Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 18
Le prove bastavano per chiarire ogni cosa e somministrare al governo svizzero un'arme potente per respingere le audacie francesi. Diemmo quindi conoscenza di tutto alla polizia. Una istruzione governativa iniziata il 16 agosto fu conchiusa da un documento contenente la confessione di Conseil[41].
E nondimeno, in una Nota del 27 settembre, il duca di Montebello parlava sfrontatamente alla Svizzera il linguaggio della virtù calunniata, parlava di dignità offesa, sospendeva ogni relazione officiale colla Svizzera e minacciava di peggio. Tutta questa galante gentaglia che prende nome di diplomatici, ambasciatori, segretarî di legazione e che rappresenta in Europa le monarchie, vive, move e respira, siccome in proprio elemento, nella menzogna. Gli uomini politici dei nostri giorni si tengono onorati del loro contatto e s'affaccendano a ottenerne un sorriso, una stretta di mano. Io crederei insozzata la mia dalla loro. Il primo tra essi non vale l'onesto operajo che dice ruvidamente il vero e arrossisce se colto in fallo.
Gli uomini che governavano a quel tempo la Svizzera erano opportunisti, machiavellici, _moderati_; immorali quindi e codardi. L'imitazione di quelle che chiamano abitudini e tradizioni _governative_ e non sono se non una deviazione dall'unica morale e logica idea del GOVERNO _rappresentare tra i popoli per mezzo d'un popolo il Vero ed il Giusto_, aveva infiacchito in essi il severo costume e il vigore repubblicano. Invece di rispondere all'ambasciatore: _mentite_ e chiederne il richiamo al governo; invece di dire ai gabinetti stranieri: _voi non avete diritto di giudici in casa nostra; lasciateci in pace_--e certi come pur erano per esperienza che nessuno avrebbe osato di varcare la frontiera e assalirli--risposero sommessamente alle Note, querelandosi d'essere fraintesi, invocando le vecchie alleanze, gli antichi vincoli d'amicizia. I governi, vedendoli tremanti, insolentivano più che mai.
Allora, io diceva agli Svizzeri: «La sicurezza e l'indipendenza della patria sono nelle vostre antiche virtù e nell'onore. I suoi nemici stanno fra quei che tradiscono quelle virtù e contaminano l'onore della bandiera repubblicana piantata sul sepolcro dei loro padri. Che importa il godimento precario d'un diritto d'associazione o di stampa, se la santità di quel diritto v'è ignota, se invece di ravvisare in esso l'applicazione d'un principio universale, frammento della legge di Dio, voi insegnate ai vostri figli a non vedervi che un semplice _fatto_? Che importa la libertà s'essa deve, colla paura nell'anima e la vergogna sulla fronte, trascinarsi, in sembianza di cortigiana avvilita, d'ambasciata in ambasciata, per mendicarvi alla diplomazia monarchica una esistenza d'un giorno? Libertà siffatta non è se non amara derisione; e simile alla ironica leggenda che una mano d'empio inchiodava sulla croce di Cristo, essa forma l'eterna condanna degli uomini che la scrivono sulla bandiera e crocefiggono il Giusto al disotto.
«Sventura agli uomini che, sconoscendo quanto ha di santo l'esilio, calpestando la sacra ospitalità, speculano sull'isolamento del proscritto e pongono una corona di spine sulla testa consecrata dal battesimo dei patimenti e del sagrificio! Sventura al popolo capace d'assistere indifferente a quello spettacolo e senza sentirsi spronato a levare la mano e dire: _quei proscritti sono fratelli che Dio ci manda; rispetto per essi e per noi_! La libertà de' suoi padri si dissolverà come ghiaccio al sole, alla prima difficile prova. Le lagrime provocate dal suo egoismo testimonieranno contr'esso. Esse ne cancelleranno la gloria e il nome. Perchè Cristo disse: _date da mangiare agli affamati e da bere a chi ha sete_. Ma la libertà è il pane dell'anima e l'ospitalità è la rugiada versata da Dio sui buoni, perch'essi la riversino sulle fronti solcate dalla persecuzione.» (_Giov. Svizz._, 2 luglio 1836.)
