Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 13

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Narra Brofferio nella sua _Storia del Piemonte_ come Carlo Alberto, fatto per paura feroce, anelasse sangue, e a tal punto che dolendosi con Villamarina dell'umile condizione delle prime vittime, gli dicesse: _non è bastevole esempio il sangue dei soldati: pensate a qualche ufficiale_. Non ho modo d'appurare il fatto: ma di certo Villamarina, tenuto fino allora per uomo di spiriti liberali, e Giudici e Governatori, si condussero in guisa da far credere che sapessero di potere, incrudelendo, mercarsi favore dal Sire. Morto ogni senso di giustizia e sprezzate le stesse apparenze, si decretò fossero commessi i giudizî a tribunali di guerra tanto per incolpati civili quanto pei militari. Protestarono i primi, ma indarno. Protestarono pure con nobile ardire, il 17 luglio, cinque avvocati genovesi estranei ai procedimenti, ed ebbero risposta negativa il 25. Fu chiesto che ai civili si concedesse almeno il diritto di scegliersi difensori, e s'ebbe rifiuto. I denunziatori, ai quali era promessa la vita, mal s'accordavano tra di loro: due furono messi, il dodici maggio, nella stessa prigione; tre il 23, quattro il 30, e si concertarono. S'intese allora il sergente Turff a dichiarare, in appoggio alla testimonianza d'un Piacenza, soldato, d'avere somministrato egli stesso all'Associazione minuti ragguagli intorno all'Artiglieria; e nondimeno, in sette esami anteriori, ei non avea fatto cenno di questa gravissima circostanza. Rimanevano, a ogni modo, incancellabili, le contradizioni dei primi esami, contradizioni spinte al punto di dirsi taluni affigliati alla _Giovine Italia_ dal 1830, quando l'Associazione non esisteva. Su rivelazione d'uomini siffatti si pronunziarono le sentenze: sentenze di morte anche contro prigionieri provati innocenti d'ogni attiva complicità, ma rei d'avere saputo e non denunciato[29]. Le difese furono una ironìa. I documenti si davano ai difensori mutilati, imperfetti, e per tempo sì breve da non lasciar campo a maturo esame. E i difensori appartenenti tutti all'esercito, furono non molto dopo, generalmente, puniti: forse avevano tradito nella voce o nella espressione del volto il commovimento dell'animo. Tra una sentenza e l'altra escivano decreti che il Governo non si sarebbe attentato di pubblicare in tempi normali, che minacciavano di galera e talora di morte qualunque darebbe circolazione in Piemonte a scritti avversi ai principî della monarchia: decreti infami in ogni tempo, che attribuivano ricompensa di cento scudi a chi si farebbe denunziatore.

Quei che perirono furono Giuseppe Tamburelli, caporale nella brigata Pinerolo, il 22 maggio 1833, in Chambery: Antonio Gavotti di Genova, maestro di scherma, il 15 giugno, in Genova: Giuseppe Biglia di Mondovì, sergente nei granatieri guardie, lo stesso giorno in Genova: Domenico Ferrari di Taggia, sergente nella brigata Cuneo il 14 giugno, in Alessandria; Giuseppe Menardi, Giuseppe Rigasso Amando Costa, Giovanni Marini, sergenti nella brigata Cuneo, lo stesso giorno, in Alessandria; Effisio Tola, di Sassari, luogotenente nella brigata Pinerolo, l'11 giugno, in Chambery; Alessandro de Gubernatis, di Gorbio, sergente nella brigata Pinerolo, il 14 giugno, in Chambery: Andrea Vochieri, d'Alessandria, legale, il 22 giugno, in Alessandria.

Condannati a morte, ma fuggiti in tempo, furono l'avvocato Scovazzi; Ardoino, luogotenente nella brigata Pinerolo; Vacarezza, sottotenente nella stessa brigata; i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina; il chirurgo Scotti; Gentilini, proprietario; il marchese Carlo Cattaneo; Giovanni Ruffini; l'avvocato Berghini; l'ufficiale divisionario Barberis; il marchese Rovereto ed altri. Io pure allora fui condannato nel capo. Thappaz, luogotenente nel regio corpo degli ingegneri, fu condannato a venti anni di prigionia; il generale fuori di servizio Giuseppe Guillet a dieci; il medico Orsini a venti; Noli, mercante, e Moja, a prigione perpetua; Lupo, gioielliere, a venti anni; altri molti a cinque, a tre, a due; parecchi ufficiali imprigionati ad arbitrio; Spinola, Durazzo, Cambiaso e altri del patriziato furono, come puniti abbastanza dal carcere sofferto, restituiti alla libertà.

