Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 11

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Ed ebbe allora cominciamento, da una atroce calunnia, quella turpe guerra sleale d'accuse non provate mai nè fondate, d'insinuazioni impossibili a confutarsi, di sospetti introdotti in una pubblicazione per giovarsene poi in un'altra, di congetture gesuitiche sulle intenzioni, di frasi strappate all'insieme d'uno scritto e mutilate e isolate e tormentate a farne escire un senso contrario alla mente dello scrittore, che la polizia francese dei tempi di Luigi Filippo insegnò alle polizie dei tirannucci italiani e che, continuata con insistenza sistematica da storici, uomini in ufficio, gazzettieri anonimi, scribacchiatori d'opuscoli e aspiranti a impieghi o sussidî, e spie e trafficatori di parte _moderata_ per tutta Italia, ci seguì, come i corvi gli eserciti, per oltre a trent'anni di vita; m'assalì sui fianchi, alle spalle, raro o senza nome di fronte, latra anch'oggi e ringhia e urla contro ogni mio atto vero o inventato di pianta, e riuscì, colla plebe dei creduli e di quanti, irati nel segreto dell'anima alla propria impotenza, abborrono, come i gufi la luce, chi _fa_ o tenta di _fare_, ad accumulare nella mia patria, e qui dov'io scrivo, le taccie di _comunista_, e _socialista settario_, d'uom di sangue e di _terrorista_, d'ambizioso intollerante esclusivo e di cospiratore codardo contro me che confutai stampando le sette _socialistiche_ a una a una, chiamai il _terrorismo_ francese delitto d'uomini tremanti per sè, sagrificai, non curando il biasimo de' miei più cari, la predicazione delle mie credenze a ogni probabilità che si facesse l'Italia per altra via, diedi lietamente l'opera mia nel silenzio anche a uomini di parte avversa purchè giovassero, strinsi, immemore di me stesso, la mano che avea scritto mortali e false accuse sul conto mio quando m'apparve liberatrice, e affrontai con indifferenza serena ogni sorta di pericoli, mentre gli accusatori non sognarono mai di pericolo nella vita fuorchè di spiacere ai padroni. Guerra di tristi bassamente e crudeli, perchè non paga di perseguitare colla forza chi dissente da essi, tenta d'uccidere l'anima e l'onore dell'avversario: guerra di vili, perchè combatte senza rischio e di sotto allo scudo del potente, sopprime le difese colla violenza e si giova financo del silenzio sdegnoso del calunniato a convalidar la calunnia: guerra fatale ai popoli che non le impongono fine, perchè mette nella loro vita il tarlo d'una immoralità che ne rode la fama al di fuori e la maschia energia dell'azione al di dentro. E per questo ne parlo e mi toccherà riparlarne.

L'accusa alla quale io alludo m'apponeva un assassinio e peggio, dacchè un decreto d'assassinio è colpa peggiore. Il Governo Francese, irritato del non potere trovarmi, pensò che infamandomi reo di delitto volgare, avrebbe allontanato da me la stima e l'affetto che mi procacciavano asilo. Però, raccolse dalle mani d'un agente di polizia un documento storico al quale l'impostore aveva apposto il mio nome, e lo inserì, pur sapendolo opera di falsario, nel _Monitore_.

Il 20 ottobre 1832 un Emiliani era stato assalito sulla strada e ferito non mortalmente in Rodez, dipartimento delle Aveyron, da parecchi esuli italiani. Il 31 maggio 1833, poco dopo pronunciata sentenza di cinque anni di prigione contro i feritori, l'Emiliani e un Lazzareschi di lui compagno, furono, in un caffè, mortalmente feriti da un giovine Gavioli, esule del 1831. Ambi erano, a quanto poi seppi, spie del duca di Modena e tenuti per tali dai loro compagni di proscrizione. Al tempo dei tristi fatti io non sapea che esistessero; e m'erano egualmente ignoti i loro aggressori.

Già pochi giorni dopo il primo ferimento, il Giornale dell'Aveyron avea preparato il terreno all'accusa, e m'avea suggerito la protesta seguente:

Al Direttore della _Tribune_.

