Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo
Part 4
Nello scendere per le scale dell'anfiteatro Lord Pepe s'imbattè in una comitiva di suoi parenti, che gli furono addosso da ogni lato e lo tennero prigioniero, avvolgendolo in un furioso cicaleccio, in un turbine di parole che più non finiva.
Quella brutta ricca gente colore della provincia possedeva una villa nei dintorni di Zaraùz. Quando il calabrone cápita nell'alveare certo non leva tanto scompiglio quanto ne mise Lord Pepe capitando fra quel nugolo di cugine.
Una lo tirava per la manica, l'altra gli passava sotto il braccio le sue lunghe magre dita, use ad intingersi nell'acquasantiera; e tutte quante insieme volevano condurlo a Zaraùz. Si dava un piccolo ricevimento, quella sera, nei giardini di Zaraùz. Gli offrirebbero il tè profumato col fiore d'arancio di Zaraùz.
Adelaida, la cugina milionaria, svenevolmente lo guardava con i suoi occhi di casta Susanna. Ella era, o doveva essere, colei nella quale farebbe naufragio questo bel seduttore.
Che malinconia, povero Lord Pepe!...
Ma il figlio del banchiere a Londra pensò terribilmente ai milioni della vecchia zia, doña Isabel. Non seppe resistere. Guardò noi con occhi smarriti, mentre in cuor suo malediceva il tè profumato all'arancio che gli offrirebbero nei giardini di Zaraùz.
Ma doña Isabel da tre anni era inchiodata in una monumentale poltrona, con un rosario per braccio, due Bibbie sotto mano e il testamento olografo sigillato nel libro dell'amministrazione. Di là, col suo confessore, governava un feudo immenso. Nel suo vecchio cuore di donna rapace e devotissima non aveva che una sola debolezza: l'amore per l'unico maschio degli Higuera, Lord Pepe.
Gli avrebbe lasciato il feudo--pena: il matrimonio con Adelaida.
Che malinconia, povero Lord Pepe!... Essere stato elegante come un vero baronetto inglese, per finir sposo legittimo della provinciale di Zaraùz, che certo portava con severa cattolicità le opache mutande di cotone! Aver dormito a fianco di Madlen, per slacciare poi, la sera delle nozze, in una camera fredda, presso un tálamo in cui già scricchiolava il peso della fedeltà, le dure balene di un busto quasi verticale!... Avere quaranta soprabiti, trecento cravatte ben assortite, saper ballare il tango argentino con le ragazze della Pampa, nella sala del Rat Mort, per seppellire sè stesso all'ombra d'una buia moglie romantica, sul labbro della quale, col volgere dell'età, comincerebbero a spuntare i baffi... Oh, che il cielo vi scampi. Lord Pepe, dalle insidie dei giardini di Zaraùz!...
Tuttavia non seppe liberarsi da quelle premure; disse a noi che verso le nove e mezzo, non più tardi, sarebbe tornato al Maria Cristina, e frattanto ci lasciava l'automobile per salire a Monte Igueldo.
Essi erano venuti sul carro a banchi, attaccato con le mule trottatrici. Mule bionde, con sonagliere, che trottano a schiocco di frusta, nel sole, senza levar polvere, con le orecchie diritte, il collo teso, la schiena ossuta percorsa da una lunga striscia nera.
Sì, Lord Pepe, andremo a bere il tè su la terrazza di Monte Igueldo; e penseremo a doña Isabel, inchiodata nella poltrona monumentale, con un Rosario per braccio, le due Bibbie sotto mano e il testamento olografo sigillato nel libro dell'amministrazione...
Come Dio volle giunsi a rintracciare l'automobile di Lord Pepe tra l'immensa confusione di veicoli d'ogni sorta e le continue fiumane di gente che invadevano il piazzale dell'anfiteatro. Poi, con estrema lentezza, dovemmo compiere tutta la discesa di Monte Ulìa, sul quale sorgono le Arene di San Sebastiano.
