Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 21
La tradizione della parte alla quale accenno non era splendida. _Moderati_ si dicevano gli uomini che nel 1814 avevano, in Lombardia, applaudito al ritorno degli eserciti austriaci: _moderati_ quei che avevano nel 1821 legato i fati dell'insurrezione piemontese a un principe disertore: _moderati_ quei che avevano nel 1831 tradito il moto degli Stati romani prima colla teorica anti-nazionale del non-intervento da una provincia nostra ad un'altra; poi colla codarda capitolazione di Ancona. Ma erano _individui_, come ne trovi in ogni crisi, vuoti d'intelletto rivoluzionario, non _partito_ costituito, ordinato. Ben di fronte alla _Giovine Italia_ s'era formata, sotto nome di _Veri Italiani_, una società di fautori monarchici che si raccolsero intorno a un patrizio lombardo, Arconati, in Brusselle e di là s'adoprarono a diffondere le prime aspirazioni verso la dinastia savojarda: ma respinta dai buoni istinti del nostro popolo, abbandonata a poco a poco, mercè il nostro apostolato, da' suoi migliori, s'era trascinata nell'ombra seminando di soppiatto accuse ai repubblicani e germi di divisione, senza copia di seguaci, senz'eco. La parte _moderata_ non pensò a costituirsi davvero e a sostituire alla nostra la propria influenza prima del 1843 e poco dopo la sventurata impresa dei fratelli Bandiera. Quell'impresa, attribuita inonestamente da essi a noi e segnatamente a me, aveva innegabilmente versato sconforto e diffidenza nelle nostre fila. Le circostanze a ogni modo non correvano propizie a disegni di moti e mi pareva che si dovesse lasciar tempo alle idee perchè trapassassero a poco a poco dalla gioventù degli ordini medî al popolo non foss'altro delle città. I vincoli dell'associazione s'erano quindi allentati e io mi limitava a mantener contatto qua e là, in Lombardia più che altrove, con nuclei di giovani uniti senza forma definita e liberamente a un intento d'apostolato e a invigilare se mai sorgesse il momento opportuno a far meglio. Di quell'intervallo di stanchezza e d'inazione forzata da parte nostra si giovarono i _moderati_.
La prima loro manifestazione fu nel 1845 in Rimini. E quasi a dichiarare l'assoluta assenza d'idee politiche, inalzarono bandiera _bianca_. Bensì, dovendo pur dire al popolo agitato, perchè movessero, diffusero un manifesto steso dal Farini ch'era pallida copia del memorandum dato inefficacemente dalle potenze al papa nel 1831. Quel manifesto sostituiva al moto nazionale i moti _locali_; alle grandi vitali quistioni dell'indipendenza, dell'unità, della libertà i miglioramenti amministrativi economici.
Io so che i più tra i capi dei _moderati_ avevano essi pure nell'animo--non dirò la libertà, della quale non curano o poco--ma l'indipendenza d'Italia, la questione nazionale, la cacciata dello straniero. Dico che il metodo loro insegnava a disperarne per un lungo indefinito periodo di tempo e sviava dal segno, che noi gli avevamo additato, l'educazione del popolo. Dico che moltissimi fra quelli uomini non volevano l'unità, nessuno la credeva possibile. E dico che se i principi più avveduti, meno tristi e meno spronati dalla fatalità che li sospinge, per somma ventura e legge dei tempi, a rovina, avessero tanto quanto soddisfatto a quel monco programma, noi non avremmo oggi ventidue milioni d'Italiani stretti a unità di nazione, ma il vecchio mosaico di grandi e piccole monarchie e leghe più o meno ipocrite e traditrici. Quelle leghe furono l'ideale dei pensatori del partito: da Balbo fino a Cavour. Giacomo Durando predicava le tre o cinque Italie a beneplacito dei principi volonterosi. Mamiani era centro in Genova d'apostolato federativo. Gioberti proponeva in una lettera del 16 marzo 1847 a Pietro Santarosa che «s'ottenesse dall'Austria con rimostranze un mutamento di politica in Lombardia tanto che _pacificata_ colla dolcezza e colle riforme, potesse poi, _con agio e tempo_, ricevere _d'accordo coi potentati_ un assetto definitivo.» Cavour proponeva, non molto prima che Garibaldi scendesse nel regno, patti e alleanza al Borbone. L'assenza d'ogni fede unitaria nei _moderati_ è fatto documentato che la storia dei tempi, quando sarà imparzialmente scritta, registrerà; nè le millanterie machiavelliche dei giorni posteriori all'unità conquistata dal popolo varranno a cancellarlo.
