Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 19
Son versi di Giovenale, che compendiano ciò che noi dovremmo invocare sempre da Dio, ciò che fece Roma signora e benefattrice del mondo. È più filosofia della vita in quei quattro versi d'un nostro antico che non in cinquanta volumi di quei sofisti che da mezzo secolo inorpellano, traviandoli, con formole d'analisi e nomenclature di facoltà la troppo arrendevole gioventù.
Ricordo un brano di Krasinski, potente scrittore polacco ignoto all'Italia, nel quale Dio dice al poeta: «Va e abbi fede nel nome mio. Non ti calga della tua gloria, ma del bene di quelli ch'io ti confido. Sii tranquillo davanti all'orgoglio, all'oppressione, e al disprezzo degli ingiusti. Essi passeranno, ma il mio pensiero e tu non passerete.... Va e ti sia vita l'azione! Quand'anche il core ti si disseccasse nel petto, quand'anche tu dovessi dubitare de' tuoi fratelli, quand'anche tu disperassi del mio soccorso, vivi nell'azione, nell'azione continua e senza riposo. E tu sopravviverai a tutti i nudriti di vanità, a tutti i felici, a tutti gli illustri; tu risusciterai non nelle sterili illusioni, ma nel lavoro dei secoli, e diventerai uno tra i liberi figli del cielo.»
È poesia bella e vera quant'altra mai. E nondimeno--forse perchè il poeta cattolico, non potè sprigionarsi dalle dottrine date dalla fede cattolica per intento alla vita--spira attraverso a quelle linee un senso di mal represso individualismo, una promessa di premio ch'io vorrei sbandita dall'anima sacra al Bene. Il premio verrà, assegnato da Dio: ma noi non dovremmo preoccuparcene. La religione del futuro dirà al credente: _salva l'anima altrui e lascia cura a Dio della tua_. La fede, che dovrebbe guidarci splende, parmi più pura, nelle poche parole di un altro polacco, Skarga, anche più ignoto di Krasinski, ch'io ho ripetuto sovente a me stesso: «Il ferro ci splende minaccioso sugli occhi: la miseria ci aspetta al di fuori; e nondimeno, il Signore ha detto: _andate, andate senza riposo_. Ma dove andremo noi, o Signore? _Andate a morire voi che dovete morire: andate a soffrire voi che dovete soffrire!_»
Com'io giungessi a farmi giaculatoria di quelle parole--per quali vie di lavoro intellettuale io riuscissi a riconfermarmi nella prima fede e deliberassi di lavorare sino all'ultimo della mia vita, quali pur fossero i patimenti e il biasimo che m'assalirebbero, al _fine_ balenatomi innanzi nelle carceri di Savona, l'Unità Repubblicana della mia Patria--non posso or dirlo nè giova. Io vergai in quei giorni il racconto delle prove interne durate e dei pensieri che mi salvarono, in lunghi frammenti d'un libro foggiato, quanto alla forma, sull'Ortis, ch'io intendeva pubblicare anonimo sotto il titolo di _Reliquie d'un Ignoto_. Portai meco, ricopiato a caratteri minutissimi e in carta sottile, quello scritto a Roma e lo smarrii, non so come, attraversando la Francia al ritorno. Oggi, s'io tentassi riscrivere le mie impressioni d'allora, non riuscirei.