Tutto questo fu fatto affrettatamente, senza riguardo a legalità, senza alcuna di quelle apparenze solenni che danno indizio, non foss'altro, d'un atto di giustizia da compiersi. Era un furore, un terrorismo rivoluzionario senza grandezza di fine, senza scusa di prepotente necessità. Parea temessero di vedersi strappate le vittime. Carlo Alberto avea chiesto sangue, e davano sangue. Lo spargevano allo spuntare del giorno, fra le tenebre e l'alba. Le tinte del delitto incoloravano quelle opere di vendetta. Le mani della giustizia somigliavano quelle dell'assassino.

Qua e là accadevano scene da rabbrividirne. I carnefici, certi del regio sorriso, superavano la crudeltà del loro padrone[30]. Il generale Morra in Chambery, Gaverga Governatore, in Cuneo, il Generale Governatore d'Alessandria Galateri, furono per ferocia, cospicui. Al più feroce Carlo Alberto diede l'ordine della Santa Annunziata che gli conferiva il diritto di salutare il re del nome di _cugino_. E lo meritava.

Ringrazio Iddio d'avermi inspirata una fede che non s'è mai contaminata in Italia di simili orrori. I repubblicani di Napoli, di Venezia e di Roma escirono dal Governo puri di sangue cittadino e di bassa vendetta.

* * * * *

Non dirò com'io mi fossi, a quell'accalcarsi di nuove funeste, nell'animo mio: scrivo appunti di fatti, non la storia delle mie sensazioni. Parve bensì a me e agli amici miei che durasse in ogni modo per noi la necessità di tentare un fatto. Era visibile, nelle incertezze dei cospiratori dell'interno, quello squilibrio tra il pensiero e l'azione che anch'oggi, in grado minore, inceppa l'andamento del nostro risorgere. I principî di rivoluzione che predicavamo erano accolti; la necessità d'operare a seconda non era abbastanza sentita. Bisognava _moralizzare_ il Partito: provargli col fatto che quando uomini d'una fede, e che si stanno mallevadori della salute o della rovina altrui, hanno promesso di fare, devono fare e non lasciarsi sviare da nuovi ostacoli o da cagioni individuali, comunque nobili e generose. Noi pure, capi al di fuori, avevamo promesso, e toccava a noi, insegnatori, di mantener le promesse. Avevamo d'altra parte, se ci veniva fatto d'operare sollecitamente, probabilità di successo. I più tra i nostri elementi non erano stati scoperti: sgominati, incerti e senza unità di capi o disegno, duravano pure potenti di numero, e una ardita iniziativa da parte nostra li avrebbe senz'altro raggranellati all'azione. Il fremito suscitato dalle crudeltà delle quali accennai era universale, e trapiantando rapidamente l'iniziativa dall'interno in noi, eravamo quasi certi di dar moto a una riscossa in Italia. Le nostre speranze erano talmente fondate che--per accennar qui di volo un tentativo intorno al quale non occorre spendere lunghe parole--il solo annunzio della nostra decisione bastò a raccogliere gli elementi dispersi di Genova e risuscitare il disegno. Sul finire dell'anno, un moto era nuovamente preparato in quella città, e non fallì se non per l'inesperienza dei capi, buoni, ma giovanissimi e ignoti ai più. Giuseppe Garibaldi fu parte di quel secondo tentativo e si salvò colla fuga[31].

Deliberammo adunque di fare. Lasciai Marsiglia e mi recai in Ginevra.

Studiai il terreno dal quale dovevamo operare. Come ogni Governo, il Ginevrino doveva opporsi a ogni tentativo d'irruzione armata in un paese finitimo; ma venuto a contatto coi cittadini influenti, tra i quali era Fazy, allora amicissimo mio, poscia, fatto capo di Governo, nemico, m'avvidi che l'opposizione sarebbe stata fiacca e che avremmo avuto il favore del popolo. Strinsi lega con quanti avrebbero potuto all'uopo giovarci; ajutai l'impianto d'un giornale, l'_Europe Centrale_, destinato a diffondere l'idea dell'emancipazione della Savoja; trovai gli uomini capaci di mantenere sicure le corrispondenze segrete con quella Provincia: feci insomma quant'era in me per accertare che avremmo potuto, anche a dispetto del Governo, operare.

