Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 15

Chapter 153,499 wordsPublic domain

«Se per _cosmopolitismo_[33] intendiamo fratellanza di tutti, amore per tutti, abbassamento delle ostili barriere che creano ai popoli, separandoli, interessi contrarî, siamo noi tutti cosmopoliti. Ma l'affermare quelle verità non basta: la vera questione sta per noi nel _come_ ottenerne praticamente il trionfo contro la lega dei Governi fondati sul privilegio. Or quel _come_ implica un _ordinamento_. E ogni ordinamento richiede un punto determinato d'onde si mova, un _fine_ determinato al quale si miri. Perchè una leva operi, bisogna darle un punto d'appoggio e un punto sul quale s'eserciti la sua potenza. Per noi, quel primo punto è la Patria, il secondo è l'Umanità collettiva. Per gli uomini che s'intitolano _cosmopoliti_, il _fine_ può essere l'Umanità: ma il punto d'appoggio è l'uomo-_individuo_.

«La differenza è vitale; è la stessa a un dipresso che separa, in altri problemi, i fautori dell'_Associazione_ da quei che non riconoscono come strumento d'azione se non la _libertà_ sola e senza limitazione.

«Solo, in mezzo dell'immenso cerchio che si stende dinanzi a lui e i cui confini gli sfuggono, senz'arme fuorchè la coscienza de' suoi diritti fraintesi e le sue facoltà individuali, potenti forse, pur nondimeno incapaci di spander la loro vita in tutta quanta la sfera d'applicazione ch'è il _fine_, il cosmopolita non ha se non due vie tra le quali gli è forza scegliere: l'inerzia o il dispotismo.

«Poniamolo dotato d'ingegno logico. Non potendo da per sè solo emancipare il mondo, ei s'avvezza facilmente a credere che il lavoro emancipatore non è suo debito: non potendo, col solo esercizio dei suoi diritti individuali, raggiungere il _fine_, ei prende rifugio nella dottrina che fa dei _diritti_ mezzo e fine ad un tempo. Dov'ei non trova modo di liberamente esercitarli, ei non combatte, non muore per essi; si rassegna e s'allontana. Ei fa suo l'assioma dell'egoista: _ubi bene, ibi patria_; impara ad aspettare il bene dal corso naturale delle cose, dalle circostanze, e convertito a poco a poco in paziente ottimista limita la propria azione alla pratica della _carità_. Ora, qualunque, nei tempi nostri, non esercita che la _carità_, merita taccia d'inerte e tradisce il dovere. La _carità_ è virtù d'un'epoca oggimai consunta e inferiore moralmente alla nostra.

«Poniamolo illogico e facile a contradire a sè stesso. Volendo a ogni patto tradurre in fatti l'idea, e sentendo il bisogno d'un punto d'appoggio, ei lo cerca ove può, o tenta supplire con una forza artificiale, usurpata, alla forza reale e legittima che gli manca. Quindi le teoriche d'ineguaglianza, le gerarchie arbitrariamente ordinate dall'alto al basso, nelle quali noi vediamo rovinar fatalmente i più tra i riformatori sistematici de' nostri giorni. Quindi--e in ambo i casi--il _materialismo_, inevitabile presto o tardi in ogni dottrina che noi, s'appoggia se non sul concetto dell'_individuo_.

«Io non dico che tutti i _cosmopoliti_ accettino conseguenze siffatte: dico che dovrebbero, logicamente, accettarle. Seguono, se afferrano una terza via, gli impulsi del core, non l'intelletto: son nostri, incapricciati, per lunga abitudine o noncuranza del retto significato delle parole, a serbarsi quel nome.

«La prima specie di _cosmopoliti_ occorre pur troppo frequente per ogni dove, e fu spesso rappresentata in teatro: la seconda esiste fra gli scrittori, segnatamente Francesi. Tutti quei pretesi _cosmopoliti_ che negano la missione delle razze e guardano disdegnosi al concetto o all'amore della Nazionalità, collocano--appena si tratti di fare, e quindi della necessità d'un ordinamento--il centro del moto nella propria Patria, nella propria città. Non distruggono le Nazionalità; le confiscano a prò d'una sola. Un popolo eletto, un popolo-Napoleone è l'ultima parola dei loro sistemi; e tutte le loro negazioni covano un _nazionalismo_ invadente, se non coll'armi--ciò che è difficile in oggi--con una _iniziativa_, morale e intellettuale, _permanente, esclusiva_, che racchiuderebbe, pei popoli abbastanza deboli per accettarla, gli stessi pericoli[34].

