Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo
Part 8
--Cher ami... non ho purtroppo un padre, banchiere a Londra, nè una Manica da passare con tanta facilità; ma se quello che il «trente et quarante» finora non mi ha tolto può esservi utile per qualche settimana, vi prego di trattare con me come fareste con un vecchio amico...
Egli rifiutò indiscutibilmente, con un sorriso da Grande di Spagna.
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Ella tese a Lord Pepe la sua lunga mano inguantata, con un saluto sobrio e semplice, come se quella partenza definitiva non dovesse durare che lo spazio di ventiquattr'ore. A piè del treno, presso il montatoio, ella stava immobile vicino all'amante, lasciandogli nella mano la sua mano aperta e guardandolo negli occhi senza il minimo segno di dolore.
--Good bye. Friend. Kiss for me London...
Non v'era in lei turbamento visibile, ma neanche la più piccola simulazione. Otto mesi d'amore o di giornaliera intimità finivano per lei senza una lacrima, invece con una stretta di mano, con un sorriso da signorina, da miss inglese, limpido, illibato, sarcastico.
--Good bye, Friend. Kiss for me London...
Il marciapiedi bianco d'elettricità rifletteva la sua lunga ombra; il cappellino frivolo e serio, l'abito a giacca, gli stivaletti luccicanti, parevano stranamente adatti ad accrescere la sua impassibilità. In quel momento era più che mai onesta, più che mai signora, e signora inglese in tutta l'estensione del termine; tantochè ripensavo, quasi per amore del contrasto, alla sua bella camicia di linon, fina come un ragnatelo.
L'express Paris-Madrid allungava sotto la tettoia della stazione imbandierata le sue vetture luccicanti, collegate insieme da un passaggio a mántice; nel mezzo del treno il salon-restaurant sfavillava di luce come una sala da ballo. I pranzi ormai eran finiti, le tavole sparecchiate; nel lunghissimo corridoio del treno molte cuccette chiuse custodivano il sonno dei viaggiatori già coricati. Altre lasciavano intravvedere dagli sportelli aperti i preparativi notturni d'una coppia inglese che ammobigliava il proprio home, d'una parigina irrequieta che trasformava il suo scompartimento in un profumato boudoir, con bagaglio ad armacollo e piuma tirolese, infine d'un diplomatico turco in perpetua vacanza, che avrebbe offerto molto volentieri alla sua vicina di parete una bottiglia di Champagne...
Ormai, pare impossibile, non v'è treno di lusso che solchi l'Europa in qualsiasi direzione senza contenere la Parigina e il diplomatico Turco, questi due esponenti così caratteristici dell'umanità del ventesimo secolo.
Gli eleganti controllori della Compagnie Internationale des Wagons Lits, bei giovani, che talvolta, nel cuore della notte, una viaggiatrice solitaria chiama con romantiche scampanellate, ora ciarlavano fumando a piè de' montatoi; altri andavano preparando i lettini candidi, altri esaminavano fasci di tessere o facevano saltare il tappo d'una bottiglia di Pale Ale. Sopravvenne un Herr Doctor bavarese, viaggiatore di seconda classe, con occhiali a stanghetta e fasce di lana verde ai polpacci, uno di quelli che il Creatore stampò con la creta che gli rimase dall'ippopotamo. Costui andava da una vettura all'altra agitando uno scontrino dell'Agenzia Cook. Dopo aver seccata molta gente, alla quale non spettava occuparsi di lui, trovò finalmente un capotreno che gli diede retta, ed osservato il numero dello scontrino, gli disse in un tedesco irreprensibile che la sua cabina era stata riservata per un Ispettore Generale della Compagnia--sede di Bruxelles--qualcosa come il vice-padrone di tutti i treni a dormitoio che ánsano e vólano traverso l'Europa. Altro dunque non rimaneva per lui che rassegnarsi alla suprema ragion di Stato.
Da ultimo il capotreno si volse ad un impiegato che passava, e gli disse con l'aria più serena del mondo:
--Fous-moi que'que part ce sacré diable d'Alboche!
Un cuoco enorme, il quale sporgeva con tutta la pancia dalla finestrucola della sua cucina, sfogliava un numero dell'_Assiette au beurre_, fumando con regale voluttà un eccellente sigaro Avana.
