Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Part 20

Chapter 203,740 wordsPublic domain

Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, coi veri derelitti, e vestiva il lino tessuto su' telai delle più misere filatrici, e beveva l'acqua di carità nelle ciotole degli arsi cammellieri, e dormiva ne' roseti, ne' palmeti, su l'erba ove nascosta germina la fragrante viola di Galil, sicchè la sua bianca tunica sempre mandava odore di rugiada mattutina e di erba selvatica.

E quest'Uomo ch'era il più povero fra tutti i poveri di Palestina, passava davanti ai cancelli dei patrizi, e non volgeva lo sguardo; passava davanti ai palazzi dei plutócrati superbi e dissoluti, passava davanti ai teatri senza statue, dai frontoni dipinti, ove i mimi imbellettati come cortigiane satireggiavano con scaltre adulazioni la Romanità goffa e prepotente; passava davanti alle bacheche dei cambisti, ove rilucevano le monete auree di tutto il Mediterraneo, passava davanti alle mostre dei venditori di toghe e di clámidi, con l'insegna dipinta di fresco in lettere latine per allettare il centurione dispendioso ed ignorante, passava per i vicoli ambigui ove le belle prostitute di Siria cantavano con voce flautata per allettare il danaroso viandante, passava davanti ai collegi della dura sapienza giudaica, davanti alle gioiellerie piene di gemme, ai fabbricatori di vassoi d'argento, agli empori di tappeti mesopotamici, alle fabbriche di ánfore, ai fini cesellatori di spade, ai librai che ostentavano edizioni alluminate di pergamene elleniche, passava nell'empio cuore della città satanica, alto, muto, e mai non volgeva lo sguardo.

In estate i bagni si gremivano; le bellissime donne di Giuda corrompevano con un'occhiata la giustizia dei governatori latini, carichi d'anelli e di collane trafugate nei saccheggi. Ogni tanto veniva la notizia d'una lontana vittoria di Cesare; i banchieri ed i commercianti s'impensierivano, pensando all'imminenza di nuovi balzelli. Nelle affollate gelaterie, su tavolini di giunco flessibile, si consumavano chiacchierando sciroppi e sorbetti simili a neve profumata, che gli schiavi apprestavano entro scorze di lucenti melagrane; sottovoce si deridevan le pessime abbigliature, i movimenti scomposti, ma sopra tutto le grosse mani ed i piedi plebei che avevan le mogli de' funzionari cesárei; si parlava di Roma come d'una immensa città coloniale, piena di borghesi arricchiti e di despoti altrettanto provvisori quanto balordi; chi poi diceva di venir da Roma e parlava della sua magnificenza barbarica, era da tutti ascoltato, interrogato, con una specie di curiosità sospettosa ed incredula.

Ogni tanto, per le strade ben pavimentate, passava a cavallo un giovine patrizio di Giuda, ufficiale nella guardia romana, pallido ed effeminato sotto l'alto elmo, che mal nascondeva in quelle fisionomie di decadenti l'intima vergogna della irredimibile servitù. Quel parlar grave della gente di Palestina metteva nell'aria un non so che di musicale, una specie di ronzìo calmo e vasto, che pareva la nenia voluttuosa di un popolo semidormente, la voce senza convinzione di anime passate al di là.

