Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo
Part 18
Come dite, Litzine? Che voi conoscevate Joe Wallace prima di Lord Pepe?--Sia pure; non è questa una buona ragione. Lo avete conosciuto probabilmente quando Joe Wallace, il popolare Jo, era un jockey di cartello, ed a Longchamps, per entrare nelle vostre grazie, vi comunicava i suoi favoriti. Ma non è questa una buona ragione. Ora egli ha sposata una donna molto ricca, si è lasciato crescere di peso e fa l'antiquario. Questa è tutt'altro che una buona ragione. L'arte ha i suoi conoscitori, lo sport le sue vere glorie, ma voi potevate contentarvi di fargli un piccolo saluto, e camminare via con quell'aria intangibile delle donne che appartengono ad un amante serio. Invece vi siete fermata, gli avete sorriso, ed io, con l'udito fino che mi distingue, ho benissimo inteso il principio della vostra conversazione.
Joe Wallace vi ha detto:--Buona sera, Litzine!--Gli avete risposto:--Buona sera, Jo!--Vi ha domandato:--Siete sola, Litzine?--Gli avete risposto:--Ho un amico, Jo.--Ha insistito:--Siete innamorata, Litzine?--Avete risposto:--Niente affatto, Jo!... In quel momento passava Lord Pepe.
Egli, da perfetto gentleman educato a Londra, finse di non dare alcun peso a questo leggero inconveniente ma più tardi, quando fu nella vostra camera, il sangue della Vecchia Castiglia ribollì nelle sue vene britanniche.
Si capisce, mia cara Litzine! In quell'uomo c'era un jockey ed un antiquario: due mestieri singolarmente pieni di attrattive, che divengono irresistibili quando il caso li fa convergere in un uomo solo.
Io pure amo i fantini e prudentemente vénero gli antiquari; ma debbo confessarvi, Litzine, che al simpatico Lord Pepe non saprei dar torto. Per vedervi così leggermente farfalleggiare col popolare Jo, non valeva la pena che il nobile hidalgo vi contendesse al fior fiore di due continenti, quando a Biarritz dividevate il vostro giorno solare fra le colazioni di Crisópulo il Greco, le cene di Ned l'Americano, e i tè intimi del marchese Sciogatsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno.
Adesso vi consiglio, cara Litzine, di abbandonare la macchina infernale, perchè in tutto l'albergo non si trova più un solo franco d'argento. Poi, la casella azzurra con la stella d'oro--quella che fa cadere la pioggia di Dánae--uscirà forse una volta su mille, se pur non succede nulla di ancor meno propizio nel regolare calcolo delle probabilità.
Il calcolo delle probabilità:--ecco invece, cara Litzine, la suprema e filosofica legge della vita. Nella matematica universale degli avvenimenti umani accade quel tanto che deve accadere: null'altro. Per un uomo felice, mille devono patire; per uno che vince, mille devono perdere.
Non è giusto?...
Che importa? È giusto matematicamente.
Il calcolo delle probabilità insegna che, fra i nostri tentativi, dieci almeno debbono essere infruttuosi ed uno solo può riuscire; che, fra i nostri pensieri, uno soltanto può non essere del tutto falso, fra i nostri amori uno soltanto non del tutto inutile, fra le mille strade che percorriamo una sola chiara ed inevitabile: quella del cimitero.
Il calcolo delle probabilità fa intendere che nell'accozzaglia delle vicende umane il caso fortuito è quello che governa tutto quanto avviene, mentre una sola disciplina conta nell'infinito, quella che si riduce ad una espressione, o meglio ad una ipotesi numerica.
Noi siamo cifre, cara Litzine. Il tempo ci moltiplica, ci sottrae, fa di noi un'algebra complicata ed apparentemente esatta, ci coinvolge in sottili formule ove la nostra vana spiritualità cerca un senso ulteriore, mentre una sola cifra è quella che in tutto e per tutti ha ragione d'essere:--la cifra «zero».
E i biscazzieri, che sono grandi filosofi, come vedete l'hanno tenuta per sè.
Non continuate a far cadere i vostri piccoli franchi d'argento nel ventre metallico di questa fiera ingorda; essa, come tutte l'altre soverchierie che dànno la ricchezza nel mondo, ha tenuta per sè la cifra zero.
