Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 14

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Sui primi d'ottobre, ogni cosa era pronta da parte mia: non così da parte del generale Ramorino, al quale io scriveva e riscriveva senza ottenere risposta: mi giungevano bensì dal giovane segretario ragguagli tristissimi che m'additavano Ramorino perduto nella passione del gioco, indebitato e vôlto a tutt'altro che ad ordinar la colonna. Passò l'ottobre. Gli mandai viaggiatori, tra i quali ricordo Celeste Menotti che dovè raggiungerlo in Parigi, dov'ei s'era, senza scopo apparente, ridotto. Spronato, rimproverato, ei chiese tempo, allegando ostacoli impreveduti al lavoro. Gli concedemmo, riluttanti, il novembre. E il novembre anch'esso passò. Sul cominciare di dicembre, ei finalmente mi dichiarò che gli riusciva impossibile d'ordinare anche cento sui mille uomini promessi; che la polizia parigina informata, l'aveva interrogato sul disegno; ch'ei s'era valentemente schermito, ma che invigilato, adocchiato in ogni suo passo, ei non poteva ormai più adempiere alle sue promesse--e mi rimandava 10,000 sui 40,000 franchi affidatigli. Più tardi seppi ch'egli, cedendo a minacce e promesse di pagamento dei debiti, s'era messo in accordo col Governo francese, vincolandosi, non a tradire sul campo, ma a impedire che v'entrassimo mai.

Intanto, l'opportunità della mossa andava sfumando. Il partito all'interno, decimato, impaurito, sviato, cadeva nell'anarchia e nella impotenza. Al di fuori, il segreto dell'impresa, fidato a centinaja di uomini italiani, polacchi, francesi, svizzeri, si svelava a tutte le polizie. I loro agenti convenuti da ogni lato di Ginevra, spiavano ogni nostro passo, accumulavano ostacoli, insistevano colle autorità Ginevrine perchè disperdessero gli esuli agglomerati nel Cantone. Li disseminammo come meglio si poteva, a sviar l'attenzione e i sospetti; ma rimossi dalla vigilanza del Centro, lasciati alle loro inspirazioni individuali, scorati, e diffidenti pei lunghi indugi e per le promesse ripetute e sempre fallite perdevano ogni senso di disciplina, partivano, tornavano, s'allontanavano senza dir dove, in cerca d'occupazione: altri molti, privi di mezzi, ricorrevano alla Cassa Centrale ed esaurivano i mezzi serbati all'azione. Deputazioni incessanti venivano dai più impazienti fra i proscritti stranieri a lagnarsi, a chiedere quando si farebbe, ed assegnare termini perentorî all'azione, minacciando taluni di sciogliersi, altri d'operare rovinosamente da sè. L'ambasciata Francese offriva ai polacchi cacciati poco innanzi da Besançon oblio, passaporti, danaro, ogni cosa purchè vi tornassero; e i comitati Svizzeri, informati di quelle offerte, ricusavano più oltre soccorrerli. Bisognava, a trattenerli, dar loro paga regolare. L'indugio era una vera rovina.

E nondimeno, io non poteva svelare il vero. La voce fatta correre all'interno che Ramorino capitanava l'impresa era diventata una condizione _sine qua non_. Il nostro dichiarare che s'agirebbe, ma senza di lui, avrebbe disanimato tutti i cospiratori della Savoja, e l'interpretazione più ovvia sarebbe stata ch'ei s'asteneva, giudicando l'impresa impossibile. Nè io, sospetto di volere allontanato un rivale, avrei ottenuto fede, se non con prove documentate, ch'io non aveva, della sua mala condotta.

