Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Part 2

Chapter 23,737 wordsPublic domain

Non è una casa che vi ama nè che voi amate, o miei fratelli viandanti per le lunghe distanze del mondo; ma vi offre nondimeno ciò che più è necessario dopo la fatica della strada: un letto bianco nel quale addormentare i vostri calmi sogni, una bella serena finestra, ove al mattino il sole nuovo incendierà l'eterna magnificenza della vita. Vi offre la bellezza provvisoria delle sue decorazioni di stucco, il soffice silenzio de' suoi falsi tappeti di Smirne, la premura, se non l'affezione, di gente alla quale basterà prendervi un poco di denaro; vi offre l'amore d'una notte, l'epilogo d'un'avventura di viaggio, l'imprevisto che può nascere fra uomini e donne lontani dalle proprie case, dispersi nella terra d'esilio, nell'infinita libertà.

Poi tutto questo, alla partenza d'un treno, al cantare d'un'elica, si snoda, si scioglie, finisce: un altro forestiero dormirà nel vostro letto fresco di bucato, un'altra forestiera traverserà, di notte, in vestaglia, i lunghi e deserti corridoi dell'albergo, tra due file di scarpe allineate. Sì, tutto questo è un po' freddo, un po' smorto, un po' vuoto: il focolare improvvisato si spegne, di esso non resta neppure la cenere... Ma resta il colore della terra d'esilio, il sogno d'una notte lontana, il bacio dato col fiore delle labbra sovra una bocca d'amante che non vedrete mai più...

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Quando, il giorno appresso, nell'atrio dell'albergo rividi la bella forestiera, ella mi parve una donna improvvisamente mutata. Negli occhi mi durava l'immagine di una magnifica e scintillante cortigiana, mi durava nei sensi la memoria della sua crudele bocca dipinta, il suono qualchevolta insidioso della sua voce soavissima, ed ecco, nell'atrio dell'albergo, ritta in piedi presso un tavolino di vimini, riconoscevo d'improvviso una lady veramente perfetta, forse un po' rigida, bella d'una più calma bellezza e che portava un abito ammirevole di semplicità.

Lord Pepe stava neghittosamente sdraiato in una larga poltrona di cuoio, con un piede accavallato su l'altro ginocchio, in modo che si vedessero bene le sue finissime calze, colore della paglia di Firenze, con la freccia ricamata in filo nero. Lord Pepe deliziava inoltre gli occhi del pubblico indossando con la maggiore naturalezza, in quel pomeriggio domenicale, un paio di stupendi calzoni quasi perfettamente gialli ed una giacca da mattina di un tale dernier-cri da oscurare tutto quanto è immaginabile in materia d'eleganze giovanili. La sua camicia era tutta freschezza, traversata in lungo dal sottil nastro di una cravatta scura; non aveva per tutta la persona un fil di polvere che gli facesse macchia, un sol capello che al pettine disubbidisse nella sua giusta e voluta piegatura.

Per quanto la sua maniera di vestirsi potesse ai profani od ai provinciali apparire leggermente ridicola, certo egli rappresentava con impeccabilità l'eleganza del giovine signore moderno, ciò che gli artefici di Piccadilly tramanderanno come un figurino classico ai lontani seguaci di Lord Brummel,--quel magnifico Lord il quale fu, senza nemmeno averne l'aria, un saggio e sapiente collaboratore dell'imperialismo inglese.

Dalla bocca di Lord Pepe ora usciva un altro enorme sigaro Avana, che mandava così larghi vortici di fumo azzurro da ottenebrare tutta l'aria del salone invetriato.

Un terzo personaggio era fra lui e Madlen, seduto con eleganza in un angolo del sofà; un piccolo personaggio di pelo color giberna, con due smisurate orecchie a frangia, mobili e ricciute, due rotondi occhioni sporgenti, un musetto camuso, la coda lunga ed arruffata in un enorme fiocco:--era costui l'arrogante nobilissimo Pompon, il pechinese di Madlen Green.