E poichè siamo stati oggi a Lourdes, cara Litzine, lasciátemi dire un'ultima sciocchezza.
Il calcolo delle probabilità insegna che su mille condannati a morte ce n'è sempre uno, il quale, come dicono anche i medici, guarisce «miracolosamente»; insegna che uno fra gli aspetti clinici della pazzia religiosa è precisamente quello di rendere il corpo atto a supplizi che parrebbero mortali ed a rinnovazioni organiche tuttora ignote alla scienza, ma dovute senza dubbio a straordinarie possibilità della forza nervosa; ed insegna che l'uomo è un vecchio spettatore di miracoli, un vecchio bimbo attonito, il quale ha sempre amato lasciarsi prendere nelle trappole de' giocolieri...
Infine, cara Litzine, per togliere al prossimo i piccoli franchi d'argento il miglior espediente non è già la costruzione di queste macchine infernali, dove, premendo una leva, il disco gira con velocità e si attende, ma sempre invano, il rumore della pioggia di Dánae...
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Lord Pepe non aveva sonno; io neppure. Madlen e Litzine erano salite nelle rispettive camere, dove probabilmente, nello scambiarsi una lunga visita prima di andare a letto, avrebbero incominciato a parlare di noi,--come noi di loro.
La sala del bigliardo e quella del bar non erano divise che da un'arcata. Lord Pepe--uomo calmo, preciso e logico, era un forte giocatore di carambola. Io, sbadato, nervoso, illogico, perdetti con disonore tre partite.
Il bigliardo è geometria; la geometria è logica.
Vedevamo il fantino-antiquario, l'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, sorbire con lentezza un quinto, poi un sesto, poi un settimo gin-cock-tail.
Il gin-cock-tail è alcool a novanta gradi; l'alcool è poesia.
Quest'uomo, nato per la velocità e divenuto conoscitore di ruderi, dimenticava nell'ebbrezza del bicchiere le compatte cosce d'una moglie sposata per interesse. Forse vedeva un falso-Rembrandt brillare sul disco del traguardo in un Gran Premio di Longchamps; forse una fisionomia del Velasquez gli si confondeva con quella dello starter, mentre i discepoli del Tiziano entravano a mutarsi la casacca nello spogliatoio de' fantini...
L'alcool distrugge l'esattezza dei confini; per questo l'alcool è superumanazione.
Povero Jo!... non era forse meglio guidare alla vittoria un buon polledro di M.r Edmond Blanc, che studiare con la lente una ipotetica Madonna del Beato Angelico? Non era meglio riscuotere gli applausi deliranti o le minacciose bestemmie del pubblico di Longchamps, che tastare con nocche attente la Vecchia Cina ed inventare il romanzo d'un frammento attribuito a Fragonard?
Povero Jo!... non vi conosco, eppure mi siete simpatico. Mi siete simpatico, perchè in voi c'è un uomo che deve amare il suo passato, i suoi giorni di quando era povero, di quando la sua bellezza era nella velocità...
Tre uomini ed una signora giuocavano al bridge. Prima di risolversi a buttare una carta sul tappeto essi riflettevano con accigliate fisionomie, quasi avessero ponderato un comma del proprio testamento. La loro tetraggine mi faceva pensare ai conciliaboli segreti della Santa Inquisizione, alle congiure notturne del fosco Medio-Evo, ad una fatale partita fra quattro despoti, ove ognuno si giocasse il regno e la vita.
No: stavano solo giocando «un contre à sans atout»--avvenimento che, dicono, sia di capitale importanza nel secolo ventesimo.
Una cocotte prendeva il tè. Adocchiava un giovinetto biondo. Questi fissava con pudore la punta de' suoi scarpini da ballo.
Due Inglesi guardavano la loro bottiglia di Pale Ale, come si guarda la propria moglie quand'è incinta: ossia con apprensione e con affetto. Il barman discorreva con i clienti ch'erano seduti su alti sgabelli, contro il suo banco; numerava l'incasso, verificando i sigari venduti.
Un'altra cocotte si congiunse alla prima. E questa comandò al barman un'ala di pollo freddo. Era il tocco; la Francia dormiva; Lord Pepe fece l'ultima carambola.