Trofei di bandiere appese dappertutto ostentavano le sigle unite del Regno Iberico e della Repubblica Francese;--tra pochi giorni il Primo Cittadino di Francia, con i suoi Ministri, avrebbe traversato i selvaggi Pirenei per volgere a profitto delle tariffe doganali e del «Mediterraneo lago francese» quella simpatia che il giovine Re Alfonso, nel frequentare le regate ed i five o' clock di Biarritz, aveva saputo inspirare alle belle donne che governano la Francia.
La Compagnie Internationale des Wagons Lits mi sembra, nel ventesimo secolo, un organismo sociale d'importanza e di significazione per lo meno equivalenti a quelle ch'ebbe nei secoli trascorsi la benemerita Compagnia di Gesù. Essa è davvero una forza, una ruota, un'ala della vita moderna, come l'altra era una catena ed una potenza della vita medioevale.
Quel treno lungo, sottile, snello, fatto d'acciaio terso e di legno levigato, che trascinerebbe nel cuore delle montagne ciclopiche una fantasmagorìa di specchi e d'elettricità, che brucerebbe la distanza come il fuoco arde la miccia d'una mina, quel treno pressochè ingioiellato, carico di belle donne, d'uomini ricchi e di bagagli costosi, per cui le frontiere dei regni più non divengono che fermate frettolose, quel treno dove corrono tutte le monete, dove si parla ogni linguaggio, dove s'intrecciano avventure veloci, e che al mattino si profuma nel suo tepido corridoio di soave cipria e d'Acqua di Lavanda, era, per chi bene sapesse intendere, un segno dei tempi nostri, della vita nostra, di quella nuova e transitoria bellezza verso la quale ora cammina il mondo. Roma costruiva con la pietra millenaria, noi costruiamo con la delebile velocità:--e questo mi pare più grande.
Per quanto gli spiriti amici del palinsesto, coltivatori instancabili della polvere di museo, trovino che su la terra nulla di nuovo accade, ma tutta la bellezza e tutto l'esempio a noi provenga dagli antichi, pure io sono profondamente persuaso che nessuno fra quei sapienti selvaggi che a noi diedero la seccatura di possedere una tradizione potè mai concepire l'eleganza, o nulla d'equivalente all'eleganza d'una lady inglese che saluta il proprio amante con un semplice shake hand sotto i finestrini di un velocissimo express. Cleopatra e l'amica di Petronio mi fanno sorridere quando penso a Madlen Green. Povere belle donne d'una volta!... ormai servite al cinematografo, per sollazzare gli ozi domenicali delle nostre ancelle, che al buio sopportano con brividi la mano dell'innamorato contrabbandiere...
Lord Pepe indossava, per traversare la Manica, un soprabito da viaggio così ampio e così adatto all'emigrazione, ch'era impossibile chiedere alla fantasia d'un sarto qualcosa di più conforme alla fuliggine dei treni ed alla inclemenza dell'acqua marina. Portava inoltre un berretto scozzese, ben calzato fino ai sopraccigli, una camicia floscia, un collettino di seta chiuso da una spilla doppia, che lasciava dondolare con il voluto disordine la gala d'una cravatta ferroviaria.
Lord Pepe rappresentava in quel momento l'uomo che viaggia; perfino le sue ghette sembravano fatte apposta per andare in treno; chiunque l'avesse veduto in quel perfetto abito da grand-express, avrebbe detto senz'altro:--Ecco un uomo che traverserà l'Europa.
Egli teneva tra le sue la mano di Madlen, senza dirle cosa alcuna, e tuttavia sembrava turbato. In lui nulla esprimeva il turbamento, fuorchè la sua bocca ben rasata, che si stringeva ogni tanto come per formulare una impronunciabile parola.
Allontanarsi da una donna è sempre cosa triste, perchè ogni donna possiede un poco della nostra gioventù. Quello che fu con una, certo non sarà con altre; l'amore che finisce è un'illusione perduta, un gioiello che non si ritroverà mai più. E lo sentono anche le anime semplici, se pure non comprendono il senso di questa grave tristezza.
