Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 10

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Le morali sommavano, mutate le parole, a questo: «Noi siamo non solamente cospiratori, ma credenti: aspiriamo ad essere, non solamente rivoluzionarii ma per quanto è in noi rigeneratori. Il nostro è problema d'_educazione nazionale_ anzi tutto: l'armi e l'insurrezione non sono se non mezzi senza i quali, mercè le nostre condizioni, è impossibile scioglierlo: ma noi non invochiamo le bajonette se non a patto ch'esse portino sulla punta un'idea. Poco ci importerebbe distruggere, se non avessimo speranza di fondare il meglio: poco di scrivere doveri e diritti sopra un brano di carta se non avessimo intento e fiducia di stamparli nell'anime. Questo neglessero i nostri padri; questo dobbiam noi aver sempre davanti la mente. Determinare i diversi Stati d'Italia a insorgere, non basta; si tratta di crear la Nazione. Noi crediamo religiosamente che l'Italia non ha esaurito la propria vita nel mondo, essa è chiamata a introdurre ancora nuovi elementi nello sviluppo progressivo dell'Umanità e a vivere d'una terza vita; noi dobbiamo mirare a iniziarla. Il materialismo non può generare in politica se non la dottrina dell'_individuo_, buona forse ad assicurare--e appoggiandosi sulla forza--l'esercizio di alcuni diritti personali, ma impotente a fondare la nazionalità e l'associazione, ch'esigono fede in una unità d'origine, di legge, di fine: lo respingiamo. Noi dobbiamo tendere a rannodare la tradizione filosofica italiana dei secoli XVI e XVII, tradizione di sintesi e spiritualismo; a ravvivare le forti credenze, e risuscitare nel core degli italiani la coscienza dei fatti della nazione; a dar loro con quella coscienza coraggio, potenza di sagrificio, costanza, concordia d'opera.»

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E le Istruzioni politiche ripetevano:

«Il partito più forte è il partito più logico. Non vi contentate d'un semplice senso di ribellione nei vostri; o d'incerte, indefinite dichiarazioni di liberalismo: chiedete a ciascuno la sua credenza e non accettate se non gli uomini la credenza dei quali è concorde colla vostra. Non fate assegnamento sul numero, ma sull'unità delle forze. Il nostro è un esperimento sul nostro popolo: ci rassegniamo alla possibilità di trovarci delusi nelle nostre speranze, ma non al pericolo di vedere sorgere tra noi la discordia il dì dopo l'azione. La vostra è bandiera nuova: cercatele sostenitori fra' giovani: è in essi entusiasmo, capacità di sagrificio, energia. Dire loro tutta quanta la verità, tutto ciò che vogliamo. Saremo certi d'essi s'accettano. Supremo errore del passato fu quello di fidare le sorti del paese agli individui più che ai principî: combattetelo: predicate fede, non nei nomi ma nelle moltitudini, nel diritto, in Dio. Insegnate a scegliere i capi tra quei che avranno attinto le inspirazioni nella rivoluzione, non nella condizione di cose anteriori. Ponete a nudo gli errori del 1831: non tacete alcuna delle colpe dei capi. Ripetete sempre che la salute d'Italia sta nel suo popolo. E la leva del popolo sta nell'azione, nell'azione continua, rinnovata sempre senza sconfortarsi o atterrirsi delle prime disfatte. Fuggite le transazioni: sono quasi sempre immorali e per giunta inutili. Non v'illudete a poter evitare guerra, guerra inesorabile, feroce, dall'Austria: fate invece, quando vi sentirete forti, di provocarla: l'offensiva è la guerra delle rivoluzioni; assalendo, inspirerete paura al nemico, fiducia e ardore agli amici. Non abbiate speranza nei Governi stranieri: se potrete mai averne un ajuto non sarà se non a patto di convincerli prima che siete forti e capaci di vincer senza essi. Non fidate nella diplomazia; sviatela lottando, e pubblicando ogni cosa. Non insorgete mai se non in nome d'Italia e per l'Italia tutta quanta è. Se vincerete la prima battaglia in nome d'un principio e con forze vostre, sarete iniziatori tra i popoli e li avrete compagni nella seconda. E se cadrete avrete almeno promosso l'educazione del paese: lascerete sulla vostra tomba un programma per la generazione che terrà dietro alla vostra.»

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Vivono ancora molti degli uomini ch'ebbero in quel tempo contatto con me; e possono dire se il mio linguaggio non era tale.