«_Signore_,

«Il Giornale dell'_Aveyron_ nel suo numero del 27 ottobre, parlando del triste fatto accaduto recentemente in Rodez e nel quale un Emiliani, antico stalliere del Duca di Modena, fu ferito, s'esprime così:

«Le informazioni raccolte dal Prefetto lo conducono a credere che gli assalitori italiani dello sventurato Emiliani non sono che strumenti dei quali si giovano i capi del Partito detto della _Giovine Italia_ per liberarsi di quei fra i loro compatrioti che non vogliono sottomettersi ai loro Statuti.»

«Se il gazzettiere intende parlare degli uomini stretti a una fede politica ch'essi credono sola capace di rigenerare la loro patria e i principî della quale si svolgono nella pubblicazione mensile la _Giovine Italia_, io sono, come Direttore di quella pubblicazione, uno fra i capi di quel Partito. Credo quindi aver facoltà di rispondere per tutti all'accusa.

«Io do la più solenne mentita al gazzettiere e a quanti si compiacessero di ripeterne le affermazioni.

«Io sfido chicchessia a portare in campo la menoma prova di ciò che così avventatamente s'afferma a danno d'uomini onorevoli per lo meno quanto il gazzettiere dell'Aveyron, a danno d'uomini che la sventura non foss'altro dovrebbe proteggere contro la calunnia.

«Aggiungo che l'idea d'un partito il quale si proporrebbe di spegnere quanti non abbracciano i suoi Statuti è siffattamente assurda che solo forse in Francia il gazzettiere dell'Aveyron può profferirla.

«La _Giovine Italia_ non ha stromenti: non accoglie se non uomini liberi che liberamente abbracciano i suoi principî e non giurano se non di sperdere, appena potranno, gli Austriaci.

«Ed è questa la mia risposta.

«Quanto a ciò che il gazzettiere si compiace d'aggiungere intorno _a scene che i costumi francesi rispingono e che non potranno mai nazionalizzarsi in Francia_, non monta occuparsene. Ogni Francese che pensa prima di scrivere sa che gli agguati non appartengono specialmente ad alcuna nazione e che si commettono in ogni luogo delitti respinti dai costumi dei popoli. Gli assassini di Ramus e Delpech valgono di certo quei che ferirono l'Emiliani.

«Credetemi, Signore, vostro

_30 ottobre 1832_[15]. «MAZZINI.»

Ma nel giugno 1833 comparve, come dissi, nel _Monitore_ una Sentenza pronunziata da un Tribunale Segreto che condannava Emiliani e Lazzareschi a morte, altri a diverse pene, col nome mio e quello di La Cecilia come Preside e Segretario del Tribunale. L'artificio era grossolano. Le date non corrispondevano alla possibile realtà. L'italiano era pieno zeppo di errori grammaticali[16] ch'io non era uso veramente a commettere. Protestai nuovamente, nei termini seguenti, nel _National_.

«_Signore._

«Il _Monitore_ del 7 giugno contiene, a proposito d'un assassinio commesso in Rodez, una pretesa esposizione dei fatti che precedettero e accompagnarono quel triste evento; s'afferma in quella che la morte d'Emiliani e di Lazzareschi è dovuta a una sentenza pronunziata contr'essi da un tribunale segreto siedente in Marsiglia e appartenente alla _Giovine Italia_. Il Monitore cita la sentenza in esteso e v'appone il mio nome colla qualità di Preside del Tribunale.

«Ch'io sia stato cacciato di Francia senza cagione, senza difesa, per solo arbitrio ministeriale e bench'io vivessi indipendente, fuori d'ogni _deposito_ e di mezzi miei, non ha di che sorprendere alcuno come fatto d'un Governo corrotto e corrompitore, che fu successivamente spergiuro sui Pirenei, birro in Ancona, denunziatore in Frankfort, e persecutore, in nome e a pro della Santa Alleanza, dovunque spuntava un raggio d'indipendenza, dovunque s'incontrarono anime generosamente altere in preda a sciagure virilmente durate. È tra noi, patrioti, ed esso guerra mortale.

«Ma che dopo d'aver ferito s'infonda veleno nella piaga, dopo di aver vibrato contro un nemico ogni saetta di persecuzione si vibri anche quella della calunnia, dopo d'avergli tolto libertà, conforto, riposo, si tenti togliergli anche l'onore, è cosa sì bassa che non vorremmo trovarne colpevoli gli uomini stessi dello _stato d'assedio_.

