Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 16
«Ch'essa nol può se non coll'attiva cooperazione di tutti i suoi membri liberamente associati;
«Che l'associazione non può costituirsi veramente e liberamente se non tra _eguali_, dacchè ogni ineguaglianza racchiude una violazione d'indipendenza e ogni violazione d'indipendenza annienta la libertà del consenso;
«Che la Libertà, l'Eguaglianza, l'Umanità sono egualmente sacre--ch'esse costituiscono tre elementi inviolabili in ogni soluzione positiva del problema sociale--e che qualunque volta uno di questi elementi è sagrificato agli altri due, l'ordinamento dei lavori umani per raggiungere quella soluzione è radicalmente difettivo;
«Convinti:
«Che se il _fine_ ultimo al quale tende l'Umanità è essenzialmente uno, e i principî generali che devono dirigere le famiglie umane nel loro moto verso quel _fine_ sociale sono gli stessi, molte vie sono nondimeno schiuse al progresso;
«Convinti:
«Che ogni uomo e ogni popolo ha la sua missione speciale, il cui compimento determina l'_individualità_ di quell'uomo o di quel popolo e ajuta a un tempo il compimento della missione generale dell'Umanità;
«Convinti finalmente:
«Che l'associazione degli uomini e dei popoli deve congiungere la certezza del libero esercizio della missione _individuale_ alla certezza della direzione verso lo sviluppo della missione _generale_;
«Forti dei nostri diritti d'uomini e di cittadini, forti della nostra coscienza e del mandato che Dio e l'Umanità affidano a tutti coloro i quali vogliono consecrare braccio, intelletto, esistenza alla santa causa del progresso dei popoli;
«Dopo d'esserci costituiti in associazioni Nazionali libere e indipendenti, nuclei primitivi della Giovine Polonia, della Giovine Germania e della Giovine Italia;
«Uniti in accordo comune pel bene di tutti, il 15 aprile dell'anno 1834 abbiamo, mallevadori, per quanto riguarda l'opera nostra, dell'avvenire, determinato ciò che segue:
«I. La Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Italia, associazioni repubblicane tendenti allo stesso fine umanitario e dirette da una stessa fede di libertà, d'eguaglianza e di progresso, si collegano fraternamente, ora e sempre, per tutto ciò che riguarda il fine generale.
«II. Una dichiarazione dei principî che costituiscono la legge morale universale applicata alle società umane, sarà stesa e firmata dai tre Comitati Nazionali. Essa definirà la credenza, il fine e la direzione generale delle tre Associazioni.
«Nessuna potrà staccarsene nei suoi lavori senza violazione colpevole dell'Atto di Fratellanza e senza soggiacere a tutte le conseguenze di quella violazione.
«III. Per tutto ciò che non è compreso nella dichiarazione dei principî ed esce dalla sfera degli interessi generali, ciascuna delle tre Associazioni è libera e indipendente.
«IV. L'alleanza difensiva e offensiva, espressione della solidarietà dei popoli, è stabilita fra le tre Associazioni. Tutte lavorano concordemente alla loro emancipazione. Ciascuna d'esse avrà diritto al soccorso dell'altre per ogni solenne e importante manifestazione, che avrà luogo in seno ad esse.
«V. La riunione dei Comitati Nazionali o dei loro delegati costituirà il comitato della Giovine Europa.
«VI. È fratellanza tra gli individui che compongono le tre Associazioni. Ciascun d'essi compirà verso gli altri i doveri che ne derivano.
«VII. Un simbolo comune a tutti i membri delle tre Associazioni sarà determinato dal Comitato della Giovine Europa. Un motto comune indicherà le pubblicazioni delle Associazioni.
«VIII. Ogni popolo che vorrà esser partecipe dei diritti e doveri stabiliti da questa alleanza, aderirà formalmente all'Atto di Fratellanza, per mezzo dei proprî rappresentanti.
«_Berna, 15 aprile 1834._»
ISTRUZIONE GENERALE PER GLI INIZIATORI.
1. La Giovine Europa è l'associazione di tutti coloro i quali, credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fratellanza per gli uomini quanti sono vogliono consecrare i loro pensieri e le opere loro a fondare quell'avvenire.