E il popolo era, come sempre, diverso da' suoi raggiratori e presto a incontrare ogni sagrificio per mantenere intatto l'onore del paese. Il fermento era generale e generale il grido di resistenza. Radunanze patriotiche di diecimila uomini a Reiden, di ventimila a Viediken, ne facevano fede. Ma alle titubanze accennate s'aggiungevano le divisioni inerenti ad ogni federazione e fomentate dalle monarchie, ch'esercitavano influenza sopra un Cantone o sull'altro, la Prussia su Neuchâtel, l'Austria sui tre piccoli Cantoni, la Francia pel contatto dell'ambasciata, su Berna. Di fronte allo scandalo di Conseil e malgrado l'energica opposizione di parecchi fra i deputati, la Dieta ritrattò ogni espressione che nelle Note anteriori avesse sembianza d'accusa o rimprovero al governo francese, e decretò si procedesse più severamente che mai contro gli esuli pericolosi.
Era un aprire il varco all'arbitrio, e fu spinto all'estremo. Non potendo e pur volendo sopprimere il giornale _La Giovine Svizzera_, il governo imprigionò, sotto diversi pretesti, prima il traduttore tedesco, poi il correttore, e dopo lui i compositori tedeschi e francesi, e finalmente taluni fra i collaboratori, cittadini svizzeri, come Weingart e Schïeler: a noi la vita errante e l'impossibilità di comunicazioni regolari coi nostri vietavano di sottentrare con un lavoro periodico. Il giornale fu quindi costretto a cessare sul finire di luglio.
«Un vento gelato del nord»--io diceva in uno degli ultimi articoli, il 18 giugno--«ha soffiato sull'anime. Odo voci ignote a mormorare parole ignote anch'esse finora su questa terra repubblicana: _rompiamo cogli esuli, rannodiamo coi governi: sagrifichiamo ad essi questa mano d'agitatori: proscriviamo i proscritti, e rovesciamo sulle loro teste le colpe delle quali i governi ci accusano_. E si stendono liste di proscrizione, s'imprigionano ad arbitrio gli esuli contro i quali non milita accusa: novanta individui formano una categoria di _sospetti_: hanno ricompensa le denunzie e prezzo le teste. I giornali ridondano di calunnie. Non siamo interrogati nè ammessi ad esame. Segnati quasi capi d'armento, siamo destinati gli uni all'Inghilterra, gli altri all'America. Perchè? In virtù di qual diritto? Per quali scoperte? Quali delitti furono commessi da noi? Su qual codice è fondato il giudizio? Quali testimonianze s'invocano? Quali giustificazioni ci sono chieste? Come nell'antica Venezia, la persecuzione è fondata su denunzie segrete. Le condanne non poggiano sul diritto comune, su leggi note. Non v'è legge per noi. Il nostro presente, il nostro avvenire è dato in balìa al _diritto dello Stato_, a un non so che d'incerto, d'indefinito, a una autorità cieca e sorda come l'Inquisizione di Schiller, senza nome siccome l'Ateo. E non una voce di patriota influente, di legislatore repubblicano, si leva per protestare in nome degli uomini ai quali ogni protesta è vietata, e dire: _i proscritti sono uomini: hanno diritto ad ogni umana giustizia: ogni condanna non fondata sulla legge di tutti è iniqua: ogni giudizio non preceduto da pubblica discussione, e da libera illimitata difesa, è delitto davanti agli uomini e a Dio_. No; non una. Diresti che lo monarchie esiliandoci dalla Patria ci esiliassero dall'Umanità.
«Dall'Umanità? Sì--e Dio sa che il dolore da me provato mentr'io scrivo questo parole non deriva da considerazioni individuali--non ho mai sentita così profondamente com'oggi la verità di quel detto di Lamennais: _Dio versi la pace sul povero esule, perch'egli è, dovunque, solo_.
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«Io scrivo senz'odio e senza amarezza.--Il primo mi fu sempre ignoto. Ma uno sdegno profondo mi solca l'anima, quand'io penso al come si giochi quaggiù sul tappeto d'una Cancelleria la libertà, la dignità, l'onore d'un popolo--quand'io vedo i delegati d'una repubblica ordinare, a benefizio delle polizie monarchiche, _una tratta di bianchi_--quando odo uomini che sono padri, fratelli, sposi, pronunziare spensieratamente, presso alla culla dei loro bambini, il nome d'_America_ per altri uomini che hanno perduto ogni cosa e ai quali unico conforto è forse di poter guardare all'Alpi o al Reno, pensando che la loro patria è al di là. Son essi conscii di quel che fanno? Ricordano che noi pure, proscritti, abbiamo madri, vecchi padri e sorelle? Sanno le conseguenze che quella loro spensierata parola può trascinare per essi e per noi?