E come se quel viluppo di difficoltà pressochè insormontabili non bastasse, s'aggiungeva l'opposizione segretamente dissolvitrice di Buonarroti. Buonarroti in lega con me fino allora s'era fatto subitamente avverso a ogni nostro tentativo d'azione: angusto di vedute e intollerante nel suo giudicare degli uomini, ei vedeva nel mio collegarmi con Giacomo Ciani, con Emilio Belgiojoso, ch'era venuto a offrirsi ajutante di Ramorino, e con altri patrizî o ricchi lombardi ch'ei chiamava sdegnosamente i _banchieri_, una deviazione dai principî della pura democrazia; ma sopratutto, egli, cospiratore per tutta la vita a Parigi, ignaro assolutamente d'ogni elemento Italiano e neppur sognando che l'_iniziativa_ potesse e dovesse un giorno trapiantarsi di Francia in Italia o in altra Nazione, non ammetteva che potesse cominciarsi un moto fuorchè--non dirò in Francia, perch'egli avversava pure i disegni del Lionese--ma in Parigi. E fulminò scomunica contro di noi: scomunica abbastanza potente, perchè tutti gli elementi Svizzeri che m'erano indispensabili erano affratellati nella Carboneria, ed egli costituiva, con Testa, Voyer di Argenson ed altri l'Alta Vendita della Setta. Io mi trovava a un tratto minato nelle parti vitali del mio lavoro, e sentiva tutte le ruote del congegno arrestarsi, senza poterne indovinare il perchè.

Com'io resistessi a ostacoli siffatti e rinascenti ogni giorno, non so. Era una lotta d'Antèo, cadente a ogni tanto e risorgente con nuova forza dalla terra toccata. Mi toccò riconquistare a uno a uno gli agenti Svizzeri e staccarli da Buonarroti. Raccolsi nuovo danaro. Trattenni i Polacchi. Mandai uomini nostri a formare rapidamente, perchè non fallisse una parte del disegno ch'era promessa e che era diversione importante, un nucleo di colonna in Lione, fidandone la direzione a Rosales, a Nicolò Arduino e all'Allemandi: in quel nucleo era il giovine Manfredo Fanti, più tardi Generale, Ministro, e nemico nostro.

Perchè non rinunziai all'impresa? Oltre le cagioni del persistere accennato più sopra, il dire a un tratto a tutti gli elementi dell'interno a tutti gli uomini nostri e stranieri che al difuori vivevano in quella fede, ai repubblicani francesi, a tutti coloro che avevano dato denaro pei quattro quinti già speso: _non era che un sogno_, era un decretare morte per sempre al Partito nella cui vita io vedeva gran parte della salute dell'Italia. Era meglio tentare e cadere in campo, lasciando non foss'altro un insegnamento morale a chi volesse raccoglierlo. Poi se taluno fra' miei lettori è stato mai a capo d'una impresa collettiva, egli almeno deve sapere come l'impresa giunta a un certo grado di sviluppo diventi padrona dell'uomo e non gli conceda più di ritrarsi.

Passava intanto in quei lavori, non solamente tutto il novembre, ma il dicembre; con tale rovina della fiducia di tutti, e con tale esaurimento di mezzi da comandarmi imperiosamente l'azione. La risolsi pel finir di gennajo (1834) e sollecitai perchè verso quel tempo s'operasse in Lione. L'eco dell'insurrezione Francese avrebbe largamente supplito a tutti quei gradi di potenza che s'erano irreparabilmente perduti in Italia.

Scrissi a Ramorino, dicendogli ch'io avrei iniziato a ogni modo; venisse ad assumere il comando della fazione, e se non prima, ricevuta appena la nuova del nostro ingresso. Il moto era fissato pel 20 gennajo.

E aspettando risposta, ordinai quant'era necessario alla mossa. Si determinarono i giorni, l'ora della partenza di nuclei collocati sui diversi punti, l'ordine delle giornate, le vie da tenersi, i viveri, i corrieri di punto in punto. Si fece deposito delle armi, per quei che venivano da lontano, in Nyon, sulla sponda del lago. S'apprestarono barche e zattere, tanto che invece di spingersi tutti in Ginevra dove eravamo già troppi, e dove il Governo avrebbe necessariamente tentato d'opporsi, tragittassero il lago e venissero a ricongiungersi con noi in Carouge, punto di convegno per tutti. In Carouge si trasportarono l'armi per quei che dovevano muovere da Ginevra e dintorni. Si compì l'ordinamento militare; si scelsero i capi; si prepararono i proclami.

Poco importa ora l'esporre minutamente il concetto di guerra che mi parve da scegliersi. Basti il dire che il punto centrale dell'operazione era Saint-Julien, sulla via d'Annecy. Non potendo nè volendo determinare l'ora dell'insurrezione delle provincie Savojarde, ordinai si raccogliessero in Saint-Julien, delegati di ciascuna, tanto che fatti certi del nostro arrivo, corressero a dare alle loro circoscrizioni il segnale del moto. La nostra forza era tale da rendere ogni valida resistenza in Saint Julien impossibile.

