Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 2

Chapter 23,503 wordsPublic domain

Andrò bensì frammezzando agli Scritti alcuni ricordi di cose ch'io vidi e d'uomini ch'io conobbi giovevoli a far meglio intendere il moto Europeo dell'ultimo terzo di secolo, ed anche qualche reminiscenza mia personale ove accenni al perchè degli Scritti e s'immedesimi collo svolgimento dei fatti che assicurano in oggi il trionfo dei due principali elementi dell'era nuova: Popolo e Nazionalità. La mia voce fu spesso voce di molti: eco di pensiero collettivo dei nostri giovani che iniziavano l'avvenire. S'essa ha valore, è quello di documento storico; e ogni cosa che riesca a crescergli evidenza e mostrarne l'intima connessione colle vere tendenze Italiane, può tornar utile quando che sia. Forse interrogando le sorgenti del moto, i miei fratelli di Patria intenderanno più agevolmente e men tardi quali sieno gli errori e i traviamenti dell'oggi.

GIUSEPPE MAZZINI.

NOTE AUTOBIOGRAFICHE.

Una domenica dell'aprile 1821, io passeggiava, giovanetto, con mia madre e un vecchio amico della famiglia, Andrea Gambini, in Genova, nella Strada Nuova. L'insurrezione Piemontese era in quei giorni stata soffocata dal tradimento, dalla fiacchezza dei Capi e dall'Austria. Gli insorti s'affollavano, cercando salute al mare, in Genova, poveri di mezzi, erranti in cerca d'ajuto per recarsi nella Spagna dove la Rivoluzione era tuttavia trionfante. I più erano confinati in Sampierdarena aspettandovi la possibilità dell'imbarco; ma molti si erano introdotti ad uno ad uno nella città, ed io li spiava fra i nostri, indovinandoli ai lineamenti, alle foggie degli abiti, al piglio guerresco, e più al dolore muto, cupo, che avevano sul volto. La popolazione era singolarmente commossa. Taluni fra i più arditi avevano fatto proposta ai Capi, credo Santarosa ed Ansaldi, di concentrarsi tutti nella città, impossessarsene e ordinarvi la resistenza; ma la città dicevano, era militarmente sprovveduta d'ogni difesa, mancavano ai forti le artiglierie, e i Capi avevano ricusato e risposto: _serbatevi a migliori destini_. Non rimaneva che soccorrere di danaro quei poveri e santi precursori dell'avvenire; e i cittadini vi si prestavano liberalmente. Un uomo di sembianze severe ed energiche, bruno, barbuto e con un guardo scintillante che non ho mai dimenticato, s'accostò a un tratto fermandoci: aveva tra le mani un fazzoletto bianco spiegato, e proferì solamente le parole: _pei proscritti d'Italia_. Mia madre e l'amico versarono nel fazzoletto alcune monete; ed egli s'allontanò per ricominciare con altri. Seppi più tardi il suo nome. Era un Rini, capitano nella Guardia Nazionale che s'era, sul cominciar di quel moto, istituita. Partì anch'egli cogli uomini pei quali s'era fatto collettore a quel modo; e credo morisse combattendo, come tanti altri dei nostri, per la libertà della Spagna.

Quel giorno fu il primo in cui s'affacciasse confusamente all'anima mia, non dirò un pensiero di Patria e di Libertà, ma un pensiero che si _poteva_ e quindi si doveva lottare per la libertà della Patria.

Io era già inconsciamente educato al culto dell'Eguaglianza dalle abitudini democratiche dei due miei parenti e dai modi identici che essi usavano col patrizio e col popolano: nell'individuo essi non cercavano evidentemente se non l'_uomo_ e l'_onesto_. E le aspirazioni alla libertà, ingenite nell'animo mio, s'erano alimentate dei ricordi di un periodo recente, quello delle guerre repubblicane francesi, che suonavano spesso sulle labbra di mio padre e dell'amico nominato più sopra; delle Storie di Livio e di Tacito che il mio maestro di Latino mi faceva tradurre; e della lettura di alcuni vecchi giornali da me trovati semi-nascosti dietro ai libri di medicina paterni, fra i quali ricordo alcuni fascicoli della _Chronique du Mois_ pubblicazione girondina dei primi tempi della Rivoluzione di Francia. Ma l'idea che v'era un guasto nel mio paese contro il quale bisognava lottare, l'idea che in quella lotta io avrei potuto far la mia parte, non mi balenò che in quel giorno per non lasciarmi più mai.

