli attuali governi, a dare sfogo all'attività concentrata dei giovani che un giorno avrebbe prodotto l'esplosione nazionale, a cacciare nuovi germi di divisioni federalistiche, a creare vanità locali, a generare spirito di machiavellismo e di tattica dove abbiamo bisogno di fede, sincerità e virtù vera. . . . .
«Mentr'io m'era deciso di tacere, sento ormai dovere di parlare e parlerò fra non molto. Non parlerò esclusivo come parmi temiate; parlerò d'Italia e d'unità nazionale, perchè i più fra i vostri la pongono in dimenticanza; e mentre voi continuerete a giovarvi delle occasioni che, non l'amore ma la debolezza dei governi vi porge, per spingere innanzi le popolazioni assonnate e divise, io procurerò di tenere alzata la santa bandiera, sì che, sospinte, sappiano a che fine dirigersi: dirigersi, badate, quanto lentamente casi e tempi vorranno--la nostra non è questione di tempo--ma dirigersi continuamente a quell'unico intento che le moltitudini potrebbero facilmente dimenticare per adagiarsi nel letto di rose dei miglioramenti materiali e amministrativi:--soli che voi, seguendo il metodo attuale, possiate ottenere e precariamente. . .»
E più dopo ancora, il 3 gennajo 1848, io scriveva a Filippo de Boni:
«. . . . . . . . . . Non so con quale occhio vediate ora l'andamento delle cose nostre; ma due fatti son certi: il retrocedere del papa e il pessimo maneggio dei _moderati_. Abbiamo taciuto: ceduto quanto si poteva; ma non giova. Il silenzio è interpretato come congiura, e sapete che vanno ripetendo per ogni dove ch'io sto maneggiando per un moto repubblicano immediato! Perduto il papa, impazziscono pel _primo capitano d'Italia_, l'eroe del Trocadero: perduto quello, impazziranno pel Granduca; più tardi Dio sa per chi. Che sperare per la rigenerazione d'Italia da un partito che grida _viva il re di Napoli_ dopo le atrocità di Messina e di Reggio e stende petizioni a quel re imbrattato di sangue? da un partito che predicò nel _Risorgimento_ l'unità d'Italia essere assurda, illegale, funesta? da un partito che ne' suoi giornali comincia a transigere coll'Austriaco e insinua che anche lo Stato del Lombardo-Veneto _migliorerà_? da un partito ch'è una menzogna in faccia a sè stesso, che si dichiara, in molti de' suoi membri, unitario e nondimeno imprende a educare, terrorizzando, il popolo all'eccellenza del federalismo, salvo, come dicevano in un convegno tenuto in Genova per la _Lega_, a educarlo più tardi alla eccellenza dell'unità? Coscienza di scrittori e d'apostoli.
«Mentr'io vi scriveva, giunge la vostra; e sospendo la mia _tirade_ contro i moderati, dacchè vedo che consentiamo. . . . . . Dal vostro silenzio argomento che, voi non avete ricevuto la mia _Lettera al papa_, ch'egli ebbe in settembre e ch'io ho consentito si stampasse perchè mi pare che da un lato possa far sentire vieppiù il contrasto fra' suoi doveri e la sua attuale condotta, e che dall'altro mantenga saldo il nostro principio dell'unità.
«. . . . . . . . . Con tutta l'avversione ch'io ho a Carlo Alberto, carnefice dei migliori miei amici, con tutto il disprezzo che sento per la sua fiacca e codarda natura, con tutte le tendenze popolari che mi fermentano dentro, s'io stimassi Carlo Alberto da tanto da essere veramente ambizioso e unificar l'Italia a suo pro, direi _amen_.
«Ma ei sarà sempre un re della Lega; e l'attitudine militare ch'ei prenderà, se la prenderà non farà che impaurir l'Austria e ritenerla forse nei suoi confini, che i re della Lega rispetteranno; e questo è il peggio.