Rinsavii da per me, senza ajuto altrui, mercè una idea religiosa ch'io verificai nella storia. Scesi dalla nozione di Dio a quella del Progresso; da quella del Progresso a un concetto della Vita, alla fede in una missione, alla conseguenza logica del dovere, norma suprema; e giunto a quel punto, giurai a me stesso che nessuna cosa al mondo avrebbe ormai potuto farmi dubitare e sviarmene. Fu, come dice Dante, un viaggio dal martirio alla pace[42]: pace _violenta e disperata_ nol nego, perch'io m'affratellai col dolore e mi ravvolsi in esso, come pellegrino nel suo mantello; pur pace, dacchè imparai a soffrire senza ribellarmi e fui d'allora in poi in tranquilla concordia coll'anima mia. Diedi un lungo tristissimo addio a tutte le gioje, a tutte le speranze di vita individuale per me sulla terra. Scavai colle mie mani la fossa, non agli affetti--Dio m'è testimone ch'io li sento oggi canuto come nei primi giorni della mia giovinezza--ma ai desiderî, alle esigenze, ai conforti ineffabili degli affetti, e calcai la terra su quella fossa, sì ch'altri ignorasse l'io che vi stava sepolto. Per cagioni, parecchie visibili, altre ignote, la mia vita fu, è e durerebbe, s'anche non fosse presso a compirsi, infelice; ma non ho pensato mai, da quei giorni in poi, un istante che l'infelicità dovesse influir sulle azioni. Benedico riverente Dio padre per qualche consolazione d'affetti--non conosco consolazioni da quelle infuori--ch'egli ha voluto, sugli ultimi anni, mandarmi, e v'attingo forza a combattere il tedio dell'esistenza che talora mi si riaffaccia; ma s'anche quelle consolazioni non fossero, credo sarei quale io sono. Splenda il cielo serenamente azzurro come in un bel mattino d'Italia o si stenda uniformemente plumbeo e color di morte come tra le brume del settentrione, non vedo che il Dovere muti per noi. Dio è al disopra del cielo terrestre e le sante stelle della fede e dell'avvenire splendono nell'anima nostra, quand'anche la loro luce si consumi senza riflesso come lampada in sepoltura.--(1862).
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I primi tempi del mio soggiorno in Londra non corsero propizî al lavoro politico. Alla crisi morale durata nella Svizzera sottentrò--conseguenza in parte d'obblighi da me contratti per le cose d'Italia e ai quali io dovea consecrare il denaro destinato alla vita, in parte di danaro speso per altri--una crisi d'assoluta miseria che si prolungò per tutto l'anno 1837 e metà del 1838. Avrei potuto vincerla svelando le mie condizioni: mia madre e mio padre avrebbero trovato lieve ogni sagrifizio per me; ma essi avevano sagrificato già troppo e mi parve debito tacere con essi. Lottai nel silenzio. Impegnai, senza possibilità di riscatto, quanti rari ricordi io aveva avuto da mia madre e da altri; poi gli oggetti minori, finchè un sabato io fui costretto a portare, per vivere la domenica, in una di quelle botteghe, nelle quali s'accalca la sera la gente povera e la perduta, un pajo di stivali e una vecchia giubba. Mi trascinai, mallevadori taluni fra' miei compatrioti, d'una in altra di quelle società d'imprestiti che rubano al bisognoso l'ultima goccia di sangue--e talora l'ultimo pudore dell'anima--sottraendogli il trenta o quaranta per cento su poche lire da restituirsi di settimana in settimana, a ore determinate, in uffici tenuti, fra malviventi e briachi, nei _public houses_ o luoghi di vendita di birra e bevande spiritose. Attraversai a una a una tutte quelle prove che, dure in sè, lo diventano più sempre quando chi le incontra vive solitario, inavvertito, perduto in una immensa moltitudine d'uomini ignoti a lui e in una terra dove la miseria, segnatamente nello straniero, è argomento di diffidenze sovente ingiuste, talora atroci. Io non ne patii più che tanto nè mi sentii un solo istante avvilito o scaduto. Nè ricorderei quelle prove durate. Ma ad altri condannato a durarle e che si crede per esse da meno, può giovare l'esempio mio. Io vorrei che le madri pensassero come nessuno sia, nelle condizioni presenti d'Europa, arbitro della propria fortuna o di quella dei proprî cari, e si convincessero che, educando austeramente e in ogni modo di vita i figli, provvedono forse meglio al loro avvenire, alla loro felicità e all'anima loro che non colmandoli d'agi e conforti e snervandone l'indole che dovrebbe agguerrirsi fin dai primi anni contro le privazioni e gli stenti. Io vidi giovani italiani, chiamati dalla natura alla bella vita, travolgersi miseramente nel delitto o ricovrarsi sdegnosi nel suicidio per prove ch'io varcai sorridendo, e accusati mallevadrici le madri. La mia--benedetta sia la di lei memoria--m'aveva preparato, con quell'amore che pensa all'avvenire possibile, tetragono ad ogni sventura.