Brillavan sotto i nostri occhi le aquile d'oro del ponte di Santa Catalina, ultima barriera verso l'oceano del grigio lento fiume Urumea. Di là, fra i curvi promontori, si sciorinava la città regale, messa più volte a sacco, incendiata, smantellata, or dall'incendio risorta con bianchissimi edifici e larghe strade scintillanti, adagiata lungo la maravigliosa baia della Concha, dalle arene morbide come velluto. Monte Urgull e Monte Igueldo chiudevano, su le opposte rive, l'insenatura del golfo; nel mezzo era l'isola di Santa Clara, ove, in quell'ora calma, tornavano dal tremolante oceano le vele dei pescatori.
Ed ecco, in una sera di Settembre, volando per la Concha lungo il mare, sotto i giardini reali dell'alto Castello di Miramar, imprigionato in quel cofano di cristallo a fianco d'una donna forestiera, io sentivo di andare incontro al pericolo d'una grande poesia.
E nel guardarla pensavo:--«Questo è forse l'amore.»
Pensavo:--«Rubare alle cose, alle anime che passano, il loro profumo più inebbriante, abbandonarle prima che sfioriscano, allontanarsi prima di conoscerne l'agonìa:--questo è forse l'amore. Portare con sè un rimpianto, qualcosa di magnifico e di perduto, smarrirsi nei labirinti della vita portando in sè un desiderio giovine, non ancora disperso in polvere, pensare con una malinconia profumata a tutto quello che poteva essere e che non fu:--questo è forse l'amore. Udire lontano, confusamente, nelle distanze dell'anima, una musica lenta che si trascina come nell'aria un velo, e credere che là indietro, in quella musica del nostro cuore disperso, in quel colore d'aria distante v'era forse, o vi poteva essere la felicità; sognare con occhi pieni d'aurora l'amante nuova che s'incontrerà nei miracoli della strada più lontana:--questo, questo è veramente l'amore.
I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.
I leggeri fili della sua piuma di Paradiso tremavano con una specie di nervosità, come se il delicato grappolo fiorisse da un troppo esile stelo. Immerso nella calda luce della sera, il suo profilo perfetto sembrava trasparente; le ciglia troppo scure, la bocca troppo rossa, tradivan con esattezza il segno dei belletti finissimi. Vedevo il pesante suggello d'ombra sotto il chiarore de' suoi occhi dorati; ma questo visibile artifizio le stava terribilmente bene, rendeva il suo volto meno puro, gli dava uno splendore più torbido, una bellezza più tormentata.
In un vasetto d'argento, fra l'orologio ed il portacenere, due lunghi rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini; qualche petalo s'era sfogliato; cadendo, affondava bianchissimo nella pelliccia d'orso nero.
Avrei voluto dirle una parola d'amore, qualche bella parola d'amore, che inutilmente cercai. E tacendo guardavo le sue mani.
Quella mani mi facevano sentire il dolore delle sue lente carezze. Guardavo lei, per immaginare la sua maniera d'essere un'amante. Pensavo a quelli che l'avevano posseduta, alle labbra che si erano immerse nel respiro della sua viva bocca.
Tra il sole morente le sue trecce divenivano color di fumo. La sua pelle dorata prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le sue forcelle di brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli oscuri. Aveva nei polsi, nelle ginocchia, un non so che di pericoloso, d'inerte, una specie di musica ferma nelle sue lunghe giunture.
Se chiudevo gli occhi e volevo rivederne la sembianza, non era più lei: spariva dalla sua immagine bella un po' di sogno, finiva, quasi cancellata, una specie di maravigliosità.
Ed allora parlammo.
Era stanca, le dolevan un po' le reni... Oh, quelle gradinate incomode, il peso enorme della folla, il rumore, il sole, il sangue...
Adesso la strada correva, libera, nella sera profumata. Monte Igueldo era davanti a noi, con le sue ville cariche di rosai, co' suoi terrazzi pieni di sole.
Quando nella folta pelliccia muoveva i suoi piccoli piedi, la calza nera, così fina, percorsa da riflessi d'argento, mi faceva indovinare tra la balza il principio della sua nudità.
Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte Igueldo!... Eppure anche tu passerai, dimenticato, ne' miei occhi d'errante; non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po' di sogno, l'azzurra ombra d'una sera d'estate su la bella Concha, davanti al sole che moriva sul divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla, un po' d'anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo azzurro, la memoria d'una sera d'estate, una striscia di fumo, nulla...
