Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 17
«La rigenerazione d'Italia non può compirsi per fatto altrui. La rigenerazione esige una fede: la fede vuole opere: e le opere devono essere sue, non imitazione dell'opere altrui. E d'altra parte, come può mettersi amore in una libertà non conquistata con sagrifici? Come può esistere libertà forte e durevole dove non è dignità d'individui e di popolo? E come può esistere dignità d'uomini o popoli dove la libertà porta sulla fronte il segno del benefizio altrui? L'azione crea l'azione. Un solo fatto d'iniziativa è più fecondo di progresso morale a un popolo decaduto, che non dieci insurrezioni determinate da una azione esterna o da mene di diplomazia.
«Cerco diffondere, per tutte le vie possibili, la mia credenza. Incontro ostacoli gravi, ma non mi sconforto. Da parecchi anni ho rinunziato a quanto versa un'ombra, non foss'altro, di felicità sulla vita terrestre. Lontano da mia madre, dalle mie sorelle, da quanto m'è caro, perduto nelle prigioni il migliore amico de' miei primi anni giovanili, e per altre cagioni note a me solo, ho disperato della vita dell'individuo, e detto a me stesso: _tu morrai perseguitato e frainteso a mezzo la via._ Ma non avrei di certo trovato in me forza per vincere la tempesta e rassegnarmi, se questa grande idea della rigenerazione italiana compita con forze proprie non m'avesse dato il battesimo d'una fede. Distruggetela; e per che o per chi lotterei? A che affaticarci, se l'Italia non può sorgere che dopo una grande insurrezione francese?
«Io ho provato, Signore, un profondo dolore, quando, dopo d'avere pianto e sorriso sugli ultimi versi del vostro capo XVIII--e detto a me stesso: _ecco l'uomo che c'intenderà_--e scritto a voi l'animo mio coll'entusiasmo e colla franchezza d'una fiducia senza confini--ho udito dal vostro labbro, invece della confortatrice parola ch'io sperava mandereste ai miei fratelli di patria, il freddo consiglio che m'è toccato d'intender più volte dai diplomatici e dai falsi profeti: _rimanetevi inerti e aspettate; forse, la libertà vi verrà dal nord, forse, dall'ovest della Germania o dalla Penisola Iberica_. Ma io lessi nelle vostre pagine inspirate, che la libertà splenderebbe su noi, quando ciascuno di noi avrà detto a sè stesso: _voglio_ esser libero; quando per diventarlo ciascuno di noi sarà pronto a sacrificare e soffrire ogni cosa. Dirò io che noi non _siamo_ finora pronti a sacrificare e patire quanto dovremmo? Lo so; ma perchè oggi ancora l'anima nostra è ravviluppata di dubbio, non avremo certezza mai? Perchè la fede or ci manca, dobbiamo disperare dell'avvenire? Io non vi chiedeva di darci il segnale della battaglia: vi chiedeva per l'Italia ciò che avete dato alla Polonia, un commento al consiglio che ho citato dal vostro libro. Rimproverateci, come profeta, i nostri vizî, la nostra fiacchezza, le nostre divisioni, la nostra mancanza d'ardire; ma diteci a un tempo: _il giorno in cui vi sarete fatti migliori e fratelli tutti, sarà il giorno della vostra emancipazione. Quando vorrete davvero, voi non dovrete più temere i vostri nemici nè esigere, per vincere, cosa alcuna dai vostri amici._
«Addio, Signore. Credete alla mia immensa stima. Senz'essa io non avrei osato parlarvi, aperto il mio cuore.
«GIUSEPPE MAZZINI.»
Negli ultimi mesi del 1834 impiantai l'Associazione della _Giovine Svizzera_: e s'ordinarono Comitati nel Bernese, nei Cantoni di Ginevra e di Vaud, nel Vallese, nel Cantone di Neufchâtel e altrove.