E un altro fatto, conseguenza di questo primo e troppo trascurato finora, verrà registrato dalla storia, base e scorta all'intelletto degli eventi di tutto il periodo; ed è il dualismo perenne tra l'azione, generatrice d'ogni mutamento importante, dell'elemento popolare nostro e l'influenza, potente unicamente a menomare, a sviare dal segno quei mutamenti, esercitata dai _moderati_. Oggi, a udirli, diresti avessero fatto l'Italia e promosso col loro metodo quanto ebbe luogo negli ultimi quindici anni. Ma quando il tempo e l'Italia rinsavita avranno imposto silenzio al cicalìo di gazzette vendute e alle calunnie e alle lodi sfacciate, i fatti e le inesorabili date diranno che dall'amnistia papale infuori, ogni concessione di principi, ogni passo mosso innanzi dal paese originò dall'azione, avversata dai _moderati_, del popolo, dai moti di _piazza_ com'essi sprezzando dicevano.--Da sommosse in Livorno, nelle Romagne, in Roma, l'accresciuta libertà di stampa e l'istituzione delle guardie nazionali--dalle petizioni firmate a tumulto su per le vie e dagli assalti ai conventi, la cacciata de' Gesuiti--dall'insurrezione siciliana del 1848 gli Statuti regi--dalle cinque giornate di Milano la guerra, miseramente tradita, d'indipendenza--come nella recente seconda fase del periodo, dalle resistenze del popolo ai disegni federalisti del Bonaparte, dalle nostre minacciate spedizioni su Roma, dal moto di Sicilia, dalle imprese di Garibaldi, originarono le annessioni del Centro, l'invasione delle Marche, l'emancipazione del Mezzogiorno. Il nostro metodo sopravviveva, negli istinti del popolo, a noi. Soltanto i _moderati_, fatti per lungo artificio e pompose ripetute promesse e profezie misteriose e prontezza ad attribuire a sè stessi ogni successo ottenuto e a prudenza di tattica il biasimo dato invariabilmente ai tentativi, soli e visibili padroni del campo, raccoglievano, accettando i fatti compiuti, i frutti di quelli istinti.
Miravano non a conquistare un governo all'Italia, ma a conquistarsi i governi italiani: non s'indirizzavano al popolo, ma ai principi: non provocavano insurrezioni, ma un lento e temperato progresso dall'alto al basso: rinnegavano le associazioni segrete e la stampa clandestina e tentavano ottenere alcune dosi omiopatiche di libertà dalle carezze, dalle lusinghe, dalle adulazioni servili profuse ai governi. E quanto al Lombardo-Veneto e all'Austria, non avevano concetto di sorta; e i filosofi politici della setta si limitavano a vaticinare possibilità di risolvere la questione quando suonasse, per virtù d'atomi confederati e arcadiche conversioni di monarchi al progresso e al bene dei popoli, l'ora dello smembramento dell'impero turco in Europa. Ma quando la febbre popolare irrompeva--quando il sangue dei nostri martiri ribolliva nelle viscere del suolo d'Italia e a guisa d'agente vulcanico lo sollevava--si rassegnavano volonterosi e lasciavano intendere col loro sorriso ch'essi avevano antiveduto e aspettato quei moti anormali come conseguenza del loro operare sagace. Al popolo, politicamente ineducato e ignaro del come importi allo sviluppo dei fatti la coscienza delle vere loro cagioni, poco caleva di chi li rivendicasse: accettava chi più s'acclamava suo capo: confondeva causa ed effetti; e quando gli ripetevano che i suoi trionfi erano dovuti all'avere i _moderati_ conquistato un papa che lo benediceva e un re che _aspettava l'astro_ e teneva allato la _spada d'Italia_, plaudiva, colla gaja noncuranza del fanciullo, non--di tanto gli giovavano gli istinti e gli insegnamenti raccolti--al papato o alla monarchia, ma a Pio IX e a Carlo Alberto. Intanto i _moderati_ s'insignorivano del potere e si collocavano a capo dell'alte sfere sociali.