«Io non ispenderò tempo a notare tutte le contradizioni che abbondano in quella esposizione, lavoro perfido e assurdo, nel quale ogni cosa è falsa dalla data della mia proscrizione ch'ebbe luogo nell'agosto, e non dopo il novembre 1832, fino a quella della pretesa sentenza attribuita a Marsiglia, mentre è citata nell'atto stesso una lettera indirizzata da Marsiglia a non so qual punto: dall'asserzione che pone a risultato dei procedimenti, iniziati in ottobre contro i supposti autori delle prime ferite inflitte a Emiliani cinque anni di reclusione, mentre quei procedimenti furono conchiusi da una assoluzione senza restrizioni fino alla comunicazione della sentenza che il Ministero dichiara fattagli nel gennajo 1833, mentre l'istruzione cominciata in ottobre, e proseguita oltre il gennaio, non ne fa cenno.

«L'accusa parte da troppo basse sfere perch'io m'avvilisca a difendermi. Ma davanti ai tribunali io chiederò conto al _Monitore_ dell'audacia colla quale ei s'attentava di sottoscrivere quel documento col nome d'un onesto, straniero financo a un pensiero di colpa. Chiederò come, senz'altro indizio che una semplice copia della quale non fu provata l'autenticità, s'osi chiamarmi assassino.

«Intanto i molti, che s'assunsero spontanei la mia difesa, hanno diritto di esigere che io smentisca l'accusa.

«Però, la smentisco.

«Smentisco formalmente esposizione, sentenza, ogni cosa.

«Smentisco _Monitore_, gazzette semi-officiali e Governo.

«E sfido il Governo, gli agenti suoi, e le polizie straniere che architettarono la calunnia, a provare una sola delle cose affermate a mio danno; a mostrare l'originale della sentenza e la firma mia, a scoprire una sola linea proveniente da me che possa far credere alla possibilità d'un tale atto da parte mia.

«Vogliate, Signore, inserire ecc.

«GIUSEPPE MAZZINI.»

* * * * *

Il _Monitore_ tacque. L'originale non fu mostrato. Io non poteva allora, celato in Marsiglia com'io era e non potendo quindi nè presentarmi nè dar mandato legale a chi facesse le parti mie, iniziare il processo di diffamazione. Se non che l'Autorità giuridica sciolse senz'altro il problema. La Corte Suprema dell'Aveyron[17] decise che il delitto, conseguenza di rissa, s'era commesso _senza premeditazione_. Più dopo, credo nel 1840, Gisquet, Prefetto di Polizia nel 1833, scrivendo le sue _Memorie_ e speculando, per far denaro, sugli aneddoti melodrammatici, riprodusse l'accusa: poi, chiamato in giudizio da me, dichiarò stimarmi onesto e incapace di misfatti e il tribunale pronunziò sentenza in quel senso[18]. Più dopo ancora, nel 1845, un Ministro Inglese, Sir James Graham, che aveva osato far rivivere la calunnia, fu costretto, da informazioni attinte presso i Magistrati dell'Aveyron, a chiedermi scusa in pubblica seduta di Parlamento. E nondimeno, da quella prima calunnia ripetuta per più anni da gazzette e da libelli anonimi a uomini che non avevano letto e non potevano, sotto la tirannide, leggere i documenti officiali che la distruggevano, scese e si radicò lentamente nell'animo di molti l'opinione ch'io mi fossi uomo di vendette tenebrose e di sangue e che la _Giovine Italia_ avesse Statuti tremendi ai violatori del giuramento e a quanti dissentissero dalle sue dottrine.

