Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Part 5

Chapter 53,777 wordsPublic domain

Siccome non protestai con sufficiente vigore, la bella Inglese parve irritata. Forse una irreprimibile gelosia la pungeva, nel vedere tutti gli uomini accaldarsi ed applaudire le danze voluttuose della bellissima zingara. Cominciò con trovarla sguaiata; poi s'accorse che le sue caviglie avrebbero potuto essere più fine; trovò che il saper scuotere i seni ed il ventre a quel modo non era già una danza pura, come quelle di Maud Allan, bensì un'osceno tremito epilettico; per ultimo disse che Pastora Imperio aveva quel genere d'insolente bellezza la quale può forse mettere in combustione il temperamento incendiabile di un galante chauffeur.

--Bueno!--ammise Lord Pepe;--en cada hombre duerme uno chauffeur.

Questo magnifico dispregiatore di tutto ciò che può rodere un cervello pensante ha sempre l'aria, quando parla, di deridere il suo interlocutore. Sovra ogni cosa egli possiede un'opinione ben chiara, ben definita, che non sarà forse la giusta, ma che per lui rappresenta la categorica verità.

Quando Lord Pepe ammira il figurino di un abito ancor ignoto al volgo, lo chassis di una macchina ultrapotente, le reni oscure di una danzatrice zingara, è persuaso d'intendere con elevazione il senso più lirico della perfetta vita, e certo gode una gioia molto più schietta ch'io non provi nello scrivere una di quelle noiosissime poesie ritmate, delle quali--non saprei dire perchè--talora, come poeta, mi vanto. Nel giudizio di quest'uomo, Little Tich è un artista il quale supera Eleonora Duse; un campo di corse gli dà maggior brivido che una sala del Louvre; trova che l'inventore del rasoio Gillette si rese agli uomini più utile di Emanuele Kant, e senza dubbio venera la cucina di Vatel più che il teatro di Racine:--cosa nella quale non gli saprei dar torto.

Lord Pepe, dopo aver molto ascoltate le ragioni degli uomini sapienti e di quelli, che amabilmente come voi se n'infischiano del genere umano, son venuto a concludere che voi almeno sapete compatire le lor grandi stoltezze, mentr'essi, con tanta levatura, non sanno e mai sapranno indulgere alle piccole vostre.

Quel teatro si chiamava Teatro Circo. Ne uscimmo verso le undici, e per vicoli oscuri, dove i popolani camminavano senza rumore su le lor scarpe di corda, ci avviammo, come ogni sera, verso il Casino.

Confesso che molto volentieri sarei tornato per quei vicoli ambigui sino al Teatro Circo, dove un portiere od una fioraia, un venditore di _chufa_ o qualche altro cortese intermediario, mi avrebbe forse indicato il mezzo più sollecito per far giungere un mio biglietto da visita, con qualche dichiarazione d'amore scritta in pessimo spagnolo, fin dietro le quinte ov'era il camerino della bellissima danzatrice Pastora Imperio. Non già ch'io dividessi l'opinione di Lord Pepe, trascurando affatto quella di Madlen; senonchè le promesse voluttuose di quest'ultima erano lente quanto mai ad avverarsi, mentre la «Jota» è una terribile danza, che certo non persuade gli uomini alla purezza francescana, e più infernale danza è quella che porta il nome di «Olè».

Ond'io volgevo tra me stesso il pensiero di conoscere Pastora Imperio, benchè non sapessi come avrei potuto sfuggire alla involontaria vigilanza de' miei nuovi compagni. Ormai avevamo presa l'abitudine di passare tutte le serate insieme; spesso pranzavamo alla medesima tavola, poi andavamo allo stesso teatro; si cominciava e si finiva il gioco alle medesime ore; una lieta cena chiudeva le nostre lunghe fatiche, poi, verso l'alba, tornavamo all'albergo insieme. Lord Pepe, con molto spirito, non si mostrava punto geloso; anzi aveva l'aria di permettere ch'io facessi alla sua bella compagna un briciolo di corte. Questo fatto lo dispensava da una quantità di piccole cure, che forse affaticavano la sua naturale pigrizia. Ero dunque io che a Madlen ponevo e ritoglievo il mantello, accendevo le sigarette, offrivo da bere, procuravo i programmi, le caramelle, i fiori, cambiavo i gettoni, domandavo al violino di spalla la canzone preferita, ed ero persino io che, talvolta, conducevo nel giardino dell'albergo il nobile pechinese Pompon. Questa mi pareva in ogni caso una prova di fiducia, bella e delicata.