Pompon era uno di quegli esseri cui la troppa felicità guasta il carattere. Siccome il freddo cuoio poteva riuscire molesto alle sue delicate membra posteriori, lo avevan posto sovra un bel cuscino, ed il suo pelo focato come la tartaruga mandava qualche riflesso di biondezza che pareva si accordasse mirabilmente con la capigliatura di Madlen. Era lì, seduto su la coda, con molta distinzione; ogni tanto faceva un piccolo sternuto, quasi per significare a Lord Pepe che il fumo del suo grosso Avana gli causava una insopportabile noia. Siccome però Lord Pepe non se ne dava per inteso, il nobil cane volgeva gli occhi adirati verso la sua padrona.

E questa venne appunto in suo soccorso, pregando Lord Pepe di volersi mettere a sedere altrove.

--Hombre!--borbottò questi,--el perrito es muy fino!

Ma non fece alcuna resistenza e docilmente cambiò poltrona. Così la nuvola di fumo andò a finire proprio nel viso d'una vecchia pinzocchera, la quale aveva sul labbro quasi giallo due baffetti assai dispettosi e portava un luccicante abito di raso nero, guardava in giro con un occhialetto montato in ebano, e, sul culmine delle sue trecce finte, manteneva in equilibrio un allegro cappellino rococò.

Tutte le belle donne amano sacrificarsi ad un piccolo cane. Ma la superbia di questo animaletto era in pieno contrasto con la democrazia dei tempi nei quali viviamo, ed io, nei panni di Lord Pepe, avrei continuato a mandar fumo sul muso di Pompon,--il profumato, il decadente Pompon, al quale un Pari del Regno Unito poteva certo invidiare la purezza della genealogia.

Lord Pepe, satollo e ben riposato, era d'eccellente umore; mi trattò come un vecchio amico e súbito colse l'occasione per raccontarmi sottovoce un gran numero di barzellette oscene, delle quali andava pazzo, e ne sapeva tutto un rosario, d'ogni colore, grado e varietà.

Nel considerare questo epicurèo così ben pasciuto, così attento al suo corpo, alle delizie facili della sua carne ben coltivata, mi avveniva di trovare profondamente inutili, anzi dannose, tutte le complicazioni cerebrali dietro cui si perde il miglior tempo della mia vagante gioventù. Possedeva un'amante ammirevole, un sarto geniale, un cane aristocratico; era giovine e doveva certo essere molto ricco; gli piacevan le buone mense, gli ottimi sigari, l'alcool centellinato a piccoli sorsi; pareva essere affatto libero da disturbi gastrici come da mali di nevrastenia, credo fosse incapace di soffrire pensare o dubitare profondamente:--questi, per vero dire, sono gli uomini che conservano alla specie umana il suo calmo ed invidiabile retaggio di felicità.

In Ispagna si fa colazione assai tardi, si cena tardissimo; eran quasi le tre del pomeriggio, e gli eleganti ospiti dell'albergo, sorgendo a poco a poco dalle mense, traboccavan nell'atrio con un vivace chiaccherìo. La corrida celebre, quella dove Bombita prenderebbe il suo congedo estremo dalle Arene del Nord, aveva richiamato nella città regale una folla enorme di curiosi, accorsi da tutte le villeggiature del paese Basco e dalle frequentate spiagge di Biarritz.

Nel giardino dell'albergo e per l'ampio viale ch'era intorno alla cancellata, una ressa d'automobili padronali mandava strepito di motori, suoni di trombe, nuvole di fumo. Lentamente avanzavano in fila, per fermarsi a piè della scalinata, ove una folla di bellissime donne, di signorine loquaci, d'uomini decorati e risfavillanti aspettavano con pazienza di veder giungere la propria vettura. Un portiere gallonato chiamava ad alta voce i sonori nomi patrizi dei proprietari di cocchi o d'automobili, man mano che le vetture s'avvicinavano; poi, scoprendosi il capo, ne apriva con solennità gli stemmati sportelli.

Tutta l'aristocrazia di Spagna, non immemore del fasto che la fece risplendere nei secoli della gloria e della preda, quando per ogni mare della terra navigava il suo naviglio borbónico,--questa bella e fiera stirpe d'autocrati, ridotti per una serie di colpe o di sventure a nascondere sotto apparenze teatrali la squallida loro povertà,--marescialli e governatori, consoli ed ammiragli, ministri, ufficiali, dignitarî, e tutto quanto nella città di Maria Cristina rappresentava la gloria del regno di Alfonso XIII, tutto a grado a grado scendeva, lentamente, con soste, per quella bianca scalinata.