PRINCIPII COMUNI.
2. Un solo Dio;
Un solo padrone, la di lui Legge;
Un solo interprete di quella Legge: l'Umanità.
3. Costituire l'Umanità in guisa ch'essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, per un continuo progresso, alla scoperta e alla applicazione della Legge che deve governarla; tale è la missione della Giovine Europa.
4. Il bene consiste nel vivere conformemente alla propria Legge: la conoscenza e l'applicazione della Legge dell'Umanità può dunque sola produrre il bene. Il bene di tutti sarà conseguenza del compimento della missione della Giovine Europa.
5. Ogni missione costituisce un vincolo di Dovere.
Ogni uomo deve consecrare tutte le sue forze al suo compimento. Ei troverà nel profondo convincimento di quel dovere la norma dei proprî atti.
6. L'Umanità non può raggiungere la conoscenza della sua Legge di vita, se non collo sviluppo libero e armonico di tutte le sue facoltà.
L'Umanità non può tradurla nella sfera dei fatti, se non collo sviluppo libero e armonico di tutte le sue forze.
Unico mezzo per l'una cosa e per l'altra è l'_Associazione_.
7. Non è vera Associazione se non quella che ha luogo tra liberi ed eguali.
8. Per Legge data da Dio all'Umanità, tutti gli uomini sono liberi, eguali, fratelli.
9. La Libertà è il diritto che ogni uomo ha d'esercitare senza ostacoli e restrizioni lo proprie facoltà nello sviluppo della propria missione speciale e nella scelta dei mezzi che possono meglio agevolare il compimento.
10. Il libero esercizio delle facoltà individuali non può in alcun caso violare i diritti altrui.
La missione speciale d'ogni uomo devo mantenersi in armonia colla missione generale dell'Umanità.
La libertà umana non ha altri limiti.
11. L'Eguaglianza esige che diritti e doveri siano riconosciuti uniformi per tutti--che nessuno possa sottrarsi all'azione della Legge che li definisce--che ogni uomo partecipi, in ragione del suo lavoro al godimento dei prodotti, risultato di tutte le forze sociali poste in attività.
12. La Fratellanza è l'amore reciproco, la tendenza che conduce l'uomo a fare per altri ciò ch'ei vorrebbe si facesse da altri per lui.
13. Ogni privilegio è violazione dell'Eguaglianza.
Ogni arbitrio è violazione della Libertà.
Ogni atto d'egoismo è violazione della Fratellanza.
14. Ovunque il privilegio, l'arbitrio, l'egoismo s'introducono nella costituzione sociale, è dovere d'ogni uomo, che intende la propria missione, di combattere contr'essi con tutti i mezzi che stanno in sua mano.
15. Ciò ch'è vero d'ogni individuo in riguardo agli altri individui che fanno parte della Società alla quale egli appartiene, è vero egualmente d'ogni popolo per riguardo all'Umanità.
16. Per Legge data da Dio all'Umanità, tutti i popoli sono liberi, eguali, fratelli.
17. Ogni Popolo ha una missione speciale che coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. Quella missione costituisce la sua Nazionalità. La Nazionalità è sacra.
18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto d'egoismo esercitato a danno d'un Popolo è violazione della libertà, dell'eguaglianza, della fratellanza dei Popoli. Tutti i Popoli devono prestarsi ajuto perchè sparisca.
19. L'Umanità non sarà veramente costituita se non quando tutti i Popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro sovranità, saranno associati in una federazione repubblicana per dirigersi, sotto l'impero d'una dichiarazione di principî e d'un patto comune, allo stesso fine: scoperta e applicazione della Legge morale universale.»