Lord Pepe, giovine hidalgo pieno di senno, amava risparmiarsi per le fatiche maggiori.

Queste ragioni mi tolsero il mezzo di tornare al Teatro Circo in tempo utile. Poi se n'aggiunse un'altra, non meno decisiva; e questa fu che, appena giunto presso la tavola da gioco, perdetti senza indugio molte migliaia di pesetas.

Nulla come un tale rimedio sopisce il fuoco dell'amore; sicchè dovetti per prima cosa provvedere al ricupero delle involate pesetas, che dopo lunghe alternative ridivennero mie. Ciò mi permise di ripensare alla brunissima danzatrice di «Jota».

Madlen e Lord Pepe frattanto erano immersi fino alla gola nelle amarezze del «trente et quarante». Lord Pepe assisteva con occhi attenti e fulgentissimi alle pericolose fortune del giuoco di Madlen. L'unico momento in cui, per nessuna ragione al mondo, egli avrebbe consentito ad abbandonare la sua compagna, era infatti quand'ella sedeva presso la tavola da gioco. Il buon senso amministrativo di quest'uomo vestito a Piccadilly rappresentava per quella pazza Inglese un freno indispensabile.

Dopo mezzanotte le attrici di tutti i teatri, e così pure quelle che professan l'arte liberale del piacere al primo che le guarda, usavan tutte quante radunarsi al Casino, per rischiare un marengo sovra una serie di «trente et quarante» e bere, secondo i casi, o molte coppe di freddo Sciampagna od una economica tazza di caffè.

La sala da giuoco apriva le sue belle invetriate sovra un ampio terrazzo, dal quale tutto il golfo appariva, sino al termine della incurvata Concha. Era il terrazzo dove si rifugiavano i perseguitati dalla disdetta o gli accesi dall'amore. Un uomo solitario, il quale dopo la mezzanotte sedesse ad uno di que' tavolini e per caso, davanti a quel mare così calmo, sentisse nell'anima nostalgica un tremante bisogno di poesia, non rischiava mai di rimanere troppo a lungo in contemplazione della solitudine.

Or accadde ch'io pure, quella sera, sentissi vagamente il bisogno d'una boccata d'aria ed uscissi per un momento a passeggiare su quel terrazzo romantico. La notte profumata e chiara, le stelle, il mare, che so io, forse la scintillante statua della Reina Maria Cristina, mi facevano danzare nel sangue la terribile «Jota» di Pastora Imperio.

D'un tratto la buona ventura che assiste gli scapoli ed i sognatori venne spontaneamente in mio soccorso. O fu per caso un'allucinazione?... Come potrei dirlo? Fatto sta che improvvisamente vidi Pastora Imperio, la terribile danzatrice di «Olè», ritta e ferma contro l'invetriata. Fumava una sigaretta, parlava, rideva con un piccolo ufficiale di cavalleria, un vincitore di Coppe Reali nel Concorso Ippico.

Non era per me facile cosa riconoscere una donna veduta una sol volta su la scena, e pressochè nuda, in un'altra che invece portava un abito leggiadro e ben modellato, con le maniche fino ai polsi, la camicetta fino al mento, e raccoglieva le sue belle trecce sotto un fino groviglio di leggere piume. Potevo benissimo ingannarmi, od anche mettere nel mio raffronto un poco di fantasia. Però, se i miei occhi non eran vittime di un abbaglio sorprendente, quella era, dalla fronte al piede. Pastora Imperio.

La medesima statura molto alta, snella, il piede fino, il fianco ben segnato, le spalle aperte, un po' rovesciate all'indietro, il collo nervoso, mobile, due stupendi occhi da Carmen, il profilo da ebrea.

Cominciai a passeggiare in su, in giù, per meglio esaminarla da vicino ed attrarre i suoi lucenti sguardi sopra la fronte non elevata dell'ottimo cavalcatore. Questi le raccontava certo qualcosa di molto gaio, perchè ogni tratto vedevo la sua bocca scintillante ridere. Quando bene potei osservare le sue labbra, il suo riso, i denti limpidi, gli occhi fatti a mandorla, più non mi rimase alcun dubbio: quella era Pastora Imperio.

