Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 12

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Il nostro lavoro era coronato di successo. L'istinto Nazionale s'era ridesto. La formola _Unità Repubblicana_ s'accettava con entusiasmo dalla gioventù in tutte le provincie d'Italia. Gli uomini della tirannide, il principe di Canosa, Samminiatelli, gli editori della _Voce della Verità_ scrivevano contro noi, ma con sì pazza ferocia ch'ogni loro assalto ci fruttava amici. Metternich presentiva l'importanza del nostro lavoro e scriveva al Menz in Milano: _J'ai besoin de deux éxemplaires complets de la_ Giovine Italia, _dont cinq volumes ont paru jusq'ici. J'attends aussi toujours les deux exemplaires de la_ Guerra per Bande[21]. La Società degli _Apofasiméni_ coi suoi affiliati delle Romagne, diretta da Carlo Bianco si versava nelle nostre file; Carlo Bianco entrava membro del nostro Comitato. La Società dei _Veri Italiani_, che non s'era ancora, in quell'epoca, fatta regia, stringeva alleanza con noi. E le reliquie della Carboneria che s'agitavano tuttavia, _membra disjecta_, in alcune provincie Italiane, accettavano la nostra fede, e la nostra direzione. In Francia, capo supremo di quanti avevano, anteriormente a Luigi Filippo, dato il nome alla Carboneria, e corrispondente venerato delle fratellanze segrete in Germania e altrove, era il Buonarroti; e si poneva con me in contatto regolare e fraterno. E in contatto con me stavano gl'influenti delle nuove Associazioni repubblicane francesi, Goffredo Cavaignac, Armand Marrast e gli arditi uomini della _Tribune_, Armand Carrel e i tattici del _National_. Parole d'incoraggiamento ci venivano da Lafayette. Con noi erano i capi dell'emigrazione Polacca. L'elemento Italiano cominciava, mercè nostra, ad essere riconosciuto da quanti uomini di progresso lavoravano uniti o indipendenti in Europa elemento importante dell'avvenire. E in Italia erano uomini avversi, per istinto o paura, a ogni cosa che fosse moto: non _moderati_. Gioberti, padre e pontefice anni dopo della malaugurata consorteria e insultatore sistematico di me e di tutti noi, accettava in Torino gli ordini del nostro lavoro e ci scriveva inneggiando: _Io vi saluto, precursori della nuova Legge politica, primi apostoli del rinovato Evangelo:... io vi prenunzio un buon successo nella vostra impresa, poichè la vostra causa è giusta e pietosa, essendo quella del popolo, la vostra causa è santa, essendo quella di Dio... Ella è eterna e però più duratura della forma antica di quello, il quale diceva: Dio e il prossimo; ma ora dice per vostra bocca e del secolo: Dio e il Popolo... Noi ci stringeremo alla vostra bandiera e grideremo Dio e il Popolo, e studieremo di propagar questo grido... Combatteremo eziandio certi falsi amatori di libertà, che vogliono questa senza il popolo o contro il popolo, malaccorti od ingiusti; certi odiatori delle antiche aristocrazie... che, facendo rivoluzioni, intendono a traslocare il potere in sè stessi divisi dal popolo, anzi che farsi popolo e restituirgli i diritti rapiti: certi che vilipendono e bistrattano il popolo con nomi spregevoli ed abborriti, con angherie, con soprusi, ed aggravano il suo giogo colla stessa mano, con cui tentano schermirsi da quello dei nobili e dei tiranni... Io vi prometto francamente una costante disposizione e un vivo desiderio di morire con voi, se v'è d'uopo, per la comune patria_[22].