Io abborro--e quanti mi conoscono dappresso lo sanno--dal sangue e da ogni terrore eretto in sistema, come da rimedî feroci, ingiusti ed inefficaci contro mali che vogliono essere curati dalla diffusione libera delle idee: credo la vendetta, l'espiazione e altri simili concetti, posti finora a base del diritto penale, tristissimi e sterili, sia che l'applicazione mova dalla _Società_ o dall'_individuo_; e non accetto guerra, lamentandone la necessità, contro la forza materiale violatrice del dovere e del diritto umano, se non aperta e leale, fuorchè in un caso--e avrò campo di dire qual sia. Ma la _Giovine Italia_ che, separandosi dalle formole e dalle abitudini vendicatrici dell'antica Carboneria, aveva abolito fin la minaccia di morte contro il traditore spergiuro, non ebbe mai, dal Centro che la dirigeva, se non uno Statuto, ed è quello che i lettori possono vedere in questo volume. Soltanto, gli furono, appunto nel tempo al quale si riferisce questo volume, aggiunte alcune dilucidazioni morali che inserisco qui appresso. Nè mai ci dipartimmo da quelle norme. A chi ci proponeva di spegnere traditori o spie, rispondevamo: _additate i Giuda a tutti e basti per essi l'infamia_. Quanto fu affermato o citato sul conto nostro da scrittori infermi d'insania come d'Arlincourt e Cretineau Joly, o da libellatori venduti come Bréval e Lahodde, è falso e apocrifo. Ben possono a insaputa nostra essersi improvvisate modificazioni locali al nostro Statuto da frazioni menome dell'Associazione; ma chi tra gli onesti vorrebbe giudicare il Cattolicesimo sui giuramenti orribili del Sanfedismo? È possibile che uno o altro nucleo dell'Associazione abbia, nelle Romagne segnatamente, decretato il pugnale contro disertori o denunziatori; ma chi tra gli onesti vorrebbe apporre all'istituzione monarchica l'assassinio di Prina?

Le dilucidazioni date nel 1833 al nostro Statuto erano le seguenti:

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«La _Giovine Italia_ ha per doppio scopo di riunire la gioventù nella quale sta il nervo delle forze italiane sotto l'influenza d'uomini veramente rivoluzionari, onde, allo scoppiare del moto, non ricada sotto i primi che si presentano a impadronirsene, e di riunire in accordo per capi o rappresentanti tutte le diverse società che in Italia s'adoprano, sotto forme diverse, a ottenere Unità, Indipendenza, Libertà vera alla Patria.

«Il primo intento è affidato, proporzionatamente ai loro gradi e alla loro situazione, a tutti i membri della _Giovine Italia_. Il secondo è serbato alla Centrale, e alle Congreghe Provinciali, sotto la direzione della Centrale.

«_Principii politici e morali dell'Associazione:_

«Una Legge morale governa il mondo: è la Legge del PROGRESSO.

«L'uomo è creato a grandi destini. Il fine pel quale è creato è lo sviluppo pieno, ordinato e libero di tutte le sue facoltà.

«Il mezzo per cui l'uomo può giungere a questo intento è l'_Associazione_ co' suoi simili.

«I popoli non toccheranno il più alto punto di sviluppo sociale al quale possono mirare, se non quando saranno legati in un vincolo unico sotto una direzione uniforme regolata dagli stessi principî.

«La _Giovine Italia_ riconosce in conseguenza l'_Associazione universale dei Popoli_ come l'ultimo fine dei lavori degli uomini liberi. Essa riconosce e inculca con ogni mezzo la Fratellanza dei Popoli.

«Bensì, perchè i popoli possano procedere uniti sulla via del perfezionamento comune, è necessario ch'essi camminino sulle basi dell'Eguaglianza. Per essere membri della grande Associazione conviene esistere, avere nome, e potenza propria.

«Ogni popolo, in conseguenza, deve, prima d'occuparsi dell'Umanità, costituirsi in Nazione.

«Non esiste veramente Nazione senza Unità.

«Non esiste Unità stabile senza Indipendenza: i despoti, a diminuire la forza dei popoli, tendono sempre a smembrarli.

«Non esiste Indipendenza possibile senza Libertà. Per provvedere alla propria indipendenza è d'uopo che i popoli siano liberi, perchè essi soli possono conoscere i mezzi per serbarsi indipendenti, essi soli hanno a sagrificarsi per esserlo, e senza libertà non esistono interessi che spingano i popoli al sagrifizio.

«La _Giovine Italia_ tende in conseguenza a conquistare all'Italia l'Unità, l'Indipendenza, la Libertà.

«Quando il potere è ereditario e nelle mani d'un solo, non v'è libertà durevole mai.