Uscito da quelle angustie, mi feci via colle lettere. Conobbi e fui noto. Ammesso a lavorare nelle _Riviste_--taluna delle quali mi retribuiva una lira sterlina per ogni pagina--scrissi quanto era necessario per equilibrare la modesta rendita colle spese maggiori in Inghilterra che non altrove. I più tra quei lavori di critica letteraria sono compresi in questa edizione, e i lettori possono giudicarne i demeriti o i meriti. A me, pei soggetti direttamente italiani o per le frequenti allusioni alle vere condizioni della nostra terra, furono scala a richiamare l'attenzione degli Inglesi sulla nostra questione nazionale interamente negletta, e preparare il terreno a quell'apostolato deliberatamente politico che avviai in Inghilterra dopo il 1845 e che vi fruttò, credo, gran parte delle attuali tendenze a pro della nostra unità.
In Inghilterra, paese dove la lunga libertà educatrice ha generato un'alta coscienza della dignità e del rispetto dell'individuo, le amicizie crescono difficili e lente, ma più che altrove sincere e tenaci. E più che altrove è visibile negli individui quella unità del pensiero e dell'azione ch'è pegno d'ogni vera grandezza. Non so quale tendenza esclusivamente analitica, ingenita nelle tribù anglo-sassoni e fortificata dal protestantismo, insospettisce gli animi d'ogni nuovo e fecondo principio sintetico e indugia la nazione sulle vie del progresso filosofico e sociale; ma in virtù di quella unità della vita alla quale accenno, ogni miglioramento, conquistato una volta che sia, è conquistato per sempre; ogni idea accettata dall'intelletto è certa di trapassare rapidamente nella sfera dei fatti: ogni concetto, anche non accettato è accolto con tolleranza rispettosa, purchè le azioni di chi lo professa ne attestino la sincerità. E le amicizie s'annodano profonde e devote a fatti più che a parole anche tra uomini che dissentono sovr'una o altra questione. Molte delle mie idee sembravano allora talune, sembrano tuttavia, inattendibili o pericolose agli Inglesi; ma la sincerità innegabile di convinzioni immedesimate con me e logicamente rappresentate dalla mia vita, bastò ad affratellarmi parecchie tra le migliori anime di quest'isola. Nè io mai le dimenticherò finch'io viva, nè mai proferirò senza un palpito di core riconoscente il nome di questa terra ov'io scrivo, che mi fu quasi seconda patria e nella quale trovai non fugace conforto d'affetti a una vita affaticata di delusioni e vuota di gioje. Appagherei l'animo mio citando molti nomi di donne e d'uomini, s'io scrivessi ricordi di vita individuale più che di cose connesse col nostro moto politico; ma non posso a meno di segnare in questa mia pagina il nome della famiglia Ashurst, cara, buona e santa famiglia, che mi circondò di cure amorevoli tanto da farmi talora dimenticare--se la memoria de' miei, morti senza avermi allato, lo consentisse--l'esilio.
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Il consorzio d'uomini letterati e lo scrivere intorno al moto intellettuale d'Italia ridestarono in me, in quei primi tempi di soggiorno in Inghilterra, il desiderio lungamente nudrito di crescere più sempre fama ad uno scrittore, al quale più che ad ogni altro, se eccettui l'Alfieri, l'Italia deve quanto ha di virile la sua letteratura degli ultimi sessanta anni. Parlo d'Ugo Foscolo, negletto anch'oggi affettatamente dai professori di lettere, pur maestro di tutti noi, non nelle idee mutate dai tempi, ma nel sentire degnamente e altamente dell'arte, nell'indole ritemprata dello stile e nell'affetto a quel grande nome di patria dimenticato da quanti a' suoi tempi scrivevano--ed erano i più--in nome di principi, d'accademie o di mecenati. Io sapeva che dei molti lavori impresi da lui nell'esilio parecchi