Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo
Part 21
Or vedevo la donna splendente, inginocchiata nel mezzo della Basilica, sul drappo d'oro, immergersi nuda nel fumo degli incensieri, mentre saliva, tra il dolore della umana gente, la voce del grande organo avvolto in una musica di fiamme, e l'alta chiesa bruciava come un padiglione di sole--di fuoco e di sole--ov'erano tutti i peccati, le gioie della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il riso ebbro della perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere... più su, più su, in un vortice di sole--di fuoco e di sole--ubbriaca, nei paradisi terrestri, l'infernalità dionisiaca della vita...
E la voce del mio spirito a lei gridava
--«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più bella fra tutte le donne; il mio dolore è con te; il mio amore è con te; sciogli la treccia, Maria Maddalena...»
La chiesa era bella; era un arazzo d'argento, un portico d'oro, una vetrata gloriosa di eccelsi cristalli, ove ogni fiamma si rompeva nel fuoco settemplice dell'arcobaleno.
E la voce del mio spirito a lei gridava:
--«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più soave di tutte le peccatrici; dalla tua carne bianca si diffonde il profumo delle rose di Galaad; nel giardino che tu sei nasce la fontana del terrestre amore; esso è vivo, e trema nel tuo grembo di peccatrice, nel tuo grembo di posseditrice... Sciogli la treccia, Maria Maddalena!...»
Dai sacri incensieri, appesi a doppie catene d'argento, dal suo drappo d'oro steso nel mezzo della Basilica, quasi da lei, dalla inazzurrata sua nudità, saliva lento e ricamato il fumo dell'incenso cristiano, trasparente come l'elevazione dello spirito, casto come l'anima delle creature comunicate, lieve come la speranza degli uomini, ascendente come l'umano dolore.
Tra il fumo, che pareva le formasse una tenue veste azzurra, le sue forcelle d'oro bruciavan nella capigliatura scintillante.
Ma d'un tratto le sue dita vive sciolsero il nodo che avvinceva quella ricchezza disordinata, quel mantello biondo e buio, che pareva stellato come sono i firmamenti nel mese d'Aprile.
Cadde.
Su lei cadde. Maravigliosamente la vestì. Nelle sue trecce disciolte penetrò la nuvola degli incensieri. Vidi una striscia di vapore cingerla come una clámide bianca. La musica, divenuta fumo, s'immerse ne' suoi capelli scintillanti. Non era più nuda, non era più la danzatrice di Mágdala, ma quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:--«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»
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Or io vedevo, nel celestiale dirupo, quella che un tempo chiamavasi la caverna de' caprifogli e degli spini.
Quando scese al guado Bernadette, la Gave de Pau scorreva sotto la rupe di Massabielle, rasente il greto selvaggio. Ma ora la sagacia idraulica dell'ingegneria canonicale aveva respinto il fiume nel mezzo della vallata e spaziose murature circondavano l'accesso alla Grotta del Miracolo. Questa non era paurosa nè profonda; nulla in sè aveva dell'antro o della spelonca, nulla dei sinistri abitácoli di uomini primordiali o di fiere scomparse; ma solo appariva per due fenditure nella roccia, che ne formavan l'entrata e l'uscita; odor rancio di candele consunte appestava l'aria sotto la volta affumicata; le labbra dei fedeli avevano intaccato e reso liscio il sasso delle pareti; nel fondo era una specie di strozzatura, dalla quale pullulava un filo d'acqua, scarso, debole, che ogni tratto s'interrompeva.
Questo era il sublime rivolo, che dissuggellò dal macigno la mano lieve della pascolatrice.
Davanti alla fiacca sorgente vacillava un triste tabernacolo ed infinite migliaia di lettere si ammucchiavano dietro un cancelletto, in una specie di natural paniere. Là in fondo erano appese ancora le grucce e gli ordigni ortopedici dei primi che furon tocchi dal miracolo, e tutta la rupe, intorno all'accesso della Grotta, se ne vestiva come d'una tragica e squallida reliquia di martirio.