Una bella stoffa, un prodigioso anello, una pettinatura insolita e complicata, un motto di spirito, la notizia d'un fidanzamento, la straordinaria ladreria di qualche beduino crudele, gli spettacoli dei nuovi anfiteatri che si stavano aprendo, la questione dei precettori stranieri che pervertivano gli adolescenti e quella dei linguacciuti liberti che spadroneggiavano in tutte le case, il pericolo delle spie, quasi tutte greche o levantine, cui non sfuggiva il minimo pretesto per fare una denunzia o per tentare un ricatto, le prolusioni sapientissime che i Dottori tenevan ne' cortili del Tempio, dinanzi ad immensi uditorii fra i quali nessuno si dava la pena di capire un'acca, l'imbarazzo del Procuratore, il quale non mancava di perdere il filo e di arruffare scempiaggini tutte le volte che aveva da parlare in pubblico, ma sopra tutto il colorito sanguigno e le poppe indecenti che aveva la moglie di costui, plebea ricca di bitorzoli e scarsa di virtù, la quale faceva commettere un numero infinito di sciocchezze al rappresentante di Cesare, le canzoni esotiche venute in Palestina coi navigatori o con gli schiavi d'altre terre, le satire nelle quali si tradiva il terribile spirito ironico della razza giudaica:--tutto ciò formava l'argomento de' discorsi consueti e pareva occupasse l'anima superficialmente lieve di questa incatenata metropoli, più che l'epopea mondiale degli eserciti romani o la distruzione lenta che Giuda subiva sotto il regno del vile Tetrarca.

Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, con i buoni derelitti, e dappertutto era dove la fedeltà inestirpabile dalla razza batteva nelle vene del popolo, e dappertutto era dove il sogno dei mistici antichi rinasceva nella disperata nostalgia della gente semitica, e dappertutto era dove i piegati, i flagellati, i curvi sotto le ingiustizie del mondo, i preclusi al paradiso terrestre sognavano l'appressarsi del regno di Dio; e dappertutto era dove la scintilla d'un sogno folle poteva incendiare, come un granaio ricolmo di biade aride, la infinita miseria del terribile mondo.

E la sera, davanti ai casolari, Egli passava, con il suo viso di uomo che abbia tutto pensato, e carezzava la tonda fronte ispida, il ricciuto vello ebraico dei fanciullini ch'egli amava; e stando vicino ai pozzi, quando l'ora imbruniva, quando il cigolar delle secchie portava in su l'acqua buia come se fosse piena di stelle, parlava dolcemente con le vecchie femmine ancor onuste di tarda maternità, con le spose dalle guance vellutate, con le adolescenti non ancor possedute, parlava coi duri artieri, con la plebaglia senza moneta, con i gaglioffi e con gli agguantatori che le guardie tenevano d'occhio, e parlava per tutti ugualmente, nella maniera più dolce che mai s'era udita, lasciando un lembo di sè stesso in chiunque parlava con lui.

Sicchè un giorno cominciarono con dire:--Questi è l'uomo che or venne da poco annunziando il Battista; il re di tutti i miserabili, che avrà per corona il serto di spini, per scettro il chiodo infitto nella mano.»

Ed un altro giorno dissero:--«Egli guarisce, Egli monda, Egli rigenera.»

Ed infatti, una volta, quando venne l'uomo ossessionato,--e tutta la piazza era davanti--egli disse:--«Ma tu perchè farnetichi e ti fai male con le tue stesse mani? Vieni a me, lascia che io ti tocchi, e sarai libero da ogni dannazione.»

Così fece l'ossesso--e tutta la piazza vide il miracolo--e rimase prosternata fin quando Egli sparì.

Un'altra volta venne a lui il paralitico, e la sua mano lo disciolse; venne il mútolo, e questi parlò. Tutti quelli che pativano furon da lui medicati. E già si parlava in ogni piazza del bianco taumaturgo, e tutti venivano, e tutti, senza erba nè farmaco, venivano mandati alle lor case, liberi dal morbo che li flagellava.

Poichè sopra tutto Egli diceva:--«Perdonate al vostro male, a chi vi dona il male, a chi vuole che vi sia dato il male; poichè nel dolore umile, nel dolore senza bestemmia è la via che conduce al bene ultimo. Anzi voi dovete conoscere, uomini, che la felicità unica viene dal dolore.»

E v'era tutto un popolo, e v'era tutto un mondo ancor nuovo a questo verbo di martirio e di purificazione, che usciva dai foschi tuguri, pronto anch'esso alla croce del Calvario, pur di credere nelle parole del bianco taumaturgo:

«La felicità unica viene dal dolore.»