Basta, Lord Pepe. Ho perduto e basta.
L'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, che aveva osservato il nostro gioco, allora si levò dal tavolino del settimo gin-cock-tail e venne a presentarsi, poichè intendeva giocare una partita. Disse a Lord Pepe:
--«Vous êtes l'amant d'un très jolie femme, oh, yes! Litzine, très jolie femme! Je suis Joe Wallace.»
Lord Pepe fu molto garbato, e il popolare Jo gli propose:
--«Voulez-vous, sir, douze points avec moi? oh, yes!»
Lord Pepe mise le biglie in acchito, e rispose al popolare Jo:
--It is your play, mister Jo.
Questi comandò un gin-cock-tail, fece il primo punto, poi ne fece altri undici di séguito, depose la stecca, vuotò il bicchiere, disse a Lord Pepe:
--Good night, sir,--e scomparve.
Tutto ciò in un baleno.
Lord Pepe, rimasto lì, con la stecca in mano, senz'aver potuto giocare un solo colpo, impiegò due lunghi minuti a riaversi dallo stupore, poi si fece rosso di collera e bestemmiò fra i denti:
--Palurdo ladron! Mañana yo te rompo la caveza! Ma in quel frattempo l'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, era già salito al pian di sopra, forse per addormentarsi un po' ebbro nel calmo tepor coniugale d'una moglie sposata per interesse.
Io dovetti ricorrere a tutta la mia moderazione per placare lo sdegno di Lord Pepe. Voleva sapere il numero dell'appartamento di Jo, salire, violarne il domicilio, prenderlo per il collo, buttarlo giù dalle scale; voleva scrivergli una lettera insolente, fargliela recapitare per mezzo d'un «boy»; voleva mandare me come ambasciatore, per pregarlo di scendere a pianterreno, anche se fosse già in pijama, onde aggiustare i conti con lui, don Josè Fernandez vizconde de Higuera, con lui, signore probabile del feudo di Zaraùz, che un volgare stalliere, un sudicio gabellatore di vecchie croste, si era permesso di trattare a quel modo, appioppandogli una dietro l'altra dodici perfette carambole, senza offrirgli la rivincita e senza permettergli di tirare nemmeno un colpo di stecca.
Ma, eruttata in un vulcano di bestemmie, sfumata in una serqua di minacce omériche, la collera di Lord Pepe si ammansò come per incanto. Mentr'io temevo di vederlo trascendere a qualche atto inconsulto, quest'uomo ragionevole depose la stecca nella rastrelliera, si nettò una falange impolverata di gesso azzurro, e come se al mondo non esistesse nemmeno più un personaggio nominato Joe Wallace,--l'illustre e popolare Jo--ecco il sereno Lord Pepe accorgersi di avere appetito, e zufolando recarsi ad intervistare il barman per vedere qual genere di fredde vettovaglie fosservi ancora da prescegliere nella sua notturna dispensa.
E poichè una solitaria pernice allietava quel rifugio di scarni gallinácei e di volgari giamboni, Lord Pepe, tutto giulivo, mi costrinse a dividere con lui quell'ultimo spuntino dell'ágape giornaliera.
Fra le varie marche di Champagne,--generose fontane di sogno e di transumanazione,--quella che più induce alle intime, alle difficili confidenze, è senza dubbio la marca della Veuve Cliquot. Questa era l'opinione di Lord Pepe, ossia l'opinione d'un erudito in materia, che sapeva sottilmente variare i toni dell'ubbriachezza come un sapiente musicista varia le sue musiche preferite.
Questo vino che portava il leggero nome d'una vedova, ci condusse naturalmente a parlar d'amore. Verso le due di notte, non prima,--(le ore che precedono sono ancora eccessivamente borghesi)--verso le due di notte l'uomo elegante, il saggio distributore della meridiana, esce da tutti que' discorsi che intesero ad altre cure de' suoi travagli diurni e leggermente si risolve a parlar d'amore. Queste ore prima dell'alba sono per lui un viatico a Citera, un dolce avviamento al desiderio ed alla critica dell'altro sesso, l'ora spirituale che rende il suo scetticismo proclive a tutte le confidenze.
