Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Part 3

Chapter 33,765 wordsPublic domain

Egli non aveva paura del toro:--questo era evidente, poichè da oltre quindici anni, e senza retrocedere d'un passo, ne aveva messi a morte un gran numero di migliaia. Ma invece aveva paura della moltitudine, la fiera più temibile che sia nella creazione, la tiranna delirante, implacabile, che consacra e sconsacra gli eroi.

Certo in quel momento egli aveva paura della propria fama e paventava l'idolatria di quella immensa gente, davanti alla quale non gli sarebbe stato mai lecito dare una botta ingenerosa o fare un passo indietro. Poi sentiva nell'anfiteatro la presenza di molti suoi avversari, fra quelli che lo davano per vecchio ed intimidito, mentre sorgevano gli astri nuovi dei prodigiosi adolescenti Belmonte e Gallito Chico.

Nella terra di Spagna si professa il proprio espada come altrove una fede politica; ognuno pensa che il bene uccidere dia fortezza di bene morire; le donne amano i maestri di spada e il popolo canta chi meglio colpì.

Accerrime fazioni custudiscono la rossa gloria dei più intrepidi, e battezzato col sangue dei tori da combattimento esce dai selvaggi anfiteatri l'eroe nazionale. Poi dappertutto si trovano a decine que' certi «laudatores temporis acti», che a nessuno più, dopo Guerrita e Fuentes, vollero si attribuisse la gloria della vera tauromachìa. Ed inoltre, il pubblico di tutte le Arene spagnole, in ciò davvero cavalleresco, pretende verso il toro la più assoluta e generosa lealtà: oltre che uccidere, bisogna dare la bella morte, bisogna colpire diritto e senza inganno, poichè, se i cavalli son materasse da cornate, non si ammettono invece per il toro le strazianti agonie.

Fossero i nemici alle porte della capitale, un bel colpo di spada, confitto sino all'elsa nella dura cervice, un colpo dirittamente piantato nel mezzo del cuore e che in pochi attimi tragga di vita l'animale, basterebbe a mandare in delirio questo popolo circense, che perpetua con sè nel mondo l'anima del cavaliere Don Chisciotte.

Nello sfacelo di una immensa grandezza, due sole cose rimangono per la Spagna inesorabilmente sacre: il Crocifisso e la spada.

Così non v'è fama che basti ad impedire il pubblico dileggio, quando colui dal quale ci si attende una giostra da Paladino di Francia combatta per disavventura con lo sgraziato procedere di un domatore da serraglio. Questo pubblico, il quale fa tanti sacrifizi per recarsi ogni giorno di corse alla «Plaza de toros», non dimentica il prezzo elevato che si vuole dagli impresari anche per un'umile «tendido de sol», nè scorda le sei o settemila pesetas che un buon espada si guadagna giornalmente per uccidere due quadrati maschi de' più famosi allevamenti. Sicchè il presentarsi davanti al toro è sempre un gioco a prezzo di vita, non tanto per le sue corna crudelissime quanto per lo spettacolo che convien dare di sè.

Parecchi anni addietro avevo già veduto Bombita combattere nelle Plazas di Siviglia e di Madrid; ora, nel rivederlo, già più non mi pareva il medesimo. Su quest'uomo impavido era passato il trionfo; l'applauso lo aveva logorato come logora il fuoco delle bevande troppo forti. Mi diede l'impressione d'un uomo il quale ormai si sentisse impari alla propria grandezza e tuttavia non potesse far a meno del delirio popolare, dell'ovazione frenetica, del suo nome gridato al cielo, quando la fiera vinta s'inginocchiava nel rantolo dell'agonìa.

Asciutto, smilzo, pallido, nel costume damaschinato che lo serrava come un guanto, le calze candide, le sottili scarpe da ballerino, il fazzoletto di seta che gli usciva dal taschino del bolero, consapevole in ogni gesto, in ogni mossa, d'una eroica memoria di sè, grazioso, agile, attento, era sì quel Riccardo Torres che vidi, per così dire, ballare il minuetto coi terribili tori di Veragua e di Miura; ma in lui si vedeva ora, sotto la pelle arida e rasa, tutto il fascio dei muscoli tendersi con nervosità, e negli occhi fermissimi, sotto il cranio ben pettinato, la paura, sì, la paura della propria gloria, confitta nella sua temerità come un terribile chiodo.