«Gli avversi all'idea _nazionale_ servono, inconscî, a un pregiudizio ch'io intendo senza dividerlo. Essi derivano la definizione della parola _nazionalità_ dalla storia del passato. Quindi le obbiezioni e i sospetti.

«Or noi, credenti nella vita collettiva dell'Umanità, respingiamo il passato. Parlando di _nazionalità_, parliamo di quella che soli i popoli liberi, fratelli, associati, definiranno. La Nazionalità dei Popoli non ha finora esistenza: spetta al futuro. Nel passato, noi non troviamo nazionalità fuorchè definita dai re e da trattati tra famiglie privilegiate. Quei re non guardavano che ai loro interessi personali; quei trattati furono stesi da individui senza missione, nel segreto delle Cancellerie, senza il menomo intervento popolare, senza la menoma inspirazione d'Umanità. Che poteva escirne di santo?

«Patria dei re era la loro famiglia, la loro razza, la dinastia. Il loro _fine_ era il proprio ingrandimento a spese d'altrui, l'usurpazione sugli altrui diritti. Tutta la loro dottrina si compendiava in una proposizione: _indebolimento di tutti per securità o giovamento dei proprî interessi_. I loro Trattati non erano se non transazioni concesse alla necessità: le loro paci erano semplici tregue: il loro _equilibrio_ era un tentativo diretto unicamente dall'antiveggenza di combattimenti possibili, da una diffidenza ostile e perenne. Quella diffidenza trapela attraverso tutte le mene diplomatiche di quel tempo, determina le alleanze, regna sovrana in quel Trattato di Vestfalia, ch'è parte anche oggi del diritto pubblico Europeo e il cui pensiero fondamentale è la legittimità delle _razze regali_ dichiarata e tutelata. Come mai l'Europa dei re avrebbe potuto concepire e verificare un pensiero d'_associazione_ e un ordinamento pacifico delle Nazioni? Essa non riconosceva principio superiore agli interessi secondarî e parziali nè credenza comune che potesse essere base e pegno di stabilità a' suoi atti. La dottrina delle razze regali legittime consacrava solo arbitro del futuro il diritto degli _individui_. E ne usciva un misero _nazionalismo_, che non è se non parodìa di ciò che il santo nome di Nazionalità suona oggi per noi.

«E allora, conseguenza dello spirito del Cristianesimo che non voleva sulla terra nemici, conseguenza pure della legge del Progresso che preparava le vie all'_associazione_, cominciò una grande inevitabile opposizione all'idea travisata della Nazione. La filosofia e l'economia politica introdussero il _cosmopolitismo_ tra noi. Il _cosmopolitismo_ predicò l'eguaglianza dei _diritti_ per ogni uomo, qualunque ne fosse la patria: predicò la _libertà_ del commercio: ebbe interpreti politici in Anacarsi Clootz e altri oratori nella Convenzione: creò una Letteratura col _romanticismo_; e fece in ogni cosa ciò che fanno generalmente le opposizioni: esagerò le conseguenze d'un principio giusto in sè, e non vedendosi intorno che nazionalità regie e patrie senza popoli, negò Patria e Nazione: non ammise che la terra e l'uomo.

«D'allora in poi, il popolo entrò sull'arena.

«Oggi, di fronte a quel nuovo elemento di vita, tutto è mutato. Il romanticismo, il mercantilismo, il cosmopolitismo, sono passati, come ogni cosa che ha compito la propria missione. La _nazionalità_ dei re non ha più sostegno che nella cieca forza e rovinerà inevitabilmente un dì o l'altro. Il _nazionalismo_ dei popoli va rapidamente spegnendosi condannato dall'esperienza e dalle severe lezioni che i tentativi di rigenerazione, impresi isolatamente e governati dall'egoismo locale, fruttarono. Il primo popolo che si leverà, in nome della nuova vita, non ammetterà conquista fuorchè dell'esempio e dell'apostolato del vero. Il periodo del _cosmopolitismo_ è ovunque compito: comincia il periodo dell'UMANITÀ.