Infatti chi mai, se non un caporale di fanteria, potrebbe risolversi a parlar d'amore la mattina presto, od anche nelle prime ore del pomeriggio? L'amore, come lo spiritismo, ha bisogno di un'atmosfera semibuia. Quelli che fanno ballare i tavolini sanno benissimo che gli spiriti si prestano volontieri ad entrare sotto le gambe delle tavole, magari a scendere dai lontani Empírei per suggerire tre numeri del Lotto, purchè il silenzio ed il raccoglimento creino la necessaria medianità, quella specie di attesa tremante che induce i buoni spiriti ad entrare in comunione con gli uomini.
Così press'a poco avviene per quello spirito ben più diffidente che si chiama l'Amore.
Lord Pepe, assaporando il petto e le cosce di quella rotonda pernice, prese a narrarmi le intime storie de' suoi amori con Litzine. Litzine la bionda, la pura come una educanda, l'azzurro-venata come un alabastro, Litzine dalla gola di colomba, chiara e docile, distratta e sapiente...
Io mi ricordavo l'alba davanti ai mare della Zurriola, nella stanza della peccatrice di Mágdala, ove saliva l'ultima canzone grigia del lentissimo fiume Urumea....
E le rondini--pensavo--della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a stormo, e trillano, questa mattina, per andare. Con l'ala tesa e ferma traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche di stelle, andranno per le vie dell'altomare. E canterà lo spazio, e i turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell'alta nuvola, dove la strada è bella. Rondini, e l'amore vi porterà verso la stella ultima; vi ucciderà, nel vento, la distanza implacábile; forse vedrete splendere il sole della terra più lontana.
Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell'esilio, e due volte nell'anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...
Sì, Lord Pepe, con questa ottima pernice un cuore di lattuga tagliato a metà, condito con olio, pepe, sugo d'uovo ed un pizzico di sénape, dev'esser proprio quello che ci vuole.
E quando le mele renette, i fichi umidi, le nocciuole di bosco giunsero in un piccolo paniere, che sembrava fosse asperso di rugiada, Lord Pepe mise l'occhialetto--(cosa che non faceva quasi mai)--si rovesciò contro la spalliera della seggiola e venne fuori con questa innocentissima domanda:
--¿Y Usted, Caballero? como fué con Madlen el primero certámen de nuptias?
«Signore del feudo di Zaraùz, alludete voi forse a quello che gli antichi pedanti chiamavano «ius primae noctis»?... Io rimasi lì, con la forchetta infissa nel tórsolo giallo della mela renetta, e guardai sorridendo Lord Pepe, che sorridendo riguardava me. Infine risposi:
--Mi sono fatto scrupolo a mia volta, caro Lord Pepe, di non ledere quella innegabile priorità che in ogni caso vi spetta...
Dopo la qual confidenza, entrambi togliemmo dal paniere, con l'umido suo frutto, una foglia di fico.
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Madlen mi pose le sue braccia nude intorno al collo, e prese a raccontarmi questa lunga storia...
«Se mio padre non si fosse occupato di politica, sarebbe stato, per lui e per me, una gran bella cosa. Quella sua manìa di tenere discorsi alla Camera dei Lordi assottigliò la sua ricchezza e gli fece perdere il miglior tempo della sua vita.
Mia madre morì otto giorni dopo l'anniversario del mio settimo compleanno; mi ricordo che poco tempo innanzi, tornando da una recita al teatro di Corte, mi aveva regalata una bambola vestita con i ritagli d'un suo abito di broccato. E questa bambola, che si chiamava Jade, portò la sventura nella nostra casa; perchè, dopo la sua entrata, molte gravi cose vi accaddero.
Non ho mai veduta una donna bella come fu mia madre. Là dove nacqui ne parlano ancora; le avevano dato il soprannome di Contessa Fata. Anche mio padre era un uomo bellissimo; però molto più vecchio di lei. Era stato ufficiale nelle Colonie; poi si era messo a far l'agricoltore, infine si era dato alla politica.
Avevamo un grande castello, nell'alta Scozia, presso un vecchio borgo, dove tutti, come noi, eran cattolici.