I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.
Voi che avete una casa, ed amate la vostra casa, nè per voi c'è fiamma che vi scaldi lontano e fuori dalla casa, forse non potrete mai comprendere quest'anima bella del navigatore, che da noi si alza come polvere nelle distanze della strada che passò.
Mi piaceva; era funestamente bella; da lei cominciava la sera, brillava il sole, odoravano i fiori, mandava un tremito nello spazio la bianca terra di Guipuzcoa.
E nel guardarla pensavo:--Questo è forse l'amore.
La distanza è l'amore. Ciò che per noi fu tale in un'ora di bellezza, e finì. La donna che passa è l'amore; la donna senza storia, senza nome, senza il peso inevitabile de' suoi mediocri peccati. Quelle che andarono via, scomparvero, travolte nella musica d'un treno. Quelle che a noi diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle, quando cantava il maestrale...
Con noi passarono, risero, nel turbine d'una città sconosciuta. Forse un teatro le portò; un albergo le diede; una strada buia.
Erano molte. Fra molte rimase una.
Aveva negli occhi e nell'anima il colore della terra d'esilio; portava in sè la primavera e come la primavera passò.
Forse un po' di sogno, la sera, affacciati ad una bella veranda. Chissà, forse una canzone, distante, fra gli alberi, che se ne va... Il buon odore de' suoi gonfi capelli pesava, opprimeva, cadeva, come cade nelle sere d'estate il caldo pólline dei gelsomini. E parlava con un po' di fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di gente che voi non conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non vedrete mai; parlava con una voce piana, senza ombra di paura, come una buona sorella...
E fu la vostra amante in una camera d'albergo, dopo una sera troppo calma od un bicchiere troppo colmo... Chi era?... Forse nessuno; la donna più bella che vedeste, il colore della terra d'esilio, l'unica forse che v'innamorò.
Sul vostro guanciale disciolse per qualche notte la sua treccia profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che saranno fors'anche vere...
Poi, una sera, d'un tratto, pallida e quasi con paura, vi disse nel bacio più tremante:--«Domani vado via.»
La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua fina vestaglia di seta.
Chi era?... Forse nessuno; il colore della terra d'esilio, la musica dell'amore che passò; nulla, una striscia di fumo, la cenere d'una fiammata che morì... e troverete ancora di lei, nella coltre, una forcella dimenticata...
Aveva la infinita bellezza di appartenere ad una patria lontana, di giungere da un mondo impreciso, di avervi abbandonato con una lacrima, di avervi scritto con un fiore... Passando, in un giorno d'esilio, vi diede con vero profumo tutto il bene che poteva dare di sè: la sua bocca limpida e rossa, le sue treccie pesanti che si sciolsero in una notte di stupenda follìa;--e sarà una striscia di fumo, nulla, un po' di anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo azzurro, la memoria d'una sera d'estate, una striscia di fumo, nulla...
I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.
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Sì, Madlen, ho capito. L'amore... uno scherzo elegante! Un abito nero ed una veste molto scollata. Una cravatta bianca ed un filo di perle. Quattro scarpine da ballo, minuscole, fine come guanti, che sottilmente calzano il piede. Il mio sparato che brilla d'immacolato ámido, e le vostre leggere piume di colibrì. Due sartorie, due figurini di moda; Old Bond Street e Rue de la Paix:--questo è l'amore.
Va bene. Tutto ciò richiede un'occasione, vuole un complice; bisogna trovare il mezzo, il luogo, la congiuntura, per abbandonarsi a questa folle poesia. Oh, l'amore del ventesimo secolo, come diventa una cosa complicata, e, se vogliamo, anche un po' sconclusionata! Non vi pare, Madlen? No? A voi non pare?... Meglio così.
È l'alba. Le trasparenti nuvole cominciano ad orlarsi di chiarore; fra poco il giorno si alzerà nel tremante infinito. Solamente i provinciali credono che la notte sia fatta per dormire. Di notte si gioca, si balla, si cena, si ama,--nei casi disperati, si medita. Non vi pare, Madlen?