I fedeli si stipavano all'ingresso, ov'era, contro il palco del predicatore, un rozzo ed enorme simulacro della Signora di Lourdes. I cristiani entravan come sonnambuli, dopo avere compresse follemente le labbra su la pietra luccicante; compivano il giro dell'angusto presepe, che doveva sanarli da ogni patimento: alcuni stramazzavano al suolo, tramortiti, nel vedere l'acqua celestiale. Venivan tolti su di peso; il lezzo era insostenibile; il cancello impediva di attingere alla divina Sorgente; le fisionomie, tra quel barlume di ceri e quella nebbia di sacra fuliggine, assumevano un non so che di orribilmente spettrale; un silenzio, non interrotto che dallo strisciar de' piedi, lasciava udire il gorgoglio che l'acqua scarsa mandava nella sua fatica di gemere; e la folla continua, pazza, pesante, muta, costringeva, dopo qualche attimo, a procedere fra le pareti anguste, fino all'uscita.
Là, pareva che l'aria del mondo ancora fosse dolce a respirarsi, come per chi esce d'improvviso da una galera sotterranea.
Ma quivi era la più turpe adunazione di carne moritura che mai si accolse davanti allo stupore de' miei occhi, e questa orribil fiera di atroci difformità circondava la Grotta del Miracolo. Come i sacri lebbrosi dell'Oriente, questi eran fatti segno all'adorazione della folla ed erano lasciati stare innanzi a tutti, proprio sul limitare della Grotta, come una larga platea di contraffazioni umane sotto il pergamo del predicatore, in attesa del miracolo.
Chi poteva reggersi era in piedi su le grucce, oppure a ginocchi; gli altri eran deposti su lettighe, barelle, sedie scorrevoli, od eran quasi murati vivi entro macchine d'ortopedìa. Quasi fossero gli attori spaventosi d'un liturgico dramma da Gran Guignol, erano lasciati soli e campeggiavano in mezzo alla folla, sinistramente percossi dal chiarore delle torce, neri di tabe, monchi delle membra, con piaghe senza nome, con viluppi di fasce onde gemeva la nera putredine, meno simili a creature che a cadaveri dissepolti.
Era scesa la rapida oscurità che fa breve in autunno il crepuscolo tra i monti; un po' di luna, fra nuvole, batteva sopra un angolo del Gave. L'odore dei timi, l'odore dei boschi pieni di ciclamini, aleggiava su la immensa folla che si andava perdendo nell'oscurità. Qualche lembo di giardino appena intravvedibile, qualche fiore nato in mezzo ad un cespuglio, facevano pensare alla vita con una specie di angoscia inesprimibile, come se la muraglia degli storpi dividesse noi per sempre dalle perdute primavere del mondo. Eravamo afferrati nel mezzo d'una umanità che non era più la nostra; eravamo anche noi sotto il pergamo del predicatore, sotto il rozzo enorme idolo dell'azzurra Signora di Lourdes, e vedevamo, sopra uno sfondo buio, nel quale brulicavano migliaia e migliaia di ceri, ardere gli occhi fanatici, le facce spettrali dei percossi da tutte le maledizioni, quelli che i medici abbandonarono ai supplizi delle tenaci agonie, quelli per cui la terra più non produce balsamo, e tanto è l'orrore che fanno, da inibire a chi li guarda il senso della pietà.
Ma essi avevano ancora la speranza di risorgere, sani e liberi, per il tocco di una virtù ineffabile, che il crogiuolo dell'alchimista non ha finora imprigionata. E questi reietti da ogni bene del mondo amavano ancora la vita; queste povere cose già pregne della tentacolare distruzione sotterranea, questi pervasi dall'amor di Cristo amavano ancor la vita; questi laceri e difformi tronchi umani, atti a servir da esperimento per i chirurghi nelle sale anatómiche, avevano ancora in mente il sole delle mattine di primavera, la fresca voce delle donne che cantano, il vino biondo che ride nei cálici colmi di stelle, tutto ciò che porta gli uomini verso il terrestre paradiso, tutto ciò che non vuole spegnersi:--e più terribilmente di noi questi uccisi amavano la vita.