L'ordinamento dell'Associazione era, a mezzo il 1833, potente davvero e segnatamente in Lombardia, nel Genovesato, in Toscana, negli Stati Pontificî. L'anima dell'Associazione Toscana era in Livorno, dove Guerrazzi, Bini ed Enrico Mayer eran operosissimi e inspiravano Pisa, Siena, Lucca, Firenze. Pietro Bastogi, oggi Ministro, era Cassiere del Comitato. Enrico Mayer viaggiava a Roma, dov'ei fu per sospetti imprigionato, poi, tornato in libertà, a Marsiglia per intendersi meco: egli era uno dei migliori, più sinceri e devoti uomini, che mi sia stato dato conoscere. Il Professore Paolo Corsini, Montanelli, Francesco Franchini, Enrico Montucci, Carlo Matteucci, oggi Senatore del Regno, un Cempini, figlio del Ministro, oggi, a quanto odo, calunniatore nostro nella _Nazione_, insieme a Carlo Fenzi, cospiratore egli pure con me, un Maffei ora avversissimo, e altri molti ch'or non importa nominare, secondavano nelle varie città toscane l'inspirazione livornese. Nell'Umbria, Guardabassi era capo del Comitato. Nelle Romagne, pressochè tutti gli uomini che oggi, insigniti d'onori, impieghi e pensioni, ci gridano la croce addosso, si agitavano irrequieti nelle nostre file; e vivono ancora i popolani Bolognesi, che ricordano il Farini, vociferatore di stragi nei loro convegni, e uso ad alzare la manica dell'abito sino al gomito e dire: _ragazzi, bisognerà tuffare il braccio nel sangue_. In Roma, avevamo un Comitato. In Napoli, Carlo Poerio, Bellelli, Leopardi e gli amici loro facevano, quanto ai metodi, parte da sè, ma si dichiaravano ai nostri viaggiatori, che tuttavia vivono, capi d'un ordinamento potente, alleati, presti a fare collo stesso nostro programma, e corrispondevano stenograficamente con me. In Genova, non solamente i giovani della classe commerciale e gli influenti fra i popolani, ma s'accostavano a noi, convinti della nostra potenza, gli uomini del patriziato; i fratelli Mari, il Marchese Rovereto, i due Cambiasi e Lorenzo Pareto, che fu poi Ministro, fra gli altri. In Piemonte il lavoro procedeva più lento: nondimeno le nostre fila toccavano tutti i punti importanti e si stendevano fino alle terre, popolate d'arditi uomini, del Canavese: l'avvocato Azario, Allegra esule ripatriato del 1821, Sciandra commerciante, Romualdo Cantara, Ranco, Moia, Barberis, Vochieri, Parola, Maotino Massimo, Depretis, un ex militare Panietti d'Ivrea, un Re di Voghera, Stara e altri parecchi s'adopravano alacremente. E uomini collocati più in alto, e ch'or non giova additare, non s'affratellavano regolarmente all'Associazione, ma lasciavano sapere che dove l'impresa s'iniziasse potente, l'ajuterebbero. Con copia d'elementi siffatti e coi pericoli che la duplice parte, di congiura e d'apostolato, alla quale si era astretta l'Associazione, trascinava con sè, bisognava giovarsi dell'entusiasmo crescente prima che le persecuzioni venissero ad ammazzarlo, e pensare seriamente all'_azione_.

Così facemmo.