Dopo la morte di mia madre fui messa in un educandato francese nei dintorni di Parigi, e vi rimasi fin verso i quindici anni. Era una specie di clausura, fredda e severa, dalla quale ogni giorno più sentivo il bisogno di evadere. Quando feci ritorno al Castello, mio padre, assorto nella politica, non poteva occuparsi della mia educazione. Lord W., mio padre, apparteneva ad una famiglia di antichi immigrati; portava il nome d'una vecchia gente normanna che passò il Canale non saprei dire in qual secolo. Certo il nome che voi conoscete non è il mio. Per questa sua fedeltà verso la terra de' nostri antichi egli desiderava che mi fosse data una educazione in parte francese; a tal uopo fece venire da Bourges una istitutrice che gli avevano raccomandata.
Questa fu Mademoiselle Odette. M'insegnava, oltre la letteratura francese, anche il pianoforte, il ricamo, la cucina e la buona educazione. Per mancanza d'altri maestri, il diácono Ralph, ch'era da poco venuto nel borgo, m'insegnava la storia sacra e profana, l'aritmetica, la botanica, il disegno, la letteratura, l'economia politica... non so bene quante cose m'insegnasse, con la sua voce dolorosa come la tentazione, il diácono Ralph! Così, verso i diciassette anni, ebbi tutta l'erudizione che occorre ad una signorina patrizia per trovar marito.
Il diácono Ralph non pareva niente affatto un prete; c'era nella sua fisionomia qualcosa di malvagio e di splendente. Nessuno lo amava; nessuno conosceva bene in qual modo fosse capitato lassù. Forse vi scontava una punizione inflittagli dal clero, una specie di esilio che poteva durare per anni. Era un uomo bello e temibile, ancor giovine, con uno sguardo pieno di fredda inquietudine, la bocca luminosa ed impura. Forse non aveva più di trentacinque anni; ma le rughe incise nella immobilità della sua faccia pallida gli davano quel segno di forza che si vede nella maschera dei criminali e degli asceti. Quand'egli, con una voce equilibrata, un po' lenta, muovendo le palpebre de' suoi occhi freddi come l'argento, mi spiegava perchè fu mandato al supplizio frate Savonarola, io, senz'ascoltarlo, guardavo le sue piccole mani.
Avevo allora diciassette anni.
M.lle Odette era nata a Bourges, nel Barry, ed i suoi discorsi cominciavano spesso con questa frase: «Chez nous, dans la maison de mon père...» E parlava di questa «maison de son père» come se veramente si trattasse della culla d'una dinastia. Quando venne al Castello aveva quasi ventotto anni; era una creatura deliziosamente fina, piena di seduzione, di freschezza e di leggiadria. Non già che fosse molto seria, tutt'altro!... Ma i suoi dentini bianchi e le sue lunghe trecce bionde, il suo camminare a piccoli passi, e non so qual grazia leggera contenuta in ognuno de' suoi movimenti, attraevano la simpatia di chiunque la guardasse, anzi portavan un soffio di vita giovine in quel nostro vecchio Castello, dalle stanze per noi troppo solenni ed in parte anche disabitate. M.lle Odette suonava il pianoforte con vera maestrìa; cantava molto bene le sue vecchie canzoni di Francia; nei prati del parco giocava con me al volano come se avesse ancora la spensieratezza d'una fanciulla di vent'anni.
Una sera, verso l'ora del pranzo, mio padre fece chiamare M.lle Odette nella grande biblioteca ov'egli teneva i registri della sua infelice amministrazione, e la fece chiamare in forma dirò così ufficiale, mandando il vecchio domestico James a dirle che Lord W. aspettava M.lle Odette nella sua biblioteca.
Odette mi prese per mano, e scendemmo. Faceva quasi buio. Le tende si gonfiavano. I due finestroni aperti verso il parco lasciavano entrare a folate il vento serale, in cui pareva gocciolassero le resine dei pini. Lord W., mio padre, stava seduto alla sua scrivania, con i due gomiti su la cartella, e súbito m'accorsi che la mia presenza inattesa gli dava una certa preoccupazione.
--Asseyez-vous, Mademoiselle Odette,--disse mio padre. Poi soggiunse:--Madlen pouvait très bien ne pas descendre avec vous.