Io vedevo i lor occhi malvagi, spaventati, volgersi alla Grotta fiammeggiante, cercare là dentro la salvezza, come l'avrebber cercata forse nell'inferno; e que' bracci monchi, e que' labbri tumidi, e quelle facce ove la speranza del miracolo dipingeva una specie di frenetica irresponsabilità, si volgevano a cercare su la terra quel Dio che doveva risuscitarli, quel Dio di tutte le basiliche, al quale volevano estorcere un ultimo giorno di vita.
E quivi, come nelle Arene ove si vede sprizzare il sangue rosso del combattimento, ove cadono le belle fiere inginocchiate sotto la spada ferma del trucidatore, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti que' nervi, che amavano sentirsi atti alla crudele forza del godimento, alla esasperata gioia della validità, mentre stavano così presso all'inguaribile dolore.
E in questo violento contrasto, che par quasi raffiguri tutta quanta la sintesi della vita, io scoprivo il senso voluttuoso della religione cristiana, che inchinò i forti verso i deboli e costrinse ognuno a guardare nel dolore altrui, come in uno specchio dove la propria calamità grandemente si fortificava. Scoverta nella rinunzia la maggior poesia della vita, essa giunse a concepire il patimento come la via del gaudio superiore, l'umiltà come un segno di forza, la fede come un elisire nel quale siano tutte le gioie dello spirito e dei sensi, congiunte. Allorchè i più grandi rivelatori prima di Cristo non avevan saputo giungere oltre il bene dell'annientamento, ecco levarsi dalle vigne di Galil il bianco Taumaturgo e dire agli uomini di tutte le terre, vestiti fosser di porpora o di rozza cánape, negli alti palazzi o nelle fredde catapecchie:--«Bisogna saper giungere alla bontà: essa è forse l'ultimo piacere della vita.»
Così parlava quest'Uomo; ed era un sensuale profondo, un vero intriso di quella ricerca d'amore ch'è il fondamentale senso della vita, un appassionato perdonatore, che in tutti vedeva la sorgente della propria gioia nè poteva dividere sè stesso dalla comunione con l'amore altrui. Egli era nel mondo come una radice che dappertutto vuol suggere, mentre sapeva egli bene che la via più fraterna è quella del pianto. Nella sua bontà infinita era la tentazione involontaria di trarre sollievo dal male altrui, nel sentirsi meno afflitto del più afflitto, nel perdonare alla vita le sue crudeltà indispensabili.
Ed egli non seppe, forse non volle, giungere all'isolamento. Questo grande medico di sventure umane, questo divino inventore di fallaci paradisi, ebbe la infantile innocenza di non sentire sè stesso infuori «dagli altri», ed amò «gli altri», e quando lo derisero, e quando lo percossero, egli seguitò a credere che il senso della vita fosse «negli altri»; e quando, da tutti tradito, ebbe una croce da ergastolano come ultimo soglio del suo regno terrestre, quando i suoi discepoli eran fuggiti e lo scherano di fazione lo punzecchiava con la lancia nel costato per affrettarne la tenace agonia, quest'uomo ch'era vissuto come un fanciullo, chiamandosi re degli accattoni e messia del popolo d'Israele, cercava in sè stesso un ultimo filo di voce per benedire i suoi codardi assassini, che vicino a lui rappresentavano il vero simbolo «degli altri.»
Eppure anch'egli aveva sentito il bisogno di veder camminare accanto a sè la bionda femmina del terrestre amore, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...
E questa musica d'amore,--forse la più bella che mai nascesse dai giardini della terra fiorita--questa bianca storia della danzatrice di Mádgala e dell'Uomo di Galil, è quella che oggi ancora sentiamo nascere in noi stessi ogni volta che il nostro cuore trema, è il poema carnale dello spirito, l'eterno peso della terra, che brucia e splende nei voli della umana poesia.
Per ciò voi eravate, Madlen, così persa e posseduta di me, quella sera che noi vedemmo gli storpi urlare nella febbre del miracolo, davanti alla Grotta fiammeggiante. Com'eravate nella Basilica, davanti al mio sogno di allucinato, così, ora e per sempre, in voi, Madlen, confonderò l'immagine della vera Maddalena.