erano stati soltanto in parte compiti, altri erano, per la morte che lo colpì povero e abbandonato, andati dispersi. Mi diedi a rintracciar gli uni e gli altri. E dopo lunghe infruttuose ricerche, trovai, oltre diverse lettere a Edgar Taylor--oggi contenute pressochè tutte nell'edizione ch'io pure ajutai, di Lemonnier--quanto egli aveva compito del suo lavoro sul poema di Dante, e in foglietti di prove, due terzi a un dipresso della _Lettera apologetica_ ignota allora intieramente all'Italia. Quest'ultima scoperta fu una vera gioia per me. Quelle pagine, senza titolo o nome dell'autore, stavano cacciate alla rinfusa con altri scritti laceri, e condannati visibilmente a perire, in un angolo d'una stanzuccia del librajo Pickering. Come nessuno fra i tanti Italiani stabiliti in Londra o viaggiatori a diporto andasse in cerca di quelle carte quando tutte potevano senza alcun dubbio ricuperarsi, e toccasse a un altro esule, fra le strette egli pure della miseria, la ventura di restituirne, undici anni dopo la morte di Foscolo, parte non foss'altro al paese, è memoria fra le tante di noncuranza e d'ingratitudine, vizî frequenti nei popoli inserviliti. Ma oggi che gli Italiani millantano d'essere liberi, perchè, a espiar quell'oblìo non sorge una voce che dica: «Invece di mandar doni a principesse che nulla fanno o faranno mai pel paese, e inalzar monumenti a ministri che nocquero ad esso, ponete, in nome della riconoscenza, una pietra che ricordi chi serbò inviolata l'anima propria e la dignità delle lettere italiane, quando tutti o quasi le prostituivano?» Se non che forse, meglio così. L'Italia d'oggi serva atterrita e ipocrita del Nipote, mal potrebbe consolare l'ombra dell'uomo che stette solo giudice inesorabile e incontaminato dell'ambiziosa tirannide dello Zio.
Comunque, rinvenni io quelle carte; e lo dico perchè altri, non so se a caso o a studio, ne tacque. Ma il librajo, ignaro in sulle prime di quel che valessero e sprezzante, poi fatto ingordo dalla mia premura, ricusava cederle s'io non comprava il lavoro sul testo dantesco--e ne chiedeva quattrocento lire sterline. Io era povero e non avrei potuto in quei giorni disporre di quattrocento soldi inglesi. Scrissi a Quirina Magiotti, rara donna e rarissima amica, perchè m'ajutasse a riscattar le reliquie dell'uomo ch'essa aveva amato e stimato più ch'altri nel mondo: e lo fece; ma il librajo insisteva per cedere indivisi i due lavori o nessuno, ed essa non poteva dar tutto. Com'io, dopo molte inutili prove, riuscissi a convincere Pietro Rolandi, librajo italiano in Londra e che m'era amorevole, d'assumersi il versamento di quella somma e per giunta le spese dell'edizione, davvero nol so. Fu miracolo d'una fermissima volontà di riuscire da parte mia sopra un uomo calcolatore, trepido per abitudine e necessità, ma tenero in fondo del core delle glorie del paese più che i librai generalmente non sono.
Altre pagine del prezioso libretto, connesse appunto colle racquistate da me, furono poco dopo trovate in un baule di carte foscoliane sottratto alla dispersione dal canonico Riego, unico che vegliasse, nell'ultima malattia, al letto dell'esule, acquistato poi da Enrico Mayer e altri amici in Livorno, ma non esaminato fino a quei tempi. La scoperta dei frammenti smarriti ridestò in essi tutti un ardore di ricerca che fruttò all'Italia dapprima il volume di scritti politici d'Ugo Foscolo ch'io pubblicai in Lugano, poi l'edizione fiorentina delle opere diretta con intelletto d'amore dall'Orlandini. Manca una vita ch'io m'era assunto di stendere e che pur troppo mi fu vietata dalle circostanze e da cure diverse. Unico avrebbe potuto--e dovuto--scriverla degnamente G. B. Niccolini; ed è morto, e aspetta tuttavia anch'egli la sua.