La Savoja era oppressa, malcontenta, disposta a insorgere. Ebbi abboccamenti con cittadini di Chambery, d'Annecy, di Thonon, di Bonneville, d'Evian, d'altri punti. Si concertarono le basi del moto. A chi mi chiedeva quali erano le sorti serbate, in caso di riuscita, al paese, io rispondeva: che sarebbe lasciato al voto della popolazione di serbarsi all'Italia o dichiararsi Francese o congiungersi alla Confederazione Svizzera; e che, quanto a me, avrei desiderato si scegliesse il terzo partito. Ed era in fatti ed è tuttavia mia opinione che nel riparto futuro d'Europa, la Federazione Svizzera, mutata in Federazione Alpina, e fatta barriera tra Francia, Italia e Germania, dovrebbe stendersi da un lato alla Savoja, dall'altro al Tirolo Tedesco, e più oltre. La Lega delle popolazioni Alpine è indicata dalle condizioni geografiche, dalle tendenze più o meno uniformi degli abitatori dei monti, e dalla missione speciale a pro della pace Europea che quella zona intermedia, fatta più forte ch'oggi non è, sarebbe chiamata a compire. E credo che, quando la Svizzera, smembrata fra la Germania, la Francia e noi, non sia cancellata dalla Carta d'Europa, sarà quello il futuro. Soltanto la politica funesta di Cavour ha seminato difficoltà tremende dove non erano, come ha cacciato, colla cessione di Nizza, il germe d'una guerra nell'avvenire tra due nazioni, chiamate ad amarsi e procedere unite.

Gli elementi non mancavano all'azione ideata. E avremmo potuto raccoglierli tutti fra li esuli italiani; se non che il chiamarli dai diversi luoghi di deposito in Francia avrebbe, oltre al suscitar l'attenzione, importato gravissima spesa. Altri elementi erano stati accumulati dalle circostanze in Isvizzera: esuli tedeschi in conseguenza del tentativo fatto in Hambach; esuli polacchi cacciati per insubordinazione ai regolamenti o per altro dalla Francia. Ed erano, agglomerati, i primi nei cantoni di Berna e Zurigo, i secondi in quei di Neuchâtel, Friburgo, Vaud e Ginevra. Noi potevamo dunque ordinarli e giovarne l'impresa senza rivelare, con subite traslocazioni, il disegno ai Governi. A me sorrideva l'idea d'inanellare colla causa di Italia quella d'altre nazioni oppresse, e d'impiantare sulle nostre Alpi una bandiera di fratellanza Europea. La Giovine Europa era nella mia mente uno sviluppo logico del pensiero che informava la Giovine Italia. E il ridestarsi d'Italia doveva essere a un tempo un atto di _iniziativa_, una consecrazione dell'alto ufficio che le spettò nel passato, e le spetterà, confido, nell'avvenire. La Federazione dei Popoli doveva trovare il suo germe nella nostra Legione.

Il pensiero comunicato da me ai migliori tra gli esuli delle due nazioni, fu accolto con entusiasmo. Si fondarono comitati: si lavorò all'ordinamento pratico militare dei diversi nuclei che dovevano essere chiamati all'azione. M'ajutavano in questo lavoro alcuni militari, tra i quali era primo Carlo Bianco che s'era con Gentilini, Scovazzi e altri collocato in Nyon. Intorno a me, nell'albergo della _Navigazione_, ai _Pâquis_, s'erano raccolti Giovanni e Agostino Ruffini di Genova, Giambattista Ruffini di Modena, oggi Maggiore, Celeste Menotti, Nicola Fabrizi, Angelo Usilio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, Paolo Pallia e altri parecchi. L'albergo era tutto nostro e fatto inaccessibile alla vigilanza delle polizie. Giacomo Ciani lavorava operoso a conquistare al disegno i facoltosi lombardi, sparsi qua e là per la Svizzera: operoso egli pure, un Gaspare Belcredi di Bergamo, valente medico, noncurante di fama o d'ogni altra cosa fuorchè del _fine_ e ch'io cito perchè fra i pochissimi che non mutarono mai, e mi sono ancora, mentr'io scrivo, amicissimi. Raccogliemmo nuovi mezzi in danaro, segnatamente da Gaspare Rosales, gentiluomo lombardo, raro per unità di pensiero e d'azione, d'indole generosa, leale, cavalleresca. Provvedemmo da Saint-Etienne e dal Belgio armi in buon numero: preparammo cartucce e quanto occorreva. Lavoravamo tutti concordi e lietamente instancabili.