E tutto il cammino che noi compimmo traverso le perdizioni della vita, forse più liberi ci condusse davanti a quest'ora definitiva. La terra buona e dolce, voi e me chiamava dalla vostra carne profumata, mentre il supplizio e la follìa di tutti i miserabili era davanti ai nostri occhi.
Le due maniere di vivere, qui per noi s'incontravano al bivio necessario ed inevitabile.
Tutto il peccato nuovo e giovine della vostra carne splendente m'innamorava in un modo così affascinante, che l'attesa della vostra dedizione per me si confondeva in una specie di voluttà sacrilega. E voi stessa non eravate più quella d'una volta, ma la donna forse della vostra infanzia, una donna che si riaffacciava davanti all'inizio d'ogni cosa della vita, e godeva d'esser stata impura, per meglio poter conoscere alfine, la perfetta colpa.
Davanti a quel mare di folla cristiana così farneticante nel delirio del miracolo, io, chiudendo gli occhi, ripensavo alle bianche albe del lontano fiume Urumea, quando voi eravate ancora una donna bella come il tormento, e la notte io v'attendevo, nella stanza piena di stelle, sommerso nel vento che scendeva da Monte Igueldo pieno di rosai...
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Urlavano; farneticavano; erano lì, proni e scomposti, nelle bende, su le grucce, lividi, contagiosi, monchi, tronchi, senza mento, idrópici come otri, consunti come cánapi, bacati, con la pelle impressa di lue, scotennati, con mandibole torte, con labbri pendenti, argentati di lebbra, con pustole del vaiolo; uno era perfino senza gola e si vedeva l'attaccatura della lingua. I congegni ortopedici picchiavano su l'asfalto; l'odore dello iodoformio stringeva la gola.
Erano lì, centinaia; formavano cerchio intorno al pergamo; strisciavano innanzi, a poco a poco, simili ad un lento groviglio di rettili che volessero avvolgere, stringere, l'enorme idolo della Signora di Lourdes.
Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.
Ed era salito sul pergamo un prete calmo, liscio, tutto adorno di bei paramenti, simile ad un magistrato, a un giudice delle cose divine, a un distributore delle amnistìe celesti, il quale predicava con una voce burocratica, senza mai variar di tono, quasi avesse premura di giungere alla fine. Ogni tanto alzava le braccia, tutt'e due le braccia, di scatto, con un gesto d'automa, e gridava:
--Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...
La folla, tutta la immensa folla che si prolungava genuflessa nell'oscurità, ripeteva, battendo la fronte sul terreno, il grido fanatico:
--Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...»
E l'urlo entrava nel corridoio del Gave, si perdeva, si ripercoteva nell'eco lontana dei monti; una sola parola correva più alta fra tutte: «le miracle!... le miracle!...»
C'era una monaca:--un decrepito corpo sfasciato, un pacco di vestimenti religiosi e di carni morte, seduta in una grande seggiola, dalla quale non poteva muoversi. Quando tutti si prosternavano, ella sola rimaneva come in trono sopra lo stuolo degli storpi, anchilosata come un fachiro, immobile in tutte le sue giunture. Questa monaca aveva una schiena lunga più del verisimile, che la innalzava spaventosamente; le due mani eran entrambe torte indietro, sotto il polso, perfettamente distese, cosicchè gli ápici dei medii quasi toccavano i gómiti. Questa monaca non aveva occhi, o per meglio dire, al luogo degli occhi aveva due piaghe rosse come carboni ardenti. E si vedevan anche da lungi le punte aguzze delle sue mandibole cineree masticare con una specie di visibile scricchiolìo le sillabe dell'invocazione al miracolo.