L'esperimento riuscì.--Il popolo confutò i mezzi ingegni.

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I Comitati si costituirono rapidamente nelle principali città di Toscana. In Genova, i Ruffini, Campanella, Benza ed altri pochi che accettarono l'ufficio di diffondere l'associazione, erano pressochè ignoti, giovani assai e senza mezzi di fortuna od altro che potesse conquistare ad essi influenza. E nondimeno da studente a studente, da giovine a giovine, l'affratellamento si diffuse più assai rapidamente che non era da sperarsi. I primi nostri scritti supplirono all'influenza personale. Quanti potevano leggerli, s'affratellavano. Era la vittoria delle idee sostituita alla potenza dei nomi o al fascino del mistero. Le nostre trovavano un'eco, rispondevano visibilmente a una aspirazione fino allora inconscia e dormente nel core dei giovani. E bastava per rinfrancarci, e segnarci doveri che in verità noi tutti, piccola falange di precursori, per quanto concerne operosità instancabile e sagrificio, compiemmo. Dall'associazione dei San Simoniani in fuori, alla quale la semplice pretesa di religione inspirava appunto in quei tempi più assai potenza di sagrificio e d'amore che non n'ebbero tutte le società democratiche puramente politiche, io non vidi--e lo dico per debito ad uomini che morirono o vivono noncuranti di fama e pressochè ignoti--nucleo di giovani devoti con tanto affetto reciproco, con tanta verginità d'entusiasmo, con tanta prontezza a fatiche d'ogni giorno, d'ogni ora, come quello che s'adoprava allora con me. Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi quasi tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni d'operai: La Cecilia, allora dirittamente buono, s'era fatto compositore di stampa: Lamberti, correttore; tal altro letteralmente facchino per economizzarci la spesa del trasporto dei fascicoli a casa. Vivevamo eguali e fratelli davvero, d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per tenacità di proposito e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani stranieri: spesso--dacchè spendevamo, per ogni cosa, del nostro--fra le strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, com'io la desidero alla generazione che sorge. Avevamo guerra accanita abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da nemici dai quali l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie, d'ingratitudini, di sospetti e calunnie da uomini di patria e spesso di parte nostra, l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione dalla bandiera, non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità offesa e peggio, di quasi una intera generazione che giurava in quelli anni con noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime nostre, amorevoli oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi pochi

La violenta e disperata pace,

il lavoro senza conforto di speranza individuale, per sola riverenza al freddo, inesorabile, scarno dovere.--E Dio ne salvi quei che verranno.

Il contrabbando delle nostre stampe in Italia era faccenda vitale per l'Associazione e grave per noi. Un giovane Montanari che viaggiava sui vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morì poi di colèra nel Mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovavano mirabilmente. E finchè l'ira dei Governi non fu convertita in furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per Genova, un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via così: sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi dall'affratellato sul battello, finchè i nostri, avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremendo agli introduttori--quando la guerra inferocì per modo che Carlo Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pensa, Barbaroux, Lascaréne, intimò a chi non _denunzierebbe_, due anni di prigione e una ammenda, promettendo al _delatore_ metà della somma e il segreto--cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le botti, dieci o dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti commerciali ignari a commissionarî egualmente ignari nei luoghi diversi, dove taluno dei nostri avvertito dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un solo dei molti ripieghi che andavamo ideando.

Avevamo del resto ai contrabbandi l'ajuto di qualche repubblicano francese e segnatamente della marineria dei legni mercantili italiani, buona allora com'oggi, e verso la quale avevamo con attività grande diretto il nostro lavoro. Primi fra i migliori erano gli uomini di Lerici, e ricordo con affetto e ammirazione come ad esempio un tipo mirabile di popolano, Ambrogio Giacopello, che perdè nave e ogni cosa per averci contrabbandato sulle coste liguri duecento fucili, e mi rimase amico devoto. Credo ch'ei viva tuttavia in Marsiglia, e vorrei che potessero cadergli sott'occhio queste mie linee. So ch'egli sarebbe lieto del mio ricordo. Non ho mai trovato ingratitudine e oblio nei popolani d'Italia.