Là intorno, fra quelle ventimila persone che gremivano l'anfiteatro, così curvate verso di lui, così protese a vigilarlo, ch'egli forse ne sentiva battere contro il suo polso le tumultuose vene, là in mezzo, tra quella bianca voragine di facce umane, v'eran le donne che gli avevano mandato lettere d'amore, gli uomini che lo avevano portato su le spalle nei giorni di trionfo, i bimbi che giocavano al toro chiamandosi Bombita, v'eran gli emuli ed i nemici, v'era infine la storia che lo guardava.

La sua fatica era quella di scordarsene, di non considerare quegli spalti gremiti se non come uno sfondo necessario e lontano, quasi come una specie di formicolante velario, che per lui tornerebbe ad essere umanità quando le fanfare inneggiassero alla ben data morte.

Ma non poteva; era evidente che non poteva. Un piccolo spasimo, d'ira o di nervosità, contraeva la sua faccia smorta.

Ed allora mi piacque osservar quest'uomo, che aveva contro sè, non le corna rosse dell'animale insanguinato, ma il potere, la tirannìa, la febbre di ventimila uomini che lo volevano applaudire. Mi piacque l'istante magnifico nel quale dimenticò e si vinse.

Fermo, il toro lo guardava. Col fiocco della coda, simile ad un lungo scudiscio, si batteva minaccioso i fianchi ansanti. Teneva il muso basso, con le narici dilatate, quasi volesse fiutare l'espada e misurare l'attimo della terribile cornata. Non era tra loro più spazio che quello d'un braccio teso, d'una lama diritta.

Bombita battè col piede la terra, quasi per chiamarlo a sè, poi, con baldanza, come si srotola una bandiera, sciolse la sua «muleta» fiammeggiante. Stavano soli, di fronte: l'uomo, sottile come un serpente, il toro, quadrato e sinistro nella sua poderosa immobilità.

E pareva che l'uomo gli dicesse:--«Chinati e guarda. Vedi questo specchio rosso? Ha il colore del mio sangue. Uccidimi, se puoi!»

E come se lo specchio rosso l'avesse in verità abbacinato, ecco, d'improvviso, con una furia belluina, il toro si avventò. Ma l'uomo non fece che sollevare il suo piccolo drappo rosso, inflettere un fianco, ed il lembo del panno strisciò leggermente su la fronte ricciuta dell'assalitore.

Inginocchiatosi nella vanità dell'urto, l'animale battè il muso nella polvere; si volse, irruppe contro l'espada, il quale, per schivarlo, non fece altro che piegare leggermente fino a terra il ginocchio sinistro.

Poi fu tutta una danza serpentina, circoscritta nel raggio di pochi metri, l'uomo fra le corna del toro, di qua, di là, da tergo, di fianco, di fronte,--fantastica ridda e maravigliosa: il toro con tutta la sua forza, l'uomo con tutta la sua temerità.

Poi gli mise una mano su la fronte, quasi per dirgli:--Férmati!--e il toro, esausto, si fermò.

La folla, da tutte le gradinate, proruppe in un applauso delirante.

L'uomo, il piccolo uomo arcato e snello, sorrideva stringendo le sue labbra sottili. Poi di nuovo, palleggiando la sua «muleta», si mise a correre di qua, di là, trascinandosi appresso il toro; e correva con quel movimento ritmico, tortuoso, al quale si abbandonano i pattinatori nell'eseguire un «balancé».

Veramente pareva questa una danza leggera e folle su l'orlo di un pericolo vertiginoso; finchè, dopo mille giri, di colpo l'espada si fermò. E senza nemmeno volgere il capo, sollevate ambo le braccia, inquartato il fianco, distaccato il piede, lasciò che le corna formidabili sfiorassero la sua giubba luccicante.

Ancora una volta, per pochi millimetri, la morte gli era passata vicino, l'espada ne rideva.

--¡Hombre!--fece Lord Pepe,--que fino!

Madlen ansava leggermente; ma si mise a ridere.

Adesso ancora stavano di fronte, la bestia e l'uomo, proprio davanti a noi. Tre volte l'animale, fermo su gli appiombi, chinò la testa, e tre volte Bombita, appoggiando l'elsa della spada fra la bocca e il mento, prese la mira. Ma invano; poichè l'indocile bestia ogni volta gli rompeva contro, sferrando cornate. Allora bisognava ch'egli ricominciasse a giuocar di mantello, a rigirarlo, di qua, di là, per fargli abbassare la testa e poter riprendere la mira.