L'immagine di quei proscritti, parecchi dei quali mi furono più tardi amici, mi seguiva ovunque nelle mie giornate, mi s'affacciava tra i sogni. Avrei dato non so che per seguirli. Cercai raccoglierne nomi e fatti. Studiai, come meglio potei, la storia del tentativo generoso e le cagioni della disfatta. Erano stati traditi, abbandonati da chi aveva giurato concentrare i loro sforzi all'intento; il nuovo re aveva invocato gli Austriaci: parte delle milizie piemontesi li aveva preceduti in Novara; i capi del moto s'erano lasciati atterrire dal primo scontro e non avevano tentato resistere. Tutte queste nozioni ch'io andava acquistando sommavano a farmi pensare: _potevano_ dunque, se ciascuno avesse fatto il debito suo, vincere; perchè non si ritenterebbe? questa idea s'impossessava più sempre di me, e l'impossibilità d'intravvedere per quali vie si potesse tentare di tradurla in fatti m'anneriva l'anima. Sui banchi dell'Università--v'era allora una Facoltà di Belle Lettere che precedeva di due anni i corsi legali e medici e ammetteva i più giovani--di mezzo alla irrequieta tumultuante vita degli studenti, io era cupo, assorto, come invecchiato anzi tratto. Mi diedi fanciullescamente a vestir sempre di nero; mi pareva di portar il lutto della mia patria. L'Ortis che mi capitò allora fra le mani mi infanatichì: lo imparai a memoria. La cosa andò tanto oltre, che la mia povera madre temeva di un suicidio.

Più dopo quella prima tempesta si racquetò; e diè luogo a men travolti pensieri. L'amicizia ch'io strinsi coi giovani Ruffini--ed era per essi e per la santa madre loro un amore--mi riconciliò alla vita e concesse sfogo alle ardenti passioni che mi fermentavano dentro. Parlando con essi di lettere, di risorgimento intellettuale Italiano, di questioni filosofico-religiose, di piccole associazioni--ch'erano preludî alla grande--da fondarsi per avere di contrabbando libri e giornali vietati, l'anima si rasserenava: intravvedeva possibile, comecchè su piccola scala, l'azione. Un piccolo nucleo di scelti giovani d'intelletto indipendente, anelante a nuove cose, si raggruppava d'intorno a me. Di quel nucleo, la cui memoria dura tuttavia nel mio core come ricordo di una promessa inadempita, nessuno è rimasto a combattere per l'antico programma, da Federico Campanella in fuori, oggi Membro di un Comitato di Provvedimento per Venezia e Roma in Palermo; morti gli uni, disertori gli altri: taluno fedele tuttavia alle idee, ma inattivo. Allora quella plejade fu salute all'anima tormentata. Io non era più solo.

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Ho detto ch'io non intendo scrivere la mia vita, e balzo all'anno 1827. Sul finire, credo, dell'anno anteriore, io aveva scritto le mie prime pagine letterarie, mandandole audacemente all'_Antologia_ di Firenze, che, molto a ragione, non le inserì e ch'io aveva interamente dimenticate, finchè le vidi molti anni dopo inserite, per opera di N. Tommaseo, nel _Subalpino_: versavano su Dante, ch'io dal 1821 al 1827 aveva imparato a venerare, non solamente come poeta, ma come Padre della Nazione.

