Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 20
E fu un secondo periodo d'operosità fraterna e d'amore che rinverdì a forti e costanti propositi l'animo mio e quello di altri esuli tormentati. Era davvero una santa opera santamente compita. Tutto era gratuito nella scuola. Direttore, vice-direttore--ed era un Luigi Bucalossi toscano, infaticabilmente devoto--maestri, quanti s'adopravano intorno all'istruzione degli allievi, s'adopravano non retribuiti. Ed erano tutti uomini che avevano famiglia e la sostentavano col lavoro. Insegnavano il disegno Scipione Pistrucci, figlio del direttore, e un Celestino Vai, vecchio bresciano, al quale era affidata la custodia della scuola, impiegato oggi in Milano nell'ufficio dell'_Unità_ e del quale non vidi mai uomo più amorevole agli allievi, più convinto del dovere di tutti noi verso i poveri ineducati. Insegnavano a leggere e a scrivere operai che dopo aver faticato tutta la giornata al lavoro, rinunziavano alle sole ore che avessero libere per accorrere a compiere l'ufficio assuntosi, ed erano a un tempo sottoscrittori. Il 10 novembre d'ogni anno, anniversario della fondazione, noi raccoglievamo da circa duecento allievi, prima a una distribuzione di piccoli premî ai migliori, poi a una modesta cena, nella quale noi tutti facevamo da scalchi, distributori e domestici, e ch'era rallegrata da canti patriottici e da improvvisazioni del direttore. Una di quelle sere era eguale, nelle conseguenze morali, a un anno d'insegnamento. Quei miseri, che i padroni trattavano siccome schiavi, si sentivano uomini, eguali e animati. Amiche e amici inglesi intervenivano a quelle cene di popolani e ne uscivano commossi, migliori anch'essi. Ricordo la povera Margherita Fuller venuta dagli Stati Uniti con non so quali diffidenze di noi. Condotta in mezzo a una di quelle riunioni ci era, dopo un'ora, sorella. L'anima sua candida, e aperta a tutti i nobili affetti, aveva indovinato il tesoro d'amore che la religione del _fine_ aveva suscitato fra noi.
L'esempio fruttò, prima in Londra, dove i preti della Cappella sarda, poi che videro inutili i loro sforzi per far cadere la nostra scuola, si ridussero a impiantarne un'altra nella stessa strada: poi in America, dov'io aveva in quel torno impiantato relazioni fraterne. Scuole simili alla nostra furono istituite nel 1842, per cura di Felice Foresti e di Giuseppe Avezzana, in Nuova York, per cura del professore Bachi in Boston, e per cura di G. B. Cuneo in Montevideo.
Intanto la scuola mi fu, come dissi, occasione di contatto frequente cogli operai italiani in Londra. M'occupai, scelti i migliori, d'un lavoro più direttamente nazionale con essi. Fondai una sezione di popolani nell'associazione e l'_Apostolato popolare_ col motto: _Lavoro e frutto proporzionato_.
E ristrinsi pure in quelli anni i vincoli di fratellanza che, annodati nella Svizzera tra noi e i Polacchi, erano stati rallentati dai casi. Nè importa oggi ricordare i particolari di quel nuovo lavoro internazionale.
Solamente a mostrare come fin d'allora l'Associazione oltrepassasse nel suo concetto la sfera d'un moto nazionale polacco per allargarsi a quella che comprende tutte le tribù slave, inserisco le linee seguenti colle quali ci riunimmo a chi celebrava in Londra, il 25 luglio 1845, il diciannovesimo anniversario della morte dei martiri russi--(1863).
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Credendo che superiore a tutte le patrie esiste una patria comune nella quale gli uomini son fatti cittadini dall'amore del bene, fratelli dal culto della stessa idea, santi dal martirio e che Pestel, Mouravief, Bestugef, Ryleief, Kochowski, morti per la redenzione delle famiglie slave, sono concittadini e fratelli a quanti combattono sulla terra per la causa del giusto e del vero.