La Svizzera era ed è paese importante non solamente per sè ma e segnatamente per l'Italia. Dal 1.º gennajo 1338 quel piccolo popolo non ha padrone nè re. Per esso, da oltre a cinque secoli, unica in Europa, ricinta di monarchie gelose e conquistatrici, una bandiera repubblicana splende, quasi incitamento e presagio a noi tutti, sull'alto della regione Alpina. Carlo V, Luigi XIV, Napoleone passarono: quella bandiera rimase immobile e sacra. È in quel fatto una promessa di vita, un pegno di Nazionalità non destinata, com'altri pensa, a sparire. I trentatrè pastori del Grütli che, eguali tutti e rappresentanti popolazioni sorelle, inalzarono, oltre a cinque secoli addietro, contro la dominazione di casa d'Austria, quella bandiera, furono di certo interpreti, allora inconsci, d'un programma che Dio, segnando col dito la gigantesca curva dell'Alpi, affidava alla forte razza disseminata, quasi a difenderle, alle loro falde. Lungo quell'Alpi si stende una fratellanza di tradizioni popolari, di leggende, d'abitudini indipendenti e di costumanze che accenna a una missione speciale. Nel riparto territoriale futuro d'Europa, la Confederazione Elvetica dovrebbe trasformarsi in Federazione dell'Alpi, e affratellandosi da un lato la Savoja, dall'altro il Tirolo Tedesco e possibilmente altre terre, stendere una zona di difesa tra Francia, Germania e l'Alpi Elvetiche e nostre. È l'idea ch'io cercai di diffondere e che, dovrebbe, parmi, dirigere quanti guardano con ingegno severo all'avvenire delle Nazioni. Oggi, gli uomini della monarchia l'hanno fatta, cedendo la Savoja alla Francia, retrocedere d'un passo. Nondimeno chi sa gli eventi tenuti in serbo dalla crisi trasformatrice che i tempi inevitabilmente e rapidamente maturano?
Ma quando si fondava la Giovine Svizzera, la Nazione conservatrice in Europa della forma repubblicana, era infiacchita, anneghittita dal difetto di coesione interna, e quindi da un senso di debolezza servile che la condannava, verso l'Europa dei re, a una politica ignominiosa e suicida di concessioni, della quale dovevamo non molto dopo sperimentare gli effetti. Lasciando da banda le cause morali che intiepidendo negli animi ogni fede collettiva e il concetto del Dovere che ha base in essa, li sospinge oggi su tutta quanta l'Europa a ravvilupparsi più o meno in un manto d'indifferenza atea fra il bene e il male, quel senso di debolezza era conseguenza diretta del vizio fondamentale mantenuto ostinatamente nella Costituzione Svizzera; la mancanza di Rappresentanza della Nazione.
Il concetto d'una Repubblica Federativa racchiude l'idea d'una doppia serie di doveri e diritti: la prima spettante a _ciascuno_ degli Stati che formano la Federazione; la seconda, all'_insieme_: la prima destinata a circoscrivere e definire la sfera d'attività degli individui, come cittadini dei diversi Stati, l'interesse _locale_; la seconda destinata a definire quella degli stessi individui come cittadini dell'intera Nazione, l'interesse _generale_: la prima determinata dai delegati di _ciascuno_ degli Stati componenti la Federazione; la seconda determinata dai delegati di _tutto_ il paese. Or, nella Svizzera, questo concetto è violato. Gli Stati o Cantoni sono rappresentati, governati da autorità che più o meno direttamente, più o meno democraticamente, emanano dal popolo dei Cantoni: la Dieta, o Governo centrale, è composta dei delegati di _ciascun_ Cantone scelti dai grandi Consigli dei Cantoni medesimi; la Svizzera non ha quindi rappresentanti proprî, e il Potere Nazionale non è che un secondo esercizio della Sovranità Cantonale. In questa Dieta scelta sotto l'inspirazione degli interessi locali, ogni Cantone, qualunque ne sia l'importanza, l'estensione, la popolazione--e sebbene gli oneri ne siano determinati dal numero de' suoi abitanti--ha un voto. Un voto è dato a Zurigo che, popolato di circa 225,000 abitanti, versa nell'esercito federale un contingente di circa 4,000 uomini e nell'erario tra i settanta e gli ottanta mila franchi: un voto a Zug che ha da 14,000 abitanti e contribuisce di 250 soldati e di 2,500 franchi al paese. Un voto rappresenta i 355,000 abitanti di Berna e i 13,000 d'Uri. Ove i piccoli Cantoni s'uniscano in un intento, una minoranza di mezzo milione o poco più tiene fronte a una maggioranza di due milioni incirca di Svizzeri. E quasi a evitare la possibilità che una inspirazione nazionale sorga efficacemente nel core d'uno o d'altro Delegato, un mandato _imperativo_ cancella in lui ogni spontaneità di coscienza. I rappresentanti sono vincolati da istruzioni precise date dai grandi Consigli Cantonali, e le questioni, comunque urgenti, che sorgono inaspettate, non possono sciogliersi se non interrogando nuovamente quelle sorgenti d'autorità.