Ma il giovine ufficiale... perchè non pensava egli dunque a coricarsi di buon'ora, visto che la mattina dopo i suoi veloci ed agili destrieri lo avrebbero atteso al primo sole, per compiere il duro percorso volando sotto lo scudiscio dell'intrepido cavalcatore? E non s'accorgeva inoltre, il piccolo Ussero di Alfonso XIII, che gli sguardi luminosi della bella Pastora Imperio non avevano affatto per me quella truce ombra che ben conobbe a' suoi tempi l'innamorato espada?

Passeggiai ancora un poco, indi presi una lodabile risoluzione.

Per la fortuna de' giovini e de' vecchi scapoli sonvi dappertutto, nei luoghi ove convengono donne galanti, certe provvide e sapienti matrone le quali interpongono l'opera della loro saggezza tra il frutto che si vuol cogliere ed il prezzo che se ne vuol offerire.

A mia conoscenza la sala da gioco ne ospitava una in dimora stabile, della quale un impiegato belga mi aveva tessuto i più caldi elogi, dicendola molto accorta nel suo leggiadro mestiere, fidata ne' servizi e conosciuta per tutta la penisola come reggitrice d'una prospera casa di Madrid. Ella era uno sfasciato quintale di rosea carne ribelle ad ogni busto, con un sorriso da vergine folle. Aveva sempre intorno a sè certe sue colombette, da lei menate in Cantabria per far fronte alle occorrenze della stagione.

Doña Beatriz (questo era il dolce suo nome) non di rado mi aveva sorriso, come a tutti gli uomini soli; ed ora me ne ricordai, perchè il sorriso d'una donna contiene sempre qualche vaga promessa.

Abitualmente stava seduta in un angolo, a far la chioccia delle sue pulcine; queste andavano intorno, scodinzolavano, schiccheravano, di qua e di là, un po' dappertutto; indi facevano ritorno a lei per dirle:--Mammina, ho fatto l'ovo!

Con un sorriso quanto mai garbato e con maniere piene di rispetto mi accostai al suo divano:

--Se digne Usted de excusarme...

--Hable, hable, Señorito!

Il mio gergo ed il suo fiorito linguaggio non si potevano intendere senza una certa difficoltà; ma siccome la causa del nostro abboccamento era d'indole alquanto internazionale, giunsi nondimeno a spiegarle ch'io desideravo conoscere la bella Pastora Imperio.

--¿Pastora Imperio?... Donde està Pastora Imperio?...

Il triplice mento e le rosee guance della venerabile Donna si gonfiarono di un solenne stupore; poi si levò, andò a vedere di persona qual fosse la brunissima danzatrice che io le decantavo, e tornò indietro muovendo le braccia, come se disegnasse nell'aria tanti punti esclamativi.

--No, señorito! no, señorito! La niña que Ud. quiere es Socorrito!... Socorrito la Sevillana...

E lì un diluvio di parole per illustrare la perfetta rassomiglianza che tutti riconoscevano alla Sevillana con Pastora Imperio, ed i meriti assai maggiori di Socorrito in paragone dell'altra, senza contarne la più fresca età--nove anni di meno, mi giurava doña Beatriz--e poi «la delicateza» e poi «el desinterès» e poi «la hermosura» e poi tante altre buone cose intime, per le quali era una fortuna impareggiabile quella di poter conoscere Socorrito la Sevillana...

Un po' deluso, le feci tuttavia scorrere nel palmo della benefica mano un biglietto da cinquanta pesetas, ch'ella nascose nel seno, dopo avario sbirciato, e mormorò, quasi arrossendo:

--Señorito, Ud. me humilia!...

Che purezza d'animo! che ineffabile candore!... Fatevi coraggio, doña Beatriz!... Conviene prendere la vita con una certa filosofia. Non vedete? Io sono innamorato di Madlen, volevo Pastora, e dovrò infine contentarmi di una semplice Sevillana. Ma perchè dunque non mi avete lasciato credere nel mio delizioso errore, dicendomi:--«Sì, è Pastora Imperio,»--e facendo a lei stessa dire:--«Sono Pastora Imperio...»? Ebbene, accetterò il vostro consiglio, doña Beatriz. Nove anni di meno... Rassegnamoci. E dunque parlatele voi, doña Beatriz; ditele voi, trovate il mezzo voi di scavalcare quell'intrepido ufficiale. Io vi aspetterò sul terrazzo, nel buio, nell'ombra, come un innamorato, come un reo...