Ciarliere, incipriate, un po' carnose, le nobildonne di Spagna offrivano alle minacce del tempo nuvoloso i loro non del tutto novissimi abiti parigini; le giovinette pettegole, i bruni smilzi adolescenti, facevano su quel tumulto scoppiare fontane di riso, ma d'un riso così limpido e gaio come soltanto può mandare l'anima d'una terra spensierata, ove, su tutte le miserie della vita, splende con immutabile serenità la magnificenza del sole.

V'eran frammezzo alcune celebri cortigiane di Francia, venute a trascinare sui ruvidi gradini dell'Arena i loro inestimabili velluti, le seterie tramate con splendore dalla pazienza di gloriosi telai. Nei lor occhi scintillanti rimaneva un po' di fatica notturna; si vedevan, sotto i sapienti belletti, le tracce delle veglie consumate alle angosciose tavole di baccarà.

Finalmente anche l'automobile di Lord Pepe giunse davanti alla scalinata; vi entrammo, ed il nostro meccanico si pose nella interminabile fila. Ma la ressa dei veicoli era tale, che non fu possibile giungere all'alto piazzale dell'Arena, se non procedendo per tutto il percorso a passo d'uomo.

Già dall'immenso anfiteatro scoppiava nell'aria un frenetico battimani. Guardai l'orologio; erano le quattro e cinque minuti. Nella vecchia Spagna, ove tutto procede alla mercè di Dio, la sola cosa che davvero cominci all'ora esatta sono le corse di tori. Può esser festa giorno di lavoro, che l'Arena comecchessia rigurgita; chi ha denaro, lo spende volentieri per il suo posto in una gradinata di «sombra» o di «sol»; chi non ne ha, porta qualche straccio al Monte, oppure ad uno qualsiasi fra quei cento «montini» privati, che pullulan nelle città spagnole quanto le rivendite di tabacco. Ma una persona che si rispetti non può far a meno d'accordarsi ogni tanto lo spettacolo d'un bel colpo di spada.

Tutta la vita civile si ferma quando un torero celebre mette il piede nell'Arena.

Entrare in uno di questi anfiteatri, allorchè son gremiti e l'entusiasmo li solleva, significa retrocedere con la memoria verso qualcosa che il mondo civile non conosce più, significa ritrovare l'uomo affacciato con voluttà verso il crudele spettacolo della sua barbarie primitiva.

Bisogna tuttavia comprendere questo gioco selvaggio per potersene lentamente inquinare come d'un malvagio vizio; bisogna che in ciò, come in tutte l'altre passioni della vita, possa il nostro cuore veder splendere un poco d'ideale. Quando per la prima volta entrai nell'Arena di Barcellona e rabbrividendo assistetti a questo inglorioso eccidio, a questo inumano strazio di miserabili carcasse equine, veramente avrei voluto poter io solo avventarmi nell'Arena e di mia mano crocifiggere agli spalti quel branco di forsennati macellai.

Ma dopo quel giorno lontano,--che ancora splende nella mia confusa memoria, e splendeva, o limpida Barcellona, su te, nell'alta fiamma, la nera torre di Montjuich--(calmi, con bianche ville, su te fiorendo splendevano i poggi del bel Tibidado, dolce collina tua)--dopo quel giorno lontano, quanti e poi quanti caddero sotto i miei occhi un po' assorti, cavalli e tori senza numero, nella insanguinata polvere!...

A poco a poco il mio cuore di barbaro vinceva ogni misericordia umana, l'odore voluttuoso del sangue mi esasperava come un vino ubbriacante, il piacere della carne dilaniata, il rantolo della bestiale agonia, come un piacere torbido e selvaggio lentamente s'impossessava di me.

Ho finito io pure con rassegnarmi al pensiero che quei poveri animali seviziati, vecchia carne da randello e da macello, in fondo riuscivano a comprarsi con un breve supplizio la pace definitiva; ho pensato che in fondo la mia pietà era quella d'una femminuccia, e che il toro, sia cadesse nell'Arena fra la schiuma e la gloria del combattimento, sia d'un colpo d'ascia su la cervice nei recinti dei pubblici ammazzatoi, era in ogni caso un animale da ingrasso e da mannaia, predestinato alle cucine dell'uomo...