Mercè condizione siffatta di cose, i Gabinetti stranieri riescono facilmente dominatori sulla mal connessa Confederazione. Essi mal potrebbero tentare d'atterrire o corrompere un popolo di due milioni e mezzo di repubblicani; ma possono, indirizzandosi separatamente ai piccoli Cantoni, giovandosi delle loro tendenze aristocratiche e della loro ignoranza, o accarezzando di speranze e di piccole concessioni un Cantone a danno dell'altro, conquistarsi una minoranza _legalmente_ potente a equilibrare le tendenze della maggioranza del popolo. E quelle seduzioni alternate colla minaccia perenne e temuta a torto dalla Svizzera di ridurre a nulla quella mallevadoria di _neutralità_ che crea non securità ma dipendenza al paese, riescono a perpetuare nella Confederazione una debolezza che ordinamenti migliori cancellerebbero. L'assetto pubblico non tende, come dovrebbe, a porre in armonia verso un _fine_ comune le esistenze Cantonali, ma soltanto a proteggerne la quasi assoluta indipendenza. L'autorità Federale manca di relazione diretta coi cittadini, e di forza per costringere i violatori de' suoi Decreti. Il sistema aristocratico, assurdo, di rappresentanza mantiene un principio funesto d'ineguaglianza nel core della Nazione, e semina rancori e gelosia tra Cantone e Cantone. La Confederazione non ha coscienza d'unità Nazionale. I Cantoni si toccano, non s'associano. Il diritto civile, la legislazione penale, la fede politica, si mantengono troppo diversi. E se non fosse il vigore che spetta naturalmente all'istituzione repubblicana, la Svizzera, mercè l'arti dei Governi che la circondano, sarebbe da lungo caduta nell'anarchia o nell'agonia lenta e disonorevole dell'impotenza.
Ho accennato queste cose per rendere ragione a un tempo dell'intento e del diritto della _Giovine Svizzera_. Congiurare per congiurare fu in passato vezzo di molti, non mio. Frammischiarsi deliberatamente nelle faccende interne d'una Nazione straniera è materia grave e pericolosa. Ma quando un vizio politico genera conseguenze Europee come le capitolazioni militari a servizio del dispotismo, concessioni ecclesiastiche a Roma papale, potenza all'ordine de' Gesuiti e violazioni perenni del Diritto d'Asilo, ogni uomo che crede potersi inframmettere utilmente a combatterlo, deve farlo. La libertà è diritto Europeo. L'arbitrio, la tirannide, l'ineguaglianza non possono esistere in una Nazione senza nuocere alle altre. I Governi lo sanno, ed è tempo che noi lo impariamo.
La _Giovine Svizzera_ ebbe missione di combattere i vizî accennati; e se l'una o l'altra delle loro conseguenze sparì o è presso a sparire l'apostolato fondato da noi non v'ebbe parte.
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Lo scritto _dell'Iniziativa rivoluzionaria in Europa_[39], steso sul finire del 1834, fu inserito nella _Revue Républicaine_, del gennajo 1835. Diretta da Godefroy, Cavaignac e Dupont, quella Rivista parigina rappresentava le opinioni della parte repubblicana ordinata sul terreno dell'azione nella Società dei _Diritti dell'uomo_. La questione Europea v'era di tempo in tempo tentata con aspirazioni generose, ma governate sempre dall'idea che alla Francia spettasse, quasi per decreto di Provvidenza, l'_iniziativa_ del Progresso in Europa. E questa idea, filosoficamente e storicamente falsa e funestissima alla vera morale emancipazione dei popoli, avversava ostinatamente su tutti i punti, e segnatamente nella Svizzera dove l'_Alta Vendita_ di Buonarroti aveva tuttavia molti seguaci, il nostro lavoro. Io la combatteva con frequenti circolari diramate segretamente, suprema formola delle quali erano le parole: _nè Uomo-re nè Popolo-re_. Ma richiesto di qualche lavoro dagli Editori della _Revue_, stimai opportuno di trattare apertamente la questione. La Storia degli anni che seguirono confermò le mie idee; ma allora le apparenze mi stavano contro: il Partito repubblicano era potente per numero, audacia, intelletto e virtù, nella Francia del 1834, e i popoli guardavano tutti riverenti in Parigi come unico centro di speranze e di vita (1862).