«. . . . . . . . . . Vidi il nome vostro fra i collaboratori della _Concordia_. Vorrei foste scelto a dirigere quel giornale. Valerio è una delle migliori anime ch'io mi conosca in Torino; ma minaccia da molto di cadere in quella politica sentimentale creata da taluno fra i neo-cattolici, che perdona tutto, spera tutto da tutti, abbraccia re, popoli, federalisti, unitari, e intende che la risurrezione d'Italia si compia in Arcadia. Il titolo stesso è arcadico. _Concordia_? Tra chi?. . . . . . »
* * * * *
Tra questa lettera e l'altra indirizzata a Montanelli io scrissi la lettera a Pio IX contenuta in questa edizione. Quello scritto mi fu apposto da uomini deliberati di trovare a ridire quasi deviazione politica e prova a ogni modo di credulità nelle intenzioni del papa. I critici o non lessero o non capirono, per ansia di cogliermi in fallo, la mia lettera. Le forme adottate furono quelle senza le quali, nell'Italia, allora tutta farneticante, non un uomo l'avrebbe letta. Ma la sostanza diceva a Pio IX: «Albeggia un'epoca nuova: una nuova fede deve sottentrare all'antica: questa nuova fede non accetterà interpreti _privilegiati_ fra il _popolo_ e Dio. Se volete, giovandovi dell'entusiasmo ch'or vi circonda collocarvi a iniziatore di quell'epoca, di quella fede, scendete dal seggio papale e movete apostolo del Vero tra le turbe come Pietro Eremita predicatore della crociata. Il popolo vi saluterà capo e fonderà in Italia uno Stato che cancellando l'atea formola: _sia dato l'uomo interno alla Legge e all'Amore, l'esterno alla Forza_; adorerà l'altra: _l'uomo interno e l'esterno, l'anima e il corpo son uno: una è la legge che deve dirigerli_»--e diceva agli italiani: «È necessario che Pio IX sia tale, s'ei deve rigenerarvi e crear l'Italia: or lo credete da tanto?»
Se quella lettera non fu intesa allora a quel modo da una gente che delirava, non è colpa mia. Ma quei che dopo aver delirato e più volte cogli altri s'atteggiano oggi a critici puritani del mio passato, sono fanciulli davvero e non meritano ch'io mi dilunghi a confutare le loro accuse.
Sei mesi dopo ch'egli aveva avuta la mia lettera Pio IX dava, coll'enciclica del 19 aprile 1848, una solenne smentita alle adorazioni dei neo-guelfi e ai sogni dei _moderati_. Se non che ad anime siffatte tornava facile ogni cosa fuorchè il rinsavire. I neo-guelfi si tramutarono in ghibellini; i _moderati_, che avevano dissertato a provare la sola via di salvar l'Italia esser nel congiungimento del _pastorale_ colla _spada_, dissertarono a provare che la _spada_ d'Italia bastava. Nel marzo intanto quella _spada_, che potea salvare davvero l'Italia, era stata snudata dal popolo nel Lombardo-Veneto e poco prima in Sicilia. E il primo suo lampeggiare in Sicilia aveva convertito i principi agli ordini costituzionali e ottenuto in un subito più assai che non avevano ottenuto le tattiche adulatrici di tutto un anno: il secondo in Milano aveva sgominato un esercito creduto fin allora invincibile e affrancato quasi dal nemico straniero il suolo d'Italia. La vera forza era dunque visibilmente nel popolo. Bastava intenderlo: bastava dire al popolo: _prosegui, l'impresa è tua_--ai principi: _alleati tutti, padroni nessuno_--ai principi, al popolo, all'Europa: _vogliamo essere uniti, liberi, forti: vinta la guerra dell'indipendenza, l'Assemblea nazionale deciderà in Roma degli ordini coi quali dovrà reggersi l'Italia_--perchè l'impresa si compisse in guisa degna di noi. Un governo d'insurrezione e di guerra--e il nucleo di quel governo esisteva nella commissione delle Cinque giornate--che avesse affratellato in sè l'elemento lombardo col veneto e chiamato qualch'altro dalla Sicilia e d'altrove, avrebbe, col programma accennato, unificato fin d'allora l'Italia.