Credendo che le famiglie slave sono chiamate a una grande missione d'ordinamento interno e d'incivilimento da diffondersi altrove, che non potranno compire se non con una serie di lavori fraterni, e che la Russia e la Polonia devono, per ragioni storiche e geografiche, essere a capo di quei lavori.
Credendo che la lega dei governi assoluti non può essere vinta se non dalla santa alleanza dei popoli.
Credendo inoltre che le famiglie slave dovranno un giorno affratellarsi specialmente all'Italia in una guerra al nemico comune, l'Austria.
Il comitato centrale della _Giovine Italia_, associazione nazionale, unita in anima e cuore ai voti, alle speranze, alle aspirazioni dei patrioti polacchi, dà nome e adesione alla commemorazione dei cinque martiri russi.
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Nel 1844 ebbe luogo la spedizione dei fratelli Bandiera. I _Ricordi_ ripubblicati in questo volume contengono quanto importa all'Italia, nè intendo riparlarne. Ma l'incidente della violazione delle mie lettere merita ch'io vi spenda alcune parole. È un episodio d'immoralità ministeriale monarchica da porsi allato a quello della spia Conseil riferito in questo volume; e quella immoralità dura tuttavia eretta a sistema da pressochè tutti i governi d'Europa.
A mezzo quell'anno, or non rammento più se in giugno o sul cominciare del luglio, m'avvidi che le lettere dei miei corrispondenti in Londra--ed erano tra quelli i banchieri per mezzo dei quali mi giungeva la corrispondenza straniera--mi venivano tarde di due ore almeno. Concentrandosi dai diversi punti all'uffizio postale generale, le lettere vi ricevono un timbro che accerta l'ora del loro arrivo: la distribuzione a domicilio ha luogo nelle due ore che seguono. Esaminai accuratamente quei timbri e trovai ch'erano generalmente doppî: al primo era sovrapposto un secondo timbro, di due ore più tardo e collocato in modo da celare il primo, e allontanare il sospetto. Bastava per me, non per altri increduli d'ogni violazione di ciò che chiamano lealtà britannica e che accoglievano con sorriso ironico i miei sospetti. I timbri così sovrapposti lasciavano mal discernere le due ore diverse e serbavano apparenza di lavoro affrettato e data illeggibile. Ideai d'impostare io stesso all'uffizio centrale lettera diretta a me, calcolando l'ora tanto che il primo timbro dovesse portare la cifra 10. Or dopo avere ricevuto quel timbro, le lettere a me dirette erano, per ordine superiore, raccolte e mandate a un uffizio segreto dov'erano aperte, lette, risuggellate, poi rinviate al postiere incaricato della distribuzione nella strada ov'io allora viveva, ch'era _Devonshir Street, Queen square_. Quel nefando lavoro consumava due ore a un dipresso; e il timbro da sovrapporsi alla cifra 10 dovea quindi portare il 12 che, per quanto facessero lasciava visibile parte dello zero del 10. Chiarito quel punto, raccolsi altre prove. Feci impostare, in presenza di due testimonî inglesi e ripetutamente, alla stessa ora e allo stesso ufficio postale, due lettere, una delle quali era diretta al mio nome, l'altra a un nome fittizio, ma alla stessa casa: i testimonî venivano ad aspettare con me la distribuzione; e accertavano con dichiarazione scritta come la lettera che portava il mio nome giungesse invariabilmente due ore più tardi dell'altra. In altre lettere a me dirette racchiusi granellini di sabbia o semi di papavero; e li trovammo, aprendo con cura, smarriti. Istituimmo una serie d'esperimenti intorno ai suggelli, scegliendo i più semplici e segnati di sole linee, poi collocandoli sì che le linee cadessero sulla lettera ad angolo retto; e ci tornarono identici di forma, ma colle linee piegate lievemente ad angolo acuto. Inserii un capello sotto la ceralacca, e non era più da trovarsi: risuggellando, lo consumavano. E via così, finchè raccolto un cumulo di prove innegabili, misi ogni cosa in mano a un membro del parlamento, Tommaso Duncombe, e inoltrai petizione alla Camera perchè accertasse e provvedesse.