Io sperava che Ramorino s'attenesse al secondo partito insinuatogli e non venisse che dopo iniziata la mossa; ma fui deluso. Mi scrisse che sarebbe venuto a tempo. E questa sua promessa fu intanto cagione di nuovi indugi fatali allora più che mai. S'arrestò sulla via, mi mandò avvisi che mi trattennero di giorno, in giorno, e ci trascinarono fino al 31 gennajo, quand'ei giunse la sera, con due generali, polacco l'uno, spagnuolo l'altro, un ajutante, un medico.

Lo vidi. Stava sul suo volto il sospetto di chi sente d'essere sospettato e meritamente. Ei non levava, parlandomi gli occhi da terra. Io ignorava ancora gli accordi stretti col governo francese, ma presentii un tradimento possibile. Determinai stargli a fianco, e giunti che fossimo a Saint-Julien, negargli, occorrendo, il potere. L'insurrezione iniziata avrebbe probabilmente sentito la propria forza e concesso minor importanza al prestigio di un nome.

Non proferii parola sul passato. Gli diedi il quadro delle nostre forze. Gli comunicai il disegno di guerra. Gli proposi l'approvazione degli ufficiali. Accettò ogni cosa. Soltanto, allegando la responsabilità che pesava su lui, volle assumere sin d'allora il comando ch'io avrei voluto non cominciasse che a Saint-Julien: fu appoggiato da quanti fra i nostri vedevano nella supremazia militare la salute dell'impresa, e se ne giovò per istituire alcuni capi, quello fra gli altri che dovea guidare i polacchi destinati ad attraversare il lago da Nyon. Lo condussi, per vincolarlo più sempre, a un convegno segreto col generale Dufour. Là furono studiate nuovamente le basi del disegno.

Il 1.º febbrajo ci ponemmo in moto. In Ginevra il governo tentò d'impedire, anche più energicamente ch'io non avrei pensato, il concentramento. I battelli furono sequestrati. L'albergo ov'io era fu circondato dai gendarmi. S'arrestavano i nostri quando il menomo indizio, un'arme, un berretto, una coccarda li rivelava. Ma la popolazione preparata di lunga mano si levò tutta a proteggerci. Ufficiali e soldati guardavano con favore la nostra mossa e cedevano facilmente alle istanze semi-minacciose dei cittadini. Tutti i nostri si raccolsero al convegno e s'armarono. Rimasi l'ultimo in Ginevra per dirigere la mobilizzazione, poi, la sera, in un battello ch'era stato giudicato inservibile, traversai coi Ruffini e uno o due altri il lago e mi recai al campo dei nostri. Era tutto entusiasmo, lietezza, fiducia.

Ma ci aspettava d'altra parte una serie terribile di delusioni.

I giovani tedeschi che avevano avuto le mosse da Zurigo e Berna, spinti da un entusiasmo che esagerava la facilità dell'impresa e dimenticava l'inevitabile opposizione del governo Svizzero, s'avviarono collettivamente, a nuclei, quasi in ordine di battaglia, con coccarde repubblicane germaniche, foglie di quercia al berretto, e rivelando agli occhi di tutti il fine per cui movevano. La distanza dal punto di convegno era grande e concedeva tempo e mezzi di repressione alle autorità. Gli uni furono lungo la via circondati; altri dispersi; molti vinsero gli ostacoli e giunsero, ma per vie diverse dalle segnate e tardi: pochissimi tra quelli elementi ci raggiunsero in tempo. E fu perdita grave.

La colonna dei polacchi che dovevano attraversare il lago da Nyon, affidata da Ramorino a un Grabski, commise l'inescusabile errore di separare gli uomini dall'armi: barche svizzere con soldati del contingente passarono in mezzo, s'impossessarono della zattera sulla quale erano l'armi, e condussero gli inermi prigioni.

Questi e altri incidenti simili ci privarono a un tratto dei tre quarti almeno delle nostre forze, e quel ch'è peggio, diedero a Ramorino il pretesto che gli mancava.