* * * * *
Firmarono quei due atti, per gli Italiani, L. A. Melegari, Giacomo Ciani, Gaspare Rosalez, Ruffini e Ghiglione con me: altri pei Polacchi e pei Tedeschi. Poi, parecchi tra noi s'allontanarono per varie direzioni. Rosales partì pei Grigioni, Ciani per Lugano, Melegari per Losanna, Campanella per Francia[37], attivi tutti nel diffondere l'Associazione. Tedeschi e Polacchi rimasero, i più almeno, in Isvizzera, ma separati e in Cantoni diversi. Gustavo Modena durò nel Bernese dove qualche tempo dopo contrasse amore con Giulia Calame, oggi di lui vedova, donna mirabile, come per bellezza, per sentir profondo, per devozione e costanza d'affetti e per amore alla sua seconda patria, che corse più tardi ogni pericolo di guerra accanto al marito nel veneto e ch'io imparai a conoscere nel 1849 durante l'assedio di Roma. I due Ruffini, Ghiglione e io ci ricovrammo nel Cantone di Soletta, in Grenchen, nello Stabilimento di Bagni tenuto dai Girard, ottima famiglia d'amici, nella quale uomini e donne gareggiavano verso noi di cure protettrici e gentili. Così dispersi, riuscivamo ad allontanare la tempesta e scemare terrori e noje al Governo Centrale.
L'ideale della _Giovine Europa_ era l'ordinamento federativo della Democrazia Europea sotto un'unica direzione, tanto che l'insurrezione d'una Nazione trovasse l'altre preste a secondarla con fatti, o non foss'altro con una potente azione morale che impedisse l'intervento ai Governi. Però statuimmo che in tutte si cercasse di costituire un Comitato Nazionale al quale si concentrerebbero a poco a poco tutti gli elementi di progresso repubblicano, e che tutti questi Comitati s'inanellassero per via di corrispondenza a noi come a Comitato Centrale Provvisorio dell'Associazione; diramammo norme segrete per le affiliazioni: determinammo le formole di giuramento per gli iniziati: scegliemmo--ed era una fogliuzza d'ellera--un simbolo comune a tutti; prendemmo insomma tutti quei provvedimenti che sono necessarî all'andamento d'una associazione segreta. Bensì, io non poteva illudermi sul suo diffondersi regolarmente o sul suo raggiungere mai un grado di forza compatta e capace d'azione. La sfera dell'Associazione era troppo vasta per poter ottenere risultati _pratici_; e il bisogno d'una vera Fratellanza Europea richiedeva tempo e lezioni severe per maturarsi fra i popoli. Io non tendeva che a costituire un apostolato d'idee diverse da quelle che allora correvano, lasciando che fruttasse dove e come potrebbe.
Buchez dichiarava allora nell'_Européen_ che quell'Atto racchiudeva una dottrina affatto nuova; e soltanto aggiungeva, per obbligo di settario monopolizzatore, parergli evidente che gli uomini dai quali scendeva ne avessero desunto le inspirazioni da _lavori e comunicazioni orali della sua scuola_[38]. La scuola di Buchez--più inoltrata, per quanto riguarda la parte morale e la sostituzione dell'idea _Dovere_ a quella del nudo _diritto_ di quelle che avevano voga tra gli uomini di parte repubblicana--tentava, credo più per tattica che non per convincimento profondo, un'opera allora e sempre impossibile, la conciliazione del _dogma_ cristiano colla nuova fede nella Legge del Progresso; e professava riverenza al Papato come a istituzione che le predicazioni della Democrazia religiosa avrebbero ravvivata e ricostituita _iniziatrice_ d'ogni futuro sviluppo. La scuola ch'io cercava promovere e ch'era in germe nella _Giovine Europa_ respingeva fin dalle primo linee: _un solo Dio; un solo padrone, la Legge di Dio; un solo interprete della Legge, l'Umanità_, ogni dottrina di Rivelazione esterna, immediata, finale, per sostituirle la lenta, continua, indefinita rivelazione del disegno Provvidenziale attraverso la Vita _collettiva_ dell'Umanità; e sopprimeva deliberatamente tra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di Vero che non fosse il Genio affratellato colla Virtù, ogni potere, esistente in virtù d'un preteso diritto divino, Monarca o Papa. Nuove a ogni modo, non nella sfera del pensiero, ma nelle Associazioni politiche che s'agitavano allora in Europa, erano di certo le idee della Nazionalità considerata come segno d'una missione da compiersi a pro' dell'Umanità--della Legge morale suprema sovra ogni Potere e quindi dell'unità destinata a cancellare un giorno il dualismo fra le due potestà, spirituale e temporale--della Libertà politica definita in modo da escludere da un lato l'assurda teorica della _sovranità dell'individuo_, dall'altro i pericoli dell'anarchia--e altre accennate nei due documenti. E forse, ripetute e diffuse dai moltissimi affratellati, giovarono in parte a promovere nelle file della Democrazia quella trasformazione di tendenze e dottrine visibile in oggi, e senza la quale sono possibili sommosse più o meno importanti, non rivoluzioni durevoli. Parlo delle tendenze che mirano a farci escire dalla ribellione d'un materialismo che nega e non edifica per assumere carattere di missione religiosa, positiva, organica e capace di sostituire una Autorità vera e liberamente consentita alle menzogne d'autorità che signoreggiano anch'oggi in Europa.