Nell'atmosfera dove tanta folla respirava si fece un silenzio trepido e grande, mentre i fotografi correvan nel corridoio circolare lungo la palizzata per tramandare ai posteri uno fra que' mille colpi di spada che resero celebre il taurómaco Bombita.

L'arte insegna due mezzi per uccidere: o da piè fermo, aspettando l'animale che nel balzo da sè medesimo s'inferra; o correndogli addosso, evitandone la cornata e piantandogli per il mezzo della nuca la spada nel cuore. Il primo de' due colpi--«matar recibiendo»--è quanto mai pericoloso nè si può praticare se non di fronte ad alcuni tori che usino combattere in modo assai regolare. Ma, comunque si uccida, una sola spada è ben raro che basti. Così le folle gridano d'entusiasmo quando la prima stoccata spegne istantaneamente la bestia inferocita.

Ora Bombita, scelto l'attimo che gli parve opportuno, fece due passi avanti, spinse tra le corna lo stocco, diede il colpo, l'abbandonò. Ma il toro ingannevole s'era di súbito raddrizzato; la spada non penetrò che di alcuni póllici, e scossa via dall'animale infuriato cadde, rimbalzò nella polvere.

Bombita si guardò la mano. Si guardò la mano, come se il corno l'avesse punto. No: aveva perduta l'ovazione.

Un grave silenzio, poi qualche fischio, qualche lazzo. I suoi labbri si serrarono ancor più; e ricomparve nella sua faccia arida, ne' suoi lineamenti contratti, «la paura».

Da capo mantiglie, passi, giri, scambi, ronde.

Il colpo di stocco aveva tuttavia lacerata la cotenna del toro, già purpurea per lo strazio de' molti aculei, ed ora ne sgorgava sangue a fiotti, che pullulava nero e grumoso, macchiando la terra.

L'animale caparbio non voleva abbassare la fronte, anzi non faceva che scuotere il capo con un muggito lamentoso, torcere il collo, aprire le fauci, quasi tentasse di leccarsi con la nera lingua le ferite.

Allora, velocemente, Bombita prese la mira, scattò, colpì.

Questa volta la spada rimase confitta, ma solo a mezza lama, e nei sobbalzi del toro l'elsa tentennava.

Un mormorio di protesta salì, serpeggiò, corse per tutte le gradinate; dalla irrequieta folla partivano acuti sibili; taluno incominciò per dileggio a battere mazzi di chiavi dentro latte di petrolio.

I mantellieri frattanto cercavano di far girare il toro, perchè la spada mal confitta inasprisse la ferita ed il capogiro spegnesse più celermente la sua tenace vita. Ma il toro non cadde nemmeno a ginocchi, anzi, con una impetuosa falcata, corse addosso agli uomini. Tre di questi si appesero alla barriera; il pubblico, indignato, ruppe in assordanti fischi.

Bombita, nervosamente, afferrò la terza spada.

Sciorinando la sua «muleta» in guisa da ravvolgere come in un laccio l'elsa tentennante, riuscì a divellere quel ferro che non aveva ucciso. Poi si mise con rabbia davanti alla bestia ferita, mirò pochi secondi, scagliò diritto e fulmineo il suo terzo colpo di spada.

Il toro gli spruzzò di sangue la mano ed il viso. Bombita, lentamente, si avvicinò all'avversario.

Questa volta il colpo era stato profondo, giusto, mortale.

Cominciò la enorme bestia a dare indietro, con certi orribili singhiozzi agónici che gli empivano la bocca d'un vomito rosso; poi, di schianto, cadde su le ginocchia, soffiò nella polvere, tentò invano di risollevarsi, rotolò boccheggiante.

Le trombe, con alti squilli, salutarono la vittoria dell'espada.

Volentieri gli furon perdonate dal pubblico le due lame che non avevan ucciso. Quel fantastico padiglione di migliaia d'uomini si piegò verso la lizza come un corpo solo. L'aria fremeva d'applausi, nereggiava di cappelli e di berretti lanciati come ventole a piè dell'espada. Tre pariglie di mule impennecchiate entravano a schiocco di frusta galoppando nell'Arena, per trascinar via le carogne del toro e dei cavalli, che sparivan torcendo verso il pubblico i loro musi convulsi dall'orribile agonìa.