I bambini nati nei sifilicomi, i figli senza padre delle femmine che partoriscono in galera, i concepiti nel delirio alcoolico, nei tremiti forieri dell'epilessìa, i mostri delle gravidanze infantili, i contaminati, che le ciurme da sbarco lasciano alle meretrici vagabonde, parevano atroci caricature dello scheletro umano, appesi al collo delle dame di carità; ed uno, perfino, sotto una faccia tonda, piena d'eczema, aveva due dita di barba. All'altro, senz'orecchi, usciva di dietro il cranio la gibbosità di un secondo cranio. Ve n'era un altro, dalla statura d'uomo, con la fisionomia d'un infante, il quale agitava i suoi bracci rattrappiti, che gli arrivavan poco più giù dell'anche, mentre le sue gambe smisurate non gli permettevan di tenersi bene in equilibrio, cosicchè dondolava tutto d'un pezzo, come una catasta di sedie che stia per rovesciarsi.
--Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...
Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.
--Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...
Laggiù, sino in fondo, nel barlume dei ceri quasi consunti, si vedeva qualche pallida mano brancolare sotto le frange dei lunghi scialli neri.
Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.
Poi v'erano i mostri dal muso di lepre, camuso, ottuso, con grosse labbra sporgenti e fesse, che ciondolavano, pesanti, violastre, come le pappagorge dei tacchini; v'erano i mostri dalla faccia di mops, rincagnati, con tumidi occhi membranosi, piccole orecchie diritte, una cotenna irsuta, ispida, senza fronte; i mostri dalle facce di ermafrodito, con barbe nere intorno ai lineamenti femminili, piccoli cerchi d'oro agli orecchi e la camicia da uomo gonfia d'un seno flaccido; i mostri gozzuti e glabri come rospi, e quelli che andavano ripetendo con espressioni percosse dall'imbecillità il grido di qualche animale; ma contraffatto anch'esso, pregno di un opaco dolore, gonfio d'una specie di fuggente umanità oppressa dal contagio ferino, atroce ad ascoltarsi, come la voce dell'uomo che stia per diventare bestia.
Le malattie più rare, più sinistre, gli ultimi avanzi dei morbi spenti, le infermità che hanno quasi apparenza di leggende, gli orrori che una volta su mille s'incontran nelle vetrine de' musei anatomici, si erano adunate spaventosamente in una specie di fiera macabra, non concepibile da nessuna immaginazione. Uomini con denti inestirpabili, simili a zanne, che si eran confitte nell'osso del mento; facce prive di ogni sembianza, cineree, cicatrizzate, dove i lineamenti non parevan essere che un incompiuto rilievo sottocutaneo; gobbezze del tutto dissimili da quelle comuni, venute, per esempio, sotto un braccio, o di sopra una spalla, in guisa da superare l'altezza del capo; facce voltate quasi all'indietro; senili rachitismi di adolescenti; esseri che parevan composti di due mezze persone del tutto dissimili una dall'altra; catalessìe che duravan da anni ed avevan suggellato il corpo giacente in una specie d'immobilità calcarea, di sonno pietroso, tantochè la faccia del dormente pareva divenuta selce, anzi luccicava e si sfogliava come la superficie di un elemento fóssile; barbe formate, anzichè di peli, di lunghe e fini escrescenze carnose, verdastre come licheni, grumose come la muffa, orribilmente vive come le ventose dei pólipi.
E la voce del predicatore non cessava dal recitare la sua vecchia predica, toccandosi ogni tanto il velluto dei paramenti, come per sorvegliare se vi entrasse la rugiada della sera. E sebbene riuscisse quanto mai difficile intendere le sue parole, forse narrava dei prodigi ch'erano mille volte accaduti, lì, dinanzi alla Grotta Miracolosa, per intercessione dell'enorme idolo di legno dipinto, con forza di speranza e per virtù di preghiere.
Poi, di scatto, inattesamente, alzava le braccia ed urlava:
--Sainte Vierge de Lourdes effacez nos blessures!...--Sainte Vierge de Lourdes ressuscitez nos mourants!...--Jésus, fils de Marie, faites pour nous le miracle!... le miracle!... le miracle...»