Nel 1827 fremevano accanite le liti fra _classicisti_ e _romantici_, tra i vecchi fautori d'un dispotismo letterario la cui sorgente risaliva per essi a duemila e più anni addietro e gli uomini che, in nome della propria ispirazione, volevano emanciparsene. Eravamo, noi giovani, romantici tutti. Ma a me pareva che pochissimi, se pur taluno, si fossero addentrati a dovere nelle viscere della questione. I primi, Arcadi di Roma, Accademici della Crusca, professori e pedanti, andavano ostinatamente scrivendo imitazioni fredde, stentate, senza intento, senz'anima, senza vita: i secondi, non dando base alla nuova Letteratura fuorchè la fantasia _individuale_, si sbizzarrivano in leggende dei tempi di mezzo, inni menzogneri alla Vergine, disperazioni metriche non sentite, e in ogni concetto d'un'ora che s'affacciasse alla loro mente intollerante d'ogni tirannide, ma ignara della santità della Legge che governa, come ogni altra cosa, anche l'Arte. E parte di questa Legge è che l'Arte o compendii la vita di un'Epoca che sta conchiudendosi o annunzii la vita di un'Epoca che sta per sorgere. L'Arte non è il capriccio d'uno o d'altro individuo, ma una solenne pagina storica o una profezia: e se armonizza in sè la doppia missione, tocca, come sempre in Dante e talora in Byron, il sommo della potenza. Or, tra noi, l'arte non poteva essere se non profetica. Gli Italiani non avevano da tre secoli _vita_ propria, spontanea, ma esistenza di schiavi immemori che accattavano ogni cosa dallo straniero. L'Arte non poteva dunque rivivere se non ponendo una lapide di maledizione a quei tre secoli e intonando il cantico dell'avvenire. E a riuscirvi bisognava interrogare la vita latente, addormentata, inconscia del popolo, posar la mano sul core pressochè agghiacciato della Nazione e spiarne i rari interrotti palpiti e desumerne riverenti intento e norme agli ingegni. L'ispirazione individuale doveva sorgere con indole propria dalle aspirazioni della vita collettiva italiana, come belli di tinte varie e d'infiorescenza propria sorgono, da un suolo comune a tutti, i fiori, poesia della terra. Ma la vita collettiva d'Italia era incerta, indefinita, senza centro, senza unità d'ideale, senza manifestazione regolare, ordinata. L'arte poteva dunque prorompere a gesti isolati, vulcanici: non rivelarsi progressiva, continua, come la vita vegetale del Nuovo Mondo, dove gli alberi intrecciando ramo a ramo formano l'unità gigantesca della foresta. Senza Patria e Libertà noi potevamo avere forse profeti d'Arte, non Arte. Meglio era dunque consecrare la vita intorno al problema: _avremo noi Patria?_ e tentare direttamente la questione politica. L'Arte Italiana fiorirebbe, se per noi si riuscisse, sulle nostre tombe.

Questi pensieri--che l'ingegno sommo e l'amor del paese devono avere di certo suggerito a Manzoni e che tralucono divinamente nei Cori delle sue tragedie ed altrove, raumiliati poi dalla soverchia mitezza dell'indole e dalla fatale rassegnazione insegnatagli dal Cattolicismo--erano allora pensieri di pochi. Predominava a tutto quel subuglio di letterati non cittadini la falsa dottrina francese dell'_arte per l'arte_. Soli, sul campo della Critica fecondatrice, ne davano indizio nell'_Antologia_ Tommaseo e Montani. In me rinfiammavano l'idea dell'aprile 1821 e determinavano la mia vocazione di rinunziare alla via delle lettere per tentare l'altra più diretta dell'azione politica.

E fu il primo grande mio sacrificio. S'affaccendavano in quel tempo nella mia mente visioni di Drammi e Romanzi Storici senza fine, e fantasie d'Arte che mi sorridevano come imagini di fanciulle carezzevoli a chi vive solo. La tendenza della mia vita era tutt'altra che non quella alla quale mi costrinsero i tempi e la vergogna della nostra abjezione.

La via dell'azione a ogni modo era chiusa: e la questione letteraria mi parve campo ad aprirmela quando che fosse.