Fermo davanti al pretorio, la mano la cappa e la spada su l'agile fianco, due passi oltre la schiera de' suoi uomini di mantello e di pica, Riccardo Torres--Bombita--innalzava il trofeo della vittoria: l'orecchia recisa del toro.

Tutta quanta la moltitudine stava protesa verso quell'uomo pallido, ed il clamore dionisiaco della folla in delirio s'attorcigliava intorno alla sua gagliarda flessibilità, come se il pugno fermo dell'uccisore sollevasse dinanzi a tutto il popolo una gloriosa bandiera.

Forse non v'è cosa che meglio d'uno spettacolo sanguinario confini e si confonda con il principio della voluttà. Credo fermamente che l'amore del Circo, tanto fervido in Roma e non estinto ancora nella Spagna d'oggidì, abbia la sua profonda radice nella sessualità feroce delle moltitudini.

Sempre fui curioso degli uomini, curioso di tutto ciò che all'uomo rimane del suo carattere primitivo. Come tale, non mancai di riconoscere in tutte le cose vive la loro tendenza pressochè unica verso la voluttà generatrice.

La grande ansia del far nascere affaccia volentieri l'uomo verso lo spettacolo della vita che muore. Il sangue rosso e caldo sveglia naturalmente nelle sue vene l'ebbrezza del poter dare la vita. È universale nel mondo una immensa e divina lussuria;--per questo la vita mi piace. Mi piace anche nei giorni di tristezza, e quando è brulla, e quando è vuota, e quando, nell'inerzia di tutti i miei spiriti, sento sul mio cuore un po' freddo la gioia degli altri passare.

Così, camminando per queste libere strade, ove incontro fiori che mi profumano e pensieri che in me nascendo allietano il mio nascosto iddio, sento fra tutte le cose, fra tutti gli esseri viventi, e ne' meandri stessi della materia unica fluire questo impetuoso torrente di gioia, che solleva ogni umile vita e con ebbrezza la confonde nel miracolo della universale fecondità.

Ora, in quell'Arena gremita, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti quei nervi esasperati dal sangue. Allora solamente, e per la prima volta, compresi la comunione che può essere tra una efferata sofferenza ed un'angosciosa voluttà, sebbene si trattasse d'una comprensione puramente astratta, che scendeva in me senza quasi toccarmi, senza darmi altro che un senso di ottuso e confuso dolore.

Forse, invece, nei sensi della mia bella compagna forestiera accadeva precisamente il contrario; ella cioè pativa questo contagio senza nemmeno intenderne il fondamento, si lasciava possedere dalla tentazione con una specie di perversità involontaria.

Lentamente, sotto l'angoscia di quello spettacolo, i suoi occhi di color mutevole, come due magnifici scarabei, si erano fatti grandi e fermi, cerchiandosi fino al sommo delle palpebre d'una palpitazione di luce oscura. Nel suo volto scolorato rosseggiava più cruda la macchia del belletto, l'impronta bruna che allungava il termine de' sopraccigli; sotto le narici esigue la bocca fina e calda si accentuava come una sottile ferita. Guardarla e dover per forza pensare alle attitudini forti e strane che questa bellissima femmina assumerebbe nell'amore, guardarla e dover per forza misurare la profondità de' suoi nascosti peccati, guardarla e veder vivere tutto il congegno de' suoi nervi complessi, fini, esasperati, guardarla insomma e desiderarla, rappresentava in quel momento una cosa inevitabile.

Il suo corpo chinato in avanti mi nascondeva dagli occhi di Lord Pepe; un ricciolo de' suoi capelli vaporosi, aggrovigliandosi fuor dall'orlo della veletta sollevata, pareva le formasse contro la tempia una specie di lievissimo fiore biondo. E mi sembrava di amare, non lei, ma quel suo dolce abito così ben tagliato, quelle sue morbide stoffe così bene intessute; non lei ma il pizzo leggero che fioriva dalla sua camicetta di lino, ed i suoi guanti colore di cenere, d'una finissima pelle odorosa, e tutte quelle materie soffici, rare, delicate, perfette, ch'ella portava sopra di sè come l'involucro necessario della sua nudità perdutissima.