La cosa più amara che sia nell'amore non è forse l'abbandono in sè stesso, quanto il suono indefinibile della parola: addio. Si può talvolta essere giunti fino alla sazietà, fin quasi all'avversione, ma nel momento in cui ci si dice addio, nel momento in cui la donna che fu nostra ridiviene per noi la forestiera, e quando pensiamo che l'amore d'un altro l'inseguirà, la gioia d'un altro la possiederà, ecco, ritorna in mente un bacio, una parola, una musica del passato, e nasce nell'anima di chi parte una desolata voglia di piangere.
Povera piccola Madlen!... s'era innamorata di lui per avergli veduto ballare il tango argentino con una ragazza della Pampa, in una sala del Rat Mort--e questa era senza dubbio una cosa molto gentile;--povera piccola Madlen!... aveva cambiati al suo fianco centinaia d'abiti uno più bello dell'altro, stritolate co' suoi dentini scintillanti un infinito numero di «crevettes grises», sorseggiate con le sue rosse labbra tante coppe di amaro Sciampagna, giocato vicino a lui, con una storditaggine ammirevole, tanti e poi tanti fasci di que' larghi biglietti da mille, che a lui mandava il suo ricco sfondato padre, banchiere a Londra... povera piccola Madlen!... aveva inoltre fatto con lui tanti gentili capricci, tante adorabili sciocchezze, tante piccole civetterie... si era lasciata per così lunghe notti baciare, stancare da lui... tutto questo non valeva dunque la pena ch'egli sentisse, nell'abbandonarla, una piccola malinconia?...
Sì, certo; poichè queste cose per l'appunto sono l'amore; sono l'amore di tutti gli uomini e di tutte le donne, anche se la forza del buon senso cerca di reprimere in noi questa insoffocabile poesia. Forse Lord Pepe se ne sarebbe dimenticato in poche ore, perchè il suo cuore non aveva memoria, i suoi sensi non avevano fedeltà; ma in quel momento era triste; io lo vedevo.
Ed infine le disse:
--Ecrivez-moi une lettre, Madlen, si vous n'avez rien de mieux à faire...
--Yes, dear.
--Je serai votre ami tout de même...
Le dava del voi, con un rispetto sincero. Fece tuttavia un movimento, come se volesse baciarla su la bocca; ma il braccio di lei, teso, lo trattenne. Egli piegò il capo sovra la sua mano inguantata, vi pose leggermente le labbra, e salì nel treno.
Ella disse ridendo:
--Ecco, il treno parte in ritardo.
E non so perchè ridesse, non so perchè ripetesse ancora due volte questa osservazione, che non era nemmeno esatta:--Il treno parte in ritardo.
Lord Pepe, venuto al finestrino, si abbottonava i guanti. I suoi guanti erano color fuliggine; gli stavano bene. Mentre le ruote cigolavano, accese una sigaretta. Io vidi a poco a poco allontanarsi, biancheggiare nell'ombra il cuoco del Salon-restaurant, che fumava con regale voluttà un eccellente sigaro Avana. Poi non vidi altro, laggiù nella notte, che un fanale rosso trascinato verso il mare di Francia; un fanale rosso, un po' d'amore, nulla: un punto sottile come l'oblìo, pallido come la distanza, che disperdeva la cenere d'un amore nella polvere della strada infinita...
Rimanemmo lì, noi due, silenziosi, a guardare le bianche rotaie. E la voce di Madlen ripeteva nel mio cuore un po' deserto:
--Good bye, Friend...
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--Cosa facciamo alla stazione ora?
--Nulla; andiámocene.
--Sì, e dove?
--Ritorniamo a piedi, se volete.
--Ritorniamo.
--Che ore sono?
--Le undici.
Il vento agitava le stelle disseminate nel lontano spazio; un odore forte d'ondata marina investiva la terra buia. Nel passare frammezzo a due nuvole un filo di luna batteva su qualche fredda invetriata.
Le diedi il braccio; e camminammo.