Esciva allora in Genova, edito dal tipografo Ponthenier, un giornaletto d'annunzî mercantili; e doveva, in virtù di non so quale prescrizione governativa, limitarsi a quell'angustissima sfera. Era l'_Indicatore Genovese_. Persuasi il librajo ad ammettere annunzî di libri da vendersi, coll'aggiunta di due o tre linee quasi a definirne il soggetto e m'assunsi di scriverle. Fu quello il cominciamento della mia carriera di Critico. A poco a poco gli annunzî impinguarono e diventarono articoli. Il Governo, assonnato allora come il paese, non se ne avvide o non se ne curò. L'_Indicatore_ si trasformò in giornale letterario. Gli articoli estratti da quel giornale, ristampati molti anni dopo tra gli _Scritti d'un Italiano vivente_, in Lugano, e che ricompariranno in questa edizione, non hanno valore intrinseco, ma rivelano l'intento con cui da me e da pochi altri giovani amici si scriveva e s'intendeva la questione del Romanticismo. La controversia letteraria si convertiva in politica: bastava mutare alcune parole per avvedersene. Erano guerricciuole, zuffe di bersaglieri sul limite di due campi. Per noi l'indipendenza in fatto di Letteratura non era se non il primo passo a ben altra indipendenza: una chiamata ai giovani perchè ispirassero la loro alla vita segreta che fermentava giù giù nelle viscere dell'Italia. Sapevamo che tra quelle due vite essi avrebbero incontrato la doppia tirannide straniera e domestica e si sarebbero ribellati dall'una e dall'altra. Il Governo finì per leggere e irritarsi di quella tendenza. E quando, sul finir del primo anno, noi annunziavamo imbaldanziti ai lettori che il Giornale s'ingrandirebbe, un divieto governativo lo spense.

Ma quei lavorucci dettati con impeto giovanile, e il _fine_ ardito che trapelava, m'avevano fruttato un grado qualunque di fama in Genova e conoscenze d'uomini altrove che lavoravano poco dopo con me sulla via più dichiaratamente emancipatrice. Un mio rimprovero a Carlo Botta, storico di tendenze aristocratiche, senz'ombra d'intelletto filosofico, ma il cui stile foggiato talora a gravità tacitiana e lo sdegno alfieriano contro ogni straniero infanatichivano allora la gioventù, mi valse contatto cogli uomini, timidi i più, ma d'animo italiano dell'_Antologia_ di Firenze. E due articoli d'un altro studente, Elia Benza di Portomaurizio, giovine d'alto sentire e di forte ingegno isterilito poi, con mio dolore, dalla soverchia analisi e dai conforti della vita domestica, pel Dramma _I Bianchi e i Neri_, ci diedero a corrispondente il Guerrazzi. Guerrazzi aveva già scritto, non solamente quel Dramma, ma la _Battaglia di Benevento_; e nondimeno, tanta era la separazione tra provincia e provincia d'una stessa terra, il di lui nome era ignoto fra noi: il Dramma, capitatoci a caso, ci aveva, di mezzo a forme bizzarre e a una poesia che rinegava ogni bellezza d'armonia, rivelato un ingegno addolorato, potente e fremente di orgoglio italiano. Io risposi alla di lui lettera, e s'intavolò fra noi un carteggio fraterno allora e pieno d'entusiasmo per promuovere l'avvenire. Quando il Governo Sardo soppresse l'_Indicatore Genovese_, il vincolo tra noi e i giovani Livornesi che facevano corona a Guerrazzi era già stretto di tanto da suggerirci l'idea di continuare la pubblicazione sotto il titolo d'_Indicatore Livornese_ in Livorno.

Era la prima lotta che imprendevamo coi governucci che smembravano la povera Patria, e il senso di quella lotta ci crebbe l'ardire. Le tendenze politiche si rivelarono in quel secondo Giornale nel quale scrittori più assidui eravamo Guerrazzi, Carlo Bini ed io più esplicito e quasi senza velo. Parlammo di Foscolo, al quale, tacendo degli altri meriti, gl'Italiani devono riverenza eterna per avere egli primo cogli atti e gli scritti rinvigorito a fini di Patria il ministero del Letterato--dell'_Esule_, poema di Pietro Giannone, allora proscritto, di fede incorrotta, ch'io imparai più tardi a conoscere ed a stimare--di Giovanni Berchet delle cui poesie, magnifiche d'ira italiana, moltiplicavamo allora noi studenti le copie e che mi toccò di vedere nel 1848 immiserito tra patrizî _moderati_ e cortigiani regî in Milano. Osammo tanto, che l'intormentito Governo Toscano, compito l'anno, c'intimò di cessare. E cessammo. Ma quei due giornali avevano intanto raggruppato un certo numero di giovani potenti di una vita che volea sfogo; avevano toccato efficacemente nell'anime corde che fin allora giacevano mute; avevano--e questo era il più--provato ai giovani che i Governi erano deliberatamente avversi a ogni progresso e che libertà d'intelletto non era possibile se non cadevano.