Tutto andava a seconda. Se non che, come dissi, importava agire rapidamente; e da una esigenza dei comitati dell'interno e degli uomini che ajutavano con danaro l'impresa, sorse un ostacolo che dovea condannarla a indugi indefiniti e a rovina. Chiedevano un _nome_. Volevano messo a capo dell'invasione un uomo militare, di grado superiore, e che alla capacità aggiungesse il fascino della rinomanza. E indicavano il Generale Ramorino.

Mandato, dal Comitato degli amici della Polonia in Parigi, a Varsavia, durando l'insurrezione nazionale Polacca, Ramorino, legato colla frazione capitanata dal Principe Czartoriski e dall'aristocrazia del paese, s'era condotto, negli ultimi tempi della guerra, in modo giudicato severamente dai migliori patrioti. Ma, tornato in Francia, era stato salutato d'ovazioni da quanti nello straniero soldato volontario in Polonia vedevano rappresentato il principio della fratellanza dei popoli, e da quanti, dando plauso a ogni uomo che avesse combattuto in Polonia, intendevano onorare non tanto lui quanto le lotte d'una nazione oppressa dal numero ma destinata a rivivere. Il nome di Ramorino era inoltre popolare in Savoja dov'egli, credo, era nato, in Genova dove viveva la di lui madre, e generalmente in Italia dove l'orgoglio dei caduti in fondo era accarezzato dagli omaggi profusi a un Italiano. E nessuno badava più oltre. Ebbi intimazione solenne di dovermi porre in contatto con lui e offrirgli il comando della fazione.

Protestai quanto seppi.--Affratellato coi migliori tra gli esuli della Polonia io aveva, dalle loro conversazioni come dall'attento esame delle operazioni militari di Ramorino, ritratto giudicio diverso da quello dei Comitati. Ricordai loro che avevamo tutti predicato il principio: _a cose nuove uomini nuovi_; che nelle grandi rivoluzioni le imprese avevano creato i nomi, non i nomi, le imprese; che in ogni modo, nel duplice stadio dell'iniziativa e della guerra che terrebbe dietro, sarebbe stato più cauto lasciare il primo agli ordinatorî del moto, e affidare al Generale il secondo, quando i primi successi avrebbero già fatto securo il programma e vincolerebbero il Capo qualunque ei si fosse. Non valse, il prestigio d'un nome era pur troppo allora--ed è tuttavia--più assai potente che non il principio. Mi fu dichiarato che senza Ramorino non s'agirebbe. E m'avvidi che s'interpretava il dissenso mio come istinto di chi ambiva essere capo civile e militare ad un tempo. Vive tuttavia chi mi vide prorompere in lungo ed amaro pianto convulso al primo allacciarsi di quella accusa: io la meritava sì poco che non aveva mai sospettato potesse sorgere. E m'era tremenda rivelazione dell'avvenire di sospetti, di diffidenze e calunnie serbato agli uomini che con un'anima pura e piena di fiducia in altrui si consacrano a una grande impresa. Quella rivelazione s'adempì tristissima sulla mia vita.

Piegai, credo a torto, la testa e invitai Ramorino. Udito il disegno accettò. Statuimmo che l'invasione s'opererebbe da due colonne; che la prima moverebbe da Ginevra, e io ne assumeva l'ordinamento; la seconda da Lione dove Ramorino affermava d'aver influenza grandissima; e imprendeva egli a formarla. Ramorino mi chiese, per le spese necessarie all'ordinamento della colonna, 40,000 franchi; e li diedi. L'ottobre (1833) non doveva trascorrere senza vederci in azione. Ei partì sollecitamente. Io gli raccomandai come segretario un giovine modenese, fidatissimo nostro, che doveva invigilarlo e informarmi.