Se non che non si viola impunemente la logica; ogni errore porge origine a una serie d'inevitabili conseguenze. Ogni menzogna proferita e accettata genera un grado d'immoralità che logora a un tempo vigore e virtù nel core della nazione. E temo che la conseguenza più grave della supremazia assunta dai moderati sarà pur troppo uno strato di nuova immoralità sovrapposto ai molti che la tirannide e la paura e il gesuitismo e il materialismo congiunti hanno steso d'antico intorno al core d'Italia.
Una profonda immoralità è infatti radice a tutte le teoriche e al metodo dei _moderati_. L'eterno vero è da essi perennemente sagrificato alla misera _realtà_ d'un breve periodo; l'avvenire al presente; il culto dei _principî_ all'_utile_ presunto della giornata; Dio all'idolo subitamente inalzato dalla forza, dall'egoismo o dalla paura. Le forti credenze, i forti affetti, i forti sdegni non allignano in quelle anime fiacche, arrendevoli, tentennanti fra Machiavelli e Lojola, mute a ogni vasto concetto, vuote d'ogni profonda dottrina, abborrenti dalla via diritta, impastate di ripieghi, di transazioni, di finzioni, d'ipocrisia. Noi li udimmo, i capi della fazione, a dirci, colle stesse labbra che paragonavano nei loro congressi a Giove Olimpico il re di Napoli e dichiaravano _miracolo_ il re di Piemonte e redentore novello Pio IX: _è necessità dei tempi, ma in sostanza lavoriamo per voi_. Li vedemmo insolenti col debole, striscianti in terrore davanti al potente; stringere or col popolo ora collo straniero, a propiziarsi l'uno e l'altro, patti che intendevano di non mantenere; dichiararsi riverenti al papa pur cercando modo di scavargli la fossa; professarsi alleati devoti del Bonaparte che abborrono come abborre chi soggiace e per sentita viltà; cospirare a un tempo, per prepararsi la via a due ipotesi, con Garibaldi e contro Garibaldi. Nè dico che a tutti fosse o sia sprone su queste vie tortuose e indegne degli educatori d'un popolo il basso desiderio di meritarsi una nomina di senatore o di consigliere di Stato. Parecchi tra loro vissero o vivono indipendenti. Ma la mancanza d'un concetto religioso e quindi l'intormentimento del senso morale, il torpore delle facoltà lasciate alla sola sterile analisi e l'interna anarchia delle idee senza base determinata, senza fede d'intento, hanno pervertito in essi intelletto e cuore e li commettono agli impulsi sconnessi che vengono ad essi di giorno in giorno dai casi, dai menomi fatti o dalle apparenze di fatti. Quando Salvagnoli diceva a Brofferio: _bisogna tirare innanzi come si può e del resto colla verità non si governa_, ei sommava in sè la teorica di tutto il partito. Quando i _moderati_ acclamavano a Gioberti come al primo pensatore e al più potente filosofo che avesse l'Italia, preparavano ai posteri la giusta misura della loro mente e dell'ideale filosofico che veneravano.