«Il potere tende sempre ad aumentare e concentrarsi.

«Quando il potere è ereditario, gli acquisti del primo fruttano al secondo. L'eredità del potere toglie a chi ne è rivestito la coscienza della sua origine popolare. Sottentrano per conseguenza nei Capi ereditarî interessi particolari a quelli della Nazione; e inducono una lotta che, presto o tardi, trascina la necessità d'una Rivoluzione. Ora quando una nazione compie una Rivoluzione, essa deve cercare d'imporle fine il più presto possibile, e non ha altro mezzo per questo che troncare radicalmente ogni via per la quale si possa ricadere nella lotta.

«Le Rivoluzioni si fanno col Popolo pel Popolo. Per produrre vivissimo nel Popolo il desiderio della Rivoluzione conviene infondergli la certezza che la Rivoluzione si tenta per esso. Per infondergli questa certezza, è necessario convincerlo de' suoi diritti, e proporgli la Rivoluzione come il mezzo d'ottenerne il libero esercizio. È necessario per conseguenza proporre come scopo alla Rivoluzione un sistema popolare, un sistema che enunzi nel suo programma il miglioramento delle classi più numerose e più povere, un sistema che chiami tutti i cittadini all'esercizio delle loro facoltà e perciò al maneggio delle cose loro, un sistema che s'appoggi sull'eguaglianza, un sistema che impianti il Governo sul principio dell'elezione largamente inteso e applicato, ordinato nel modo meno dispendioso e più semplice.

«Questo sistema è il Repubblicano.

«La _Giovine Italia_ è repubblicana unitaria.

«Essa tende, in religione, a stabilire un buon sistema parrocchiale, sopprimendo l'alta aristocrazia del clero.

«Essa tende, in generale, all'abolizione di tutti i privilegi che non derivino dalla legge eterna della capacità applicata al bene; a diminuire gradatamente la classe degli uomini che si vendono e di quelli che si comprano; in altri termini a ravvicinare le classi, costituire il Popolo, ottenere lo sviluppo maggiore possibile delle facoltà individuali; a ottenere un sistema di legislazione accomodata ai bisogni; a promovere illimitatamente l'educazione nazionale.

«Bensì, finchè il primo perno della Rivoluzione, ossia l'Indipendenza, non sia ottenuto, essa riconosce che tutto deve essere rivolto a quello scopo. Finchè quindi il territorio Italiano non sia sgombro dal nemico, essa non riconosce che armi e guerra con tutti i mezzi. Una dichiarazione di doveri, una di diritti, ma l'effetto sospeso fino all'emancipazione del territorio: un Potere dittatoriale, fortemente accentrato, composto d'_un individuo deputato per ciascuna provincia_[19], riunito a consesso permanente, responsabile allo spirar del mandato, vegliato nell'esercizio del suo potere dall'opinione pubblica e dalla _Giovine Italia_ convertita in Associazione Nazionale: primi provvedimenti intorno alla stampa, intorno ai giudizî criminali, intorno alle annone, intorno all'amministrazione, e null'altro: creato intanto Commissioni che maturino progetti di legislazione politica e civile da presentarsi al Congresso Nazionale raccolto, libero il territorio, in Roma: vietati gli accordi col nemico sul territorio: i cittadini armati chiamati a guardar la città, a mobilizzarsi all'uopo e recarsi in bande a infestare il nemico e servire d'ausiliarie all'esercito Nazionale. Prima armi e vittoria, poi leggi e Costituzione.

«La _Giovine Italia_ predica questi principî. I mezzi coi quali essa si propone d'ottenere l'intento sono l'armi e l'incivilimento morale.

«Pel primo, essa congiura, pel secondo, essa diffonde gli scritti liberi, pubblica giornali, ecc.

«Congiurando e scrivendo, essa sa che la rigenerazione Italiana non può compirsi che per mezzo d'una Rivoluzione Italiana davvero. Essa biasima in conseguenza i movimenti parziali: essi non possono che aggravare la nostra condizione. L'insurrezione d'un Popolo deve compiersi con forze proprie. Dallo straniero non scendè mai libertà vera o durevole. La _Giovine Italia_ s'ajuterà degli eventi stranieri, ma non fonderà su quelli le proprie speranze.