Le donne, in fondo, non sono mai l'amore; sono qualche volta la via necessaria per giungere all'amore.

Uscita che fu la matrona sul terrazzo, non saprei dire come le cose andarono, ma forse, ad un certo punto, la Sevillana stessa dovette far presente all'ufficiale di cavalleria che il giorno appresso, di buon'ora, egli avrebbe dovuto addestrare al percorso un imbattibile saltatore,--pensiero che i begli occhi della Sevillana avevano in lui per un attimo dissipato.

Egli allora tracannò--grave imprudenza!--un ultimo bicchiere di Malaga, strinse la mano di quella che fu per un momento Pastora Imperio, e se ne andò facendo risuonare gli speroni.

Ecco,--ed io mi trovai di fronte all'amore.

Una bella ragazza impacciata ed una pingue affabile donna, che il mondo calunnia di nomi scortesi per l'inoffensivo mestiere che fa...--ecco l'amore.

Dopo tanti sogni, dopo tante follìe dei sensi e dello spirito nel desiderare un'altra non ancora posseduta, ch'era lì, quasi a due passi da noi, dopo le danze di Pastora e la voce di Madlen...--ecco l'amore.

Sì, va bene, va bene, povera Sevillana... se mi attenderete un momento, giù dalle scale, o fuori, nel giardino... ora, fra poco, verrò.

E Socorrito, fiore di Siviglia, con i suoi occhi neri e calmi, fatti a mandorla, belli come l'indifferenza, mi guardò, sorrise, disse di sì.

Non volevo mostrarmi a fianco della Sevillana, in quelle sale medesime ove ogni giorno ero solito venire in compagnia di Madlen Green.

Rientrai. Madlen giocava; era in piena disdetta; Lord Pepe aveva una faccia lugubre.

--Oh, ditele voi che si fermi un poco!--esclamò Lord Pepe.--Sono mazzi terribili! Non si riesce a vincere un colpo.

Le avessi pur dato questo ragionevole consiglio, la mia raccomandazione sarebbe stata inutile. Feci assai meglio. Contai la somma che ancora le rimaneva sul tappeto, la raddoppiai con altrettanto mio denaro e le dissi:

--Ora, vi prego, giocate anche per me. Vinceremo. Io torno all'albergo. Sono stanco; mi duole il capo.

Ella si volse con un movimento veloce, un movimento imprevedibile, che fece brillare la sua nuca e diede una specie di contrazione alle sue spalle nude. Mi guardò, sorpresa, offesa, con i suoi bellissimi occhi dorati, che la maraviglia empiva quasi d'innocenza; poi disse:

--Come? ve ne andate prima di cena? Ma perchè?

--Sono stanco. Poi debbo scrivere molte lettere, molte lettere...

--Dov'eravate finora?

--Là fuori, sul terrazzo.

--Ah?... sul terrazzo?...

E si rivolse, con un movimento più repentino ancora, prese un fascio di denaro, lo buttò sul tavoliere, attese qualche attimo, vinse.

Io dissi:

--Comincia la fortuna. Continuate. A domani, Madlen. E Lord Pepe rideva.

Ella notò nel cartoncino, col suo lungo spillo, il colpo vinto; poi disse, quasi fra i denti:

--Tieni, c'est drôle!... je n'aime pas les gens qui ont la migraine!...

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La Sevillana mi aspettava sul limitare del giardino. Mi aspettava con indifferenza, con pazienza, ed era già ravvolta nel suo mantello verde. Camminava nel chiaro di luna, in su, in giù, lungo il porticato. Quel suo mantello verde non mi piaceva. Era inoltre senza maniche. Non si poteva darle il braccio.

Talvolta è più facile desiderare una donna che rassegnarsi alla gioia di averla ottenuta. Nulla è triste come l'andare così--un uomo ed una donna--meccanicamente a svestirsi. Questo io pensavo, nell'accompagnarmi con la Sevillana, in quella notte calda e profumata, che illuminava di stelle i viali della Concha.

Era certo una bella ragazza. Sì, era una bella ragazza. Ma come potevo io perdonarle di non essere Pastora Imperio? E guardando i suoi occhi fatti a mandorla pensavo con esasperazione agli occhi di Madlen.

Nord e sud: la distanza infinita.