----

Ed io sentivo il grande spirito del Cristo elevarsi dalle oscure moltitudini di Lourdes, ove un giorno eravamo tornati, Madlen ed io, nonostante le beffe del devoto e sardanapalico Lord Pepe.

Questi era sazio di pellegrinare ai luoghi sacri della cattolicità e meditava di ascendere con la bionda Litzine al primo ghiacciaio del Pic du Midi, per quindi presentarsi come un puntatore inaspettato nel Casino di Pau e chiedere un banco di mille marenghi.

Dopo il suo ritorno d'Oltremanica, questo banco di mille marenghi era divenuto la sua fissazione. Ormai non gli pareva cosa ragionevole cimentarsi al gioco in alcun altro modo:--l'esperienza gli consigliava di attendere pazientemente che un banchiere fortunato avesse davanti a sè questa lucida somma, poi sorgere d'improvviso, chiedere il banco, voltare possibilmente un nove di qua, un nove di là, dare la buona notte a tutti e ritirarsi per otto giorni a vita privata.

Maniera in fondo rispettabilissima d'intendere il gioco d'azzardo e, secondo la legge darwiniana della lotta per l'esistenza, tutto quel trascendentale senso dell'uman vivere che il duro Schopenhauer riassumeva nell'istinto di sopraffazione.

Senonchè l'amabile filosofo ispano-britannico (in ciò di gran lunga superiore al tetro tedesco) ammetteva con molta lucidezza di spirito che, in luogo di far nove a destra e nove a sinistra, si potesse anche per disavventura fare baccarà e baccarà.

Ed appunto per premunirsi contro questa non improbabile jattura, il saggio Lord Pepe aveva molta fede nell'allenamento fisico, nel giusto equilibrio dei nervi e dei muscoli, bene temprati alle fatiche della selvaggia montagna:--perciò Lord Pepe aveva immaginata, e predisponeva ora ne' suoi minimi particolari, un'ascensione al Pic du Midi.

Egli riteneva--secondo una esperienza non meno scientifica di quella che governa i miracoli di Lourdes--che la perfetta sanità e la pienezza delle forze fisiche pongan l'umano spirito in uno stato di maravigliosa antiveggenza, la qual consente perfino d'intuire i colpi favorevoli nelle oscure fortune del giuoco di baccarà.

Questa geniale teoria, non meno seria di tutte le altre che sorgono, brillano, e passano di moda, gli aveva date ormai conferme indiscutibili, tantochè, se invece di sostare al primo ghiacciaio avesse voluto arrampicarsi fino alla cima del Pic du Midi, non v'era ombra di dubbio che il banco da chiedersi poteva essere magari di cinquemila marenghi.

Ciò che importa, nelle cose terrestri, è credere ciecamente anche in assurdità, volere con assoluta fede una cosa magari impossibile; chi porta nel cuore la incontrastata certezza, già si trova per questo solo fatto su la via del miracolo. Ed il miracolo forse non è che una suprema ed oscura potenza della volontà umana.

In fin de' conti, se un pazzo era Lord Pepe, il qual credeva nell'influsso dell'aria di montagna su le fortune imprevedibili del baccarà, qual nome si meritava la demenza nostra, la fede o la curiosità nostra, che non esclude a priori le virtù miracolose di una fontana d'acqua sorgiva su la guarigione delle piaghe insanabili?

In verità eravamo pazzi entrambi, o saggi entrambi, secondochè si voglia nominare folle o giusta quella tentazione che l'uomo prova di voler guardare oltre i confini della stessa logica ed oltre l'esperienza della umana possibilità.

Per quanto sia mediocre il fine che lo tenta, c'è sempre un po' di sogno nell'uomo che insegue una chimera. E bisogna infine comprendere che nessuna verità è perfetta quanto la verità sublime delle cose impossibili.

Soltanto il meraviglioso è bello nella vita, nè importa voler conoscere per qual modo esso avvenga.

Questo noi cercavamo tra le oscure folle di Lourdes, nella grande attesa del miracolo che percoteva la cristianità infinita.