«Tutti i suoi membri sono incaricati di diffondere queste norme generali.

«_Ordinamento dell'Associazione:_

«Una Congrega Centrale:

«Una Congrega Provinciale per ogni Provincia Italiana composta di tre membri:

«Un Ordinatore per ogni città:

«Federati propagatori:

«Federati semplici.

«La Congrega Centrale elegge le Congreghe Provinciali, trasmette le istruzioni Generali, crea e mantiene l'accordo fra le Congreghe Provinciali, comunica i segnali di riconoscimento necessarî alle Congreghe, provvede alla stampa e alla sua diffusione, forma un disegno generale d'operazioni, riassume i lavori dell'Associazione, accentra, non tiranneggia.

«Ogni Congrega Provinciale tiene la somma delle cose della Provincia che le è affidata e dirige il lavoro: crea i segnali per gli affratellati della Provincia, trasmette le istruzioni della Centrale, inviando ad essa di mese in mese relazione dei progressi dell'Associazione nella Provincia, dei mezzi materiali raccolti, delle condizioni dell'opinione nelle diverse località: osserva i bisogni e ne trasmette l'espressione alla Centrale.

«L'ordinatore in ogni città, scelto dalla Congrega Provinciale, riassume i lavori della città e ne trasmette il quadro di mese in mese alla Congrega Provinciale. Gli elementi della sua corrispondenza con quella sono a un dipresso gli stessi dei quali si compone la corrispondenza della Congrega Provinciale colla Centrale.

«I Propagatori vengono eletti dall'Ordinatore e dalla Provinciale tra gli uomini che hanno _core_ e _mente_: iniziano i semplici affratellati e li dirigono secondo le loro istruzioni. Corrispondono ciascuno coll'Ordinatore della loro città, e gli elementi della loro corrispondenza sono a un dipresso gli stessi che formano la corrispondenza dell'Ordinatore colla Provinciale. Trasmettono di mese in mese all'Ordinatore il quadro del loro lavoro, e comunicano ai loro subalterni le istruzioni che da lui ricevono.

«I semplici affratellati scelti dai Propagatori tra gli uomini che hanno core, ma non mente bastevole a scegliere gli individui idonei, dipendono dal loro Propagatore, a lui comunicano informazioni, osservazioni, conoscenze, diffondono i principî della _Giovine Italia_, e aspettano la chiamata.

«Ogni affratellato ha un nome di guerra.

«L'Associazione deve diffondersi, per ciò _segnatamente_ che riguarda le classi popolari[20], nella gioventù, negli uomini che hanno succhiato le aspirazioni del secolo.

«Gli affratellati devono, possibilmente, provvedersi d'un fucile e di cinquanta cartucce. A quei che non possono, provvederanno le Congreghe Provinciali.

«Gli affratellati versano all'atto dell'iniziazione una contribuzione che continuerà mensilmente, quando nol vieti la loro condizione. L'ammontare delle contribuzioni, trasmesso di mano in mano sino alla Congrega Provinciale, sarà consacrato ai bisogni dell'Associazione, nella Provincia, salva una quota serbata alla Centrale per viaggiatori, stampe, compra d'armi, ecc.

«Determinazione di contribuzione e di riparto, esenzioni, forme di iniziazione, e tutte le disposizioni d'ordine secondario, si lasciano alle Congreghe Provinciali. La Centrale abborre da ogni tendenza soverchiamente dominatrice e non impone se non quel tanto ch'è strettamente necessario all'unità del moto e all'accordo comune.

«L'Associazione ha due ordini di segnali: gli uni, che non giovano se non alle Congreghe Provinciali e ai viaggiatori che vanno dall'una all'altra e da esse alla Centrale, e reciprocamente--e sono ideati e trasmessi dalla Centrale: gli altri, che servono per gli affratellati delle Provincie, sono scelti da ciascuna Congrega Provinciale, comunicati alla Centrale, e variati ad ogni tre mesi, più frequentemente se il bisogno lo esiga. S'anche quindi i segni d'una Provincia fossero scoperti dalle polizie, l'altre provincie, avendoli diversi, rimarrebbero fuor d'ogni rischio.»