Fondai nel giugno del 1835 un giornale destinato a estendere l'Associazione e le sue idee nella Svizzera. Esciva due volte la settimana, su due colonne, francese l'una, tedesca l'altra.
Avevamo fatto acquisto d'una stamperia in Bienna, nel Cantone di Berna. Il professore Weingart, svizzero, dirigeva lo Stabilimento, nel quale allogammo operai profughi, tedeschi e francesi. E una Commissione d'uomini svizzeri, taluni, come Schneider, membri del Gran Consiglio, somministrava i mezzi e additava e confermava i lavori. Pubblicavamo, oltre il giornale, opuscoli politici e una Biblioteca popolare economica.
Il giornale, che portava il nome dell'Associazione e la formola: _Libertà, Eguaglianza, Umanità_, era diretto da me; ma, poi ch'io doveva starmi pur sempre semi-celato, Direttore visibile era un Granier, estensore in capo un tempo della _Glaneuse_ in Lione e che l'insurrezione repressa aveva balestrato fra noi. Traduttore tedesco era un Mathy, giovine assai capace e fervido allora d'entusiasmo per la nostra fede, più dopo, poi ch'ei ripatriò, mutato, come dicono, in _conservatore_.
Tendevamo a formare una scuola e a richiamare la politica dalle gare meschine delle fazioni e dal culto esclusivo degli interessi materiali agli alti principî di moralità religiosa senza i quali i mutamenti non durano o volgono a liti d'individui o sette anelanti il potere. E il nostro linguaggio era pacifico, grave, filosofico, inusitato nella polemica giornaliera d'allora. Nondimeno, e appunto perchè nuovo, fruttò corrispondenti ed amici in tutti i Cantoni: pochi ma buoni, come diceva Manzoni dei versi del Torti. Erano giovani stanchi di scetticismo ribelle e di negazioni, ministri protestanti che c'interrogavano sul carattere religioso della nostra dottrina di Progresso, madri che avevano fino a quel giorno raccomandato ai figli di tenersi lontani dal subuglio, sterile fuorchè d'ire e pericoli dei Partiti e che intravvedevano, leggendoci, un Dovere d'amore e di Verità da compirsi e insegnarsi. Sei mesi dopo il primo numero della _Jeune Suisse_ noi ci trovammo, comunque assaliti rabbiosamente dai materialisti della vecchia scuola economica come Fazy e altri simili a lui, a capo d'un numero di Svizzeri affratellati all'apostolato Italiano e presti ad opere attive per avviare la loro Patria all'intelletto della missione che Dio le assegnava.
Scrissi in quel giornale da cinquanta a sessanta articoli d'argomento Svizzero o intorno alla questione Europea[40]. Le più tra le idee ch'io v'espressi furono più dopo da me trasfuse in altri scritti.
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Gli scritti che s'andavano via via stampando da Tedeschi e Svizzeri affratellati con noi, e il giornale, e più l'importanza che l'apostolato italiano conquistava visibilmente in una terra strategicamente pericolosa, indifferente fino allora al moto europeo, davano intanto pretesto e cominciamento a una persecuzione assai più accanita della prima. Finchè l'agitazione repubblicana si concentrava tutta, per assenso di popoli inserviliti, in un solo fôco, Parigi, era facile invigilarla e combatterla; non così quando, emancipati gli animi dal pregiudizio che affidava l'iniziativa perenne del moto alla Francia, sorgesse in più punti, assalitrice ovunque vivesse istinto di nazione e coscienza di diritti violati. I governi collegati vedevano inquieti levarsi o farsi potente una bandiera che mirava a un nuovo riparto d'Europa e che presentivano dovere essere un dì o l'altro la bandiera dell'Epoca. E deliberarono di soffocarla.