Per qualunque avesse avuto scintilla di genio insurrezionale e sopratutto intenzione di riuscire, la posizione era chiara. Noi potevamo anche colle poche nostre forze, correre difilati su Saint-Julien e occuparlo. _Non v'erano truppe._ Certi di non poterlo difendere, i capi piemontesi, all'annunzio della nostra mossa, avevano abbandonato quel punto, e s'erano collocati a metà strada per coprire Annecy. Giunti a Saint-Julien e partiti a diffondere il segnale d'insurrezione i delegati che s'erano raccolti, poco importava la cifra delle nostre forze. E inoltre l'entusiasmo delle popolazioni svizzere, infervorato dal nostro primo successo, avrebbe costretto il governo a mettere in libertà le nostre colonne che ci avrebbero poco dopo raggiunti.

La nuova dell'allontanamento delle truppe da Saint-Julien era stata comunicata a Ramorino. Credendo nell'esecuzione della promessa e non volendo dar pretesti al sospetto di dualismo e d'ambizione nascente, presi una carabina e mi confusi nelle file dei militi.

Il documento collettivo ch'or qui si ripubblica lascia intendere abbastanza come Ramorino si facesse un'arme dell'imprigionamento dei polacchi del lago e della speranza di riaverli per mutare subitamente il disegno, sviarsi dal punto obbiettivo, costeggiare per quasi ventiquattro ore il lago, stancare, sconfortare, rendere incapaci di disciplina i nostri elementi. Ond'io m'asterrò dal ripetere, e dirò solamente in poche linee ciò che mi concerne personalmente.

Io aveva presunto troppo delle mie forze fisiche. L'immenso lavoro ch'io m'era da mesi addossato le avea prostrate. Per tutta l'ultima settimana io non aveva toccato il letto; avea dormito appoggiandomi al dosso della mia sedia a mezz'ore, a quarti d'ora interrotti. Poi, la ansietà, le diffidenze, i presentimenti di tradimento, le delusioni imprevedute, la necessità d'animare altrui col sorriso d'una fiducia che non era in me, il senso d'una più che grave responsabilità, avevano esaurito facoltà e vigorìa. Quando mi misi tra le file, una febbre ardente mi divorava. Più volte accennai cadere e fui sorretto da chi m'era a fianco. La notte era freddissima e io aveva lasciato spensieratamente non so dove il mantello. Camminava trasognato, battendo i denti. Quando sentii qualcuno--era il povero Scipione Pistrucci--a mettermi sulle spalle un mantello, non ebbi forza per volgermi a ringraziarlo. Di tempo in tempo, poi che m'avvidi che non s'andava su San Giuliano, io richiamava con uno sforzo supremo le facoltà minacciate per correr in cerca di Ramorino e pregarlo, scongiurarlo perchè ripigliasse il cammino sul quale eravamo intesi. Ed ei m'andava, con un guardo mefistofelico, rassicurando, promettendo, affermando che i polacchi del lago s'aspettavano di minuto in minuto.

Ricordo che a mezzo dell'ultimo abboccamento, mentr'ei più deliberatamente mi resisteva, un fuoco di moschetteria partito dal piccolo nostro antiguardo mi fece correre al fascio delle carabine, con un senso di profonda riconoscenza a Dio che ci mandava finalmente, qualunque si fosse, la decisione. Poi, non vidi più cosa alcuna. Gli occhi mi s'appannarono; caddi, e in preda al delirio.

Fra un accesso e l'altro, in quel barlume di coscienza che si racquista a balzi per ricadere subito dopo nelle tenebre, io sentiva la voce di Giuseppe Lamberti a gridarmi: _che cosa hai preso?_ Egli e pochi altri amici sapevano ch'io temendo d'esser fatto prigione e tormentato per rivelazioni, aveva preso con me un veleno potente. E affaticato pur sempre dal pensiero delle diffidenze che s'erano, o mi pareva, suscitate in taluni, io interpretava quelle parole come s'ei mi chiedesse quale somma io avessi preso dai nemici per tradire i fratelli. E ricadeva, smaniando, nelle convulsioni. Tutti quei che fecero parte della spedizione e sopravvivono, sanno il vero delle cose ch'io dico. Quella notte fu la più tremenda della mia vita. Dio perdoni agli uomini che, spronati da cieca ira di parte, seppero trovarvi argomento di tristi epigrammi.