Si muoveva con leggerezza, quasi con gioia, rovesciando un po' la fronte all'indietro per immergere la bocca nel vento profumato. Era stranamente simile a qualcosa che avevo già veduto, ad una sensazione che avevo già provata. Non so dove, non so quando, forse ne' miei lontani anni, quando credevo all'amore; all'amore come ad un miracolo che ogni giorno può nascere per via, all'amore come ad un profumo che venga da fuori di noi.
E pensavo:--«Adesso è tardi; la fontana che in me cantava ora si è spossata; il mio cuore non è più così giovine; per troppe strade ho trascinata questa mia deserta anima di navigatore.»
La città era sepolta sotto un grande velario di stelle; nuvole azzurre, trasparenti, vi correvano sopra, si urtavano, si sfasciavano, senza riuscire a spegnerle. Gli alberi, gonfi di notte, carichi d'autunno, facevano stridere sotto i nostri piedi qualche foglia gialla. Nei giardini della terra di Guipuzcoa la vecchia estate si andava consumando in nuvole di profumo.
E allora Madlen si fermò, chiuse gli occhi, mi tese la bocca. Un orlo di leggera umidità bagnava la sua fina veletta. Mi disse:
--Non dovete credere che vi ami...
--Appunto non lo credo; ma che importa? C'è forse bisogno d'essere innamorati per provare tutto quello che può essere nell'amore?
--Ecco, voi dite assai bene. Voi dite come si dice da noi: «to be in Love--essere nell'amore.» Questo mi piace. Vivere con un poco d'ansietà, fra il desiderio e l'immaginazione; stare con l'anima e coi sensi nel pericolo di provare un grande brivido. In fondo è sempre l'immaginazione quella che dà le gioie meno volgari e più sottili. Ma io non vi amo, siate certo, non vi amo. Anzi voi siete qualche volta così lontano da me...
--Questo è preferibile. Così non correremo il rischio di abbandonarci alle ineleganze del vero amore. Due persone come voi e me, se per caso provano un sentimento hanno anche il dovere di nasconderlo. È il dovere della nostra buona educazione, il senso di quella giusta misura in tutte le cose che deve a noi proibire l'uso del «sempre», del «mai»--le due famose parole tanto ridicole, che fanno somigliare i dialoghi di tutti gli innamorati alla prosa del Segretario Galante.
--Cos'è il Segretario Galante?
--Non lo sapete, Madlen? Oppure questo libro non si trova nelle biblioteche d'Inghilterra? Può darsi. La vecchia Inghilterra è certo un paese molto ragionevole. Ma l'Italia, penisola piena di fuoco, possiede fra l'altre dovizie anche un amabile prontuario delle frasi d'amore. Siccome in Italia il parlarsi d'amore è un'abitudine nazionale come quella di giocare al Lotto, così cápita che la persona più eloquente finisca una volta ogni tanto con rimanere senza parole. In questo caso un tale che, per esempio, ha un'innamorata e non sa più cosa dirle, si compera il suo bravo Segretario Galante, vi dà un'occhiata prima di abboccarsi con lei, quindi le snócciola tutto il più dolce frasario, le più infocate e pittoresche immagini che mai seppe mettere in carte l'ardente fantasia de' poeti d'amore. Non solo; ma dovete per esempio sedurre qualche bella recalcitrante con mandarle una epistola gonfia di sospiri?--Ebbene, guardate l'índice:--a pagina tale, eccovi la lettera conveniente al caso vostro, una lettera che struggerà il cuore della donna più agghiacciata e produrrà un effetto altrettanto rapido quanto infallibile.
--Oh!--disse Madlen--come dev'essere comodo far l'amore nel vostro paese!
--Così è di fatti, amica mia. Non solo comodo, ma variato e pieno di originalità. Le frasi d'amore che dicono le donne italiane, come del resto quelle che si leggon ne' libri de' romanzieri d'Italia, son dolci come la liquirizia, profumate come il muschio, ed hanno tal forza di persuasione che, per resistere alla loro seduzione, bisogna proprio possedere un cuore sette volte impermeabile. È per questo che noi Italiani abbiamo all'estero la fama di far bene all'amore, come gli Inglesi hanno quella di bene giocare al foot-ball.
--E, ditemi: voi pure vi considerate un «champion»?