L'accusa produsse vera tempesta. Alle interpellanze che da ogni lato furono mosse ai ministri, questi diedero per alcuni giorni risposte evasive; poi, meglio informati sul conto mio e convinti ch'io non mi sarei avventurato senza certezza di prove, confessarono, schermendosi in parte con certo vecchio editto che risaliva alla regina Anna e a circostanze eccezionali, in parte con insinuazioni a mio danno e come s'io avessi macchinato pericoli all'Inghilterra. Confutai queste ultime in modo da ridurre il ministro accusatore--ed era sir James Graham--a farmi ammenda pubblica in parlamento. E quanto all'altra difesa, afferrai la via che m'apriva per disvelare all'Inghilterra tutta la piaga. Non era da credersi che gli stessi ministri e gli altri che li avevano preceduti avessero resistito sempre, fuorchè in quell'unico caso, alla tentazione di valersi, pei loro fini, di quell'editto antiquato. Feci quindi chiedere e ottenni che s'istituissero due commissioni d'investigazione nelle due Camere. E le relazioni che fecero, comunque tendenti a palliare le colpe più che non a produrle brutte com'erano, provarono che dal 1806 fino al 1844, da lord Spencer a lord Aberdeen, tutti i ministri, compresi Palmerston, Russell e Normanby, s'erano successivamente contaminati di quell'arbitrio--che non solamente le mie e quelle d'altri esuli, ma le lettere di molti inglesi, di membri del parlamento, di Duncombe medesimo, erano state violate a quel modo--che si erano inevitabilmente praticati, a celare la colpa, artifizî contemplati dalle leggi penali, falsificazione di suggelli, imitazione di timbri e altri--che le mie erano state aperte per quattro mesi.
E provarono cosa più grave: che l'arti nefande di Talleyrand e Fouchè s'erano praticate dai ministri d'Inghilterra, non per indizî ch'io cospirassi contro lo Stato o m'immischiassi pericolosamente di faccende inglesi, ma per compiacere servilmente a governi stranieri e dispotici, e che ad essi--a Napoli e all'Austria--si trasmettevano regolarmente le cose che parevano più importanti nelle lettere a me dirette. Molte di quelle cose riguardavano appunto il disegno, da me combattuto, dei due Bandiera, e rivelate suggerirono al governo di Napoli l'atroce pensiero di provocarli, di sedurli, per liberarsene, all'esecuzione. I ministri inglesi s'erano fatti complici di quell'assassinio; e lo sentivano e ne arrossivano. Lord Aberdeen, il gentiluomo più onorato in Inghilterra per fama d'impeccabile schiettezza e la cui parola era considerata da tutti come sillaba di Vangelo, fu trascinato a mentire sfrontatamente alla Camera. Fatto interrogare da me se si fosse data comunicazione dei segreti contenuti nella mia corrispondenza a governi stranieri, il _nobile_ lord aveva, plaudente la Camera--a quale affermazione di ministri non plaudono le Camere escite dalla legge del privilegio?--risposto: _nè una sillaba di quella corrispondenza fu mai sottomessa ad agenti di potenze straniere_. Poche settimane dopo, la relazione delle due commissioni investigatrici gli gettava in viso: _le informazioni raccolte dalla corrispondenza erano comunicate a un governo straniero_. Io scrissi il dì dopo su' giornali, alludendo alle calunnie insinuate contro me da sir James Graham, che quando uomini di Stato scendevano alla parte di _falsificatori_ e _bugiardi_, non era da stupirsi che fossero anche _calunniatori_.