Appena Ramorino seppe di me, sentì sparito l'ostacolo: salì a cavallo, lesse un ordine del giorno che scioglieva la colonna dichiarando l'impresa impossibile, e l'abbandonò. Supplicarono Carlo Bianco perchè li guidasse: egli s'arretrò davanti alla nuova responsabilità e al disfacimento visibile tra gli elementi. La colonna si sciolse.

Quando mi destai, mi vidi in una caserma, ricinto di soldati stranieri. Vicino a me stava l'amico mio Angelo Usiglio. Gli chiesi ove fossimo. Mi disse con volto di profondo dolore: _In Isvizzera._ E la colonna? _in Isvizzera_ (1861).

* * * * *

Il primo periodo della GIOVINE ITALIA era conchiuso e conchiuso con una disfatta. Doveva io ritirarmi dall'arena e rinunziando a ogni vita politica, aspettando paziente che il tempo o altri più capace o più avventuroso di me maturasse i fati italiani, seguire nel silenzio una via di sviluppo individuale e riconcentrarmi negli studî che più sorridevano all'anima mia?

Molti mi diedero quel consiglio: gli uni convinti che l'Italia, guasta fino al midollo dal lungo servaggio e dall'educazione gesuitica, non avrebbe mai potuto far suo il nostro ideale e conquistarne colle proprie forze il trionfo; gli altri già stanchi sul cominciar della lotta, bramosi di vivere della vita dell'individuo e impauriti dalla tempesta di persecuzioni che s'addensava visibilmente sulle nostre teste. E i fatti che seguirono l'infausta spedizione convalidavano i loro argomenti. Un immenso clamore di biasimo s'era levato, da quanti in tutti i tempi non adorano che la vittoria, contro di noi. L'onda, rotta agli scogli, retrocedeva. Dall'Italia non venivano che voci di sconforto, nuove di fughe, diserzioni, imprigionamenti e dissolvimento. Intorno a noi, nella Svizzera, il favore col quale erano stati accolti i nostri disegni si convertiva rapidamente in irritazione. Ginevra era tormentata di note diplomatiche, richieste imperiose di liberarsi di noi e minaccie; e i più cominciavano a imprecare a noi caduti come a stranieri che mettevano a pericolo la pace del paese e rompevano la buona armonia della Svizzera coi governi europei. L'autorità federale mandava commissarî, iniziava inquisizioni e processi. Il nostro materiale di guerra era sequestrato: i nostri mezzi finanziarî erano quasi esauriti di fronte alla tristissima condizione degli esuli, sprovveduti i più d'ogni cosa. E anche tra i nostri la miseria e l'amarezza della delusione seminavano recriminazioni e dissidî. Tutto era bujo all'intorno. Ben promettevano dalla Francia battaglia imminente e vittoria in nome della repubblica; ma io credeva spenta per allora l'_iniziativa_ francese, e quelle uniche promesse di meglio mi trovavano incredulo. E più potente d'ogni consiglio e d'ogni minaccia mi suonava all'orecchio il grido di dolore e di suprema inquietudine della povera mia madre. Avrei ceduto a quello se avessi potuto.

Ma era tal cosa in me che le circostanze esterne non valevano a domare. La mia natura era profondamente subbiettiva e signora de' proprî moti. L'_io_ era fin d'allora per me una _attività_ chiamata a modificare il _mezzo_ in cui vive, non a soggiacergli passivo. La vita raggiava dal centro alla circonferenza, non dalla circonferenza al centro.

La nostra non era impresa di semplice riazione, moto d'infermo che muta lato ad alleviare il dolore. Noi non tendevamo alla libertà come a _fine_, ma come a mezzo per potere raggiungere un fine più positivo e più alto. Avevamo scritto Unità repubblicana sulla nostra bandiera. Volevamo fondare una Nazione, creare un Popolo. Cos'era, per uomini che s'erano proposto intento sì vasto una disfatta? Non era appunto parte dell'opera educatrice quella d'insegnare ai nostri l'imperturbabilità negli avversi eventi? Potevamo insegnarla senza darne l'esempio noi? E non avrebbe la nostra abdicazione somministrato un argomento a quanti ritenevano impossibile l'Unità? Il guasto radicale in Italia, ciò che la condannava all'impotenza, era visibilmente non una mancanza di desiderio, ma una diffidenza delle proprie forze, una tendenza ai facili sconforti, un difetto di quella costanza, senza la quale nessuna virtù può fruttare, uno squilibrio fatale tra il _pensiero_ e l'_azione_. L'insegnamento morale che dovea porre rimedio a quel guasto non era possibile in Italia, sotto il flagello persecutore delle polizie, per via di scritti o discorsi, su larga scala, in proporzioni eguali al bisogno. Era necessario un apostolato vivente: un nucleo d'uomini italiani forti di costanza, inaccessibili allo sconforto, i quali si mostrassero, in nome d'una Idea, capaci di affrontare col sorriso della fede persecuzioni e sconfitte, cadenti un giorno, risorgenti il dì dopo, e presti sempre a combattere e credenti sempre, senza calcolo di tempo o di circostanze, nella vittoria finale. La nostra era, non setta, ma religione di patria. E le sette possono morire sotto la violenza: le religioni non mai.