L'Arena di San Sebastiano appariva quel giorno in tutta la sua magnificenza, quantunque non presentasse quell'aspetto così tradizionale, così caratteristico, delle antiche Plazas di Sevilla o di Madrid.

Eravamo giunti all'Arena mentre già si stava «matando» il primo toro; un solenne irto animale dalle corna lunate, bianco di mantello, ed or fasciato su gli ómeri da una vasta gualdrappa di sangue.

Gallo, espada smilzo e calvo, idolo di un grande partito che in Ispagna giurava su la maestrìa del suo destro pugno invincibile, dopo aver dedicata la morte del toro a non so chi del pulvinare, si avanzava nel mezzo dell'Arena, verso il grande e fermo avversario che, ansante, non più si avventava contro le fallaci cappe dei mantellieri, ma tenendo basse le corna, gocciolando sangue, ormai sentiva di dover combattere la sua pugna fino all'ultimo respiro.

E Gallo, venutogli di fronte a men di due passi, con tanta grazia sciolse la sua «muleta» color di porpora e la sciorinò su la diritta spada, che, invece di vederlo fermo davanti al pericolo della morte, mi parve un uomo il quale s'apparecchiasse leggermente a qualche non drammatica prova di agilità.

La bestia formidabile abbassò le corna ed irruppe contro il panno rosso. Gallo, senza quasi muovere i suoi minuscoli piedi, se lo fece più volte rigirare intorno, sotto i gomiti, dietro le spalle, con tanta precisione, che le corna lunghissime dell'animale pareva sfiorassero gli arabeschi del suo giubbetto luccicante.

L'uomo pareva combattere servendosi d'un mirabile istinto geometrico, eludeva l'urto con un gioco di millimetri, schivava la morte, ridendo, con un prodigio continuo d'esattezza e d'elasticità.

Ma Gallo, che aveva sollevato applausi nella sua lunga giostra col toro, non ebbe fortuna nel portargli la stoccata. Era un animale restìo a tener bassa la fronte; quando già pareva esausto e ridotto all'immobilità, quando l'espada stava per colpirlo nell'insanguinata cervice, d'improvviso il toro dava un altro balzo e rompeva contro il panno, sebbene i garretti non lo reggessero quasi più. Il pubblico, impaziente, strepitava perchè lo mettesse a morte. Gallo scelse male il momento, peggio colse nel segno, la spada non s'immerse che a mezza lama, poi, nel furioso dibattersi del toro, tra i suoi muggiti lugubri, vacillò e ricadde. La bestia ferita vomitava un po' di sangue; dagli spalti gremiti cominciò a volare qualche fischio.

Allora, nervosamente, Gallo si fece tendere un'altra spada, sciolse di nuovo il rosso drappo da combattimento per costringere il toro ad abbassare la fronte, mirò alla nuca e diede la stoccata. Ma il secondo colpo non fu migliore del primo. Gemendo, l'animale retrocesse, gonfiandosi di dolore e di vomito sotto lo strazio della spada mal confitta. Il soffio delle sue narici umide mandava larghi spruzzi di sangue, gli occhi dilatati gli scoppiavano dalle orbite già gonfie d'agonia. Con un boato quasi umile di povera bestia ferita guardò l'uomo che l'aveva ucciso e tentò ancora di avventarsi. Ma i garretti si piegarono, e sotto il peso della morte l'animale s'inginocchiò, lasciando pendere dalle fauci la tumida lingua, bavosa ed insanguinata.

Accadde quel momento di silenzio con cui le folle d'uomini attendono il rantolo di chi perde la vita.

Ma d'un tratto l'animale risorse, quasi più vivo, e con la spada infitta nella coppa ricominciò furiosamente a combattere.

Grandi urla proruppero da tutte le gradinate.

Con rabbia l'uccisore prese una terza spada, si buttò contro l'animale, gliela infisse di colpo nella dura cervice.

Questa volta cominciò il toro con retrocedere, dondolando il capo enorme, quasi per resistere alla morte che gli entrava nelle vene; si piegò, risorse, cadde, girando il collo tozzo, come per estirparsi dalla carne il ferro che l'uccideva. E non moriva, sebbene gli agitassero davanti agli occhi le rosse cappe, che forse non vedeva più.

Tra i rumori dell'anfiteatro Gallo strappò il ferro dalla piaga, ne poggiò fra le due corna la punta forbitissima, diede un leggero colpo, e la testa sollevata ricadde, il duro animale si stecchì.