Le domandai se volesse andare a cena. Ma Socorrito non aveva fame, non aveva sete, non aveva niente... Le domandai allora se preferisse camminare; mi rispose di sì.

Scendemmo lungo la riva del mare. L'acqua verde si muoveva come una bene intramata stoffa di seta. Le acacie stormivano; il chiaro di luna dormiva su l'acqua orlata di sottili frange. Un lume rosso brillava sul Castello di Monte Urgull. Le cabine da bagno, addossate le une alle altre su la bianca riva, sembravano in lontananza un gregge addormentato.

«Je n'aime pas les gens qui ont la migraine...»--Questa frase mi picchiava nel cervello, mi esasperava i nervi, volava intorno a me, saliva, serpeggiava nel rumore delle mie concitate vene. Ogni tratto, mentre pensavo a cercar materia di conversazione, quelle sue parole tornavano, aspre, irridenti, con la medesima voce che le aveva pronunziate, con il profumo stesso della bocca di Madlen... «Je n'aime pas les gens qui ont la migraine...»

Allora guardai la Sevillana, volli dirle qualcosa di molto intimo, e le feci questa bella domanda:

--Quanti anni avete, Socorrito?

--Veintecuatro, señor.

--E chi era l'ufficiale con il quale parlavate poco fa?

--El capitano Trebo.

--Di Madrid?

--Sì, de Madrid.

Questa conversazione interessantissima continuò sul medesimo tono sino in fondo alla passeggiata. Parlammo, credo, anche del mare. Io provai, di fronte alle bellezze della natura, una scettica e tetra sfiducia. Così camminando noi cercavamo la via dell'amore. Qualche volta essa è già fra un uomo ed una donna, forse brilla, e non la si vede. Bisogna cercare, frugare; mettervi per caso il piede; sbagliando il passo, inciampare in quel gradino invisibile che porta in alto, verso l'amore.

Qualche gente passava, rada, fra gli alberi, camminando piano. Veramente non sapevo più cosa dire a questa bella Sivigliana, che portava un mantello così verde. Presi a domandarle perchè non l'avevo mai veduta prima di quella sera, e cosa faceva, dove abitava, se avesse un amante, se fosse mai stata a Parigi, se conosceva qualche Italiano, se amava il suo Re...

--Bene, torniamo indietro?

--Torniamo.

Davanti alla terrazza d'una birreria sostammo, perchè mi parve di aver sete.

_«Cerveza de Pilsen--Horchata de chufas--Limon helado»_

Ci sedemmo ad un tavolino, sotto i plátani. Era tardi; nel locale semivuoto un cameriere scopava, sollevando molta polvere.

--È strana la rassomiglianza che avete con Pastora Imperio! Da principio credevo che foste proprio lei.

--Doña Beatriz me lo ha detto. Vi piace Pastora Imperio?

--Sì, mi piace.

Bagnò il suo labbro carnoso nella schiuma del bicchiere di birra, poi disse:

--Allora, forse, vi piaccio un poco anch'io?

--Perchè dite «forse»?

Quando il sorriso illuminava i suoi calmi occhi, pareva che le spuntasse tra le ciglia un orlo di minutissime scintille. Da principio anch'ella taciturna, divenne improvvisamente loquace. Il suo mantello verde non era più così verde; si spegneva. E cominciò a narrarmi una dopo l'altra, senza pause, con volubilità, un gran numero di cose.

Quando una donna, dopo la mezzanotte, sotto un viale di plátani, ha una mezz'ora di tempo libero per discorrere con voi, ella comincia molto spesso con raccontarvi la sua storia.

Questo fu precisamente il caso della Sevillana. Le biografie delle donne sono molto interessanti, forse perchè mancano di senso comune.