Quanti erano? Quante migliaia erano?

Impossibile a contarsi, quell'immenso numero di cristiani, del quale si gremiva tutta quanta la vallata; uomini e donne, secolari e monaci, cristiani di tutte le terre, facce sperdute in Cristo, nel fuoco della penitenza, nella febbre del digiuno, tutti confessati con l'ostia, mondi come il lino del battesimo, tutti assorti nel veggente amore che accese l'anima della bianca pascolatrice.

Era già questa l'ora, dopo le campane del vespero, quando i pellegrinaggi di Lourdes si adunano intorno alla Collina del Calvario per formare la processione del Santissimo Sacramento. Dai lontani Pirenei scendeva nella vallata un vento scuro, che pareva trascinasse con sè, dai prati alti, un melodioso e grande stormir d'abeti. Il bianco fiume di Bernadette quella sera cantava, come nel tempo quand'ella venne al guado, e la compagna e la sorella passarono per l'altra riva, e sparvero, cercando legna di buona scintilla. Nel vento era un odor confuso di nevai e di violette, un odor soave di bosco lontano e di fragranti resine.

Ora il Vescovo si mise davanti alle bandiere sacre delle varie comunità, e la processione cominciò a salire l'erta del Calvario. Di là dal ponte, sotto il Castello che tenne il vassallaggio delle otto vallate, Lourdes la empia, Lourdes la città monastica dei rigattieri di religione, si andava cancellando a poco a poco dietro un confuso velario di alberi e d'ombra. D'un tratto, sui bianchi steli dei ceri votivi qualche pallida e tremula fiammella s'accese; poi divennero cento, poi mille, poi divennero decine di migliaia; e tutto, nella valle di Lourdes, era un fantastico tremore di piccole stelle, un brillar stupendo che infiammava i marmi della raggiante Basilica, un improvviso ed infinito incendio, che vacillando pavimentava l'immensa Esplanade come una specie di terrestre firmamento.

Si vedevano i cristiani salire per le duplici scalinate del Tempio, dietro selve di arazzi e di bandiere che seguivano il baldacchino del Vescovo; ed erano gli incisi di tutte le piaghe, i turiferari della umana calamità, il vecchio popolo di Cristo, la sua carne, la sua crocifissa anima, quel che restava in terra del sogno d'un Dio.

E là, nel fuoco della Basilica, l'altare incendiato folgorava come un braciere splendidissimo.

Gli ori antichi, le gemme di tutti i regni della terra, le collane di perle che cinsero il collo delle cattoliche imperatrici, gli anelli dei Cavalieri di Cristo, conquistati nel tesoro di Bisanzio, i rubini rossi come il sangue, gli smeraldi verdi come l'oltremare, le riviere di brillanti che nessuna donna mai possedette:--questo possedeva la pallida Signora di Lourdes, l'Apparsa con un manto azzurro nel sogno della povera pascolatrice.

Ora, nella grande Basilica, si alzava il canto dei pellegrini, e questa voce gonfia di patimento, accesa di folle religiosità, rintronava contro i marmi tempestati di argenti votivi, traendone un fulgore così abbacinante che la luce medesima pareva divenisse un rumore.

Chiese uscite dalle catacombe, nel barlume fumoso delle torce sotterranee, con vescovi primordiali che battezzavano i condannati alle ugne delle fiere, chiese della prima cristianità, considerata come plebaglia da carneficina, ora voi siete palazzi d'argento, con vescovi regali e scintillanti come tiranni asiatici, dai quali non si appressan le labbra se non a cálici di ben cesellato oro massiccio e non si dona il Paradiso a chi non dona, e solo è fatto il nome di Cristo per suggellare opere ch'egli maledisse!...

Povere turbe fanátiche, voi forse eravate ancor le medesime che s'inginocchiaron nelle buie catacombe, iloti perpetui, che opprime la dura potenza delle città sataniche, vecchia famiglia dei carceri mamertini, dei lazzaretti forensi, dei poderi lavorati al paro con le bestie da giogo, poveri brandelli marci della splendente carne umana, tristezza della dolce terra, dolore del mondo...