C'è fra noi tutta l'altezza d'un piano, finestra su finestra, verso la Zurriola. Un po' di vento agita le irrequiete stelle. Questo immenso casolare d'uomini, l'uno per l'altro forestieri, adesso dorme. L'Urumea bianco di spume passa, canta, si disperde nel mare. Che fate voi ora? Vedo splendere sotto il mio balcone due finestre illuminate. Certo voi state ora nel lucente spogliatoio, che divide la camera vostra da quella ove tra poco si addormenterà il consorte vostro e signore. Ma io, sovra un tavolino malfermo, a piè del mio letto solitario, coi vetri aperti al buon odore dei cantàbrici venti, per voi, bella Inglese che vi spogliate, queste malinconiche riflessioni scrivo.
Sì, ho capito, Madlen; l'occasione è quella che a noi manca. Ma nella vita è sempre un'occasione, piccola e fortuita, quella che divide gli uomini dall'avverarsi di tutto quanto è sogno. Centinaia di volte sono passato accanto alla fortuna, ed essa mi toccò, mi avvolse con la sua treccia odorosa e lieve, come quella che voi ora pettinate con un bel pettine di tartaruga... L'occasione mi trattenne il braccio, nè volle che io la ghermissi. È la nemica degli uomini, questa megera che si chiama Occasione!
Sono passato rasente i pericoli, rasente le tragedie; amai provarne il brivido, eppure non vi caddi. Sono passato nell'amore senza un grande amore, nella felicità senza una vera gioia, nella sventura senza troppe lacrime; ho avuta la sensazione di tutto ciò, confusa ed inscindibile, ma veramente non provai che stupore. Sono passato su l'orlo del bene, su l'orlo del male; ho amata la giustizia con un cuore ingiusto, la semplicità con artifizio, e con animo pigro la vittoria, e con intelletto gelido la voluttà; ma d'importante in fondo v'è una sola cosa: la gioia di ricordarmi che «sono passato».
Madlen, su gli alti scanni del Bar, mentre sorbivamo que' buoni cock-tails, generosi e raggelati, che somiglian un poco ai desiderî delle persone eleganti, noi eravamo così presso l'uno all'altra, che le nostre ginocchia leggermente si toccavano. Era già tardi, quasi le tre di notte; a pianterreno vegliavano ancora i più inveterati nottambuli dell'albergo; nella sala da ballo un pianoforte assonnato, un cattivo cembalo in sordina, faceva ballare non so chi. Dietro il banco, sotto il quadruplice ordine delle sue variopinte bottiglie, il barman andava preparando con celerità, nei bicchieri senza piede, i suoi complicati miscugli; li dosava, li affatturava, con una pazienza, con un ingegno da perfetto avvelenatore.
L'Addetto Americano dormiva beatamente in una larga poltrona di cuoio. Teneva le sue gambe lunghissime appoggiate ad una sedia lontana. Ma in quella posizione acrobatica un de' suoi piedi, come quello di Cenerentola, aveva nel sonno smarrita la sua leggera pianella. Essa gli era scivolata fuor dal piede; nel fulgore del pavimento brillava solitaria. La paglia che voi usavate per sorbire l'aspro cock-tail vi lasciò cadere una fredda goccia su la scollatura incipriata. Doveva essere così fredda, su quel seno maravigliosamente caldo, ch'io pure ne rabbrividii.
Tornavamo allora dal Casino; voi avevate perduto, io no. Tenevate il gomito su la sbarra d'ottone che circondava in alto la ságoma del banco; fra noi era una ciótola ripiena di mandorle toste, che brillavano di sale cristallizzato. Al cerchio più basso del mio sgabello si appendevano i vostri piedi sottili, che parevano due gioielli finissimi in un astuccio di raso d'oro. Ed anche di splendente oro, ma con sovra un tulle di color viola-piombo, era la stoffa del vostro abito glorioso, il quale, invece di vestirvi, dovrei dire che vi spogliava. Ed eravate così avviluppata nei drappi di quel velo pieno di fiamme, così bella eravate, con le braccia quasi nude, l'ascelle trasparenti, le trecce, le dita, i polsi, carichi di gioielli scintillanti, che la vostra infernale paganità mi faceva pensare alle nicchie ove si custodiscono i tesori delle Madonne bizantine.