Nè giova stupirne. Ogni governo fondato sull'assurdo privilegio dell'eredità del potere e che si regge su vuote formole come quelle che _il capo dello Stato regna ma non governa; che tre poteri serbandosi in equilibrio perenne creano il progresso_, e siffatte delle monarchie costituzionali, è trascinato inevitabilmente presto o tardi all'immoralità. Vive di menzogne, di norme ideate, di tradizioni diplomatiche vigenti in una piccola frazione di società privilegiata, in guerra quindi più o meno dichiarata coll'altra, non delle inspirazioni che salgono dalla coscienza _collettiva_ a quella dell'_individuo_. E ogni vita artificiale e profondamente immorale esce dal vero e dalla comunione colla umanità, ch'è la via per raggiungerlo. In quelli uomini di governo naturalmente buoni e leali, ma veneratori di formole artificiali architettate a sorreggere un concetto artificiale anch'esso e non desunto dalla natura intima delle cose, s'era fatalmente smarrito quel senso diritto e morale che insegna l'unità della vita, e si commettevano, come _uomini di Stato_, ad atti davanti ai quali si sarebbero ritratti impauriti com'uomini e nulla più. Intanto la loro politica immoralità insegnava immoralità agli inferiori guidandoli a dirsi: _se per utile dello Stato è lecito dissuggellare, violare gli ultimi segreti, sottrarre e trasmettere l'altrui proprietà, perchè nol potremmo noi per l'utile delle nostre famiglie?_ Non v'è forse paese in Europa dove le lettere siano così frequentemente violate come in Inghilterra; e parlando delle lettere contenenti danaro, il direttore delle poste in quel tempo, lord Maberly, diceva _che tanto valeva cacciarle sulla pubblica via quanto affidarle alla posta_. Ma se i più tra gli uomini d'oggi non fossero schiavi d'anima ed educati dalla monarchia a guardare, più che l'uomo, la veste dell'uomo--se rifiutando l'immorale distinzione tra l'uomo _politico_ e il _privato_ e intendendo che al primo, come a quello che si assume una parte educatrice nella nazione corre anzi debito maggiore di scrupolosa onestà, visitassero severamente la colpa--se il dì dopo la menzogna, le sale dei convegni amichevoli si fossero tutte chiuse, come a uomo disonorato, a lord Aberdeen--la lezione sarebbe stata proficua non foss'altro a' suoi successori. Prevalse alla nozione morale il prestigio dell'aristocrazia e dell'alto ufficio; e mentre il paese pur dichiaravasi avverso all'abuso, lasciò che i colpevoli durassero amministratori. Però il segreto delle corrispondenze è oggi come allora, comunque più raramente, violato.
A me intanto quella violazione additò il momento proprio per trattare davanti l'Inghilterra la causa, fin allora negletta, della mia patria e con uno scritto diretto a sir James Graham cominciai quell'apostolato a pro dell'Italia che diede più tardi origine ad associazioni, riunioni pubbliche e interpellanze parlamentari. Lo intitolai: _l'Italia, l'Austria e il Papa_, e lo pubblicai in inglese. Fu poi tradotto nella _Revue indépendante_ di Parigi.
Le prove accumulate in quel libretto a far conoscere lo sgoverno finanziario e amministrativo che pesava sulle provincie italiane soggette all'Austria e al papato sono oggi inutili[44].
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I documenti contenuti in questo volume riguardano un periodo solenne per gloria e sventura, per errori, per insegnamenti e per delusioni. Queste ultime mi riuscirono inaspettate e dolorosissime. Immemori della lunga nostra predicazione e del culto da essi medesimi giurato ai _principî_ come a quelli che soli potevano dar salute all'Italia, i migliori tra i nostri--e parecchi m'erano individualmente amicissimi--al primo apparire d'una _forza_, o d'un fantasma di forza, disertarono la bandiera e si fecero adoratori ciechi del _fatto_. Da pochissimi infuori, temprati non solamente a combattere, ma, avversi i fati, a vivere solitarî nel mondo delle credenze e delle aspirazioni al futuro, il partito si sviò tutto quanto a transizioni, fazioni e concetti di leghe ipocrite e inefficaci tra rappresentanti d'opposti principî che tendevano scambievolmente a deludersi. L'Italia abbandonò allora le tradizioni generose della propria vita per rincatenarsi a quelle che nei secoli XVI e XVII ci vennero dalla incontrastata dominazione straniera e dalla inenarrabile corruttela d'una Chiesa non italiana nè alloramai più cristiana. Machiavelli prevalse a Dante. E i danni e la vergogna di quelle trasformazioni durano tuttavia.