Fondammo il Patto della Giovane Europa sei giorni dopo l'insurrezione Lionese, tre dopo la sconfitta, e mentre ogni speranza di moto Francese sfumava. Era la nostra risposta alla vittoria conseguita dalla _monarchia repubblicana_ sul popolo che s'era illuso a credere in essa. Era, com'io l'intendeva, una dichiarazione della Democrazia ch'essa viveva di vita propria, collettiva, europea e non dell'iniziativa d'un _solo_ popolo, Francese o altro. Anche sotto quell'aspetto, credo che la nuova istituzione giovasse. L'idea, che le Nazionalità contrastate potrebbero impossessarsi un giorno dell'iniziativa perduta e ricominciare sotto la loro bandiera il moto d'Europa, cominciò d'allora a diffondersi.
Si trattava allora, non d'azione immediata, ma d'apostolato d'idee. Cercai quindi contatto cogli uomini che, nel Partito, rappresentavano sopratutto il Pensiero. Non serbai copia delle mie lettere nè le risposte; le mie mi parvero sempre inutili fuorchè all'intento immediato; e la vita errante, i pericoli ch'io corsi traversando spesso paesi appartenenti a governi nemici e l'aver talora smarrito, per singolare circostanze, carte date in custodia ad amici, mi suggerirono, a torto, di dare, ogniqualvolta io m'avventurava, alle fiamme le lettere altrui. Non m'avanza quindi vestigio di quella lunga attivissima corrispondenza con uomini di terre diverse, da una lettera infuori diretta a Lamennais e della quale un amico di quest'ultimo serbò copia. E la inserisco come indizio delle idee che mi dirigevano in quella molteplice corrispondenza.
«_12 ottobre 1834._
«_Signore._
«Ebbi la vostra del 14 settembre, io la serberò come ricordo prezioso, come uno di quei ricordi che confortano e ritemprano nelle ore senza nome che s'aggravano talora sull'anima con tutto il peso d'un passato e d'un presente incresciosi e le susurrano il dubbio sull'avvenire. Vi mando un esemplare della _Giovine Italia_. Là stanno in germe tutte le nostre idee, tutte le nostre credenze: senza lo sviluppo e le applicazioni che esigerebbero; ma pensammo che intendendo a mutare la base dalla quale move in Italia lo spirito rivoluzionario, importava d'insistere sui principî generali più che d'affaccendarci, a pericolo di smarrirci, intorno a una moltitudine di questioni secondarie. Tra noi, come altrove, arte, scienza, filosofia, Diritto, storia del Diritto, metodo storico, tutte cose insomma aspettano un rinnovamento, ma l'analisi ci ha troppo sviati perchè si possa da noi sperare di farla stromento all'impresa. Sola la sintesi crea i grandi moti rigeneratori che mutano i popoli e ne fanno Nazioni. È dunque anzi tutto necessario di suscitare le anime coll'azione d'un principio unitario; dato l'impulso, la logica, la forza delle cose e i popoli faranno il resto.