C'era nell'aria una vampa calda, una esagitazione voluttuosa, un acre odore di carne tormentata e ferita. Ella sentiva tutto ciò, e sentiva il mio desiderio vivere intorno alla sua bellezza come un respiro lento e caldo che avvolgesse la sua pelle incipriata. Ogni tanto, senza guardarmi, abbassava il capo e serrava gli angoli delle labbra con un sorriso pieno di femminile ironia.

Lord Pepe, ritto su la gradinata, si accalorava nel discutere con alcune sue conoscenze. Lord Pepe non era favorevole--credo--al trionfo di Bombita.

Ma frattanto era balzato fuori dal «toril» un bellissimo animale bianco e pezzato, che su l'erta fronte portava due robuste corna dalle punte quasi verticali. Fermo, si frustava le costole con la coda schioccante; volgeva intorno il collo possente con l'agilità d'un impetuoso polledro; guardava gli uomini ed i cavalli quasi per scegliere la sua preda.

Poi con salti e cornate irruppe nella polvere dell'Arena, strappò ai mantellieri una cappa, che trascinò via su le corna, rovesciò l'uno appresso l'altro i cavalli de' due «picadores» e subitamente uccise il terzo, che a randellate stavano spingendo nel recinto. In breve il suo bianco mantello portò su gli ómeri una larga fascia di sangue.

Piantatogli nella coppa un triplice mazzo di «banderillas», venne per dargli la morte un espada che più non rammento se fosse Gaona o Machaquito. Fu quegli che diede la miglior stoccata; ma il pubblico, sempre ingiusto, non gli concesse che un applauso distratto, poich'era venuto quel giorno per applaudire Bombita.

Il toro della quarta corsa era un animale basso e tarchiato, con le corna spaziose, che mal difendevano la sua vasta cervice. Il pubblico, a suon di fischi, cercò di protestare il toro, come inetto al combattimento. Ma Gallo, cui spettava l'onore della quarta corsa, interruppe le proteste, sollevando invece grandi applausi con tre o quattro «veronicas» davvero sorprendenti.

Di cavalli ne lasciò quel toro due morti e due pressochè dissanguati, calpestando anche un «banderillero», che mal pose le banderille e scivolò sotto le zampe dell'animale infuriato.

Quando suonò lo squillo di morte. Gallo s'avanzò verso Bombita e gli dedicò il toro.

L'uno di fronte all'altro, magnanimi entrambi, entrambi a capo nudo, con altera cavalleria que' due maestri di spada si strinsero la mano.

Erano, l'uno il più compiuto, l'altro il più avveduto, fra gli «espadas» di primo cartello; rivali nell'arte, avversari fra loro come capi di opposte fazioni, ma cortesi l'uno all'altro secondo le regole degli antichi tornei.

L'un d'essi, Riccardo Torres, abbandonava la lizza dopo avere per quattordici anni gloriosamente combattuto in tutte le «Plazas» di Spagna e d'oltremare, dato morte a migliaia di tori, sofferte innumerevoli ferite. L'altro era quel Gallo che sapeva congiungere ad una temerità qualchevolta pazzesca certi attimi d'incontestabile paura; quel Gallo che aveva addestrato il suo fratello diciassettenne, Gallo Chico, il prodigioso Joselito, che doveva nel mese appresso «prendere l'alternativa», ossia consacrarsi «espada», nella Plaza de Madrid.

Davanti alla scuola di Gallo, davanti alla fama insuperabile del glorioso adolescente, doveva Bombita, l'eroe di ieri, cedere il campo: eran così due capitani di parte, due condottieri di fazione, due superbi e giurati avversari che lealmente si davano la mano.

E la folla, questa eterna spettatrice, che ama i pugnali e le gualdrappe, la messa ed il libretto d'opera, questa vera femmina, innocente e crudelissima, per la quale ci si camuffa da istrioni e si diventa eroi, guardava con un grande silenzio, commossa fin nell'intimo dalle teatrali cerimonie di questa inorpellata cavalleria.

Gallo combattè con il toro pezzato in maniera degna del suo glorioso avversario; lo mise a morte con due spade, poi venne a rendere la sua vittoria nelle mani dell'impassibile Bombita.