Io potrei--e molti forse lo aspettano da me--scrivere un capitolo di storia che consegnerebbe al giudizio severo dei posteri molte debolezze oggi ignote che diedero cominciamento a quella crisi di dissolvimento morale; molte violazioni di solenni promesse rimaste arcane; molte ingratitudini d'uomini debitori a noi di fama e d'altro e che ci si fecero avversi appena videro schiudersi un'altra via per salire. Ma nol farò. Per cagioni d'affetto patrio, io non potrei dir tutto e di tutti, e anche il vero tornerebbe in certo modo ingiusto ai trascelti. Tacerò dunque; e mi limiterò ad accennare rapidamente la serie dei fatti tanto da porne alcuni, negletti finora o fraintesi, in luce migliore che giovi alla storia del principio nazionale, unico fine del mio lavoro.
Poi, a che pro? Perchè m'occuperei d'individui? Le loro colpe, i loro errori, le loro fiacchezze risalgono a cagioni morali e si ripetono oggi e si ripeteranno in altri negli anni futuri, finchè durano quelle cagioni, sole che importi distruggere. Le generazioni rappresentano, a seconda dalla loro educazione morale, _idee_ o _interessi_: noi possiamo, quand'esse vivono governate dalle prime, antivederne gli atti e calcolarne logicamente, a pro dei nostri disegni, la capacità e la costanza; quand'esse traviano dietro ai secondi, mutabili per circostanze fuggevoli d'ora in ora, ogni logica è muta. La generazione vivente nel 1848 non aveva filosofia, nella sua generalità, se non quella degli _interessi_; interessi personali nei più guasti: interessi di vittoria, di partito, d'odio al nemico, nei migliori. La fede senza calcolo di frutto immediato nell'ideale e nell'avvenire, non era in essa. Noi avevamo sperato sostituirle in un subito l'entusiasmo pel bello e pel grande. E ci eravamo ingannati. La fede è dovere: il dovere esige una sorgente, una nozione superiore all'umanità, Dio. E Dio non era e non è pur troppo nella mente del secolo.
L'Italia era ed è tuttavia--e se s'eccettuino i buoni istinti che incominciano, segnatamente nelle classi operaje delle città, a rivelarsi--appestata di materialismo: materialismo che dalla filosofia meramente analitica e negativa del secolo passato s'infiltrò nella vita pratica, nelle abitudini, nel modo di considerare le cose umane. Le ardite negazioni del secolo XVIII assalivano un dogma inefficace oggimai perchè inferiore all'intelletto dell'umanità; erravano perchè confondevano uno stadio consunto di religione colla vita religiosa del mondo, una _forma_ collo spirito che la riveste a tempo, un periodo di rivelazione coll'eterna rivelazione progressiva di Dio tra gli uomini; ma combattevano non foss'altro nella sfera del pensiero e la vita ritraeva ancora un non so che dell'antica unità. Oggi noi soggiaciamo non ai _principî_, ma alle conseguenze di quel periodo: traduciamo la dottrina negli atti, senza il vigore di battaglia ch'era nella dottrina medesima. Un alito di fervore religioso fremeva tuttora per entro a quella irreligiosa ribellione: gli uomini che abbiuravano il Dio del mondo cristiano inneggiavano con lunghe apostrofi alla Dea Natura, sollevavano sugli altari la Dea Ragione. Tra noi pochi--se pur taluno--s'attenterebbero, richiesti, di rispondere che Dio non è, ma i più non sanno e non curano di sapere ciò che importi Dio nella vita e come tutta una serie di solenni e inevitabili conseguenze derivi da quella prima nozione: facili a oziosamente accettarla a patto d'esiliarla inerte, infeconda, in non so quale angolo del regno delle astrazioni. La legge morale, conseguenza di Dio--la sanzione della legge nella vita futura dell'individuo--il dovere che ne discende a ciascun di noi--il vincolo fra terra e cielo, tra gli atti e la fede--sono cose indifferenti agli uomini d'oggi. L'unità della vita è così smembrata per essi; il nesso tra l'ideale definito dalla religione e il mondo visibile, che deve esserne interprete e rappresentarlo nei diversi rami dell'umana attività, è posto siffattamente in obblio che fu salutata a' dì nostri siccome formola d'alto senno civile la vuota frase _libera Chiesa in libero Stato_. Quella formola vale _legge atea_ e religione falsa o vera, buona o trista non monta; vale progresso nella pratica e immobilità nella teorica, anarchia perenne tra il pensiero e l'azione, intelletto liberamente educato e coscienza serva. Diresti che nessuno intravveda l'unica ragionevole soluzione al problema, la trasformazione della Chiesa sì che armonizzi collo Stato e lo diriga, senza tirannide e progressivamente, sulle vie del bene.