Base dell'azione dovevano essere le provincie Sarde. Forti di mezzi, d'armi ordinate, d'influenza morale e d'abitudini di disciplina che avrebbero fruttato a qualunque riuscisse a impadronirsene, gli Stati Sardi avevano due punti strategici d'alta importanza, Alessandria e Genova; ed erano appunto quelli pei quali eravamo più potenti d'affiliazioni. Un moto nel Centro, più agevole forse, non offriva appoggio di forze reali e non avrebbe suscitato l'entusiasmo di tutta l'Italia. D'altra parte, io era certo che al primo annunzio del moto, l'Austria avrebbe occupato, coll'assenso di Carlo Alberto, il Piemonte e resa quindi impossibile ogni azione diretta o rapida sulla Lombardia, nella quale io aveva fin d'allora fede grandissima. D'un moto in Napoli e delle norme colle quali procederebbe non potevamo, mercè la semi-indipendenza nella quale si stavano gli elementi coi quali eravamo in contatto, non potevamo starci mallevadori. E inoltre, il convertire ciò che deve essere _riserva_ in _centro_ del moto, non mi sembrava, checchè dicessero i militari, buona strategìa di rivoluzione. Movendo in Napoli, noi non eravamo certi che per invasione degli insorti o per altra via, il moto si sarebbe diffuso rapidamente all'altre parti d'Italia; e io temeva la tendenza pur troppo naturale in tutti i paesi ad aspettare lo sviluppo d'ogni moto che s'operi dietro ad essi, e sognare disegni dottamente complessi d'insurrezione quando il nemico assalitore e respinto può collocarsi tra due forze ostili e vedersi staccato dalla sua base. Di pretesti siffatti all'inerzia, suggeriti ed accettati con arte profonda e sempre fatale alle insurrezioni, erano frequenti nel passato gli esempî. Una insurrezione nel Mezzogiorno non scemava un solo dei pericoli che le insurrezioni del Centro e del Settentrione avrebbero dovuto affrontare; un moto in Piemonte salvava invece dal primo urto dell'armi straniere Mezzogiorno e Centro ad un tempo. Battuti in Piemonte potevamo appoggiarci su quel terreno come su potente riserva. Poi--e questa è ragione ch'io riteneva importante, comechè poco intelligibile a quanti non vedono in una rivoluzione che un problema di strategia regolare--ogni rivoluzione operata in un popolo addormentato da secoli sviluppa vulcanicamente tremende le forze latenti ch'essa possiede se provocata e sollecitata da pericoli che possono riescirle mortali, intorpidisce e si consuma nel sonno e nelle illusioni se abbandonata a sè stessa e secura. Il nostro nemico era l'Austria. Bisognava cacciarle il guanto dai primi giorni, fidare nella Lombardia e assalirla invece di aspettarne gli assalti. L'entusiasmo della guerra allo straniero, abborrito da tutti com'era, avrebbe sopito ogni interno dissidio e fondato l'Unità nell'azione comune.

Per queste e altre ragioni determinai che l'iniziativa dell'insurrezione Nazionale si tenterebbe nelle terre Sarde, perni Genova e Alessandria; noi esuli invaderemmo, appena dato il segnale dall'interno, la Savoja, non solamente per dividere le forze ostili e per aprire un varco sino al centro del moto agli uomini che l'esperienza acquistata al di fuori chiamava a capitanarla civilmente e militarmente, ma per cacciare un anello tra i nostri e i repubblicani di Francia, che allora accennavano a diventare potenti e preparavano, tra gli operai, elementi numerosi di riscossa in Lione.

Tentammo l'esercito. Trovammo gli alti ufficiali renitenti, i bassi vogliosi di mutamento e arrendevoli al concetto dell'Italia Una e Repubblicana. Riuscimmo a impiantare relazioni con quasi tutti i reggimenti: nuclei d'attivi in alcuni e fila più numerose nell'artiglieria in Genova e in Alessandria, dove stava a guardia degli arsenali. Affratellammo caporali, sergenti e capitani; a contatto continuo coi loro soldati son essi più influenti dei capi; e ricordavamo i Cavalleggeri che disubbedienti, nel 1821, alla chiamata del loro colonnello Sammarzano, s'erano poco dopo lasciati trascinare all'insurrezione da un semplice capitano, l'adesione della legione procacciata dal sergente Gismondi e altri fatti consimili. Taluno fra i generali, presti sempre a seguire chi vince--Giflenga tra gli altri--promise cooperazione a patto che ci mostreremmo forti. Acquistammo in sostanza convincimento che l'esercito osteggerebbe o no a seconda del carattere che la prima mossa assumerebbe; e sarebbe in ogni modo tiepido nel resistere.

Proposi il moto e chiesi ajuti pecuniari alle Congreghe. La proposta fu accolta. Gli ajuti furono dati, benchè al solito inferiori al bisogno e al dovere. Strana cosa, ma vera: gli uomini della libertà danno, occorrendo, il sangue, restii a dare il danaro che potrebbe risparmiarlo sovente.

Comunicato il disegno generale del moto ai nostri di Genova, di Alessandria, di Vercelli, di Torino, della Lomellina, io mi preparai a trasferirmi da Marsiglia a Ginevra, da dove io dovea preparar gli elementi per l'insurrezione nella Savoja. Ma prima, volli intendermi coi repubblicani di Francia.