Avete fatto male a non sparire con me nell'ascensore, mentre Lord Pepe si era lasciato invogliare alla danza dagli assonnati ballabili di quel pianoforte in sordina.
Sì, avete fatto male, Madlen; perchè mai come in quel momento avrei saputo prendervi con violenza e con immaginazione; così, d'un tratto, senza svestirvi, sciupando il vostro bell'abito di tulle color viola-piombo e di raso d'oro; così, ritrovando su la vostra bocca umida il forte sapore del cock-tail, premendo su voi, tra i seni malnascosti, la fredda perla della mia camicia, impolverando con la vostra cipria tenace il mio rigoroso abito nero.
È quello appunto che io vi dicevo, Madlen. E voi mi rispondeste con una voce molto serena:--Oh... questo vi è poi talmente necessario, my poor dear friend?...
In quel beato sonno l'anima semplice dell'Addetto Americano spaziava nei paradisi artificiali dell'Old Scotch Whisky, paradisi certo superiori a quelli del divino Baudelaire. Lo si udiva russare con dolcezza, mentre appoggiava sul cuoio della spalliera la guancia perfettamente sbarbata. Quelle sue gambe interminabili stendevan un ponte rettilineo fra la poltrona e la sedia lontana. Lo scarpino lucido e piatto pareva che avesse camminato da sè; ora brillava, sempre più solitario, nel mezzo del pavimento. Il pianoforte, nella sala da ballo, ricominciava per la decima volta l'eterna canzone di Mayol:
Tout le long, le long du Missouri sous les grands mimosas fleuris, chaque soir à la brune, quand au ciel monte la lune...
Ed il barman usciva dalla sala reggendo sopra un vassoio molti bicchieri colmi, appannati, che tremando si urtavano. Allora sentii le vostre mani crudelissime toccare leggermente la mia spalla, ove rimase un po' di cipria. E con un riso che orlava d'un bacio non dato la vostra bocca inafferrabile, voi dicevate a me, ch'ero di voi tutto perduto e pallido:
--Ebbene sì, vi dico sottovoce di sì... molto piano... molto forte... Ma non so quando, forse d'improvviso, una sera... non domandatemi più nulla... ho detto di sì...
E il ritornello della canzone ripeteva:
Caprice fou! J'oubliais tout... Mes parents et mon pays, tous mes amis...
Quando Lord Pepe fu di ritorno dalle sue danze, ci trovò intenti a lanciare mandorle toste nello scarpino solitario dell'Addetto Americano.
--Allô! allô! mister Hotkniss!--gridò egli con la sua voce risvegliante.
Il povero mister Hotkniss si destò di soprassalto e balzò in piedi come un pagliaccio meccanico. Vide Madlen che rideva, e le disse:
--Well! I beg your pardon...
Poi, trovata nella scarpina una mezza mandorla tosta, ch'era l'unica entrata nel segno a comprovare la destrezza di Madlen, per farsi da lei perdonare quel sonno poco diplomatico, il rappresentante in Ispagna del signor Teodoro Roosewelt ebbe con molto garbo la galanteria di mangiarla.
Ora è venuta l'alba.
L'Urumea tace. I castani di Monte Ulìa scuotono tra una luce vaporosa le foglie orlate di brina. Entra col rumor delle foglie un senso di freddo sottile. È l'alba; è l'alba su Monte Ulìa...
Desiderare, non possedere, addormentarsi...--questa è la storia di una notte, anzi è la storia di tutta la vita.
Così pure diceva, sul pianoforte in sordina, l'eterna Canzone del Missouri:
Et j'eus souvent d'autres romans; j'ai connu d'autres baisers, trop vite epuisés...