Tra quell'armeggiare letterario, io non dimenticavo lo scopo mio e andava guardandomi attorno a vedere s'io potessi trovare uomini capaci d'avventurarsi all'impresa. Serpeggiavano tra noi voci vaghe di Carboneria rinata, d'un lavoro segreto comune alla Francia, alla Spagna, all'Italia. Cercai, spiai, interrogai tanto che finalmente un Torre, amico e studente di Legge, mi si rivelò membro della Setta o come dicevano allora dell'_Ordine_ e mi propose l'iniziazione. Accettai.

Io non ammirava gran fatto il simbolismo complesso, i misteri gerarchici e la fede--o piuttosto la mancanza di fede politica--della Carboneria, come i fatti del 1820 e del 1821, da me studiati quanto meglio io poteva in quelli anni, me l'additavano. Ma io era allora impotente a tentare cosa alcuna di mio e mi s'affacciava una congrega d'uomini i quali, inferiori probabilmente al concetto, facevano ad ogni modo una cosa sola del pensiero e dell'azione e sfidando scomuniche e pene di morte, persistevano, distrutta una tela, a rifarne un'altra. E bastava perchè io mi sentissi debito di dar loro il mio nome e l'opera mia. Anch'oggi, canuto, credo che, dopo la virtù di guidare, la più alta sia quella di saper seguire: seguire, intendo, chi guida al bene. I giovani, troppo numerosi in Italia e altrove, che si tengono, per rispetto all'indipendenza dell'_individuo_, segregati da ogni moto collettivo d'associazione o di partito ordinato, sono generalmente quelli che più rapidamente e servilmente soggiacciono a ogni forza ordinata governativa. La riverenza all'Autorità vera e buona, purchè liberamente accettata, è l'arme migliore contro la falsa e usurpata.

Accettai dunque. Fui condotto una sera in una casa presso San Giorgio, dove, salendo all'ultimo piano, trovai chi doveva iniziarmi. Era, come seppi più tardi, un Raimondo Doria, semi-corso; semi-spagnuolo, d'età già inoltrata, di fisionomia non piacente. Mi disse con piglio solenne come la persecuzione governativa e la prudenza necessaria a raggiunger l'intento vietavano le riunioni e come quindi mi si risparmiassero prove, cerimonie e riti simbolici. M'interrogò sulle mie disposizioni ad agire, a eseguire le istruzioni che mi verrebbero via via trasmesse, a sagrificarmi, occorrendo, _per l'Ordine_. Poi mi disse di piegare un ginocchio e, snudato un pugnale, mi recitò e mi fece ripetere la formula di giuramento del _primo grado_, comunicandomi uno o due segni di riconoscimento fraterno, e m'accomiatò. Io era Carbonaro.

Uscendo, tormentai di domande l'amico che m'aspettava, sull'intento, sugli uomini, sul da farsi, ma inutilmente: bisognava ubbidire, tacere e conquistarsi lentamente fiducia. Mi felicitò, dell'avermi le circostanze sottratto a prove tremende e, vedendomi sorridere, mi chiese con piglio severo che cosa avrei fatto se m'avessero, come ad altri, intimato di scaricarmi nell'orecchio una pistola caricata davanti a me. Risposi che avrei ricusato, dichiarando agli iniziatori che, o la carica cadeva, per mezzo d'una valvola interna, nel calcio della pistola ed era farsa indegna d'essi e di me, o rimaneva veramente nella canna ed era assurdo che un uomo chiamato a combattere pel paese cominciasse dallo sparpagliarsi quel po' di cervello che Dio gli aveva dato. Fra me stesso io pensava con sorpresa e sospetto che il giuramento non conteneva se non una formula di obbedienza e non una parola sul _fine_. L'iniziatore non aveva proferito sillaba che accennasse a federalismo o unità, a repubblica o monarchia. Era guerra al Governo, non altro.