Cavaignac e gli uomini della _Tribune_ non avevano bisogno d'eccitamenti; fremevano azione. Non così gli uomini del _National_, diffidenti dell'elemento operajo sul quale i primi appoggiavano tutte le loro speranze in Lione. Pregai Carrel di recarsi in Marsiglia e venne. Cavaignac si recava intanto a Lione.

Armand Carrel, ch'io vidi in casa di Demostene Ollivier, membro nel 1848 dell'Assemblea, era uomo signorile nei modi, freddo in apparenza, ma capace d'energia quando lo esigessero le circostanze, chiaramente onesto e tale da provocar fede assoluta nelle sue promesse, più amico della repubblica che non dei repubblicani, e poco disposto a fiducia negli operai dai quali lo tenevano discosto le abitudini della vita e certe tendenze militari rimastegli dal primo periodo della gioventù e accarezzate da lui. Intelletto acuto, non vasto, analitico più ch'altro, educato a scuole di materialismo e veneratore del secolo XVIII, credente nella teorica dei _diritti_ e presto a dare fatiche e vita al suo trionfo più per senso d'onore e generosità d'indole che non per dovere religiosamente supremo, _intendeva_ molte delle aspirazioni del secolo, ma non _sentiva_ profondamente che quelle di libertà. E il suo ideale era la repubblica come s'intende in America, dove l'_individuo_ è sovrano, la missione sociale di chi regge fraintesa e il diritto personale ogni cosa. Più in là non andava o a disagio, e le questioni sociali lo impaurivano. Logico per natura, si sentiva tratto a desumere le ultime conseguenze della dottrina che ha per base l'_individuo_ e tra queste il _federalismo_; insinuava infatti a ogni tanto il _federalismo_ per l'Italia, per la Spagna, per la Germania, unitario per la Francia, tra perchè l'Unità era fatto compiuto, tra perchè l'istinto dominatore francese potentissimo in lui gli mostrava perpetua la supremazia della sua Nazione nella debolezza delle confederazioni all'intorno. Le sue idee andavano nondimeno migliorando e allargandosi a più vasto orizzonte, quand'egli morì; e ne fanno fede i suoi ultimi articoli. Morì sulla breccia, repubblicano com'era vissuto, puro d'ogni basso affetto, d'ogni immoralità, d'ogni servile tendenza alla ricchezza o al potere, amato da chi lo conobbe dappresso, rispettato da' suoi nemici.

Fermammo accordo tra noi che se l'Italia avesse iniziato il moto repubblicano, ei si sarebbe unito a Cavaignac per affrettare l'insurrezione Lionese e l'avrebbe secondata in Parigi.

Intanto, un incidente, irrilevante per sè, sperdeva tutto il disegno.

La diffusione non foss'altro dei nostri scritti, malgrado lo zelo posto dalla Polizia a impedirla, avvertiva il Governo che un lavoro segreto, potente esisteva nelle Provincie Sarde; e da più mesi era posta in opera ogni arte per discoprirne le fila e il centro, ma senza successo. Cercavano quel centro dove non era, nell'alte sfere sociali e tra gli antichi cospiratori del 1821; non ideavano neppure che una Associazione, visibilmente numerosa e capace d'eludere le instancabili inquisizioni della polizia mettesse capo a pochi giovani di nome ignoto e ricchi non d'altro che d'energia di volere e d'attività senza pari.

Però temendo di porre sull'avviso, col vibrar colpi in fallo, i veri cospiratori, spiavano gli indizî senza procedere. E l'insurrezione avrebbe potuto coglierli all'impensata.

Ma or non so bene se sul finire del marzo o sul cominciar dell'aprile 1833, due artiglieri, uno dei quali apparteneva all'Associazione e aveva fatto proposte all'altro, venuti a subita lite per una donna, dalle parole proruppero ai fatti. Impediti dai carabinieri regî, l'un d'essi, quegli appunto che avea avuto invito dall'altro ad affratellarsi, lasciò sfuggire parole di minaccia come s'egli potesse, volendo, essergli causa di male. Quelle parole furono raccolte e additarono al Governo il momento per tentare di risalire da uomo a uomo al segreto della congiura. Ricordo ch'io fatto partecipe dell'incidente, presentii le conseguenze fatali e scrissi: _agite, se potete, o siete perduti_. Il consiglio non giunse o non valse.