«Che vi dirò io, Signore, del timore espresso nella vostra lettera, che, movendo guerra al Papato, si nuoccia per noi alla fede e alla morale pratica? una lettera mal potrebbe trattare coi necessarî sviluppi una questione di tanta importanza. Occorrerebbero lunghe e intime conversazioni a spiegare i pensieri attraverso i quali s'è generato in noi il convincimento le cui conseguenze vi sembrano pericolose. Nondimeno, credetemi; non è irritazione di ribelle la mia. Tutte le tendenze individuali dell'animo mi spronano a contemplare rispettando ogni grande concetto unitario e organico; e non v'è illusione giovanile, non sogno d'avvenire ch'io non abbia una volta almeno versato su quella gigantesca rovina che racchiude la storia d'un mondo. Io, non foss'altro per amore della mia terra, avrei voluto che un raggio del sole sorgente della giovine Europa si posasse su quella rovina a redimerla e a ravvivare in essa lo spirito di vita che animava Gregorio VII, senza il pensiero dispotico proprio del suo, non del nostro tempo. Avrei desiderato che almeno le due grandi istituzioni del medio evo, l'impero ed il Papato, oggi cadenti a frantumi, senza gloria, senza onore, senza eredità, fossero state capaci di morire rappresentate da uomini inspirati, come chi sa d'aver compito sulla terra una missione sublime e trasmette a un tempo alle generazioni la formola dell'epoca dominata dal proprio concetto e la prima parola della nuova. Ma ciò non è. Quelle rovine non hanno più se non una sorgente di poesia, quella dell'espiazione. La condanna del Papato non vien da noi, ma da Dio: da Dio che chiama il popolo a sorgere e a fondare la nuova unità nelle due sfere del dominio spirituale e del temporale. Noi non facciamo che tradurre il pensiero dell'epoca. E l'epoca respinge ogni potenza intermedia tra sè e la sorgente della propria vita: essa si sente capace di collocarsi al cospetto di Dio e chiedergli, come Mosè sul Sinai, la legge dei proprî fati. L'epoca vi abbandona il papa per ricorrere al Concilio generale della chiesa, vale a dire di tutti i credenti: Concilio che sarà nello stesso tempo ciò ch'oggi chiamano costituente, perchè riunirà ciò che fu sempre finora diviso e fonderà quell'unità senza la quale non esiste fede nè morale pratica. Il papato deve perire, perchè ha falsato la propria missione e rinnegato padre e figli ad un tempo: e padre e figli gli maledicono. Il papato ha ucciso la fede sotto un materialismo più assai funesto e abbietto di quello del XVIII secolo, dacchè quest'ultimo aveva almeno il coraggio della negazione, mentre il materialismo papale procede ravvolto nel mantello gesuitico. Il papato ha soffocato l'amore in un mare di sangue. Il papato ha preteso schiacciare la libertà del mondo, e sarà schiacciato da essa. E quando, al primo grido d'un popolo, alla prima insurrezione veramente europea per concetto e per fine, tre secoli solleveranno le loro accuse contro un papato spirante, senza fede, senza forza, senza missione, e gli intimeranno di ritirarsi e sparire, dov'è la potenza umana che potrà salvarlo? Le grandi istituzioni non ricominciano la loro vita, perchè non sono interpreti all'umanità che d'una sola parola.
«Il papato e l'impero d'Austria sono destinati a perire: l'uno per avere impedito per tre secoli almeno la missione _generale_ che Dio affidava all'umanità; l'altro per avere impedito per tre secoli egualmente l'adempimento della missione _speciale_ che Dio affidava alle razze. L'_umanità_ s'inalzerà sulle rovine dell'uno; la _patria_ su quelle dell'altro. Pensateci, Signore. Non vi sorprenda l'ardita parola: essa deve indicarvi la potenza ch'io vedo in voi e la fiducia che m'inspirate. Dove andrebbe l'Europa se gli uomini di potenza e di fede, si ostinassero a gridarle nei momenti che precedono la crisi suprema: _tu dovrai desumere dal papato le norme della morale pratica?_ Qual vincolo potrà congiungere in celeste armonia le due sorelle immortali che han nome patria e umanità, se alla vigilia della nuova creazione i credenti avranno insegnato ai popoli che soltanto nel Dio del medio evo vive il segreto dell'unità?