«Un giorno, nel 1834, un uomo mi venne innanzi richiedendomi d'ajuto fraterno. Era un proscritto, proscritto da vent'anni, e aveva bevuto a lenti sorsi tutto quanto il calice amaro che l'esilio versa sui poveri e soli. L'avevano sospinto da Berna a Ginevra, da Ginevra in Francia. La Francia lo aveva respinto, perch'ei mancava di carte regolari. Avea ricorso il paese a piedi e trovato un rifugio in Berna dove alcuni Italiani prendevano cura di lui. Fu riconsegnato ai gendarmi e respinto su Ginevra. Là, fu messo in prigione, per avere osato tornarvi, poi scacciato com'uomo senza domicilio legale.--Io lo vidi quand'ei compiva a quel modo il terzo viaggio. Le lagrime gli scendevano giù per le guancie, mentr'ei mi narrava i suoi casi. Commoveva profondamente. Gli intimarono, poco dopo, di partire per l'Inghilterra. E partì, attraversando Svizzera e Francia pedone.
«Quell'uomo era napoletano e si chiamava Carocci. Morì attraversando il mare.
«Sua madre e suo padre vivevano ancora. Aveva fratelli e sorelle. Dio perdoni ai repubblicani che avvelenarono di dolore i loro giorni.»
Nulla d'individuale, come dissi, inspirava le mie lagnanze. Non ho mai tentato, attraverso le persecuzioni alle quali soggiacqui, d'impietosire alcuno per me. Quando un _conclusum_ della Dieta m'intimò l'esilio in perpetuità dalla Svizzera, mi strinsi nelle spalle e rimasi. Rimasi, cercato inutilmente per ogni dove, fino al dicembre di quell'anno, e sarei rimasto indefinitamente se il modo di vita, che ci era comandato dalle circostanze, non avesse seriamente minacciato la salute dei due amici che dividevano meco la persecuzione.
Nel gennajo del 1837, io giunsi in Londra con essi.
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Ma in quelli ultimi mesi, io m'era agguerrito al dolore e fatto davvero tetragono, come dice Dante, ai colpi della fortuna che m'aspettavano. Non ho mai potuto, per non so quale capriccio della mia mente, ricordare le date di fatti anche gravi, spettanti alla mia vita individuale. Ma s'anch'io fossi condannato a vivere secoli, non dimenticherei mai il finir di quell'anno e la tempesta per entro i vortici della quale fu presso a sommergersi l'anima mia. E ne acenno qui riluttante, pensando ai molti che dovranno patire quel ch'io patii e ai quali la voce d'un fratello escito--battuto a sangue, ma ritemprato--dalla burrasca, può forse additare la via di salute.