Lo spirito di Dio passava su le turbe inginocchiate. Un senso d'attesa invadeva l'anima dei cristiani, come la possibilità meravigliosa di un fatto assurdo; bruciava nelle piaghe dei trafitti, nella demenza degli occlusi, volava, cantava, si moltiplicava in tutto lo spazio della vallata notturna, come il sublime Verbo di una forza che ormai diveniva necessaria ed inevitabile.
Cominciò l'ora del delirio. Quei pazzi in Cristo, laceri di tutta la miserabilità umana, sentivano la potenza della follìa collettiva pervadere la lor carne martoriata. Quel che non poteva lo specillo del chirurgo, la genialità del laboratorio chimico, potrebbe ora l'allucinazione di migliaia e migliaia d'anime purificate con il lievito dell'Eucaristìa.
Nulla impediva ormai che l'impossibile avvenisse.
Cominciò il delirio. I malati si agitavano; il cerchio terribile si stringeva intorno all'idolo di legno dipinto; si vedevan dalle barelle alzarsi facce sparute, come se uscissero dal sepolcro; mani contorte lacerare le bende, spaventosi mutilati erigersi, maschere della contraffazione, spettrali agonìe ritrovare la forza di drizzarsi ancora sui ginocchi.
Il predicatore se ne andò; sul pergamo apparve la figura di un monaco, tetra e smorta, con occhi freddi come l'argento, in una devastata faccia terribilmente incisa di drammaticità, che mi fece pensare agli occhi fermi, alla bocca perversa, alle piccole mani crudeli del diácono Ralph...
E quel frate guardò, la folla dei deliranti, come s'egli solo avesse la forza di poterli tutti risanare. Li guardò con una specie di sinistra potenza, mentre i tentácoli di quell'unica idra dei flagelli umani parevano avventarsi a lui, quasi per strappargli di dosso la sua pallida gioventù e costringerlo a potere per tutti quel che potè nella terra di Giuda il crocifisso Taumaturgo.
Ma egli rise; e bene si vide la sua dentatura bianca scintillare sotto il fuoco delle torce. Rise anch'egli, forse, per la gioia di sentirsi immune davanti a quel mare di contaminazione, o rise per una specie di demente ilarità, che gli dava la sua medianica forza d'intercessore del miracolo; rise alzando il Crocifisso, perchè tutto il popolo de' Cristiani vedesse l'immagine dell'Inchiodato sul Gólgota.
Tra il fumo delle torce, un non so che di soprannaturale, una specie di atmosfera magnetica si andava condensando su quella orrenda fiera di carne lacerata, su quella convulsa demenza di anime allucinate, che potevan per sè stesse generare il miracolo.
Mai vidi un'attesa più grande, più certa, più irremediabile, davanti al compiersi di avvenimenti umani. Le più rosse memorie de' crudeli fanatismi arabi, de' religiosi deliri musulmani, qui trascoloravano davanti al potere comunicativo della follia cristiana, davanti alla violenza d'amore di quelle infinite anime che si alzavano a Dio, perchè un segno del cielo apparisse. Nulla ormai poteva impedire l'avverarsi di un fatto superiore alla possibilità, ed io stesso me ne accorgevo nel mio cuore di miscredente. Là doveva per forza compiersi quello che altrove mai avverrebbe; là Dio era inevitabile, Dio stava per giungere, Dio mi toccherebbe con la sua mano invisibile.
Il senso dell'estorsione, il contagio d'una formidabile volontà, il potere di una immensa forza, che non era di alcuno ma di tutti, uno spaventoso e fatale delirio si alzava come un bruciante soffio di materia dalla diuturna macerazione di quelle anime cristiane, formava con la immateriale sua visibilità l'atmosfera della presenza di Dio, chiudeva nella folla infinita il potere stesso che appartenne ai divini taumaturghi.
Ed io mi sentivo impallidire come il monaco dai freddi occhi d'argento, e come lui sentivo il bisogno di adergermi davanti a quel cerchio di disperazione, per estorcere dalle potenze oscure il miracolo folgorante, per gridare anch'io, con la sua stessa voce cupa ed inesorabile:
--Les aveugles verront; les paralytiques jetteront leurs béquilles; le cadavre surgira...