«Non molto prima della spedizione, sul finire del 1833[32], mi si presentò all'Albergo della _Navigazione_ in Ginevra, una sera, un giovine ignoto. Era portatore d'un biglietto di L. A. Melegari, che mi raccomandava con parole più che calde l'amico suo, il quale era fermo di compiere un alto fatto e voleva intendersi meco. Il giovine era Antonio Gallenga. Veniva di Corsica. Era un affratellato della _Giovine Italia_.

«Mi disse che da quando erano cominciate le proscrizioni, egli aveva deciso di vendicare il sangue de' suoi fratelli e d'insegnare ai tiranni una volta per sempre che la colpa era seguita dall'espiazione: ch'ei si sentiva chiamato a spegnere in Carlo Alberto il traditore del 1821 e il carnefice de' suoi fratelli; ch'egli aveva nutrito l'idea nella solitudine della Corsica, finchè s'era fatta gigante e più forte di lui. E più altro.

«_Obbiettai_, come ho fatto sempre in simili casi: _discussi, misi innanzi tutto ciò che poteva smuoverlo_. Dissi ch'io stimava Carlo Alberto degno di morte, ma che la di lui morte non salverebbe l'Italia, che per assumersi un ministero di espiazione, bisognava sentirsi puro di ogni senso di povera vendetta e d'ogni altro che non fosse missione; che bisognava sentirsi capace di stringere, compito il fato, le mani al petto, e darsi vittima; che in ogni modo ei morrebbe nel tentativo, morrebbe infamato dagli uomini come assassino, e via così per un pezzo.

«Rispose a tutto; e gli occhi gli scintillavano mentr'ei parlava: non importargli la vita: non s'arretrerebbe d'un passo, compito l'atto: griderebbe _viva l'Italia_ e aspetterebbe il suo fato: i tiranni osar troppo, perchè sicuri dell'altrui codardia, e bisognava rompere quel fascino: sentirsi destinato a quello. S'era tenuto in camera un ritratto di Carlo Alberto e il contemplarlo gli aveva fatto più sempre dominatrice l'idea. Finì per convincermi ch'egli era uno di quegli esseri le cui determinazioni stanno tra la coscienza e Dio e che la Provvidenza caccia da Armodio in poi di tempo in tempo sulla terra per insegnare ai despoti che sta in mano d'un uomo solo il termine della loro potenza. E gli chiesi che cosa volesse da me.

«_Un passaporto e un po' di danaro._

«Gli diedi mille franchi e gli dissi che avrebbe un passaporto in Ticino.

«Fin là, ei non sapeva neanche che la madre di Jacopo Ruffini fosse in Ginevra e appunto nell'albergo ov'io era.

«Gallenga rimase la notte e parte del giorno dopo. Pranzò colla Ruffini e con me: non si disse verbo tra loro. Lasciai la Ruffini ignara delle intenzioni. Essa era generalmente ammutolita dal dolore e non mosse quasi parola.

«Nelle ore ch'ei passò meco, sospettai ch'ei fosse spronato più da una sfrenata ambizione di fama che non dal senso d'una missione espiatoria da compiersi. Mi ricordò sovente che da Lorenzino de' Medici in poi non s'era compiuto un simile fatto, e mi raccomandò ch'io scrivessi, dopo la sua morte alcune linee sui suoi motivi. Partì valicando il Gottardo, mi scrisse poche parole, piene d'entusiasmo: s'era prostrato sull'Alpi e avea nuovamente giurato all'Italia di compiere il fatto. Ebbe in Ticino un passaporto col nome di Mariotti.

«Giunto in Torino, s'abboccò con un membro del Comitato dell'Associazione del quale egli aveva avuto il nome da me. Fu accolta l'offerta. Furono presi concerti. Il fatto doveva compirsi in un lungo adito in Corte, pel quale il re passava ogni domenica recandosi alla cappella regia. S'ammettevano taluni a vedere il re con un biglietto privilegiato. Il comitato potè provvedersi d'uno. Gallenga andò con quello, senz'armi, a studiare il luogo. Vide il re e più fermo che mai: lo diceva almeno. Fu statuito che la domenica successiva sarebbe il giorno del fatto. Allora, impauriti del procacciarsi, in quei momenti di terrore organizzato, un'arme in Torino, mandarono un membro del Comitato, Sciandra, commerciante, oggi morto, per la via di Chambery a Ginevra, a chiedermi l'arme e avvertirmi del giorno.