Incapace d'impedire la circolazione dei nostri scritti all'interno, i Governi d'Italia tentarono di soffocare la nostra voce in Marsiglia, e si rivolsero al Governo Francese. E il Governo Francese che, riconosciuto da tutti, non aveva più cagione d'impaurire il dispotismo Europeo, annuì alle richieste. Ma quella persecuzione non impedì menomamente il progresso del nostro lavoro. L'ordinamento si diffuse rapidamente da Genova alle Riviere, a parecchie località del Piemonte e a Milano, dalla Toscana alle Romagne. I Comitati si moltiplicarono. Le comunicazioni segrete si stabilirono regolari e possibilmente sicure fino alle frontiere napoletane. I viaggiatori da una provincia all'altra corsero frequenti a infervorare gli animi e trasmettere le nostre istruzioni. La sete di stampati fu tale che, non bastando i nostri, stamperie clandestine s'impiantarono su due o tre punti d'Italia: ristampavano cose nostre o diramavano brevi pubblicazioni inspirate dalle circostanze locali. La _Giovine Italia_, accettata con entusiasmo, diventava in meno d'un anno associazione dominatrice su tutte l'altre in Italia.

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Era il trionfo dei principî. Il nudo fatto che in così breve tempo pochi giovani, ignoti, sprovveduti di mezzi, esciti dal popolo, avversi pubblicamente nelle dottrine e nelle opere a quanti avevano, per voto di popolo e influenza riconosciuta, capitanato fin allora il moto politico, si trovassero capi d'una associazione potente tanto da concitarsi contro la trepida persecuzione di sette Governi, bastava, parmi, a provare che la bandiera inalzata era la bandiera del vero--(1861).

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Il decreto ministeriale che, per compiacere ai governi dispotici d'Italia, m'esiliava di Francia, mi colse nell'agosto del 1832. Importava continuare in Marsiglia, dov'erano ordinate le vie di comunicazione coll'Italia, la pubblicazione dei nostri scritti. Però determinai di non ubbidire e mi celai, lasciando credere ch'io partiva.

Gli esuli di tutte le Nazioni erano allora accantonati con un misero sussidio nei dipartimenti e sottomessi, in virtù di quel sussidio, a leggi speciali che ricordavano i _sospetti_ dell'antica rivoluzione e somigliavano a quelle che poi costituirono la classe degli _attendibili_ nel Mezzogiorno d'Italia. Io non riceveva sussidio governativo e mandai quindi alla _Tribune_, giornale repubblicano d'allora, la protesta seguente:

«Quando vige un sistema fondato sulle eccezioni, quando diritti di domicilio e di libertà individuale sono manomessi da una legge ingiusta anche più ingiustamente applicata, quando accusa, giudizio e condanna emanano da uno stesso potere, o senza possibilità di difesa, quando lo sguardo cacciato intorno non s'abbatte che in esempî di tirannide e di sommessione, è debito d'ogni uomo ch'abbia senso di dignità di protestare altamente.

«E scopo della protesta non è un tentativo di difesa inutile e impotente, nè un desiderio di movere a simpatia quei che soffrono essi pure gli stessi mali, ma il bisogno d'infamare davanti agli uomini il Potere che abusa della propria forza, di rivelare al paese, nel quale l'ingiustizia è commessa, le turpitudini di chi governa, d'aggiungere un documento a quelli sui quali un popolo presto o tardi condanna quei che lo tradiscono e lo disonorano.

«Per queste ragioni io protesto.

«I Giornali parlarono dell'Ordine che m'è dato dal Ministero Francese e dei motivi sui quali è fondato.

«Io sono accusato di cospirare per l'emancipazione del mio paese, cercando di suscitarvi gli animi con lettere e stampati segretamente introdotti: sono accusato di mantenere corrispondenza con un Comitato repubblicano in Parigi, e d'avere avuto, io Italiano privo di relazioni e di mezzi e risiedente in Marsiglia, contatto pericoloso allo stato coi combattenti del chiostro di S. Mery.

«Non respingerò io di certo la responsabilità della prima accusa. Se cercare di diffondere utili verità, per via di stampa, nella propria patria ha nome di cospirazione, io cospiro. Se l'esortare i propri concittadini a non addormentarsi nella servitù, a durare combattendola, a vegliare e afferrare, appena s'affacci, il momento propizio per conquistarsi nome di patria e Governo Nazionale, è cospirazione, io cospiro. Ogni uomo ha debito di cospirare per l'onore e la salute de' suoi fratelli. E nessun Governo che s'intitoli libero ha diritto di trattare come colpevole l'uomo che compie quel sacro dovere. Soli gli uomini dello _stato d'assedio_ possono rinnegare principî siffatti[13].