«Or l'Umanità è l'associazione delle Patrie: l'Umanità è l'alleanza delle Nazioni per compire, in pace e amore, la loro missione sulla terra: l'ordinamento dei Popoli, liberi ed uguali, per movere senza inciampi, porgendosi ajuto reciproco e giovandosi ciascuno del lavoro degli altri, allo sviluppo progressivo di quella linea del pensiero di Dio ch'egli scrisse sulla loro culla, nel loro passato, nei loro idiomi nazionali e sul loro volto. E in questo progresso, in questo pellegrinaggio che Dio governa, non avrà luogo nimicizia o conquista, perchè non esisterà uomo-re o popolo-re, ma solamente una associazione di popoli fratelli con fini e interessi omogenei. La legge del Dovere accettata e confessata sottentrerà a quella tendenza usurpatrice dell'altrui diritto che signoreggiò finora le relazioni fra popolo e popolo e non è se non l'antiveggenza della paura. Il principio dominatore del diritto pubblico non sarà più _indebolimento d'altrui, ma miglioramento di tutti per opera di tutti, progresso di ciascuno a pro' d'altri_. È questo il futuro probabile e a questo devono ormai tendere tutti i nostri lavori.

«Ma pretendere di cancellare il sentimento della Patria nel core dei popoli--di sopprimere in un subito le nazionalità--di confondere le missioni speciali assegnate da Dio alle diverse tribù dell'umana famiglia--di curvare sotto il livello di non so quale cosmopolitismo le varie associazioni schierate a gerarchia nel disegno provvidenziale, e romper la scala per la quale l'Umanità va salendo all'Ideale--è un pretendere l'impossibile. I lavori diretti a quel fine sarebbero lavori perduti; non riuscirebbero a falsare il carattere dell'Epoca che ha per missione d'_armonizzare_ la Patria coll'Umanità, ma ritarderebbero la vittoria. Il patto dell'Umanità non può essere segnato da individui, ma da popoli liberi, eguali, con nome, coscienza di vita propria e bandiera. Parlate loro di Patria, se volete ch'essi diventino tali, e stampate a caratteri splendidi sulla loro fronte il segno della loro esistenza, il battesimo della Nazione. I popoli non entrano sull'arena dell'_iniziativa_ se non con una parte definita, assegnata a ciascun d'essi. Voi non potete compire il lavoro e rompere lo stromento: non potete usare con efficacia la leva sottraendole il punto d'appoggio. Le nazioni non muojono prima d'aver compita la loro missione. Voi non le uccidete negandola, ma ne ritardate l'ordinamento e l'attività.»

Erano queste le idee che dovevano, a quanto parevami, dirigere il nostro lavoro. E il mio modo d'intender la Storia le convalidava. Io vedeva la serie delle Epoche, attraverso le quali si compie lentamente il progresso dell'Umanità, quasi equazione a più incognite, e ogni Epoca _svincolarne_, come dicono gli algebristi, una, per aggiungerla alle quantità cognite collocate nell'altro membro dell'equazione. L'_incognita_ dell'Epoca Cristiana conchiusa dalla Rivoluzione Francese era per me l'_individuo_; l'_incognita_ dell'Epoca nuova era l'Umanità _collettiva_; e quindi l'_associazione_. La leva era l'Europa. L'ordinamento politico Europeo doveva necessariamente precedere ogni altro lavoro. E quell'ordinamento non poteva farsi che per popoli: per popoli che liberamente affratellati in una fede, credenti tutti in un _fine_ comune, avessero ciascuno una parte definita, una missione speciale nell'impresa. Perchè l'Europa potesse inoltrare davvero, raggiungere una nuova sintesi e consecrare a svolgerla tutte le forze ch'oggi si consumano in lotte interne, bisognava rifarne la Carta. La questione delle Nazionalità era ed è per me, e dovrebb'essere per tutti noi, ben altra cosa che non un tributo pagato al diritto o all'orgoglio locale: dovrebbe essere la _divisione del lavoro_ Europeo.

In ogni modo, la questione delle Nazionalità era per me la questione che avrebbe dato il suo nome al Secolo. L'Italia, com'io l'intravvedeva e amava, poteva esserne iniziatrice, e lo sarà, se liberandosi dalla turba codarda e immorale ch'oggi la domina, intenderà un giorno il proprio dovere e la propria potenza.