Scossi da me ogni dubbiezza, e deliberai proseguir sulla via.

In Italia, il lavoro doveva inevitabilmente rallentarsi. Bisognava dar tempo agli animi di riaversi, ai padroni di credersi vincitori e riaddormentarsi. Ma potevamo rifarci all'estero delle perdite dell'interno e lavorare a risorgere un giorno e gittare una seconda chiamata all'Italia, forti d'elementi stranieri alleati e dell'opinione europea. Potevamo, nel disfacimento, ch'io vedeva lentamente compirsi, d'ogni principio rigeneratore, d'ogni _iniziativa_ di moto europeo, preparare il terreno alla sola idea che mi pareva chiamata a rifare la vita dei popoli, quella della Nazionalità, e una influenza _iniziatrice_, in quel moto futuro all'Italia. Nazionalità e possibilità d'iniziativa italiana: fu questo il programma, questa la doppia idea dominatrice d'ogni mio lavoro dal 1834 al 1837.

La nostra stampa aveva attirato su noi l'attenzione degli stranieri. L'ardito tentativo sulla Savoja aveva raccolto intorno al nostro comitato una moltitudine d'esuli di tutte contrade. Erano, i più, Tedeschi e Polacchi; ma parecchi venivano di Spagna, di Francia e d'altrove--e citerò ad esempio Harro Haring, scrittore di merito e vero pellegrino della Libertà, dacch'egli avea combattuto e lavorato per essa in Polonia, in Grecia, in Germania. Era nato sulle sponde del Mar Glaciale e portava con sè l'aspirazione ignota allora a tutti fuorchè a lui e a me, ma pur destinata a tradursi in fatto un dì o l'altro, all'Unità della Scandinavia. Fra tutti quegli uomini, e prima che la persecuzione ci balestrasse a diverse foci, intesi a cacciare i germi della doppia idea e d'una alleanza universalmente invocata, non tentata ordinatamente da alcuno.

La Carboneria diretta in Francia da Buonarroti, Teste e, credo, Voyer d'Argenson, tentava naturalmente di stendere i suoi lavori in tutte le contrade: e accoglieva nelle sue file uomini d'ogni terra. Ma era Associazione _cosmopolita_ nel senso filosofico della parola: non vedeva sulla terra che il _genere umano_ e l'_individuo_; e individui, non altro, erano per essa i suoi membri. La Patria non aveva altare o bandiera nelle Vendite: il Polacco, il Tedesco, il Russo non erano, dopo iniziati, se non Carbonari. Figli idolatri della Rivoluzione Francese, quelli uomini non oltrepassavano le sue dottrine. Cercavano per l'uomo, per _ogni_ uomo la conquista di ciò ch'essi chiamavano suoi _diritti_: diritti di libertà e d'eguaglianza, non altro. Ogni idea _collettiva_, e quindi l'idea-Nazione, era per essi inutile o--quando la giudicavano dal passato--pericolosa. Teoricamente, ignoravano che non esistono _diritti_ per l'individuo se non in conseguenza di _doveri_ compiti: dimenticavano che la legge di vita dell'_individuo_ non può desumersi se non dalla _specie_; e rinegavano il sentimento della vita _collettiva_ e il concetto dell'opera trasformatrice che ogni _individuo_ deve tentare di compiere sulla terra a pro dell'umanità. Praticamente, essi s'assumevano d'agire con una leva alla quale sottraevano il punto d'appoggio, e si condannavano all'impotenza.