«Un pugnaletto con manico di lapislazzuli che m'era dono carissimo, stava sul mio tavolino: accennai a quello, Sciandra lo prese e partì.

«Ma intanto, non considerando quel fatto come parte del lavoro d'insurrezione ch'io dirigeva, e non facendone calcolo, io mandava per cose nostre in Torino un Angelini nostro sotto altro nome. L'Angelini, ignaro del Gallenga e d'ogni cosa, prese alloggio appunto nella via dove stava in una cameretta quest'ultimo. Poi, commettendo imprudenze di condotta, fu preso a sospetto; tornando a casa, la vide invasa dai carabinieri: tirò di lungo e si pose in salvo.

«Ma il Comitato, udito che a due porte da quella del regicida erano scesi i carabinieri, e non sapendo cosa alcuna dell'Angelini, argomentò che il Governo avesse avuto avviso del progetto e fosse in cerca del Gallenga. Perciò lo fece uscir di città, lo avviò a una casa di campagna fuor di Torino, dicendogli che non si poteva tentare quella domenica, ma che se le cose si vedessero in quiete, lo richiamerebbero per un'altra delle successive.

«Una o due domeniche dopo, mandarono per lui: non lo trovarono più. Era partito ed io lo rividi in Isvizzera.

«Rimanemmo legati: ma si sviluppò in lui un'indole più che orgogliosa, vana, una tendenza d'egoismo, uno scetticismo insanabile, uno sprezzo d'ogni fede politica, fuorchè l'unica dell'Indipendenza Italiana. Lavorò meco, nondimeno: fu membro del nostro Comitato Centrale e firmò, come Segretario, un appello stampato agli Svizzeri contro la tratta de' soldati sgherri che facevano. Poi s'astenne e si diede a scrivere articoli di Riviste e libri. Disse e misdisse degli Italiani, degli amici, e di me. Prima del 1848 si riaccostò e fece parte d'un nucleo che s'ordinò sotto nome nostro. Venne il 1848. Io partiva; mi chiese di partire con me. In Milano si separò, dicendomi ch'egli era uomo di fatti, e voleva recarsi al campo. Invece d'andare al campo andò in Parma, dove congregato il popolo in piazza, cominciò a predicare quella malaugurata fusione che fu la rovina del moto. Diventò segretario d'una Società Federativa presieduta da Gioberti, del quale egli aveva scritto _plagas_ nei suoi articoli inglesi sulle cose d'Italia; sottoscrisse circolari destinate a magnificare la monarchia piemontese; e fu scelto dal Governo a non so quale piccola ambasciata in Germania.

«Lo incontrai nuovamente dopo la caduta di Roma, in Ginevra. Mi parlò; e indifferente a biasimo o lode, gli parlai. Egli accusava i lombardi di non avere secondato il re; io gli narrai quelle storie di dolore ch'io avea veduto svolgersi, egli no: gli provai la falsità dell'accusa. Parve convinto e insistè perch'io scrivessi su quell'argomento. Dopo un certo tempo, tornato in Londra, trovai ch'egli, giuntovi appena, avea pubblicato un libello contro i milanesi dov'egli li chiamava persino codardi. Nauseato e dolendomi di vedere così calunniato da un Italiano, tra stranieri, un popolo di prodi traditi, deliberai di non più vederlo e non lo vidi mai più.»

Quando questa mia rivelazione fu letta in Torino, si levò tale una tempesta contro il Gallenga ch'ei s'avvilì. Scrisse lettere sommesse e pentimenti del _trascorso giovanile_: diede la sua dimissione di Deputato: rimandò non so qual croce che gli avevano appiccata al petto, sì come indegno di farne mostra, e dichiarò solennemente nel _Risorgimento_ del novembre 1856 ch'ei rinunziava d'allora in poi ad ogni atto e scritto _politico_. Poi, mendicò di bel nuovo ad un collegio di ignari la Deputazione e si fece corrispondente pagato, per le cose d'Italia del _Times_, nelle cui colonne egli versa due volte la settimana oltraggio e calunnie sui volontari Garibaldini, sull'esercito meridionale, sugli artigiani associati, sul Partito d'Azione e su me. È decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei _moderati_ debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?