Senza cielo, senza concetto religioso, senza norma che _prescriva_ il dovere e la virtù, prima fra tutte, dal sagrificio, la vita, sfrondata d'ogni eterna speranza per l'individuo e d'ogni fede inconcussa nell'avvenire dell'umanità, rimane in balìa degli istinti, delle passioni, degli interessi, agitata, ondeggiante fra gli uni e gli altri a seconda degli anni e dei casi. I generosi impulsi e la poesia d'un entusiasmo naturalmente fervido quando l'anima vive più spontanea e meno signoreggiata dal mondo esterno, suscitano i giovani a contrasto colla tirannide e li avviano inconsci sulle vie dell'azione. Poi, quando le aspirazioni, le rapide speranze e le illusioni dorate sugli uomini e sulle cose si rompono alla fredda prosaica realtà del presente e le inevitabili delusioni, le persecuzioni, le disfatte aspreggiano a ogni tanto la via, sorge il dubbio, sorge quel senso di stanchezza che persuade l'impossibilità della lotta e dietro a quello s'insinua l'egoismo che tende a godere--dacchè l'immortalità è ignota--quaggiù. E allora, la prima proposta d'un disegno che non rinnega ma dimezza e pospone il programma, è ascoltata; il primo affacciarsi d'una forza appartenente ad altro campo, ma che pur promette adoprarsi contro il nemico, è salutato come un modo d'accostarsi con rischi e sagrificî minori all'intento. L'anima senza una fede sulla quale possa riposare secura e sentirsi potente a procreare fatti quando che sia, si ribellerebbe forse a una diserzione, ma s'arrende agevolmente a transazioni che pur vi conducono. Entrata su quella via di machiavellismo e d'ipocrite concessioni, s'avvela; smarrisce a poco a poco la luce del vero, s'avvezza ad affratellarsi col calcolo e muta più o meno lentamente ma inevitabilmente natura, finchè avvedendosi, tardi e quando è fatta incapace della virtù santa del pentimento s'irrita intollerante del biasimo altrui e s'ostina, per orgoglio e per utile ad un tempo, nel traviamento accettato.
Tale è la storia della generazione che, tra il 1847 e l'anno in cui scrivo, mutò lato e bandiera. E si rifarà fino a che gli uomini si rimarranno diseredati di Dio e d'una fede che insegni il Dovere. Io lo ripeto sovente, perchè so che in questo è la radice d'ogni nostro male. Il popolo d'Italia potrà essere fantasma di nazione, ma non nazione vera, grande, potente a fare, conscia della propria missione e ferma di compierla, se non rieducandosi a religione: religione intendo quale i progressi intellettualmente compiti e le tradizioni, studiate a dovere, del pensiero italiano l'additano.
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Su questa condizione morale, o piuttosto immorale, di cose s'innestò la parte così detta de' _moderati_, composta d'uomini che avevano, come Farini, cospirato con noi e s'erano stancati d'una via sulla quale incontravano a ogni passo pericoli e persecuzioni; d'altri ai quali, come ad Azeglio, era ingenita una avversione aristocratica al popolo e alla democrazia e finalmente d'alcuni timidi angusti intelletti immiseriti fra le tradizioni del piccolo Piemonte e incapaci d'afferrare ogni concetto che non avesse perno in un re, in una corte, in un esercito regolare.