Pensai che il lavoro doveva stendersi tra i popoli che non erano ancora e tendevano ad esser Nazioni. La Francia _era_ Nazione: avea conquistata prima d'ogni altro popolo la propria Unità: e i problemi che s'agitavano in essa erano d'altra natura.

Sono in Europa tre famiglie di popoli, l'Elléno-Latina, la Germanica, la Slava. L'Italia, la Germania, la Polonia le rappresentavano. La Grecia, santa di ricordi e speranze, e chiamata a grandi fati nell'Oriente Europeo, è or troppo piccola per essere iniziatrice. La Russia dormiva allora un sonno di morte: mancava d'un centro visibile in cui la vita potesse assumere potenza praticamente direttiva, nè a me pareva ch'essa potesse sorgere così presto a coscienza di sè[35]. Il nostro patto d'alleanza doveva dunque stringersi dapprima fra i tre popoli iniziatori. La Grecia, la Svizzera, la Romania, i paesi Slavi del Mezzogiorno Europeo, la Spagna si sarebbero a poco a poco raggruppati ciascuno intorno al popolo più affine ad essi fra i tre.

Da questi pensieri nacque l'Associazione che chiamammo GIOVINE EUROPA.

* * * * *

Ma intanto, la persecuzione infieriva. Moltissimi fra i nostri erano condotti, a guisa di malfattori, alla frontiera, e spinti in Inghilterra o in America: altri si disperdevano collocandosi ad uno ad uno, sotto nomi mentiti, qua e là ne' paesetti dei Cantoni di Vaud, Zurigo, Berna, Basilea, Campagna. Cercati più ch'altri, riescimmo, noi Italiani a sottrarci. Lasciai, insieme ai due Ruffini e a Melegari, Ginevra. Rimanemmo celati per un po' di tempo in Losanna; poi prendemmo, tollerati, soggiorno in Berna.

«Non erano»--io diceva in alcune pagine pubblicate in Losanna col titolo _Sono partiti!_ parlando della persecuzione ai proscritti--«non erano che duecento; e nondimeno, al solo vederli, la vecchia Europa aveva, côlta d'odio e terrore, indossato l'antica armatura di note e protocolli per dar loro battaglia mortale e avea posto in moto contr'essi tutta quanta la turba de' suoi diplomatici, birri, sgherri d'aristocrazia, prefetti, uomini d'armi e spie sotto ogni guisa di travestimento. Da un punto all'altro d'Europa, tutta quella ciurma bifronte, diseredata di cose, che Dio tollera quaggiù come prova ai buoni, s'era raccolta alle porte delle ambasciate a riceverne gli ordini, poi s'era diffusa per ogni angolo della Svizzera, denunziando, calunniando, frugando. Era cominciata la _caccia ai proscritti_.

«Per quattro mesi, le _note_ piovvero, come grandine, come locuste, come mosche sopra un cadavere, sulla povera Svizzera. Vennero da Napoli, dalla Russia, dai quattro punti cardinali; e intimavano tutte, con linguaggio più o meno acerbo d'ira e minaccia: _scacciate i proscritti_.

«Pur fingevano talora di disprezzarli. Erano, scrivevano i loro giornali, giovanetti inesperti, esciti di fresco dalla scuola, cospiratori in aborto. S'erano inebbriati di sogni e cercavano l'impossibile. Era giusto s'educassero, espiando le stolte illusioni; ma in verità non erano da temersi.