No; Gioberti, il gran sacerdote della setta, non era filosofo; e l'essere egli stato generalmente riconosciuto siccome tale dimostrerà a quali poveri termini fossero ridotti in Italia gli studî filosofici. La filosofia è una affermazione dell'_individualità_ fra una sintesi religiosa che cade e un'altra che sorge: è una coscienza del mondo presente illuminata dai raggi d'un mondo futuro: è un criterio determinato di vero fondato sulla universale tradizione del passato e tendente con un metodo egualmente determinato a indagar l'avvenire. Gioberti non ebbe vero intelletto di tradizione nè intuizione--oggi nessuno vorrà negarlo--dell'epoca che va maturandosi. L'uomo che esordì dalle dottrine di Giordano Bruno per sommergersi in un concetto neo-guelfo di primato italiano per mezzo del papato--che salutò d'entusiasmo la formola _Dio e Popolo_ per rinnegarla poi a profitto d'un cattolicesimo rintonacato--che dopo d'avere fulminato dall'altezza d'una coscienza filosofica gli artifici del gesuitismo, li adottò cardine de' suoi disegni, appena entrato sull'arena della politica pratica--che viaggiò di città in città, pellegrino crociato d'una monarchia da lui sprezzata, adulando a ciascuna da Pontremoli a Milano come a prima città d'Italia--che diceva a me nel 1847 in Parigi: _io so che differiamo in fatto di religione; ma Dio buono! il mio cattolicesimo è tanto elastico che potete inserirvi ciò che volete_--non fu nè filosofo nè credente. Ingegno facile, rapido, trasmutabile, fornito d'una erudizione copiosa ma di seconda mano e non derivata dalle sorgenti, capace d'eloquenza, ma di parole più che di cose, fervido d'imaginazione più che di core, non ambizioso nè cupido di potere o d'agi ma vano e irritabile e intollerante d'ogni opposizione, Gioberti soggiacque per impazienza di successo e per indole naturalmente obbiettiva agli impulsi esterni, agli avvenimenti che si sottentravano e v'accomodò, scendendo dalle serene-immutate regioni della filosofia, le sue facoltà. Non diresse, riflesse. E dacchè il periodo era, come io dissi, guasto d'immoralità, non cercò di vincerla, vi s'adattò. Ei fu, inconsciamente, con Balbo e Azeglio, tra i primi corruttori della giovine generazione: mentre Balbo insegnò la rassegnazione della scuola cattolica e seminò lo sconforto nelle forze collettive del paese--mentre Azeglio pose in core alle classi medie della nazione il materialismo veneratore servile dei fatti e i germi d'un _militarismo_ pericoloso--Gioberti rivestì di sembianze filosofiche l'immorale dottrina dell'_opportunità_ e mascherò da idea l'irriverenza alle idee. E fu primo--biasimo assai più grave--che introducesse nel campo della libertà l'arme atroce della calunnia politica e l'insana accusa di settatori dell'Austria contro repubblicani e dissenzienti dal concetto del _regno del nord_, dalle fusioni imposte, dalle guerre che rispettavano il Trentino e Trieste e da ogni idea che non fosse sua.
I fatti del 1848 e del 1849 sono commento alle cose ch'io dico. A me non tocca or ripetere ciò ch'io accennai di quei fatti nei _Cenni e Documenti_ della guerra regia e negli altri scritti contenuti in questo volume e nel seguente. Ma dirò--perchè importa al piccolo nucleo di repubblicani che si serbarono in quei due anni incontaminati--come sentissimo, come prevedessimo fin d'allora gli eventi e quale fosse la norma della nostra condotta.
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Fin da quando, gran tempo innanzi al delirio che invase nel 1847 le menti, si mostrarono, nel mezzogiorno segnatamente, i primi indizî di tentennamento fra i due _principî_, io mi diedi a combatterli più che pubblicamente privatamente, per via di lettere. E ne inserirò qui a saggio delle molte ch'io scrissi, una ch'io diressi a un Leopardi, membro del Comitato napoletano, repubblicano nel 1833, incerto nel 1834 dopo il mal esito del tentativo sulla Savoja, monarchico dichiarato nel 1848 e autore d'un libro oggi dimenticato nel quale sono da trovarsi parecchie falsità sul mio conto e su quello di parte nostra.