La fanfara, su gli spalti, salutò a squillo di tromba la vittoria dell'uomo.

--¡Malo, hombre! Muy malo, hombre!--andava gridando con tutto il suo fiato l'indignatissimo Lord Pepe.

E Gallo, con un piccolo sorriso malcontento nella faccia segaligna, compiva il giro dell'Arena, raccogliendo i berretti che forse per confortarlo gli lanciavano i suoi pochi ammiratori.

Madlen non diceva parola nè dava segno di turbamento alcuno. Seduta vicino a me, vicino a Lord Pepe, con un gomito poggiato su le ginocchia sovrapposte, guardava nell'Arena, quasi distrattamente, osservando lo sgombero delle stecchite carogne, che due mule grige, con sonagli e pennacchi, trascinavano fuori di galoppo. Era leggermente pallida, e stavano fermi, fermi sino all'immobilità i suoi grandi occhi lionati, che variavano sotto il color del sole come due magnifici scarabei. La caviglia del suo leggero piede quasi mi toccava uno stinco; la calza fina, d'un nero d'argento, non formava su quel fuso perfetto la più piccola grinza.

Frattanto, al galoppo di due squallidi ronzini, che a spruzzi perdevano sangue dalle recenti ferite, i «picadores» compivan nuovamente il giro dell'Arena, poi si fermavano, con le groppe dei cavalli contro lo steccato, ad una trentina di metri dall'ingresso del «toril». Spalancatosi questo al segnale delle trombe, un nero animale formidabile vi si affacciò con impeto, fece tre balzi e di botto si fermò, come se lo splendore del giorno l'avesse accecato. Chiuso da molte ore nel buio del «toril», assillato con uncini pungenti, la sua bestiale furia si abbacinava davanti allo spettacolo di quella gente infinita. Poi volse in giro i suoi terribili occhi, vide i cavalli dei «picadores» e con una galoppata che parve un volo, quasi ruggendo, si avventò nell'Arena. Tra un nugolo di polvere sollevata precipitò nel mezzo del recinto, e di colpo ristette. Lo accerchiavano i «capeadores», sventolando larghi mantelli, provocando con astuzia il possente animale, poi da ogni parte fuggendo a gambe levate. Il toro si mise a rincorrerne alcuni, ma essi agilmente saltavano la barriera. La bestia infuriata menava cozzi terribili contro il solido recinto, e più volte infisse le corna per almen due póllici nel legno della palizzata. Poi si volse, vide a poca distanza il tremante cavallo d'uno dei «picadores», con l'omaccio in sella, pronto e curvo su la sua lunga pica. La gamba sinistra del cavaliere aveva una solida corazzatura; bendato era l'occhio sinistro del cavallo; un orribile palafreniere, in giubba rossa e calzoni di tela greggia, stava dietro il cavallo con un lungo randello, per tempestarlo di colpi se questo piegava sui garretti o per costringerlo a sostenere la cornata se atterrito retrocedeva.

Il toro vi andò contro con tanta forza, che, nonostante il colpo di lancia infittogli nella groppa, uno de' suoi corni sparì nel ventre del ronzino, l'altro gli squarciò la spalla, e tutto fu sollevato in aria di peso, uomo e cavallo, poi rovesciato contro la barriera, schiacciato, calpesto, mentre il toro non riusciva più a districare le corna dalla orrenda ferita e scoteva rabbiosamente la cervice, cavando sterco e viscere dall'addome dilaniato.

Quando infine lo squarcio fu così vasto che il toro potè strapparne le corna divenute orribilmente rosse, tosto i «capeadores», agitando mantelli, riuscirono ad allontanarlo dal cavaliere disarcionato.

Allora, nel buttarsi dappertutto alla cieca, il toro improvvisamente vide contro l'opposta barriera il cavallo dell'altro «picador», che invano i servi di stalla, bastonando come anime dannate, cercavano di mettere in buona positura per il colpo di lancia.