Dunque il padre di Socorrito, a Siviglia, era un maestro di musica; le aveva insegnato il canto. Ma durante un inverno assai rigido ella prese la pleurite; guarì, grazie alla Beata Vergine più che al sapere dei medici. Ma purtroppo non le tornò la voce. Una carriera spezzata!... Ballare non le piaceva; prender marito non poteva, poichè nel frattempo si era innamorata di un baritono, il quale, ammogliato e con prole, non aveva punto esitato a regalarle un figlio. Il bambino se lo presero i nonni; e morì. Quel baritono, l'anno dopo, era partito per l'Argentina con un'altra cantante. Ah, i baritoni, che gente poco delicata!... Ed allora Socorrito, che preferiva la vita onesta, cercò di aprire un negozio di mode, nel Paseo de la Castellana, a Madrid. Ma nessuno comperava i suoi cappelli, onde il negozio in poco tempo fallì. E convien notare che i suoi cappelli costavano poco, non solo, ma erano di buon gusto, poichè molto spesso li copiava dai modelli autentici della rivista parigina _L'Art et la Mode_. Allora dovette farsi amica di un generale in ritiro, molto ricco, il quale aspettava la morte di tutti i suoi parenti per convolare seco lei a giuste nozze. Glielo aveva promesso. Leale come un vero soldato, lo avrebbe anche fatto. Ma la sfortuna volle che Socorrito, ancor prima di recarsi all'altare, si facesse cogliere in flagrante crimine d'adulterio col nipote del medesimo generale, un bel ragazzo di vent'anni, senza il becco d'un quattrino. Laonde rimase vedova. Tutti, anche a Madrid, le parlavano della sua grande rassomiglianza con Pastora Imperio...

In quel punto la birra finì.

--Camarero, dos otras cervezas.

. . . . e starebbe a San Sebastiano circa un mese ancora, nella speranza di poter giocare alla «roulette». Il «trente et quarante» non le piaceva. Si perde sempre!... Però un'amica di lei, Dolores, conosceva un buon sistema. Quando seppe ch'ero stato a Siviglia, divenne affettuosa. Poi mi domandò con circospezione se fossi l'amante di Madlen Green. Le risposi di no, lealmente. Forse non credette. Aveva pure qualche intimo dubbio su la ricchezza di Lord Pepe. Si udiva mormorare che fosse più ricca lei... Mi fece sapere che fra tutte le pietre amava i brillanti, fra le pellicce lo zibellino. Appunto aveva una costosa pelliccia in deposito a Madrid. Ma non era, purtroppo, di zibellino. Volle sapere se all'hôtel Maria Cristina c'era quell'anno molta eleganza. Poi mi domandò se vi abitava un certo Argentino, piantatore di caffè, che le aveva proposto l'anno prima di condurla seco in America. Gli Argentini, secondo lei, spendono molto ma son poco educati. Gli Spagnuoli, secondo lei, son gentili con la donna quando ne sono innamorati. Ma i forestieri lo sono sempre. Mi raccontò che doña Beatriz aveva il difetto di alzare un po' il gomito. Non era cattiva di cuore, ma per cinque pesetas avrebbe venduto Cristo. Lei, del resto, la conosceva molto poco...

--E in amore?

Oh, in amore, Socorrito fiore di Siviglia non era punto complicata. Quella soverchia erudizione delle donne francesi le pareva cosa riprovevole. Non sempre, ma qualche volta, le piaceva naturalmente avere un bel giovine con sè. Lasciarsi fare:--ecco la sua teoria.

Parlammo anche della castità. Ne parlammo con perifrasi oneste. A lei, dopo una settimana, veniva il mal di capo. Se le veniva il mal di capo, era costretta a farselo passare...

Anche la seconda birra, su questo, era finita.

Ci levammo. I plátani avevano tra le foglie qualche lontana stella. Un buon odore d'autunno saliva dalla terra umida. Il chiaro di luna batteva su la case addormentate.

Un guaio. La bella Socorrito alloggiava in una pensione di famiglia, dove la padrona era donna molto seria, che alle sue clienti non dava licenza di ricevere ospiti. E poi si dice dai pessimisti che non vi sono più case per bene!...

Laonde suonammo ad un certo albergo del Robinson Crosuè, dove, non saprei dir come, il famoso viandante si è fatto locandiere.

Una stanza rossa ed un letto bianco; sul marmo del lavabo due catini sfavillanti; una litografia; qualche seggiola di stoffa; un armadio di noce; un'altra litografia.

Socorrito si tolse il mantello verde senza maniche, si tolse il cappello, i guanti, e mi chiese una sigaretta.

Aveva le trecce così nere che parevano immergere tutta la sua persona in un cerchio d'oscurità. Sedette su l'orlo del letto, con i due gomiti su le ginocchia. Vedevo le sue ciglia brillare, le sue forcelle di tartaruga splendere nelle treccie compatte. La gonna tesa, rialzata fin sopra le caviglie, ben ravvolta contro i fianchi, scopriva la forma del suo grembo, ch'era d'una sanità schietta come il pane.