Le varie diplomazie, dalla Francia ai governucci italiani, dalla Russia all'Austria e ai governucci Germanici intimarono al fiacco e illiberale governo elvetico d'imporre fine al nostro apostolato e disperdere l'associazione. E a rendere la turpe concessione possibile, s'adoperarono i soliti modi: false accuse e agenti provocatori. Sul cadavere d'un Lessing accoltellato da mano ignota e per cagione ignota presso Zurigo, architettarono tutto un edificio di società segreta all'antica, di giuramenti terribili, di tribunali vehmici e di condanne mortali pronunziate dalla _Giovine Germania_. Su qualche parola avventata, espressione d'un desiderio inefficace, composero lunghe e minute rivelazioni di disegni, ordini, armi raccolte per invadere un punto o l'altro della frontiera Germanica. E a far nota di parole imprudenti e provocarle ove non escivano volontarie, seminarono le nostre file d'incitatori e di spie. Un Giulio Schmidt, sassone, trovò modo, fingendosi agli estremi di povertà e supplicando lavoro, d'introdursi nella nostra stamperia. Un Altinger, israelita, che assumeva il nome di barone Eib, si diede a promuovere, con un segreto che voleva esser tradito, arrolamenti fra gli operai tedeschi. Una circolare fu coniata in mio nome nell'ambasciata francese diretta allora dal duca di Montebello e diramata a parecchi tra gli esuli cacciati di Svizzera dopo la spedizione di Savoja e soggiornanti in varie città della Francia, a invitarli a Grenchen ov'io era per irrompere di là nel Badese. Potrei citar venti fatti di questo genere, ma si riassumono tutti, nei loro caratteri di profonda immoralità e di perfidia, in quel di Conseil che or ora ricorderò.
Le accuse segrete appoggiavano le Note pubbliche. E la guerra diplomatica inspirata e iniziata dall'Austria, dalla Prussia e dalla Russia, finì per concentrarsi sotto la direzione della Francia. Fu sempre abitudine della Francia monarchica di fare il male per impedire ad altri di farlo; e le monarchie dispotiche si valsero di quella vecchia tendenza per ottenere il fine voluto e rovesciarne i tristi effetti sulla monarchia costituzionale sospetta ad esse e temuta: minacciarono intervento perchè la Francia s'affrettasse ad intervenire; e riuscirono. Era anima del ministero francese Thiers. E' s'assunse di capitanare l'ignobile impresa.
Intanto, il governo centrale (_vorort_), credulo alle pazze denunzie, cominciava la codarda persecuzione contro gli esuli repubblicani. Il 20 maggio ebbi avviso da un ingegnere amico in Soletta che si distribuivano cartucce alla piccola guarnigione della città prima d'avviarla a una spedizione pericolosa. Alcune ore dopo duecento soldati e una mano di gendarmi circondavano e invadevano lo stabilimento dei Bagni. V'eravamo in tre, io e i due fratelli Ruffini; ma tra l'avviso e l'arrivo, era giunto, inaspettato, dalla Francia Harro Haring: gli era stata mandata la circolare apocrifa di convocazione, ed egli avea creduto, accorrendo, di compiere il debito suo. Era munito di passaporto inglese e lo ammonii di mostrarsi ignoto a noi; se non che quand'egli udì il capo di quella forza a intimarmi di seguirlo a Soletta, ei disse il proprio nome e fu imprigionato con noi.
Condotti nel carcere di Soletta, fummo, senza esame di sorta, lasciati liberi dopo ventiquattr'ore: la gioventù della città minacciava liberarci da sè. La lunga perquisizione nei Bagni di Grenchen non aveva scoperto un fucile, un proclama, una circolare, un solo indizio della pretesa spedizione germanica. Ci fu nondimeno intimato d'escir dal Cantone. Varcammo il limite e ci ricovrammo nel primo paesetto al di là, Langenau nel Bernese, in casa d'un ministro protestante, che ci accolse come apostoli d'una fede proscritta, ma santa e destinata al trionfo.
Non per questo la persecuzione si rallentò. Il governo centrale avea, nelle sue inquisizioni, trovato, rimpiattati in uno o in un altro Cantone, parecchi tra i cacciati del 1834, e a rabbonire i governi stranieri decretò che sarebbero ricondotti alla frontiera. Un dispaccio sommesso annunziava il 22 giugno all'ambasciatore francese la decisione, e chiedeva l'ammessione dei cacciati sul territorio di Francia: aggiungeva, pegno di devozione, la lista dei condannati e di quei ch'erano fra noi più sospetti. Ogni concessione codarda imbaldanzisce a insolenza il nemico, e, mercè i suoi ministri, l'Italia d'oggi lo sa. Il duca di Montebello rispose il 18 luglio colla Nota la più minacciosamente oltraggiosa possibile. Invocava, esigeva un sistema di mezzi coercitivi a danno degli esuli e annunziava che se la Svizzera non ponesse fine a ogni tolleranza contro _gli incorreggibili nemici del riposo dei governi, la Francia provvederebbe da sè_.