La contribuzione colla quale ogni affigliato doveva alimentare la Cassa dell'_Ordine_ consisteva di 25 franchi all'atto della iniziazione e di 5 franchi mensili: contribuzione grave e a me, studente, più che ad ogni altro. Pure mi parea buona cosa. Grave colpa è raccogliere danaro altrui e usarne male; più grave l'esitare davanti a un sacrificio pecuniario quando le probabilità stanno perchè giovi a una buona causa. Oggi gli uomini--ed è uno dei più tristi sintomi che io mi sappia dell'egoismo abbarbicatosi all'anime--argomentano per un franco. E mentre si gettano ogni dì somme ingenti a procacciare a sè stessi conforti non reali, ma artificiali i più, gli uomini che per una impresa come quella di fondar la Patria o di crear libertà dovrebbero far moneta del sangue, lamentano l'impossibilità di sacrifici frequenti, e pongono, anzichè schiuder la borsa, la vita, l'onore, la dignità dell'anima loro o di quella de' loro fratelli a pericolo. I cristiani dei primi secoli versavano sovente a' piedi del sacerdote, a pro dei loro fratelli poveri, tutta quanta la loro ricchezza, non serbandosi che il puro necessario alla vita. Tra noi, è impresa utopistica, gigantesca, quella di trovare tra ventidue milioni d'uomini, che cicalano di libertà, un milione che dia un franco per l'emancipazione del Veneto. I primi avevano _fede_: noi non abbiamo se non _opinioni_.

Ebbi, non molto dopo, l'iniziazione al _secondo grado_ e facoltà d'affigliare. Conobbi due o tre Carbonari, fra gli altri un Passano, antico Console di Francia in Ancona, che dicevano alto dignitario dell'_Ordine_; vecchio, pieno di vita, ma che si pasceva più di piccolo raggiro e d'astuzie che non d'opere tendenti virilmente e logicamente allo scopo. Rimasi nondimeno sempre in una assoluta ignoranza del loro programma o del che facessero; e cominciai a sospettare che nulla facessero. L'Italia non appariva nei loro discorsi che come terra diseredata d'ogni potenza per fare: appendice più che secondaria di altrui. Si professavano cosmopoliti: bel nome se vale libertà per tutti; nondimeno, a ogni leva è necessario, per agire, un punto d'appoggio e quel punto d'appoggio ch'io intravvedeva fin d'allora in Italia, era per essi visibilmente in Parigi. Fervevano allora in Francia le liti d'opposizione, nella Camera e fuori, alla Monarchia di Carlo X, ed essi non sognavano e non parlavano che di Guizot, di Barthe, di Lafayette e dell'_Alta Vendita_ Parigina. Io pensava che avevamo dato noi Italiani l'Istituzione dei Carbonari alla Francia.

Fui richiesto di stendere in francese una specie di _memorandum_, indirizzato a non so chi, in favore della libertà della Spagna e a provare l'_illegalità_ e le tristi conseguenze dell'intervento Borbonico del 1823. Mi strinsi nelle spalle e lo stesi. Poi, giovandomi delle facoltà che m'erano date, mi diedi ad affigliare tra gli studenti. Presentiva il momento in cui, crescendo di numero e formando tra noi un nucleo compatto avremmo potuto infondere un po' di giovine vita in quel corpo invecchiato. Continuavamo intanto, aspettando che si potesse far meglio, la zuffa contro quei che chiamavamo i _Monarchici_ delle Lettere. E scrissi il lungo articolo _d'una Letteratura Europea_, che dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso nell'_Antologia_ di Firenze e troverà luogo in questa edizione. Finalmente, all'appressarsi visibile della tempesta in Francia, i nostri Capi parvero ridestarsi a un'ombra d'attività. E mi fu commesso di partire per la Toscana a impiantarvi la Carboneria. La missione era più grave ch'essi non pensavano. Le abitudini della famiglia, dalle quali io non aveva mai desiderato d'emanciparmi, s'opponevano inappellabilmente alla gita, quindi alla possibilità d'avere i mezzi che erano necessarî. Dopo lunghe esitazioni, risolsi compire a ogni modo l'incarico. Dissi ch'io mi recava per due giorni in Arenzano presso uno studente amico di casa, raggranellai sotto diversi pretesti un po' di danaro dalla buona mia madre, e mi preparai a partire.