Ma, l'edizione del Dante Foscoliano mi costò ben altre fatiche. M'offersi, com'era debito mio verso il generoso editore, di dirigere tutto il lavoro e corregger le prove. Ora, strozzato dalla miseria e dalla malattia, Foscolo non aveva compito l'ufficio suo fuorchè per tutta la prima cantica. Il _Purgatorio_ e il _Paradiso_ non consistevano che delle pagine della volgata alle quali stavano appiccicate liste di carta preste a ricevere l'indicazione delle varianti, ma le varianti mancavano e mancava ogni indizio di scelta o di correzione del testo. Rimasi gran tempo in forse s'io non fossi in debito di dichiarare ogni cosa al Rolandi; ma Pickering era inesorabile a vendere tutto o nulla, e il librajo italiano non avrebbe probabilmente consentito a sborsare quella somma per sola una cantica. A me intanto sembrava obbligo sacro verso Foscolo e la letteratura dantesca di non lasciare che andasse perduta la parte di lavoro compita; e parevami di sentirmi capace di compirlo io stesso seguendo le norme additate da Foscolo nella correzione della prima cantica e immedesimandomi col suo metodo, l'unico, secondo me, che riscattando il poema dalla servitù alle influenze di municipio, toscane o friulane non monta, renda ad esso il suo carattere profondamente italiano. Tacqui dunque e impresi io stesso la difficile scelta delle varianti e la correzione ortografica del testo. Feci quel lavoro quanto più coscienziosamente mi fu possibile e tremante d'essere per desiderio di sollecitudine irriverente al genio di Dante e all'ingegno di Foscolo. Consultai religiosamente i due codici ignoti all'Italia di Mazzucchelli e di Roscoe. Per sei mesi il mio letto--dacchè io non aveva che una stanza--fu coperto dalle edizioni del poema attraverso le quali io rintracciava le varie lezioni che la mancanza d'un testo originale, l'ignoranza dei tardi copisti e le borie locali accumularono per secoli su quasi ogni verso. Oggi, credo mio debito dir tutto il vero e separare il mio lavoro da quello di Foscolo[43].--(1863).
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Come le conseguenze logiche della nostra fede mi trascinassero a lavorare non solamente _pel_ popolo, ma _col_ popolo, non occorre ripeterlo. E i pochi popolani d'Italia coi quali, nei casi passati, io aveva avuto contatto mi s'erano mostrati tali e così vergini di calcolo e di basse passioni da confortarmi davvero al lavoro. Ma le opportunità per addentrarmi nello studio di quel prezioso elemento m'erano finora mancate. Londra m'offrì inaspettatamente la prima, e m'affrettai ad afferrarla.
Affiatandomi, sulle vie della vasta città, con taluni di quei giovani che vanno attorno coll'organino, imparai, con vero stupore e dolore profondo, le condizioni di quel traffico, condotto da pochi speculatori, ch'io non saprei additare con altro nome che con quello di _tratta dei bianchi_: vergogna d'Italia, di chi siede a governo e del clero che potrebbe, volendo, impedirlo. Cinque o sei uomini italiani stabiliti in Londra, rotti generalmente ad ogni mal fare e non curanti fuorchè di lucro, si recano di tempo in tempo in Italia. Là, percorrendo i distretti agricoli della Liguria e delle terre parmensi, s'introducono nelle famiglie dei montagnuoli, e dove trovano i giovani figli più numerosi, propongono i più seducenti patti possibili: vitto abbondante, vestire, alloggio salubre, cure paterne al giovine che s'affiderebbe ad essi: una certa somma, dopo trenta mesi, pel ritorno e per compenso dell'opera prestata. E steso un contratto; se non che i poveri montagnuoli non sanno che i contratti stesi sul continente non hanno, se non convalidati dai consoli inglesi, valore alcuno in Inghilterra. Intanto, i giovani raccolti a quel modo seguono lo speculatore a Londra: ivi giunti, si trovano schiavi. Alloggiati, quasi soldati, in una stanza comune, ricevono, i giovani un organino, i fanciulli uno scojattolo o un topo bianco, gli uni e gli altri ingiunzioni di portare, la sera, al padrone una somma determinata. La mattina, hanno, prima d'uscire, una tazza di the con un tozzo di pane; ma il pasto della sera dipende dall'adempimento della condizione: chi non raccoglie, non mangia; e i più giovani sono, per giunta, battuti. Io li vedeva, la sera in inverno, tremanti per freddo e digiuno, chiedenti, quando la giornata era stata--come in quella stagione è sovente--poco proficua, l'elemosina d'un soldo o di mezzo soldo agli affrettati pedoni, onde raggiungere la somma senza la quale non si attentano di tornare a casa. E non basta: l'avidità dei padroni arbitri onnipotenti trae partito dalle infermità, che commovono, quando sono visibili, le buone fantesche inglesi. Taluno di quelli infelici, sospinto sulla strada benchè consunto dal morbo e col pallore della morte sul volto, fu raccolto dagli uomini della polizia e portato allo spedale, dove morì senza proferire parola. A tal altro è ingiunto di fingersi mutolo, ferito in un piede o côlto da convulsioni epilettiche. Costretti da minacce tremende a mentire per conto dei loro tiranni, quei giovani, esciti buoni dalle loro montagne, imparano a mentire e architettare inganni anche per conto proprio, e tornano in patria profondamente corrotti. Spesso, sullo spirare dei trenta mesi, i padroni si giovano d'un pretesto qualunque, d'una lieve infrazione, facilmente provocata, ai patti, per cacciare sulla strada quelli infelici senza pagar loro la somma stipulata colla famiglia, e condannarli al bivio di perire di stenti o vivere d'elemosina e furti.