Il Governo si mise all'opera coll'energia di chi è minacciato da un supremo pericolo. Una rigorosa perquisizione nelle mucciglie e nella caserma degli artiglieri condusse alla scoperta d'alcuni stampati della _Giovine Italia_. I possessori furono imprigionati, e poco dopo i loro più intimi amici; gli uni e gli altri isolati da ogni contatto. Studiati i volti, i moti, l'inquietudine, il pallore, la mestizia insolita diventarono argomenti di carcere. E ciò che si fece in Genova fu fatto altrove; le prigioni di Torino, d'Alessandria, di Chambery s'aprirono a una moltitudine d'uomini che parevano sospetti, e si frapposero indugi tra l'uno e l'altro imprigionamento, tanto che gli ultimi imprigionati potessero credere a denunzie dei primi. E denunzie furono: vere in parte, in parte menzognere e suggerite da chi diceva: _denunziate o perite_: i codardi furono tre militari e un borghese, altri si avvilirono senza tradire i compagni, ma si confessarono, implorando, colpevoli e bastava: si catturarono gli amici loro. Dalle primarie si passò alle città secondarie, Nizza, Cuneo, Vercelli, Mondovì. Ebbero così tra le mani senza pur saperlo, parecchi degli uomini che dovevano dare il segnale del moto, e da carte sequestrate, da imprudenti parole o da altri indizî di nome. Intanto il terrore entrava negli animi; molti dei nostri si celarono; parecchi fuggirono. Sul cominciare della persecuzione i capi esitarono, in parte avvedendosi che il Governo poco sapeva e credendo che la tempesta trapasserebbe rapida com'era venuta, in parte,--e parlo d'Jacopo e Giovanni Ruffini segnatamente--perchè d'animo generoso, paventavano che dove il tentativo in quei frangenti fallisse a buon porto, s'apponesse ad essi l'aver dato improvvidamente il segnale a salvar sè stessi: dopo pochi giorni, l'insorgere s'era fatto impossibile. «Le caserme erano chiuse ai borghesi, custodite e vegliate[23]. E a render vano ogni tentativo d'accordo tra i cittadini e l'esercito, la _Gazzetta Ufficiale_ stampava che le carte sequestrate provavano come i cospiratori professassero l'ateismo; come per distruggere il trono e l'altare intendessero giovarsi d'ogni mezzo il più orrendo dal pugnale all'incendio; come veleno in copia fosse stato trovato nelle stanze di due ufficiali; come in Chambery fossero preparate le mine a fare esplodere la polveriera situata a ridosso delle caserme, e la città di Torino fosse devota alle fiamme e decretata in Genova guerra di vespri contro i soldati piemontesi: arte nefanda di Governi immorali ch'io vidi ripetersi in Genova nel 1857, quando ci preparavamo ad ajutare l'ardita impresa di Carlo Pisacane sulle terre meridionali. Poi, se un fatto isolato di vendetta o d'irrefrenabile ira ha luogo nelle nostre file, gli uomini servi di Governi siffatti si fanno vermigli in volto e accusano noi tutti di teoriche del pugnale, come se il pugnale della calunnia che mira a spegnere l'onore e l'anima fosse da meno di quello che ferisce il corpo. E lo sciagurato che, falsando il nostro principio, vibra il coltello contro il nemico, è non foss'altro solo e senza mezzi per proteggersi da lui o punirlo altrimenti: i Governi che avventano sistematicamente l'arme certa della calunnia contro i perseguitati e pongono, come gli Irochesi, l'insultatore accanto al carnefice, hanno a difendersi, potenza di ricchezza, di prigioni e d'eserciti.

«Allontanato a quel modo e col terrore ogni pericolo d'insurrezione il Governo poteva allentare la propria ferocia e tornare, per punire, alle norme d'una leale giustizia. Ma infierì più che mai, fatto doppiamente crudele dal pericolo corso e dalla coscienza d'averlo temuto. La pagina di storia che si scrisse dalla Monarchia Sabauda in quell'anno fu tale che vorrebbe la penna d'un Tacito e intinta nel sangue; ed è di quelle che gli uomini dovrebbero rileggere ogni qualvolta sentono a infiacchirsi nell'animo loro l'abborrimento della tirannide, e le madri ripetere ai figli perchè v'imparino quali possano essere le sorti d'una terra non libera. Mentre al difuori delle prigioni era detto ai parenti e agli amici degli imprigionati che posassero tranquilli, e li rivedrebbero dopo indugio non lungo, dentro cominciavano scene terribili per indurre i sospetti a dichiararsi colpevoli.