--Non ancora, Madlen. Pur troppo non ho mai saputo far uso del Segretario Galante. Questo è il mio difetto. E siccome non riesco a farne uso neppure nei libri che scrivo, così da molti è vituperata la leggerezza ed il mal costume della mia letteratura.
--Vi compiango, mio povero amico.
--Oh, non importa, Madlen! Chi ama le proprie idee, può anche far a meno di vederle applaudite; come si può far a meno di tutte le cose davvero superflue, tra cui l'amore.
--Dunque non datemi il braccio... preferisco.
Le case che dormono sembrano tutte uguali. Gli uomini che dormono tengono i piedi verso le finestre, il capo al muro, per vedere in faccia il sole non appena tornerà. Anche le umili case, nella notte, sembrano solenni. Il loro colore invade lo spazio. Il respiro di chi dorme trema nelle finestre. La notte confonde ogni fisonomia, distrugge i limiti, che consistono sempre nei colori; cerca in tutte le cose il loro profondo scheletro.
--Dove mi conducete, amico mio?
--Non so; perdiámoci.
Si fermò a guardare dentro un vicolo, dove la notte, la luna, il silenzio, davano l'impressione che si dovesse d'un tratto vederne sbucare l'ombra d'un assassino. Poi disse:
--Chissà quante persone fanno l'amore in questo momento su la faccia della terra...
E disse queste parole senza un brivido, senza riso, ma con una specie d'angustia involontaria, di tentazione opaca. Io risposi:
--È questo un vizio antichissimo della razza umana. Bisogna credere che ciò diverta gli uomini, e, qualche volta, anche le donne.
--Diverte anche voi?
--Forse... ma non sempre. E voi?
--Non vi saprei dire con esattezza la mia opinione.
--Peccato! È la sola che oggi vorrei conoscere.
--Le opinioni cambiano...
--Beninteso, Madlen. Ed è ridicolo, in tutte le cose, avere un'opinione costante. La bellezza del mondo è nella sua mutabilità. I desiderî hanno un valore perchè sono provvisori. Ma dove andremo a finire camminando così? Volete che torniamo?
--Sì, torniamo.
Il rumore dell'ondata rotolava su la Zurriola deserta; l'oceano scuro, immobile, se ne andava sempre più in là, in là, e continuava dopo l'ultima stella. Le nostre ombre camminavano sotto gli alberi, davanti a noi. Pensavo al treno di Lord Pepe, sfavillante come un lungo proiettile d'acciaio e di cristallo, che su bianche rotaie perpetue come la distanza traversava le dune del litorale di Francia. Forse anch'ella pensava con un po' di dolore, con un po' di sogno, al veloce treno di Lord Pepe. Sentimmo entrambi ch'egli era necessario al nostro amore; partendo aveva lasciata fra noi una grande solitudine. La sua scomparsa uccideva un poco del nostro desiderio, ci abbandonava, liberi e soli, davanti all'improvvisa cessazione di un divieto. Questo, in ogni cosa, è delusione.
La Zurriola bianca si perdeva tra gli alberi distanti; la città di Maria Cristina pareva uno scenario di cartapesta elevato contro il mare. Questo solo era grande, vivo, eterno: si vedeva con esattezza la disparità fra l'opera della natura e quella dell'uomo. Una ondata conteneva più sogno che le infinite case bianche, i ponti dalle aquile d'oro, i monumenti superbi e ridicoli degli uomini vittoriosi. Ed anche noi, anche noi, eravamo due piccole figure tracciate su quel delebile scenario, grotteschi eroi da melodramma, sui quali pesava l'artifizio, l'intreccio, il dialogo di quel vecchio libretto d'opera che si chiama l'amore. Oh, che noia dover ripetere, con qualche perifrasi più o meno elegante, queste vecchie due parole, sciupate da tutte le bocche, melense di tutti i sospiri, consumate come i sedili dei trams, sfiducianti come le viole del pensiero, false come la cassa d'un rémontoir di oro doublé, queste vecchie due parole che i parrucchieri dicono, le commesse dicono, i fattorini del telegrafo le adultere i dentisti e perfino le poetesse dicono:--«Ti amo!...»