Era un guanto di sfida cacciato, senz'ombra di pretesto, all'indipendenza della Svizzera, nella quale Luigi Filippo aveva ne' suoi anni di sventura, trovato asilo. E a creare quell'ombra, s'adoprò un mezzo siffattamente immorale che giova ricordarlo a insegnamento del fin dove scendano le monarchie costituzionali dell'oggi, e a conforto dei repubblicani, contro i quali nessuno può sollevare accusa siffatta.
Sui primi del luglio di quell'anno 1836, un Augusto Conseil, affiliato alla polizia parigina, era stato chiamato al ministero dell'interno e spedito in Isvizzera con una missione riguardante gli esuli. Ei doveva, prima di tutto, tentare ogni via di contatto con noi, rappresentarsi come complice d'Alibaud, che aveva tentato poco innanzi di uccidere il re, e conquistarsi così la nostra fiducia: poi, cacciati noi, accompagnarci in Inghilterra e rimanerci vicino, denunziatore perenne: intanto, la sua presenza tra noi convaliderebbe davanti al governo svizzero le accuse di disegni regicidî che si movevano nelle Note. E a far sì ch'ei fosse creduto ciecamente da noi, l'ambasciata francese in Berna dovea ricevere da Parigi denunzia formale che lo indicherebbe partecipe dei tentativi di Fieschi e Alibaud e incarico di chiederne al governo elvetico la consegna o la cacciata. Per tal modo egli avrebbe potuto seguirci. Gli fu dato danaro, un passaporto col nome di Napoleone Cheli, e un indirizzo per corrispondere. Ei partì il 4 luglio alla nostra volta. La denunzia fu spedita poco dopo e trasmessa il 19 luglio dal Montebello al Direttorio svizzero. Conseil era in Berna dal 10.
Là, ei trovò modo d'affiatarsi con due esuli italiani, Boschi e Primavesi, poi con un Aurelio Bertola, preteso conte di Rimini, avventuriero tristissimo e truffatore, ch'io feci qualche anno dopo imprigionare a Londra, ma che trovava allora suo pro' nel recitare la parte di patriota perseguitato; e mentr'ei cercava d'ascriverli alla società segreta francese _delle famiglie_ onde ne stendessero le fila in Berna, parlò loro delle sue relazioni coi regicidî, annunziò nuovi tentativi e chiese un abboccamento per rivelazioni importanti con me. Avvertito, fiutai la spia: un complice d'Alibaud non si sarebbe svelato mai a uomini ignoti a lui, e trovati a caso per via o in un caffè. Ricusai l'abboccamento e consigliai si costringesse impaurito a cedere le proprie carte. Ma prima che ciò si facesse, egli, sviato dalla polizia Bernese, ripartiva per Besançon, in cerca di nuove istruzioni da Parigi, di danaro e d'un altro passaporto.
Gli fu spedita ogni cosa e istruzione di tornare a Berna e presentarsi per consigli all'ambasciatore francese, fatto complice della trama egli pure. Tornò, sotto il nome di Pietro Corelli, il 6 agosto. Ebbe un abboccamento la sera col duca di Montebello. Il 7, Boschi, Primavesi, Migliari e Bertola che l'avevano incontrato nell'albergo del Selvaggio, seguirono il mio consiglio e minacciandolo, ebbero le sue carte e confessione esplicita d'ogni cosa.
Importava dimostrare più sempre la complicità dell'ambasciatore. Conseil fu quindi indotto a ripresentarglisi, seguito da lungi, la sera. V'andò; nol vide; ma vide in sua vece il segretario Belleval e n'ebbe danaro, un altro passaporto col nome d'Hermann e una lista d'esuli da invigilarsi: la lista conteneva, s'intende, il mio nome, quello dei fratelli Ruffini, e poi altri d'esuli tedeschi e francesi.