«Ma della seconda accusa ove stanno le prove?

«I dispacci ministeriali citano alcuni estratti di lettere che s'affermano scritti da me agli amici dell'interno, e, a quanto dicesi, sequestrate.

«Quelle lettere contengono, a detta del ministero, rivelazioni sulle giornate del 5 e del 6 di giugno. Esse dichiarano che i fatti di quei due giorni non hanno danneggiato in modo alcuno la parte repubblicana di Francia; che il tentativo fallì unicamente _perchè i patrioti dei Dipartimenti, che dovevano trovarsi in Parigi, mancarono alla promessa_; che nondimeno si sta maturando un altro non remoto disegno d'insurrezione; che il trono di Luigi Filippo è minato per ogni dove; e finalmente che il _Comitato repubblicano di Parigi sta per mandare cinque o sei emissari in Italia_ per coordinarvi i lavori degli uomini della libertà.

«Ove sono quelle lettere? in Parigi? le sequestrava il Governo di Francia? furono esse comunicate all'accusato? Somministrano la mia condotta, i miei atti, le mie corrispondenze prove che convalidino l'affermazione dell'essere le lettere scritte da me? No. Le citazioni delle lettere spettano alla polizia Sarda; gli originali stanno, dicono, ne' suoi archivî; il ministro di Francia non le cita che a brani, sull'altrui fede. Soltanto, ei crede che le altrui relazioni meritino fede da lui. Perchè? Come? esiste un solo ragguaglio di polizia francese che mi dimostri cospiratore contro il Governo di Francia? Fui io mai colpevole di ribellione? o sorpreso nelle file della sommossa?

«In condizione siffatta di cose, che mai posso io fare?

«È possibile dimostrare le falsità d'un fatto speciale, definito; non è possibile dimostrar quella d'un fatto generale che può abbracciare gli atti e i pensieri di tutta una vita: non è possibile difendersi da una accusa che non s'appoggia su prova alcuna.

«Io chiesi che mi fossero comunicate le lettere ministeriali; ed ebbi rifiuto. Non mi rimaneva che la facoltà di negare il fatto siccome falso, e lo feci. Negai l'esistenza nelle mie lettere delle linee in corsivo che sole accennerebbero a un intendimento comune tra me e il partito repubblicano di Francia. Quelle linee sono una interpolazione. Altro non esprimono che osservazioni e giudizî intorno a fatti recenti, e non possono formare argomento d'accusa.

«Io dissi queste cose al Ministro in una mia lettera del 1.º agosto. Smentii quelle linee, sfidando la polizia francese e la sarda a provarne l'autenticità. Chiesi inchiesta, processo e giudizio. Il Ministro non condiscese a rispondermi.

«Il prefetto di Marsiglia, che m'aveva promesso d'aspettare la risposta del signor di Montalivet, m'intimò a un tratto un secondo ordine di partenza. E mi fu forza cedere.

«Son questi i fatti.

«Uomini del Potere, che cosa sperate? che la vostra vergognosa sommessione ai voleri della Santa Alleanza c'induca a tradire i nostri doveri verso la Patria? o che le vostre insistenti persecuzioni possano mai sconfortarci e stancarci di quella santa libertà che voi rinegaste saliti appena al potere? Pensate di riuscire con una serie di atti arbitrarî nella missione retrograda che v'assumeste di far germogliare la diffidenza dove il vincolo di fratellanza va più sempre stringendosi? o d'infondere un senso di riazione nei patrioti di tutte contrade contro quella Francia alla quale voi soli contendete fati e missione?

«O credete, uomini abbiettamente codardi, cancellarvi di sulla fronte il marchio meritato d'infamia, allontanando gli uomini che voi spingeste sull'orlo dell'abisso per abbandonarli al pericolo, gli uomini la cui presenza sul suolo francese è un sanguinoso rimprovero, un perenne rimorso per voi? Non lo sperate. Quella macchia è incancellabile; ogni giorno della vostra dominazione la fa più profonda; ogni giorno solleva una voce di proscritto per maledirvi e gridarvi:

«Seguite, seguite! Voi ci rapiste libertà, patria, esistenza: rapiteci or, se potete, anche la parola: rapiteci l'alito che ci reca un profumo della nostra terra: rapite al proscritto la sola gioja ch'ei serbi sul suolo straniero, quella d'affondare lontano sul mare lo sguardo dicendo a sè stesso: _là è l'Italia!_ Seguite, seguite! D'una in altra umiliazione trascinatevi ai piedi dello Czar, del Papa o di Metternich; supplicate perchè vi si concedano ancora alcuni giorni d'esistenza, offrendo in ricambio oggi la libertà d'un patriota, domani la di lui testa. Seguite, seguite! Spingetevi più sempre innanzi sulla via che attraverso il disonore conduce a rovina. È necessario, perchè i popoli raggiungano salute, che voi possiate rivelarvi in tutta la nudità d'un sistema d'inganno e di bassezza nuovo in Europa. È necessario, perchè la santa causa trionfi, che si dimostri innegabilmente per voi l'impossibilità d'una alleanza tra la causa dei re e quella dei popoli.

«Ma quando la misura sarà colma, quando la campana a stormo dei popoli suonerà l'ora della libertà, e la Francia in armi vi chiederà: _come usaste il potere ch'io v'affidai?_ guai a voi! popoli e re vi respingeranno ad un'ora. Voi consegnaste la patria senza difesa alle insidie dei despoti; cacciaste a piene mani il disonore sovr'essa; faceste quasi retrocedere d'un passo l'associazione universale; per voi la libertà delle nazioni fu data in pasto alla Santa Alleanza; per voi s'invelenirono l'anime, s'annebbiarono di diffidenza i generosi pensieri, s'interruppe il nobile moto di fratellanza che le giornate del Luglio avevano iniziato. Poi, quando le vittime della vostra diplomazia, dei vostri perfidi protocolli, vennero, siccome spettri, a chiedervi asilo, voi le respingeste, le abbeveraste d'oltraggi, e cancellaste dai vostri codici i diritti inviolabili della sciagura e il dovere ospitale.

«Quanto a noi, uomini d'azione, minorità sacra alla sventura, sentinelle perdute della rivoluzione, diemmo, il dì che giurammo alla causa degli oppressi, un addio solenne alla vita, alle sue gioje, a' suoi conforti. Non entri in noi ira ingiusta o diffidenza fatale. La fazione ch'oggi governa nulla ha di comune coi popoli che gemono conculcati come noi gemiamo. Serbiamoci uniti, e stringiamo le file. L'ora della giustizia verrà per noi tutti[14].»

_24 agosto 1832._ GIUSEPPE MAZZINI.

Dopo la Protesta, rincrudirono, com'era da aspettarsi, le persecuzioni. Irritato della nostra ostinazione e sollecitato senza posa dagli agenti dei nostri Governi, il Ministro Francese tentò tutte le vie per sopprimere la _Giovine Italia_: intimò lo sfratto a parecchi tra i nostri operai compositori e a taluni fra quei ch'egli supponeva collaboratori: s'adoprò a impaurire il pubblicatore: minacciò di sequestri: moltiplicò le ricerche per avermi in mano. Noi sostenemmo virilmente la lotta: agli operai cacciati sostituimmo operai francesi: un cittadino di Marsiglia, Vittore Vian, si fece _gerente_: i nostri si dispersero nei piccoli paesi vicini al centro del nostro lavoro: provvedemmo a trafugare le copie degli scritti appena escite dal nostro torchio; e quanto a me, cominciai allora quel modo di vita che mi tenne ventidue anni su trenta prigioniero volontario, fra le quattro pareti d'una stanzuccia. Non mi rinvennero. Gli accorgimenti coi quali mi sottrassi--le doppie spie che servivano, a un tempo, per poco danaro, al prefetto e a me, inviandomi lo stesso giorno copia delle informazioni date sul mio conto alle Autorità--il comico modo col quale, scoperto un giorno il mio asilo, persuasi al Prefetto di lasciarmi partire, invigilato da' suoi agenti, senza scandali e chiassi, poi mandai in mia vece a Ginevra un amico che m'era somigliante della persona, mentr'io passava tra i birri in uniforme di guardia nazionale--non entrano in questo racconto che non mira a pascere la curiosità dei lettori sfaccendati, ma a giovare d'indicazioni storiche e d'esempî il paese. Basti ch'io rimasi per tutto un anno in Marsiglia, scrivendo, correggendo prove, corrispondendo, abboccandomi a mezzo la notte con uomini del Partito che venivano d'Italia e con taluni fra i capi repubblicani di Francia.