Fu la tempesta del Dubbio: tempesta inevitabile credo, una volta almeno nella vita d'ognuno che, votandosi ad una grande impresa, serbi core e anima amante e palpiti d'uomo, nè s'intristisca a nuda e arida formola della mente, come Robespierre. Io aveva l'anima traboccante e assetata d'affetti e giovine e capace di gioja come ai giorni confortati dal sorriso materno e fervida di speranze se non per me, per altrui. Ma in quei mesi fatali mi s'addensarono intorno a turbine sciagure, delusioni, disinganni amarissimi, tanto ch'io intravidi in un subito nella scarna sua nudità la vecchiaja dell'anima solitaria e il mondo deserto d'ogni conforto nella battaglia per me. Non era solamente la rovina, per un tempo indefinito, d'ogni speranza italiana, la dispersione dei nostri migliori, la persecuzione che disfacendo il lavoro svizzero ci toglieva anche quel punto vicino all'Italia, l'esaurimento dei mezzi materiali, l'accumularsi d'ogni maniera di difficoltà pressochè insormontabili tra il lavoro iniziato e me; ma il disgregarsi di quell'edifizio morale d'amore e di fede nel quale soltanto io poteva attingere forze a combattere, lo scetticismo ch'io vedea sorgermi innanzi dovunque io guardassi, l'illanguidirsi delle credenze in quei che più s'erano affratellati con me sulla via che sapevamo tutti fin dai primi giorni gremita di triboli, e più ch'altro, la diffidenza ch'io vedeva crescermi intorno ne' miei più cari delle mie intenzioni, delle cagioni che mi sospingevano a una lotta apparentemente ineguale. Poco m'importava anche allora che l'opinione dei più mi corresse avversa. Ma il sentirmi sospettato d'ambizione o d'altro men che nobile impulso dai due o tre esseri sui quali io aveva concentrato tutta la mia potenza d'affetto, mi prostrava l'anima in un senso di profonda disperazione. Or questo mi fu rivelato in quei mesi appunto nei quali, assalito da tutte parti io sentiva più prepotente il bisogno di ricoverarmi nella comunione di poche anime sorelle che m'intendessero anche tacente; che indovinassero ciò ch'io, rinunziando deliberatamente a ogni gioja di vita, soffriva; e soffrissero, sorridendo, con me. Senza scendere a particolari, dico che quelle anime si ritrassero allora da me.
Quand'io mi sentii solo nel mondo--solo, fuorchè colla povera mia madre, lontana e infelice essa pure per me--m'arretrai atterrito davanti al vuoto. Allora, in quel deserto, mi s'affacciò il Dubbio. Forse io errava e il mondo aveva ragione. Forse l'idea ch'io seguiva era un sogno. E fors'io non seguiva _una_ idea, ma la _mia_ idea, l'orgoglio del _mio_ concetto, il desiderio della vittoria, più che l'intento della vittoria l'egoismo della mente e i freddi calcoli d'un intelletto ambizioso, inaridendo il core e rinegando gli innocenti spontanei suoi moti che accennavano soltanto a una carità praticata modestamente in un piccolo cerchio, a una felicità versata su poche teste e divisa, a doveri immediati e di facile compimento. Il giorno in cui quei dubbi mi solcarono l'anima, io mi sentii non solamente supremamente e inesprimibilmente infelice, ma come un condannato conscio di colpa e incapace d'espiazione. I fucilati d'Alessandria, di Genova, di Chambery, mi sorsero innanzi come fantasmi di delitto e rimorso pur troppo sterile. Io non potea farli rivivere. Quante madri aveva già pianto per me! Quante piangerebbero ancora s'io m'ostinassi nel tentativo di risuscitare a forti fatti, al bisogno d'una Patria comune, la gioventù dell'Italia? E se questa Patria non fosse che una illusione? Se l'Italia esaurita da due Epoche di civiltà, fosse oggimai condannata dalla Provvidenza a giacere senza nome e missione propria aggiogata a nazioni più giovani e rigogliose di vita? D'onde traeva io il diritto di decidere sull'avvenire e trascinare centinaja, migliaja d'uomini al sagrifizio di sè e d'ogni cosa più cara?
Non m'allungherò gran fatto ad anatomizzare le conseguenze di questi dubbi su me: dirò soltanto ch'io patii tanto da toccare i confini della follìa. Io balzava la notte dai sonni e correva quasi deliro alla mia finestra chiamato, com'io credeva, dalla voce di Jacopo Ruffini. Talora, mi sentiva come sospinto da una forza arcana a visitare, tremante, la stanza vicina, nell'idea ch'io v'avrei trovato persona allora prigioniera o cento miglia lontana. Il menomo incidente, un suono, un accento, mi costringeva alle lagrime. La natura, coperta di neve com'era nei dintorni di Grenchen, mi pareva ravvolta in un lenzuolo di morte sotto il quale m'invitava a giacere. I volti della gente che mi toccava vedere mi sembravano atteggiarsi, mentre mi guardavano, a pietà, più spesso a rimprovero. Io sentiva disseccarsi entro me ogni sorgente di vita. L'anima incadaveriva. Per poco che quella condizione di mente si fosse protratta, io insaniva davvero o moriva travolto nell'egoismo del suicidio.