Poichè la sua osservazione rimase priva di risposta, Lord W., mio padre, mise in ordine alcuni scartafacci ch'erano su la scrivania, poi cominciò, con una voce monotona, questo grave discorso:
--Ma situation financière n'étant plus aussi brillante qu'elle était autrefois, j'ai le devoir de réduire nos dépenses, afin de ne pas entamer la fortune de ma fille...--Poi si confuse, arruffò le parole in modo che non si comprendeva bene cosa volesse dire, e la conclusione fu questa: che M.lle Odette dovesse cercarsi un altro servizio, poichè, per mille ragioni non del tutto comprensibili, era opportuno che M.lle Odette se ne andasse via da casa nostra.
Mi ricordo che M.lle Odette non rispose parola; solo si coverse la faccia con un braccio, e pianse, io, su per le scale, vedendo piangere Odette, cominciai a piangere anch'io.
Non so bene cos'accadde: certo è che M.lle Odette non andò via. Non fece neanche i bauli; rimase triste qualche giorno, poi ricominciò a ridere. Dopo quel giorno Lord W., mio padre, non parlò più di allontanarla da casa nostra, ed anzi, quando vedeva M.lle Odette, la sua lunga faccia scura si rasserenava come per incanto.
Il vecchio James, grigio, un po' curvo, ringhioso, testardo e fedele come un cane da guardia, sempre agghindato nella sua decrepita livrea filettata di giallo, non poteva soffrire «quella francesina», come la chiamava lui, ch'era venuta a comandare in casa d'altri ed anzi era stata ammessa, contro ogni regola della tradizione, alla nostra così deserta mensa familiare. La sua antipatia per «la francesina» era tanto acerba e così poco giustificata, che un bel giorno pensai di domandarne a lui stesso la ragione. Ora, quel giorno, io dovevo costruire una certa gabbietta per un grillo che mi avevano regalato; e, benchè mi fossi tagliuzzate le dita nell'acuminare legnetti e piuoli, era tempo sprecato, la mia gabbia mal connessa certo avrebbe lasciato scappare il grillo. Così mi rivolsi all'esperienza del vecchio James, che in quel pomeriggio un po' caldo si era seduto sotto il portico interno a prendere il fresco.
--Ora vengo, miss Madlen,--rispose il vecchio James;--lasciátemi solo togliere la marsina, perchè non si sciupi. Andremo nel parco e vi costruirò la gabbia per il grillo. Ma il grillo dove l'avete?
--L'ho chiuso in un cassettone.
--E gli avete dato qualcosa da mangiare?
--Sì, gli ho dato da mangiare.
--Cosa gli avete dato?
--Sotto un vaso ho preso un verme; poi tre mosche.
--Ah, che sciocca! non sapete nemmeno cosa preferiscono i grilli!
Poi, quando fummo nel bosco, egli scelse con molta cura i ramoscelli che gli occorrevano e cominciò piano piano a costruire la casa per il grillo. Faceva le legature con piccoli vincigli di solide stoppie; mentre lavorava, mi domandò:
--E «la signorina francesina» dov'è, che non la si vede?
--Ora è su in camera, e sta rinfrescando i miei pizzi.
Il vecchio James sogghignò, e mi fece vedere tutti i suoi grossi denti gialli.--Ah! ah! se la passa bene in casa nostra, quella civetta che Dio la maledica!
Io gli domandai:--James, perchè siete sempre così sgarbato con la povera Odette?
--La povera Odette!... Ah! grazie! Per fortuna che voi siete innocente! Ma quando lo sarete un po' meno, anche voi domanderete alla «francesina» cosa fa la notte invece di dormire...--Poi si dette un gran colpo su la bocca, onde punirsi dell'aver parlato, e finì la costruzione della casa per il grillo.
Ma quelle sue parole mi fecero d'un tratto indovinare molte cose. Io dunque mi proposi di scoprir da me sola cosa faceva «la francesina» invece di dormire, e, venuta la notte, in punta di piedi uscii dalla mia camera, mi recai dietro l'uscio della camera di Odette. Accostai l'occhio alla serratura; tutto era spento, non udii che il suo respiro addormentato.