«Ti amo...» Ah, che noia! Si apre un libro, e, dopo una ventina di pagine, se non prima, éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti amo...» Un povero diavolo carico di grattacapi vuole svagarsi, va a teatro, dove si recita una commedia; egli ascolta un paio di scene: c'è un uomo, c'è una donna, i lumi si spengono... éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti amo...»
Altrove si scopre un delitto, un bel delitto, un tenebroso delitto; si poteva sperare che l'uomo avesse ucciso per imbrattarsi di sangue fino al gomito... No! Fruga e fruga, l'uomo ha di nuovo ucciso per queste vecchie due parole: «Ti amo...»
Ah, basta per l'amor del cielo! Liberate noi, poveri uomini, da questa eterna freddura! Salvate noi peccatori da questo malanno inestirpabile! Basta, per l'amore del cielo!... non scrivete più, mai più, queste vecchie due parole: «Ti amo...»
Ed allora la guardai. Non si vedeva, nel suo volto impenetrábile, che una specie d'irritazione calma, di crudeltà sigillata e splendente. Passammo davanti alle finestre del nostro albergo. La facciata impallidiva di smorta e fredda luna; certi vetri parevano convessi come globi d'elettricità. Di nuovo le presi un braccio, e camminammo nel dedalo delle vecchie strade, verso l'altra spiaggia di San Sebastiano, la bella Concha, ove pensai che fosse più vita.
Là il mare dormiva; dormiva nella custodia del golfo serenissimo, tra beate ville, sotto i poggi calmi che tremolavano di nascosti lumi. Non la più piccola frangia di spuma orlava il lento fruscìo dell'onda notturna su l'arena di velluto. Laggiù, dietro gli alberi, un orologio illuminato segnava un quarto alle due; sui terrazzi del Casino ancora si muoveva gente; le sale da gioco sfavillavan nel mezzo dell'edificio, come le bocche di una rossa fucina. I Baschi di Guipuzcoa traversavano la Concha senza far rumore, con le lor scarpe di corda, bianche, soffici, sotto i calzoni di velluto scuro. Il piccolo faro, annidato su la torre dell'isola di Santa Clara, girava il suo fascio di elettricità sul distante oceano, forse cercando le paranze dei contrabbandieri.
--Vi prego, non andiamo al Casino,--disse Madlen.
--No? E dove andremo?
--Non saprei. Ho sete.
Lungo la Calle de Alameda le terrazze dei caffè rigurgitavano ancora di pubblico rumoroso. Là c'incontrammo con alcune persone, le quali tornavano dal Casino ed erano dirette verso l'albergo Maria Cristina. Ci unimmo a questa comitiva: quattro donne con un uomo.
Costui era un Francese, avvocato a Nimes, piccolo di statura, molto largo di spalle, con la cravatta nera svolazzante, come usano i poeti che fanno il bardo nazionale nei cabarets di Montmartre. Egli ora tormentava la sua amante, incolpandola di aver giocato male.--«Vous avez joué comme un pied, ma chère... oui, comme un pied!»
La sua amante, M.me de Lonard, si professava per una celebre cantatrice; subiva le rimostranze dell'avvocato di Nimes solfeggiando qualche leggera nota. Era molto alta, un po' matronale, non bellissima di lineamenti, però con una stupenda capigliatura. Vicino a lei camminava una piccola donna, dalla faccia viziosa ed artefatta, che certo era passata senza volersene avvedere oltre l'età canonicale, anzi aveva l'aria di credersi ancora molto vezzosa, molto appetibile. Non lo era. I tacchi esagerati rialzavano la sua piccola statura; un busto ingegnoso cercava di costringere all'obbedienza i suoi mal conservati centri di gravità. Parlava un francese duro ed ingrato, nel quale ogni tanto faceva capolino qualche residuo di un caparbio accento tedesco. Perciò la contessa Fellner si diceva russa di nascita, come in genere si dicono russe rumene o scandinave tutte le tedesche stabilite in Francia. Ma la contessa Fellner era un'assidua delle case da giuoco; avrebbe saputo far a meno del cibo, non delle carte. Pretendeva di avere a Parigi un amico serio ed altolocato, un ricchissimo finanziere, innamorato di lei come un pazzo...