«Sì; erano, i più, giovanetti, benchè solcata prematuramente la candida aperta fronte dall'orme di mesti e solenni pensieri; benchè deserti d'ogni carezza di madre, d'ogni gioja d'affetti domestici: fanciulli d'un nuovo mondo, figli d'una nuova fede; e l'Angelo dell'esilio mormorava ad essi, sui primi passi del loro pellegrinaggio, non so quale dolce e santa parola d'amore, di fratellanza universale, di religione dell'anima, che li aveva inalzati al di sopra degli uomini del loro secolo, perchè li aveva trovati puri d'egoismo come la gioventù, presti al sacrificio come l'entusiasmo. Al tocco dell'ala dell'Angelo, il loro occhio aveva intravveduto cose ignote alla tarda età; un nuovo _verbo_ fremente sotto le rovine della vecchia feudale Europa; un nuovo mondo ansioso di vederlo emergere dalle rovine alla luce della vittoria; e nazioni ringiovanite; e razze, per lungo tempo divise, moventi, come sorelle, alla danza, nella gioja della fiducia; e le bianche ali degli angeli della libertà, dell'eguaglianza, dell'Umanità ad agitarsi sulle loro teste. E innamorati dello spettacolo, avevano richiesto il loro Angelo che mai dovessero fare; e l'Angelo avea risposto: _seguitemi; io vi guiderò attraverso i popoli addormentati e voi predicherete coll'esempio la mia parola e conforterete a levarsi quanti giacciono e gemono. Nessuno conforterà voi; e sarete respinti dall'indifferenza e perseguitati dalla calunnia: ma io vi serberò una ricompensa al di là del sepolcro._ Ed essi s'erano posti in viaggio tra i popoli e predicavano per ogni dove la santa parola; e ovunque un fremito di popolo oppresso e prode giungeva al loro orecchio, accorrevano, ovunque udivano un lamento di popolo oppresso e avvilito, s'affrettavano e dicevano a quel popolo: _levati, e impara la forza ch'è in te_. E spesso, com'era stato loro predetto, incontravano sulla via la calunnia e l'ingratitudine: ma un'orma del loro pellegrinaggio rimaneva pur sempre e i popoli stessi che li avevano respinti sentivano con maraviglia non so quale mutamento in sè stessi che li migliorava.

«E queste cose erano state intravvedute anche dai re, perchè anche lo Spirito del Male intravvede il futuro; soltanto è condannato a combatterlo. Tutti gli oppressori odiavano i proscritti perchè li temevano. L'Italia si cingeva di patiboli per respingerli dalla frontiera; la Germania guardava con terrore a vedere se taluno di quei giovani erranti non si celasse nel folto della Foresta Nera; la Francia, la Francia, dei _dottrinari_ e degli elettori privilegiati, consentiva loro la via attraverso le proprie terre, ma faceva di quella via un _ponte dei sospiri_ pel quale andavano a morire di stenti e miseria in altre terre lontane e diffalcava dai _soccorsi di via_ ch'essa loro accordava il soldo dei _gendarmi_ che li trascinavano alla coda dei loro cavalli, e il valore della catena ch'essa poneva talora al collo di quei nobili perseguitati.

«E ora, essi sono partiti. Gli ultimi, giovani Tedeschi, colpevoli d'aver pubblicato alcune pagine energiche indirizzate ai loro compatrioti, furono, or son pochi giorni, consegnati dai gendarmi di Berna ai gendarmi Francesi a Béfort, per essere avviati a Calais. Sono partiti, salutando d'un lungo sguardo di dolore e rimprovero questa terra Elvetica che aveva dato ai proscritti d'Europa solenne promessa d'asilo e per paura la rompe, questi monti che Dio inalzava perchè fossero la casa della Libertà e che il materialismo dei diplomatici converte in uno sgabello della tirannide straniera, questi uomini che li avevano circondati d'affetto e di plausi nei giorni della speranza e ch'oggi ritirano la loro mano dalla mano dei vinti. Essi avevano inteso a combattere per la Libertà non solamente del loro paese, ma di tutti, per la Libertà come Dio la stampava nel core dei buoni, pei diritti di tutti, per la luce su tutti; e uomini che s'intitolano repubblicani li rinegano nella sventura e non una voce ha osato qui, tra l'Alpi, levarsi e rispondere agli scribacchiatori di Note: _no; noi non violeremo la religione della sventura; non cacceremo questi esuli; e se mai vorrete strapparli da noi colla forza, Dio, le nostre Alpi e le nostre armi ci difenderanno da voi_.

«E l'ardita parola avrebbe fatto retrocedere i persecutori. L'Europa diplomatica, turbata, sommossa per quattro mesi dai duecento giovani proscritti, non avrebbe osato affrontare il grido di resistenza d'un popolo che ricorda Sempach e Morgarten.