Se non che i _moderati_ dai quali l'insurrezione lombarda era stata fino all'ultimo giorno avversata come impossibile--che avevano, richiesti, spronati dai nostri, contribuito fra tutti d'una misera somma di _settemila_ lire italiane alla lunga agitazione anteriore--e che avevano invariabilmente alternato fra i tentativi di conciliazione coll'Austria e gli inutili maneggi segreti colla monarchia piemontese--s'impossessarono del moto appena lo videro trionfante; gli uomini della commissione delle Cinque giornate abbandonarono, per disdegnosa noncuranza, il potere a un governo provvisorio che disprezzavano--e i giovani che avevano antiveduto, preparato, capitanato sulle barricate il moto del popolo, inesperti, soverchiamente modesti e paghi dei gloriosi fatti compiti, si ritrassero dall'arena quando importava tenerla.
Quei giovani erano nostri. Nostri, esciti pressochè tutti dalla _Giovine Italia_, amici miei e in contatto con me, erano Mora, Burdini, Romolo Griffini, il povero Pezzotti, Carlo Clerici, De Luigi, Ercole Porro, Daverio, Bachi, Ceroni, Antonio Negri, Bonetti, Pietro Maestri e gli altri che avevano, stretti a nucleo e consigliandosi talora con Carlo Cattaneo, educato il popolo all'abborrimento dello straniero, diffuso scritti popolari, predicate le idee, insegnato ai giovani la coscienza della propria forza, ispirata e diretta l'agitazione progressiva che affratellò le moltitudini nel concetto e deliberato il moto quando giunse la nuova delle concessioni imperiali: nostri e giova or dirlo e nominarli, dacchè nessuno lo disse o li nominò. Al nucleo di quei giovani repubblicani appartenevano Emilio Visconti Venosta oggi ministro e un Cesare Correnti, spettabile per ingegno ma appestato di scetticismo e senza fede ne' principii, della cui rovina m'occorrerà tra non molto dar cenno.
Taluno fra quei buoni si lasciò, poco prima del moto, sedurre dal raggiro monarchico e scese, a insaputa del nucleo, a patti coi faccendieri torinesi che mentivano quando promettevano ajuti ma che presentivano possibile l'insurrezione e miravano a impadronirsene. Errarono tutti--e lo noto perchè l'errore si ripete generalmente nelle insurrezioni e le svia--affaccendandosi a prestabilire un governo. Il governo d'una insurrezione deve sorgere dall'insurrezione stessa; tra i più arditi e a un tempo avveduti a guidare il popolo nella lotta. Scegliendolo prima, la scelta cade inevitabilmente sovr'uomini stimati influenti per uffici anteriori o ricchezza o tradizioni di famiglia, buoni forse, ma che non avendo il segreto dei santi sdegni e delle sante audacie del popolo, non hanno fiducia in esso nè intelletto d'iniziativa rivoluzionaria nè coscienza del fine cercato dall'insurrezione e tradiscono, sovente inconsci, il mandato per ignoranza o paura. Noi vedemmo nell'ultimo mezzo secolo insurrezioni repubblicane date al governo d'uomini d'opposizione monarchica--insurrezioni contro il dominio straniero fidate a individui che avevano patteggiato con esso accettandone incarichi pubblici--insurrezioni preparate e iniziate, come in Polonia, dall'elemento democratico, cedute all'influenza di principi e aristocrazie, consumarsi miseramente in un cerchio di transazioni che senza fruttare un solo ajuto reale dai governi, incepparono, limitarono, spensero l'energia popolare e l'entusiasmo delle nazioni sorelle. In Lombardia--dacchè per inopportuna modestia, fiacchezza o noncuranza colpevole, i promotori dell'insurrezione si ritrassero dal dirigerne lo sviluppo--il governo fu dato a uomini inetti come Casati, aristocratici come Borromeo, raggiratori come Durini: anime di cortigiani che non potevano vivere senza padrone e cacciarono popolo, libertà, avvenire d'Italia e ogni cosa, senz'ombra di patti a' piedi di Carlo Alberto.
Quand'io giunsi in Italia, era tardi per ogni rimedio. I _moderati_ guidavano dominatori: gli altri seguivano ciechi: il popolo, tra il quale avevano diffuso le più atroci calunnie a danno dei repubblicani, fidava illimitatamente nel re.
Due partiti s'affacciavano a un uomo della mia fede.