«Ogni cosa, che l'odio ajutato dalla più profonda scienza del male può suggerire, era posta in opera per ottenerne confessioni: cogli uni la corruttela, cogli altri la menzogna sfrontata o il machiavellismo degli interrogatorî: con tutti, prima o dopo il terrore. A quei che si indovinavano meno fermi era detto: _noi vi sappiamo colpevoli: morrete di fucilazione tra ventiquattro ore, ma svelando i complici vostri, potete salvarvi_. Con quelli dei quali era nota la robusta tempra o la virtù, s'usava linguaggio diverso: _erraste; ma per illusione di bene, lo sappiamo e vi compiangiamo; voi pensavate adoperarvi in un'opera di devozione e fidaste in traditori indegni del vostro sagrificio; il vostro silenzio non salva amici fidati e costanti, ma perde voi stessi e le vostre famiglie per codardi che vi denunciano; eccovi le loro testimonianze a vostro danno. Or volete, confermandole, versare anche una volta la gioja sul capo dei vostri cari ricongiungendovi ad essi o, persistendo a tacere, perire miseramente?_ E testimonianze con firme _falsificate_ si ponevano un istante, in quell'ora di turbamento supremo, sotto gli occhi loro[24]. Per altri dai quali non volevano se non una confessione della loro partecipazione individuale all'impresa, ricorrevano allo spionaggio delle prigioni. S'introducevano vicino ad essi falsi cospiratori i quali agguatavano ogni momento d'abbandono o di disperazione per estorcere le informazioni volute[25]. Per ogni individuo si creavano nuove torture; tutte egualmente ignobili, codarde, feroci. Sotto la prigione dell'uno, una voce di pubblico gridatore annunziava fucilazione e imminenza d'altre. Di fronte alla prigione d'un altro, nello stesso corridojo, si poneva un amico dell'imprigionato: a quest'ultimo si parlava dei pericoli che minacciavano l'altro, il quale mutato subitamente e con ostentazione di straordinario calpestìo di soldati, di stanza, lasciava il prigioniero in balìa delle più tristi congetture possibili; e allora una scarica di moschetteria, indizio certo della sorte dell'amico, veniva a ferirgli l'orecchio[26].

«Altrove i prigionieri erano assordati da un frastuono continuo: si impedivano loro i sonni: poi dopo quattro o cinque notti agitate, erano assaliti dagli interrogatorî architettati a tale una tortura morale che non può calcolarsi se non da chi l'ha patita. Allora quando vedevano l'energia morale del prigioniero esaurita, gli affacciavano un'offerta di perdono o profanavano la santità degli affetti domestici trascinando nella prigione un vecchio padre, o una madre a supplicarlo ch'ei rivelasse[27]. Parecchi piegarono. Altri si mantennero fermi e perirono. Uno solo l'autore dello scritto sul _Giuramento Militare_ citato più sopra, dotato d'anima pura e potente, che le seduzioni e le minaccie di tutti i re della terra non avrebbero mai potuto appannare o atterrire, sottrasse lo spirito ai corruttori e il corpo al carnefice. La notte, con un chiodo strappato all'uscio della prigione, ei s'aprì una vena del collo e si rifugiò, protestando contro la tirannide, nel seno di Dio. Ed ei lo poteva, perch'era incontaminato. Era il più dolce giovane, il più delicato e costante negli affetti ch'io m'abbia veduto. Amava la patria, della quale intendeva l'ampia missione, la madre, modello d'ogni virtù i fratelli e me[28]. Aveva vasto e pronto intelletto, ed era capace delle più grandi idee, però che le più grandi idee vengono dal core. Quei che conobbero intimamente Jacopo Ruffini venerano anch'oggi la sua memoria come quella d'un santo.»