Una circolare diramata dal governo ai sindaci di comune e ai parrochi, perch'essi, influenti come sono nelle piccole località, illuminassero le famiglie sulle tristi condizioni alle quali, cedendo agli allettamenti de' speculatori, espongono i figli, basterebbe probabilmente a imporre fine al traffico o a moderarlo. La legalizzazione consolare inglese data in Italia ai contratti, e alcune istruzioni mandate agli agenti governativi italiani in Inghilterra perchè vegliassero a proteggere quei meschini, raddolcirebbero a ogni modo la loro sorte. Ma i governi monarchici s'occupano di ben altro. E quanto al clero italiano in Londra, i miei articoli sulla scuola gratuita mostrano abbastanza il come, diseredato omai non solamente di fede ma di carità, intenda la propria missione.
Tentai dunque d'alleviare in altro modo quei mali e istituii a un tempo un'associazione per proteggere quei giovani abbandonati, e una scuola gratuita per illuminarli sui loro doveri e sui loro diritti, onde ripatriando inspirassero migliori consigli ai loro compaesani. Più volte trassi i padroni, rei di violenza, davanti alle corti di giustizia. E il sapersi adocchiati li persuase a meno crudele e meno arbitraria condotta. Ma la scuola ebbe guerra accanita da essi, dai preti della Cappella sarda e dagli agenti politici dei governi d'Italia. Prosperò nondimeno. Fondata il 10 novembre 1841, durò sino al 1848, quando la mia lunga assenza e l'idea che il moto italiano, consolidandosi, aprirebbe tutte le vie all'insegnamento popolare in Italia, determinò quei che meco la dirigevano a chiuderla. In quei sette anni, la scuola diede insegnamento intellettuale e morale a parecchie centinaja di fanciulli e di giovani semibarbari che s'affacciavano sulle prime sospinti da curiosità e quasi paurosi alle modeste stanze del numero 5, Hatton Garden, poi s'addomesticavano a poco a poco conquistati dall'amorevolezza de' maestri, finivano per affratellarsi lietamente e con certo orgoglio di dignità acquistata all'idea di rimpatriare educati, e accorrevano, ponendo giù l'organino, ad assidersi per una mezz'ora, tra le nove e le dieci della sera, sui nostri banchi. Insegnavamo ogni sera leggere, scrivere, aritmetica, un po' di geografia, disegno elementare e d'ornato. La domenica, raccoglievamo gli allievi a un discorso d'un'ora sulla storia patria, sulle vite de' nostri grandi, sulle più importanti nozioni di fisica, sopra ogni cosa che paresse giovevole a secondare e inalzare quelle rozze menti intorpidite dalla miseria e dalla abbietta soggezione ad altri uomini. Quasi ogni domenica per due anni parlai di storia italiana o di astronomia elementare, studio altamente religioso e purificatore dell'anima che, tradotto popolarmente ne' suoi risultati generali, dovrebbe essere tra i primi nell'insegnamento. E da forse cento discorsi sui doveri degli uomini e su punti morali furono recitati da Filippo Pistrucci, improvvisatore noto un tempo all'Italia, e che, creato da me direttore della scuola, s'immedesimò con zelo senza pari colla propria missione.