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Una commedia spagnuola, fatta di chiaccherii, di sussurri, di trilli, di frizzi, di baci, con molte ragazze da marito, maldicenti e ben pettinate, che aprivano e chiudevano con volubilità i loro ventagli vendicativi; molte matrone, stile cattolicissimo, un chierico balordo, una zitella sorda, che dal principio alla fine della commedia non cessava un attimo dal rotolare tra le sue lunghe dita gialle, su la scrivania del fratello parroco, un infinito numero di sigarette. Poi v'era un primo attor giovine, il quale, per fare l'irresistibile e sedurre la figlia d'una cugina della cognata del parroco don Vincente, si era messi perfino gli stivali da cavallerizzo...
Non vi piace, Madlen, questa commediola di Benavente?
Certo, se ripensate agli spettacoli sfarzosi dell'Olympia od alle squisite finezze dell'His Majesty's Theatre, non potrete molto apprezzare questi scenari da teatro di terz'ordine, questi attori un po' arruffati, un po' disordinati, che recitan come si vive, agitando le mani, scompigliandosi i capelli, sempre a scatti, a gesti repentini, a scrollate di spalle; attori che su la scena vi dànno l'impressione di riprodurre i cicalecci del «patio», i mille pettegolezzi borghesi che s'incanalano sotto la Puerta del Sol...
Nondimeno io trovai delizioso il bisticcio fra le ragazze da marito, che scoppiò in casa del vecchio parroco, tutto a frecciate, a botte improvvisate, a colpi di ventaglio e di spilli, mentre la vecchia beghina sorda, con le sue lunghe dita gialle, non faceva che rotolare sigarette frammezzo a quella pazza gioventù.
Lord Pepe, in fondo al palco, annoiatosi di quell'intreccio troppo casalingo, si era messo con le spalle al muro e profittava di quel lungo atto per fare un dolce pisolino.
Ma presto la commediola finì; e siccome nei teatri spagnoli non di rado si alternano brevi recitazioni con intermezzi di ballo e scene di zarzuela, così ora si annunziava la parte migliore dello spettacolo: una famosa danzatrice zingara.
Allora, da quel fino intenditore di danze ch'egli era, venne al parapetto e prese il canocchiale, assicurandoci che la commedia di Benavente non valeva la pena d'essere ascoltata.
In tutte le cose, Lord Pepe, c'è una maniera d'aver ragione, come una d'aver torto: la saggezza vera consiste nel rimanere sempre in dubbio.
La danzatrice che apparve al proscenio portava un bel nome latino, foggiato con la sampogna e col diadema, bucólico e regale, strano e forte:--Pastora Imperio.
Questa Venere gitana è forse la più gloriosa fra le danzatrici di Madrid. Fu moglie, ora divisa, dell'espada Gallo, il quale da lei dovette apprendere quanto è più facile cosa inginocchiare i tori formidabili di Veragua e di Miura, che non al proprio amore costringere una sottile danzatrice zingara.
Le sue danze non erano accompagnate da orchestra; uno scuro adolescente, seduto al proscenio sovra una seggiola di paglia, suonava per lei mirabilmente la chitarra.
Questa donna mostrava un ingegno davvero sorprendente nel dimenare le sue flessibili anche, nel tendere o nello scuotere la perfetta convessità del suo largo ventre, nell'inflettere la spina dorsale, formando con tutta la sua curvabilità un arco mirabile, nell'aprire il bianco ventaglio delle sue braccia perfette, nel far tremare i seni larghi e seminudi, che le sbocciavano dal petto come grappoli stupefacenti.
Ella si chiudeva nella rete fittissima dei suoni che mandavan le sue nácchere, si avviluppava nel rumore, nella gioia della danza, come per scolpire in fugaci opere d'arte la bellezza del suo corpo inesauribile. Aveva le anche agili e pesanti, le ginocchia salde, quasi buie, le caviglie splendenti, aride, però innervate con forza ne' sottilissimi piedi, le reni asciutte, magre come il piacere, dolorose come la voluttà.
Lord Pepe, al colmo dell'entusiasmo, dichiarò in modo perentorio che le commedie di Benavente, come i drammi «de el malinconioso Ibsen o del señor Gabriele de Anuncio» (tre autori fra i quali non faceva distinzione alcuna) son cose che valgono su per giù quanto «un real de Alonso Doze», allorchè su la scena mette il piede una danzatrice come Pastora Imperio.