«E un altro pensiero contenuto nella vostra lettera mi diede dolore. Voi vi dichiarate convinto che nella sua condizione presente l'Italia è incapace d'emanciparsi politicamente colle proprie forze. E questa idea è quella appunto che, predicata e diffusa, ha tolto ogni forza ai nostri tentativi d'emancipazione. Voi condannate all'impotenza ventisei milioni d'uomini che hanno per basi di difesa le Alpi, l'Apennino ed il mare, ed hanno, per rialzarsi, tremila anni di grandi ricordi. Voi rapite all'Italia ogni missione sulla terra, dacchè senza spontaneità non esiste missione, senza coscienza di libertà non esiste libertà, senza conquista d'emancipazione con forze proprie non esiste coscienza di libertà.
«Non manca forza all'Italia, Signore: essa ne ha tanta da superare ostacoli due volte più gravi di quelli che abbiamo oggi a fronte. Manca all'Italia la fede; non la fede nella libertà, nell'eguaglianza e nell'amore--quella fede è manifestata nelle sue continue proteste--ma la fede nella possibile realizzazione di quelle idee, la fede in Dio protettore del diritto violato, la fede nella propria forza latente, nella propria spada. L'Italia non ha fede nelle proprie moltitudini che non furono chiamate mai sull'arena: non ha fede in quella unità di missione, di voti, di patimenti, che può fare d'una prima vittoria una leva potente a suscitare l'intera Penisola: non ha fede nel vigore ignoto finora dei _principî_, che non rifulsero mai sugli occhi del popolo, che non furono invocati mai e che dirigeranno, lo spero, la nostra prima impresa di libertà. Ma questa fede, unica cosa che manchi ad essa, albeggia, mentre noi ci scriviamo: sorge dalle lezioni del 1830 e del 1831 ch'essa, l'Italia, sta meditando: comincia a rivelarsi nei fatti, tra le file della gioventù illuminata, da dove scenderà a poco a poco sulle moltitudini; e progredirà, non dovete dubitarne, perch'essa veste i caratteri d'una credenza religiosa. Guardate, Signore, alle tendenze di spiritualismo che si ravvivano, ai rischi tremendi che s'affrontano per leggere ciò che scriviamo, all'entusiasmo destato dalle vostre calde, sublimi pagine, ai nostri tentativi ripetuti in onta al mal esito, ai nostri apostoli, ai nostri martiri. Ora questa fede sorgente, questa fede nell'azione che trae le sue forze dall'alto e tenta di scendere sulle moltitudini, mancò finora alla lotta, non pesò mai sulla bilancia dei fati rivoluzionarî d'Italia. Però che in Italia si more da secoli per un istinto d'indipendenza, di ribellione, d'avvenire mal definito; ma da due anni si more in Savoja, in Genova, in Torino, in Alessandria, in Napoli, per la Giovine Italia, per giuramenti prestati al popolo, per un convincimento che l'Italia può rigenerarsi con forze proprie. E quando questa fede, questo nuovo principio, splenderà sopra una bandiera nazionale a un tempo ed umanitaria, chi può dire ch'essa soccomberà?
«Non giudicate, Signore, del nostro avvenire dal nostro passato. È tra essi un abisso. Tutti i nostri tentativi rivoluzionari perirono; ma tutti furono opera d'una casta militare o aristocratica e intesi a pro' d'una casta: tutti s'arretrarono davanti alla parola generatrice delle grandi rivoluzioni: _Dio e il Popolo_: tutti sagrificarono a non so quali meschine speranze il dogma sublime dell'Eguaglianza: tutti furono, in sul nascere, soffocati dal tradimento. E quel tradimento, che allontanava il popolo e ricacciava la gioventù nello scetticismo, era inevitabile: l'avevano posto al sommo dell'edifizio, in un disegno diplomatico, in una promessa di principe, in una protezione straniera sostituita alle battaglie per una santa causa. Gli uomini erano tuttavia sotto il dominio d'una fredda scuola d'individualismo che agghiacciava in una analisi materialista tutti i nobili pensieri, tutti i grandi concetti di sintesi, d'entusiasmo, di sagrificio. E dato un falso principio, bisognava subirne tutte le conseguenze fatali. E in virtù di quel falso principio, tutti, amici e nemici, gridavano all'Italia: _i tuoi figli non bastano a darti salute_; nessuno osava dirle: _levati potente d'energia e di devozione, però che tu non devi sperare che ne' tuoi figli e in Dio._