Fissarlo, balzare, investirlo, fu questione di pochi attimi. Lo colse in pieno, da tergo, affondando la cornata frammezzo alle due nátiche. Parve di vedere la squallida bestia spaccarsi nel mezzo, con un'enorme fenditura per tutto l'addome, dalla quale cadevan orrendamente le viscere sgomitolate. Una sua zampa floscia pendeva, rotta nell'articolazione. Il labbro violastro, sollevato su la dentatura gialla, esprimeva un dolore straziante, un'agonia piena di terrore, sotto la tragica maschera di quell'occhio bendato.

Sconciamente ruzzolarono, uomo e cavallo. I mantellieri accorsero, accerchiando il toro con uno sventolìo di cappe, mentr'esso già stava ponendo le zampe sul dosso del «picador», ch'era stramazzato vicino al cavallo. Incapace di rialzarsi, per il fasciame della corazzatura che gli stringeva un ginocchio, l'inerme «picador» non aveva ormai che una sola difesa: quella di rotolarsi a terra, con le braccia stecchite lungo i fianchi, cercando un rifugio sotto il ventre stesso dell'infuriato animale o tentando d'incastrarsi fra la barriera e la carcassa del cavallo agonizzante.

Qualche piccolo grido ruppe qua e là, tra il pavido silenzio della moltitudine.

Fu allora che si vide Bombita leggermente balzare tra il furioso vortice di mantelli che non riuscivano a distogliere il toro, gettargli proprio su gli occhi la sua cappa disciolta, sì che il toro v'inciampava, e con mille astuzie rapidissime, agili, pericolose, trarselo dietro sorridendo, raccogliendo nella fallace cappa le sue furibonde cornate, finchè, nel mezzo dell'Arena, battendo il piede imperiosamente, l'espada lo fermò.

Un grido fantastico e grande sollevò l'anfiteatro. Più nessuno si curava del «picador» scavalcato, che del resto avevan già rimesso in piedi e pareva non avesse importanti ferite. Solamente si vedeva una leggera striscia di sangue scorrergli giù dal polso e gocciolare dall'ápice delle sue dita.

Il servo di stalla, con un colpo di stiletto, liberò lo squarciato ronzino dalla sua straziante agonia.

Era stato un cavallo, un povero animale indifeso ed utile fino all'ultimo giorno della sua vita; ma ora, in quello stato miserando, non valeva più che il peso della sua carne dilaniata, il prezzo della sua pelle troppe volte ricucita. Ucciderlo era dunque l'ultimo vantaggio che si potesse ancor trarre dalla sua frusta affamata carcassa; di lui, come vivo, nessuno darebbe una peseta; aveva dunque finito logicamente di servire l'uomo.

Il suo muso giallo, intriso di bava e di polvere, pareva con un riso tragico ringraziare gli uomini della pietà finale che avevano avuta di lui.

E dire che il Pretore Urbano amministra tutti i giorni la Giustizia, fra due libroni che rappresentano la Legge, in questa oscena e miserabile commedia che si chiama la vita...

Quel toro fu prodigioso: quattro cavalli uccise, altri due ne mandò via scuciti come tabarri da mendicante.

Infine le trombe suonarono «la suerte de banderillear». Gli furon messe due paia di «banderille», ma piuttosto male, perchè il toro correndo scuoteva la testa, onde riusciva pressochè impossibile collocare i pungiglioni come l'arte classica del torneo prescrive, una per parte, a qualche pollice dalla nuca. Il toro, messo in furore da quegli aculei pungentissimi, si avventava di qua, di là, cozzando a vuoto nei mantelli, stramazzando su le ginocchia e talora fermandosi deluso nel mezzo dell'Arena, con la fauce spalancata, la lingua pendente, bavosa e nera di convulsione, gonfia di dolore, con orrendi muggiti.

Le trombe allora suonarono la messa a morte. Bombita, col suo drappo di porpora e la bellissima spada serrata nel pugno invincibile, si presentò con brio davanti al pulvinare, si scoverse il capo, tese in alto il braccio e brindò il toro ad una persona che non vidi nè potei scoprire chi fosse, ma certo un alto dignitario, forse il presidente medesimo delle corride, oppure una famosa bella donna. E pronunziò le parole di rito, con le quali si vota in olocausto il proprio sangue pur di compiere il sacrifizio del toro.

Con una mossa elegante lanciò verso il pubblico il suo piccolo tricorno, insegna e nobiltà del torero, poi, con le labbra un po' serrate, il celebre scannatore s'avanzò di fronte all'avversario, verso il mezzo dell'Arena.