Mentr'io m'agitava e presso a soccombere sotto quella croce, un amico, a poco stanze da me, rispondeva a una fanciulla che, insospettita del mio stato, lo esortava a rompere la mia solitudine: _lasciatelo, ei sta cospirando e in quel suo elemento è felice_. Ah! come poco indovinano gli uomini le condizioni dell'anima altrui, se non la illuminano--ed è raro--coi getti d'un amore profondo!
Un giorno, io mi destai coll'animo tranquillo, coll'intelletto rasserenato, come chi si sente salvo da un pericolo estremo. Il primo destarmi fu sempre momento di cupa tristezza per me, come di chi sa di riaffacciarsi a una esistenza più di dolori che d'altro: e in quei mesi mi compendiava in un subito tutte le ormai insopportabili lotte che avrei dovuto affrontare nella giornata. Ma quel mattino, la natura pareva sorridermi consolatrice e la luce rinfrescarmi, quasi benedizione, la vita nelle stanche vene. E il primo pensiero che mi balenò innanzi alla mente fu: _questa tua è una tentazione dell'egoismo: tu fraintendi la Vita_.
Riesaminai pacatamente, poi ch'io lo poteva, me stesso e le cose. Rifeci da capo l'intero edifizio della mia filosofia morale. Una definizione della Vita dominava infatti tutte le questioni che m'avevano suscitato dentro quell'uragano di dubbî e terrori, come una definizione della Vita è base prima, riconosciuta o no, d'ogni filosofia. L'antica religione dell'India aveva definito la Vita: _contemplazione_; e quindi l'inerzia, l'immobilità, il sommergersi in Dio delle famiglie Ariane. Il Cristianesimo l'avea definita _espiazione_: e quindi le sciagure terrestri considerate come prova da accettarsi rassegnatamente, lietamente, senza pur cercar di combatterle; la terra, guardata come soggiorno di pena; l'emancipazione dell'anima conquistata col disprezzo indifferente alle umane vicende. Il materialismo del XVIII secolo avea, retrocedendo di duemila anni, ripetuto la definizione pagana: _la Vita è la ricerca del benessere_; e quindi l'egoismo insinuatosi in noi tutti sotto le più pompose sembianze, l'esoso spettacolo d'intere classi che dopo aver dichiarato di voler combattere per il benessere di _tutti_, raggiunto il proprio, sostavano abbandonando i loro alleati, e l'incostanza nelle più generose passioni, i subiti mutamenti quando i danni della lotta pel bene superavano le speranze, i subiti sconforti nell'avversità, gli interessi materiali anteposti ai principî e altre molte tristissime conseguenze che durano tuttavia. M'avvidi che, comunque tutte le tendenze dell'anima mia si ribellassero a quella ignobile e funesta definizione, io non m'era tuttavia liberato radicalmente dalla sua influenza predominante sul secolo e nutrita tacitamente in me dai ricordi inconscî delle prime letture francesi, dall'ammirazione all'audacia emancipatrice dei predicatori di quella dottrina e da un naturale senso d'opposizione a caste e governi che negavano nelle moltitudini il diritto al benessere per mantenerle prostrate e schiave. Io avea combattuto il nemico in altrui, non abbastanza in me stesso. Quel falso concetto della Vita s'era spogliato, a sedurmi, d'ogni bassa impronta di desiderî materiali e s'era riconcentrato, come in santuario inviolabile, negli affetti. Io avrei dovuto guardare in essi come in benedizione di Dio accolta con riconoscenza qualunque volta scende a illuminare e incalorire la vita, non richiesta con esigenza a guisa di diritto o di premio; e aveva invece fatto d'essi una condizione al compimento dei miei doveri. Io non avea saputo raggiungere l'ideale dell'amore, l'amore senza speranza quaggiù. Io adorava dunque, non l'amore, ma le gioje dell'amore. Allo sparire di quelle gioje, io avea disperato d'ogni cosa, come se il piacere e il dolore côlti fra via mutassero il _fine_ ch'io m'era proposto raggiungere, come se la pioggia o il sereno del cielo potessero mai mutare l'intento o la necessità del viaggio. Io rinegava la mia fede nell'immortalità della vita e nella serie delle esistenze che mutano i patimenti in disagi di chi sale un'erta faticosa in cima alla quale sta il bene, e sviluppano, inanellandosi, ciò che qui sulla terra non è se non germe e promessa: negava il Sole, perch'io non poteva, in questo breve stadio terrestre, accendere alle sue fiamme la mia povera lampada. Io era codardo senza avvedermene. Serviva all'egoismo pure illudendomi ad esserne immune, soltanto perch'io lo trasportava in una sfera meno volgare e levata più in alto che non quelle nelle quali lo adorano i più.