La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro, un teatro follemente lussuoso della umana povertà, una sala mistica ove le turbe inginocchiate aspettavano la consumazione d'un rito mirabile; un rito nel quale vedrei qualcosa di superumano avvenire, forse il trasmutamento di tutto me stesso in un altro spirito, quello che potrebbe infine prosternare la mia dura fronte contro la fredda pietra e sentire in me nascere la divina bellezza della possessione di Dio.

Forse di là uscirei, acceso io pure dalla demenza dei portatori di fiaccole, servo io pure dell'idolo scintillante, e la mia voce sommessa canterebbe nella grande conclamazione del miracolo, e sarei quel monaco del quale talvolta sorge in me la squallida ombra, e me infine condurrebbe la mia vita di profanatore alla sua perfezione definitiva.

Pensavo:--«Sarò un monaco. Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.

E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monástico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo dell'inverno, serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio volto notturno...»

Pensavo:--«E questa che viene con me, la bella fra tutte le belle, una sperduta in mezzo alle perdute, un fiore lungo la mia strada, una donna oscura che mi guarda con i suoi occhi pieni di nord, forse oggi diverrà la sorella dell'altra peccatrice, quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:--«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Pensavo:--«Siamo stati entrambi freddi e funesti come i gioielli che brillan nelle vetrine diavolo; tutta la nostra vita fu spesa, là dove l'anima perisce, negli ardenti pericoli delle sterili gioie; forse patimmo senza piangere, forse in noi rise un dolore che ci costrinse a vuotare il cálice, a rompere il bicchiere...»

E non udite voi, Madlen, come cantano i devoti pellegrini?

Essi cantano:--«Date a noi, Vergine Maria, la grazia, non di guarire, ma di credere; non di possedere, ma di credere; non di essere felici, ma di credere. Date a noi, Vergine Maria, l'altezza d'amore ch'è sopra il dolore degli uomini; lontanáteci dalle cose del mondo, fate in noi scendere quel che ogni spirito cerca: il vero Dio.»

Essi cantano:--«Il miracolo che noi cerchiamo è la testimonianza che voi non siete unicamente una musica del nostro inginocchiato sogno, ma la eterna luce dell'eterno infinito, la buona e verace ala che noi raccoglierà dal peso della polvere.»

Essi cantano:--«Vergine Maria, dà ora un segno che tu sei, nella nostra carne maledetta; solleva, se non me, il fratello mio che non ha ginocchia, la sorella mia priva di labbra, che non può dire il tuo nome; libera uno dei mille dal marchio dell'inguaribile infermità; muovi la mano per toccare una sola fronte; fa che i nostri occhi vedano quel che i nostri orecchi udirono; sii con noi, prega per noi, Signora di Lourdes, Madre di Dio...»

La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro; i ceri si moltiplicavan tremando nel fuoco del tesoro inaccessibile; da ogni pietra saliva in Cristo l'anima del pellegrino inginocchiato.

Ed io pure sentivo qualcosa di me uscire da questa mia pesante materia, che tutto soffrì e tutto volle, per alimentarsi di quell'anima grande che la folla tramandava, come se il principio della liberazione stesse per invadere la mia spiritualità non ancora trascendente. E questo senso della purificazione mistica era in me tanto più vuluttuoso, quanto più sentivo di essere vicino all'amore di una donna, e quanto più sentivo il braccio di questa mia donna impaurita tremare leggermente sotto il mio, quando, nella splendente Basilica, fra la turba infinita, ella era il solo profumo, la sola presenza che ancora potesse ricordarmi della mia vita lontana.

Eppure, mai come allora, mai con uguale carnalità, avevo sentita la gioia della sua bellezza invadermi, l'ardore del suo desiderio possedermi, essere mio, confondersi nel tremore d'anima che pareva mi volesse dividere dalle gioie della vita.