Davanti a queste grandezze un po' coreografiche, la folla proruppe in tumultuose ovazioni.

Madlen Green, fino allora silenziosa, non seppe tuttavia sottrarsi al fascino di quella teatralità, mentre invece Lord Pepe, infervorato nel discutere con quelle certe sue conoscenze, mandava gesticolando un gran mucchio d'improperi, non saprei dire se all'indirizzo di Gallo o di Bombita, come non giunsi a bene intendere qual fosse l'origine del suo declamatorio furore.

Lì, nel gruppo dov'egli stava, eran due giovani donne spagnole, vestite ugualmente, ugualmente oppresse da un orribile cappellone di paglia, con il polso carico di braccialetti rumorosi e che portavan agli orecchi, ciascuna, due larghi e pesanti cerchi d'oro.

Accalorate, piene di brio, con movimenti repentini ed angolosi, tra bufere di parole pronunziate con incredibile celerità, chiudevano, aprivano i ventagli di trina, talvolta li battevano sul braccio dell'interlocutore; le lor mani dorate dal sole avevan l'unghie un po' scure, la nervatura sottile e mobilissima.

Noi, sottovoce, parlavamo di loro; di queste bellissime donne spagnole, un po' insolenti, un po' indolenti, con certe mosse da ballerine gitane, avvezze a fasciarsi nelle grandi mantiglie, a inginocchiarsi nelle buie chiese, a parlare con una voce vibrante, a incipriarsi con una cipria molto fina. Son donne solite a lasciarsi amare da uomini di cui hanno paura; nelle case vestono dimesse, in istrada cercano di apparire; davanti alle Madonne si fanno il segno della croce; ricamano adagio, parlano in fretta, e sanno pochissime cose. Hanno capelli molto lucenti, labbra vive, calde, un po' carnose; nei lor occhi pieni di gelosia ride il sole. Amano i profumi forti, i colori vivaci, gli uomini prepotenti, le canzoni d'amore; dicono malignità ridendo sottovoce; oziano e ciarlano da mattino a sera; molto volentieri stanno alla finestra, e diventano súbito irrequiete quando passa per istrada un mandolino.

Forse non potranno mai comprendere l'anima d'una donna del Nord...

Io le dicevo tali cose a bassa voce, in modo ch'ella sola potesse intendere. Questa maniera di parlarle faceva nascere tra noi una specie di complicità innocente, un primo, sottile, inesprimibile desiderio d'amore.

Su le sue lunghe ginocchia, raccolte presso le mie, si distendeva, come una sottile striscia di broccato, un raggio di sole.

Usciva in quel mentre l'ultimo toro della giornata, l'ultimo che avrebbe morte per mano di Bombita nella Plaza di San Sebastiano.

Era un quadrato animale, corto e ruvido, con la cotenna irsuta come la crescente criniera d'un lioncello.

Compiutosi di nuovo un grande cerimoniale, ricominciò il torneo di cappa e di lancia, ove il toro diede prova di furibondo valore. Poi si presentarono, a banderillare insieme in questa corrida, Gallo ed il medesimo Bombita.

In una gara insuperabile di maestrìa ne piantaron all'esatto segno due paia di corto manico per ciascuno.

Quando infine Bombita impugnò la diritta spada e la «muleta» fiammeggiante per dar morte all'ultimo suo toro, una spettacolosa ovazione sollevò l'anfiteatro.

Ma di nuovo la sorte gli fu singolarmente avversa. Fosse colpa della sua manìa d'eccellere o fosse difetto nella guisa di combattere del toro, Bombita mancò la prima volta quel suo colpo di spada, che, se fosse stato mortale, mi avrebbe fatto assistere senza dubbio al più grande spettacolo di delirio popolare, al più caratteristico esempio di trionfo circense del quale mai potessi conservare la memoria.

Invece due spade furon vane; la terza, con prolungati rantoli, spense l'animale inginocchiato in una pozza di sangue.

E mentre le gradinate si sfollavano con lentezza, io vidi portar su gli ómeri dalla ragazzaglia che invase l'emiciclo un uomo irritato e restìo, che forse in quel pallido giorno di commiato rivedeva la sua prima levata su gli ómeri nell'Arena di Siviglia, la prima burrasca d'applausi che innalzò fino al rumore della gloria, fino a quest'ora di perduto apogeo il suo nome ignoto...

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