La Vita è Missione. Ogni altra definizione è falsa e travia chi l'accetta. Religione, Scienza, Filosofia, disgiunte ancora su molti punti, concordano oggimai in quest'uno: che ogni esistenza è un _fine_: dove no, a che il moto? a che il Progresso, nel quale cominciamo tutti, a credere come in Legge della Vita? E quel _fine_ è uno: svolgere, porre in atto tutte quante le facoltà che costituiscono la natura umana, l'_umanità_, e dormono in essa, e far sì che convergano armonizzate verso la scoperta e l'applicazione pratica della Legge. Ma gli individui hanno, a seconda del tempo e dello spazio in cui vivono e della somma di facoltà date a ciascuno, _fini_ secondarî diversi, tutti sulla direzione di quell'uno, tutti tendenti a svolgere e associare più sempre le facoltà collettive e le forze. Per l'uno è giovare al miglioramento morale e intellettuale dei pochi che gli vivono intorno; per un altro, dotato di facoltà più potenti o collocato in più favorevoli circostanze, è promovere la formazione d'una Nazionalità, la riforma delle condizioni sociali in un popolo, lo scioglimento d'una questione politica o religiosa. Il nostro Dante intendeva questo più di cinque secoli addietro, quand'ei parlava del _gran Mare dell'Essere_, sul quale tutte le esistenze erano portate dalla virtù divina _a diversi porti_. Noi siamo giovani ancora di scienza e virtù, e una incertezza tremenda pende tuttavia sulla determinazione dei _fini_ singolari, verso i quali dobbiamo dirigerci. Basti nondimeno la certezza logica della loro esistenza; e basti il sapere che parte di ciascun di noi, perchè la vita sia tale e non pura esistenza vegetativa o animale, è il trasformare più o meno, o tentare di trasformare, negli anni che ci sono dati sulla terra, l'elemento, il _mezzo_, nel quale viviamo, verso quell'unico fine.
La Vita è Missione; e quindi il Dovere è la sua legge suprema. Nell'intendere quella missione e nel compiere quel dovere sta per noi il mezzo d'ogni progresso futuro, sta il segreto dello stadio di vita al quale, dopo questa umana, saremo iniziati. La Vita è immortale: ma il modo e il tempo delle evoluzioni attraverso le quali essa progredirà è in nostre mani. Ciascuno di noi deve purificare, come tempio, la propria anima d'ogni egoismo, collocarsi di fronte, con un senso religioso dell'importanza decisiva della ricerca, al problema della propria vita, studiare qual sia il più rilevante, il più urgente bisogno degli uomini che gli stanno intorno, poi interrogare le proprie facoltà e adoperarle risolutamente, incessantemente, col pensiero, coll'azione, per tutte le vie che gli sono possibili, al soddisfacimento di quel bisogno. E quell'esame non è da imprendersi coll'analisi che non può mai rivelar la vita ed è impotente a ogni cosa se non quando è ministra a una sintesi predominante, ma ascoltando le voci del proprio core, concentrando a getto sul punto dato tutte le facoltà della mente, coll'intuizione insomma dell'anima amante compresa della solennità della vita. Quando l'anima vostra, o giovani fratelli miei, ha intravveduto la propria missione, seguitela e nulla v'arresti: seguitela fin dove le vostre forze vi danno: seguitela accolti dai vostri contemporanei o fraintesi, benedetti d'amore o visitati dall'odio, forti d'associazione con altri o nella tristissima solitudine che si stende quasi sempre intorno ai Martiri del Pensiero. La via v'è dimostra: siete codardi e tradite il vostro futuro, se non sapete, per delusioni o sciagure, correrla intera.
_Fortem posce animum, mortis terrore carentem, Qui spatium vitæ extremum inter munera ponat Naturæ, qui ferre queat quoscumque labores, Nesciat irasci, cupiat nihil_. . . . . . . . .