Forse quest'amante, che non mi diedero le coppe lievi, ricolme di vini biondi, or mi darebbe la Chiesa dove l'organo balenante cantava, e mia diverrebbe davanti alla genuflessione di tutti i percossi, davanti alla miseria di tutti i pentiti, tra quell'incenso pregno d'immaterialità, che salendo in larghi vortici offuscava le gemme dell'idolo scintillante.

In una specie di sogno meraviglioso io pensavo alla liberazione dai sensi e pativo l'odore della sua carne, intravvedevo le altezze della mistica fedeltà e mi accorgevo del suo corpo ignudo, sentivo giungere insieme l'ora di partirmi da ogni desiderio e quella di godere il più logorante peccato.

Forse in lei, più profonda che in me stesso, era questa medesima duplicità, e le sue mani crudeli toccavano me, come un'amante cerca di comunicarsi al piacere dell'amante. Ne' suoi occhi pieni di nord non avevo mai veduta più ombra.

Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta--morta nella sua gioventù--ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, co' suoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata, e pensai come sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...

Ma era viva, e diventerebbe vecchia,--una piccola vecchia gialla, col mento aguzzo, lo scheletro accartocciato... Il giorno del suo funerale, quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in miseria, qualcuno direbbe ch'era stata una prostituta; le darebbero, per marcire, due metri di terra santa...

E la sua bocca nuova come la primavera mi fece pensare alle notti del pallido Uomo di Galil, quand'Egli dormiva sotto le stelle, vicino alla cortigiana di Mágdala, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...

E fu il mio sogno così veracemente manifesto, che d'un tratto vidi, o mi parve, un largo drappo d'oro sciorinarsi nel mezzo della Basilica, e vidi la danzatrice di Mágdala, senza veli, più bella d'ogni altra che mai portò nome di donna, sciolta fin sopra le anche i suoi capelli biondi e bui, con braccialetti d'oro che si attorcevano a' suoi polsi come fini serpenti, e filigrane di gemme sui vertici dei seni gonfi di voluttuosa pubertà, uno specchio d'argento che brillava sul tappeto scintillante, e per musica unica la bellezza della sua nudità, danzare le sacre danze oscene dei pallidi semiti, quelle che in Giudea svigorivano le dure milizie italiche, e per lei da ogni parte ammucchiavano sul tappeto scintillante le più costose gemme della folle Tiberiade, ove nessuna finestra mai si chiudeva prima dell'alba e nessuna donna era mai posseduta da un uomo solo, anzi a quelli più sfrenatamente si dava, che nello stesso furor dell'orgia la natura vieta...

E questo, ch'io vedevo, era uno splendido abbaglio de' miei occhi, già pieni di quella erroneità ch'è fuori dalle cose presenti, ma che il forte calor dello spirito ágita e crea come un sogno non più dimenticabile. Mai quella chiesa infiammata uscirà dalla mia memoria ed il largo drappo d'oro sul quale mi apparve, nelle sembianze della donna ch'era mia, la danzatrice di Mágdala.

I ceri ardevano, l'organo scintillante alzava il suo canto liturgico sul fervore delle turbe inginocchiate; l'altare, circonfuso di fumo, tramandava dagli ori de' suoi tabernacoli quel senso dell'eterno e dell'immanente che il sogno di tutte le stirpi custodì nelle arche millenarie.

Dietro quell'altare, come se ogni cosa di Dio fosse trasparente, mi pareva di vedere il bianco Taumaturgo allontanarsi per la terra di Galilea, fin là dove ancora splendevano le rosse finestre di Tiberiade; là era steso, tra incensieri che fumavano, il largo drappo d'oro della danzatrice di Mágdala, cosparso di gemme che cadevano intorno al suo specchio d'argento...

Era il peccato del mondo che si trascinava sin davanti gli altari, la gioia della umana carne che non voleva dar pace nemmeno al cuore d'un Dio.