«Perchè--non lo dimenticate, uomini deboli ch'esciste dalla rivoluzione e la rinegate--non s'arretrarono essi, quei re stranieri ch'oggi minacciano perchè vi vedono tremanti, davanti alla guerra nel 1831? Non videro, impotenti ed immobili, l'elemento democratico, il principio popolare, a invadere ad una ad una le costituzioni dei vostri Cantoni? Allora, eravate fermi e guardavate con fiducia al popolo: allora i vostri contingenti federali s'incamminavano lietamente alla frontiera minacciata dall'Austria; e voci energiche gridavano ad essi: _voi difenderete contro qualunque l'assalga la terra dei vostri padri_. E s'arretrarono quei re terribili. Siate oggi quali foste allora: come allora s'arretreranno. Fra il primo colpo di cannone dei re e l'ultimo d'un popolo che combatte una guerra d'indipendenza, sanno essi quanti troni possano rovinare, quanti popoli insorgere? Voi tenete in mano le due estremità della leva rivoluzionaria, la Germania e l'Italia.

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Voi non avete saputo osare. Vi siete fatti stromento ignobile delle persecuzioni monarchiche. Avete violato i diritti della sventura. Avete scacciato quei che abbracciavano, invocando, i vostri focolari. Avete rinegato il vincolo più sacro che unisca l'uomo a Dio, la pietà.

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Quando i depositari del Dovere d'una Nazione si mostrano incapaci di serbare intatto quel sacro deposito, spetta, o giovani Svizzeri, alla Nazione levarsi, dapprima per avvertire i mandatari infedeli di mutar via, poi per rovesciarli nel fango e fare da sè[36].

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Sono partiti! Dio li scorga e versi la pace sull'anima loro nel lungo pellegrinaggio al quale li condanna inospitale l'Europa. Non disperate, giovani proscritti, dell'avvenire che portate nel core; inalzate il vostro pellegrinaggio all'altezza d'una missione religiosa; soffrite tranquilli. La nuova fede della quale voi siete apostoli ha bisogno, per trionfare, di martiri; e i patimenti nobilmente sopportati sono la più bella gemma della corona che l'angelo dei fati Europei posa sulla testa de' suoi combattenti. I giorni intravveduti da voi sorgeranno. È tal cosa in cielo che nè decreti di Consigli, nè Diete, nè ukasi di Czar valgono a cancellare, come le nuvole addensate dalla tempesta non possono cancellare il sole dalla vôlta azzurra: la Legge morale universale; il progresso di tutti per opera di tutti. Ed è tal cosa in terra che nessuna tirannide può soffocare lungamente: il popolo, la potenza e l'avvenire del popolo. I fati si compiranno. E un giorno, quando appunto s'illuderanno più fortemente a crederlo acciecato, incatenato, sepolto per sempre, il popolo alzerà gli occhi al cielo, e, Sansone dell'Umanità, con un solo sforzo di quella mano che stritola i troni, romperà ceppi, bende e barriere, e apparirà libero e padrone di sè.

«....Apparirà, apparirà! E la santa legge dell'Umanità, la santa parola di Gesù, _amatevi gli uni cogli altri_, la libertà, l'eguaglianza, la fratellanza, l'associazione, avranno il compimento che Dio decretava. I popoli confonderanno in un abbraccio fraterno dolori passati e speranze dell'avvenire.

«E allora, se alcuni di quei proscritti, di quei pellegrini sublimi, messi al bando dell'Umanità per averla troppo ardentemente amata, rimarranno tuttavia in vita, saranno benedetti. E se tutti, a eccezione d'un solo, saranno caduti nella battaglia, quell'uno s'incurverà sulla pietra che coprirà le bianche ossa de' suoi fratelli e mormorerà ad essi attraverso l'alta e folta erba cresciuta su quella: _fratelli, gioite, però che l'Angelo ha detto il Vero e noi abbiamo vinto il vecchio mondo_.

«E quegli sarà l'ultimo proscritto, perchè i soli popoli regneranno.»

* * * * *

In Berna, tra le incertezze del futuro, le noje del presente e i frequenti richiami della polizia che a ogni nuova Nota diplomatica ci tormentava, stesi e stringemmo congregati--se la memoria non mi tradisce--in diciasette fra Tedeschi, Polacchi e Italiani, il Patto di Fratellanza che doveva avviare il lavoro dei tre popoli a un unico fine. E fu questo:

«Noi sottoscritti, uomini di progresso e di libertà:

«Credendo:

«Nell'eguaglianza e nella fratellanza degli uomini,

«Nell'eguaglianza e nella fratellanza dei Popoli;

«Credendo:

«Che l'Umanità è chiamata a inoltrare, per un continuo progresso e sotto l'impero della Legge morale universale, verso il libero e armonico sviluppo delle sue facoltà e verso il compimento della sua missione nell'Universo;