«..............Avete fede»--io gli diceva--nei destini d'Italia? Avete fede nel secolo? V'arde il sacro pensiero di proclamare l'unità delle famiglie italiane? Avete provato quanto ha di grande, di solenne, di religioso, il concetto che chiama la generazione del secolo decimonono a creare una Italia? Volete farla grande e bella fra tutte le nazioni? Intendete come si tratti per noi d'un'opera immensa, divina, ove ci riesca di darle la parola dell'epoca nuova, di cacciarla alla testa d'un periodo di civiltà, di commetterle una missione che influisca sull'umanità intera? Allora, staccatevi dalle idee di transazione anche momentanea, anche concepita come gradino al meglio, e siate repubblicano, repubblicano sin d'oggi apertamente e credente nella possibilità, nella necessità del trionfo del simbolo repubblicano. Però che tutte le altre idee sono illusioni, menzogne della vecchia politica che s'è abbarbicata alle menti.
«Guardate all'Europa. Il suo moto è a repubblica, moto universale che aumenta ogni giorno, che trascina gli intelletti un tempo più schivi, fin Chateaubriand, fin Lamennais. La prima rivoluzione francese, avvenga quando che sia, sarà per necessità repubblicana: la prima insurrezione germanica, repubblicana per necessità: dacchè le divisioni politiche e l'assenza d'una famiglia che abbia quanto basti d'influenza e di virtù per riunirle, escludono il governo monarchico a quei che vogliono unificare l'Alemagna.
«La Svizzera si regge a repubblica e progredisce verso un nuovo assetto più popolare e più energicamente concentrato. E voi vorreste che l'Italia, sorgendo a rivoluzione, gridasse un grido costituzionale monarchico? Vorreste collocarla in condizioni di avere rivoluzioni posteriori? Ridurla allo stato della Francia d'oggi? Porla retrograda fra i popoli che s'affrettano alla meta? L'Italia si trascinerebbe stentatamente dietro al moto europeo, quando è destinata a precorrerlo? Il simbolo popolare, dovunque verrà proferito, darà a quel popolo la palma dell'incivilimento europeo, e noi, questa palma vogliamo darla all'Italia--e possiamo, volendo.
«Il simbolo popolare è unico a darle vigore e possibilità di unità. Create una o più monarchie costituzionali: avrete sancita, educata, fortificata la divisione in Italia: avrete di necessità creato un'aristocrazia, elemento indispensabile nel reggimento monarchico costituzionale: avrete forse gettati i germi d'una guerra civile tremenda. Perchè non giova illudersi; cacciato un governo costituzionale nel regno di Napoli, credete voi che il Piemonte e la Lombardia s'uniscano sotto la bandiera di quel re? No. Le gare, le invidie sono sopite perchè il simbolo popolare, che s'è affacciato, non ammette irritabilità d'amor proprio di provincie; ma si ridesteranno formidabili ogni qual volta si parlerà di monarchia. Il Piemonte non subirà mai un re napoletano. Napoli non subirà mai un re piemontese. Avanza dunque una federazione di re italiani. Una federazione di re non ha esistito, nè esisterà mai.
«Una federazione non è che un passo mosso verso l'unità, e questa è contraddittoria alla esistenza dinastica dei re. Una lega di re può esistere--esiste; ma contro ai popoli, contro al moto delle idee, non a favore della libertà e delle idee progressive. E d'altra parte, ponete Napoli governata costituzionalmente, come farete cotesta lega? Pacificamente o colle armi? Pacificamente no certo, nè alcuno lo crede. Sarebbe portento tale che supererebbe le difficoltà d'una rivoluzione repubblicana. Colle rivoluzioni non l'avrete mai; perchè, a cagion d'esempio, l'insurrezione ligure non sarà mai che repubblicana[45]. Abbiatelo--dalle cagioni in fuori che fanno tendere Genova a separarsi da un re piemontese--come fatto inevitabile, del quale io starei mallevadore sulla mia testa. Allora, che farete in Italia? Se ponete anche che le rivoluzioni strappino ovunque un patto costituzionale ai nostri principi, poserete voi una confederazione italiana sulla lega dei principi costituzionali, per violenza esercitata sovr'essi? Faranno lega, forse; ma per emanciparsi dai popoli--non per altro. Noi vogliamo non solo mutar le sorti d'Italia, ma rigenerarla; perocchè vogliamo farne un gran popolo; ed elemento d'un popolo grande è, più che non si pensa, un popolo schiavo, ma fremente. Gli estremi si toccano. Nelle grandi scosse i popoli si ritemperano, si consacrano alle grandi cose. Non così se, invece di chiamarli dal nulla alla creazione, volete indugiarli in tentativi incerti e graduati. La monarchia costituzionale è il governo più immorale del mondo; istituzione corrompitrice essenzialmente, perchè la lotta organizzata, che forma la vitalità di quel governo, solletica tutte le passioni individuali alla conquista degli onori e della fortuna che sola dà adito agli onori. Vedete la Francia! come ridotta in Parigi! e che indifferenza e che egoismo non la ucciderebbe se non sorgessero tratto tratto i martiri repubblicani a riconfortarla! Gli anni della _Restaurazione_, la _commedia dei quindici anni_ e l'ipocrisia continua delle lotte d'opposizione parlamentare l'hanno sfinita, gangrenata, guasta per modo, che se la sua missione d'incivilimento è finita, se ad un popolo qualunque dà l'animo di sorgere primo. E dovete paventare più per l'Italia.
«La Francia ha inaugurato il programma dell'èra moderna; la Francia ha avuto la Costituente e la Convenzione: l'Italia, uscente dal servaggio per addestrarsi nell'arena costituzionale, avrà da aggiungere ai vizî del primo i vizî e le corruttele del reggimento monarchico-misto. Quindi, troncato l'avvenire italiano--troncata, per un mezzo secolo, la grandezza italiana--troncato, forse per sempre--io non cesserò mai di ripeterlo a voi caldo e intelligente italiano--il primato morale italiano sulla civiltà dell'Europa. Pure, se a fronte d'una quasi impossibilità di sorgere come vogliamo, si mostrasse una certezza, una speranza fondata di sorgere come possiamo! Ma noi abbiamo spiato bene addentro il pensiero dell'Europa monarchica. Abbiamo esplorato tutte le vie di miglioramento. Non ve n'è una fondata sulle mire dei governi. Siamo soli, o coi popoli.
«L'Europa è in oggi un campo d'audacia pel partito repubblicano; un campo d'astuzia pel partito monarchico dove la forza delle cose ha strappato le concessioni; un campo di ferocia dove il dispotismo regna sicuro.
«L'Austria e la Russia rappresentano quest'ultimo. La Francia e la Spagna l'altro.
«L'Inghilterra nulla rappresenta nel sistema europeo. Il principio motore del governo non è mutato. È l'egoismo nazionale, commerciale--e non altro. Da Canning in giù, uomo mal noto ai buoni, e che in più cose gode di fama usurpata, non v'è grado di progresso verso idee d'equilibrio europeo. V'è una lotta segreta ma vivissima interna tra l'aristocrazia e il popolo, che assorbe ogni cosa. L'alleanza colla Francia è nulla, è parola cacciata a illudere i due popoli--null'altro. Quando il governo inglese ebbe voce che si tenterebbero reazioni Carliste in Francia, cacciò il partito whig e spinse il tory. Il nome di Wellington rappresentante il dispotismo nella sua brutalità militare, fu posto innanzi. Svanite le speranze dell'assolutismo si tornò alle tendenze di Grey. Ma chiunque conosce l'Inghilterra, sa come in oggi gli whigs, sieno ridotti, come perdano ogni giorno le forze nella gran contesa che pende tra i tories e i radicali, e come non possedano più se non quella vita che si trascina senza concetto di avvenire, senza idee d'iniziativa Europea, senza possibilità di averle e praticarle. L'Inghilterra non è, nè sarà mai alla testa di una propaganda qualunque. Essa riconosce i fatti: riconosce la regina in Ispagna: riconosce D. Pedro, perchè tende da secoli a farsi del Portogallo una specie di colonia commerciale: riconoscerebbe noi, ove insorgessimo vigorosi.--Ma, nè un uomo, nè un obolo dal governo per un punto ch'esso non desideri far suo direttamente o indirettamente--siatene certo.
«La Spagna non è ora a porsi in calcolo per un appoggio, come non è per un ostacolo ai progetti dei popoli. Il governo, intravedendo una insurrezione, ha transatto; ma, nè buona fede al di dentro, nè influenza vera al di fuori.--