Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Part 17

Chapter 173,680 wordsPublic domain

Volevo sottrarmi a quella prigionìa, sfuggire a quella contaminazione, tornare indietro, verso la vita splendente, verso i liberi paradisi, là, dove le donne giovini si profumano di ciprie scintillanti, ove i bicchieri brillano, l'oro sfavilla, i pazzi violini cantano... volevo essere ancora una volta l'uomo di piacere, l'ingaudiatore, l'artefice di voluttà, il pallido e inghirlandato celebratore di tutti i conviti; volevo tornare agli uomini:--e più non potevo.

Questa immensa folla di credenti mi stringeva nella sua forza disperata; la preghiera di tutte quelle anime penetrava nel mio freddo spirito; l'eterno dolore dei diseredati inginocchiava, dinanzi alla collina del Calvario, la mia stanchezza di uomo felice.

Ad essa giungevo per lunghe strade; il rumore di tutte le onde cantava nel mio cuore di navigante. Stelle senza numero avevano brillato nel cerchio della mia anima infinita; i peccati gloriosi erano stati miei, mia la bellezza d'ogni cosa fuggente, le ghirlande lievi che si colgon dai giardini terrestri, mia l'esclusione di tutti i cilici e mia, con lo splendore d'una gemma, la serena, dolce, inafferrabile vita che passa...

Ora entravo nel buio dolore di Cristo. C'era nel mondo un altro mondo, che tu pure imparasti a conoscere, Maria Maddalena. Da tutte le case usciva un grido; nell'anima di tutti gli esclusi era il bisbiglio della insoffocabile preghiera.

E il pentimento eri tu, Maria Maddalena. Tu eri la fredda rinunzia, il raggio di sole che diventa ombra; il cimbalo ed il sonaglio della danza nell'orchestra del canto liturgico; eri la ghirlanda sfogliata, il mazzo reciso, la semenza fuor dal granaio, il rosaio spezzato dal vento.

E l'ultimo rifugio eri tu, Maria Maddalena. In questa vita rossa e calda come il succo delle rosse melagrane, tu eri la via dell'altra sponda, il passaggio all'altra fedeltà; eri l'addormentata che apre gli occhi e vede il sole nascere nel lontano infinito. Brillasti nei conviti ed umiliasti nella polvere la tua treccia bionda. Su te furono ghirlande, su te gli spini; la tua carne denudata urlò, e pianse di fredda solitudine. Ne' tuoi capelli profumati si torsero le dita crudeli degli amanti, e la treccia tua si sciolse per avvolgere il sonno del Liberatore.

La tua treccia è gonfia di rugiada, le tue mani han l'odore dei mandorli, Maria Maddalena...

E tu sei quella che tiene me prigioniero, in questa moltitudine che si raduna davanti al Calvario; tu sei quella che risorgesti nel cuore della pallida Bernadette, musica eterna dell'umano amore, peccatrice di Mágdala, innamorata dell'Uomo di Galil...

Egli ti disse:--«Lévati; ora è l'alba. Se nel sonno hai peccato, scendi alla fontana e detérgiti. Hai la veste orlata di brina: la tua treccia è gonfia di rugiada; il sole sta per nascere dietro la neve dell'Hermòn. Lévati; è già tempo di andare.»

E così, nella verde Galilea, fecero molta strada insieme. E camminando ella era sempre con lui, spesso a fianco, talora nella sua ombra. E l'amore della cortigiana di Mágdala fu l'amore che seppe andar più lontano traverso la memoria degli uomini: pallido e voluttuoso amore della rinunzia, eterna poesia del mito cristiano.

Ma ora tu risorgevi, cortigiana di Mágdala, dalle buie distanze dei secoli; venivi tra quell'immenso gregge di umiltà, e novamente perduta nell'amore di Cristo, me, davanti al Calvario, conducevi per mano.

Tu eri stata la povera figlia del mugnaio Soubirous, dai capelli pieni di vento, che andava per vicoli umidi, rasente il muro, alta e pallida, senza guardare alcuno. Tu splendevi, con la tua treccia bionda e buia, nel sogno dei miserabili, e la carne tua che possedettero i centurioni prepotenti, e l'amore tuo fedele che seguiva l'Uomo di Galil, era ciò che nelle favole millenarie ti rendeva, o peccatrice, così umana.

Non la moglie vergine del falegname di Nazareth, ma tu sola eri, o peccatrice, la divina bellezza del mito cristiano.

E il mare umano scendeva, con me prigioniero, verso il terreno sacro del Calvario, alla Fontana dei Miracoli. Giunto in vicinanza del ponte che varca il fiume di Bernadette, cominciai con veder allargarsi lo spazio della dura vallata, e le montagne ovali scostarsi, chiudendo in sè una specie di fantastico anfiteatro, dove nel fondo si alzava, nuda a solenne, la Collina del Calvario. Pareva che la natura previdente avesse voluto erigere uno scenario da leggenda intorno ai sacri misteri della fede cristiana. E là poteva una gente senza numero trovare spazio per le sue genuflessioni; tutto era costrutto con il senso dell'immensità, quanto era travaglio de' secoli od opera prodigiosa della fatica umana. Vedevo dall'estremo angolo della vallata scendere il fiume balenante, che pareva urtasse in un rogo di sole contro il macigno della rupe di Massabielle. Lontana, quasi cancellata nell'azzurrità, immersa in un vapor di sole, brillava di guglie d'oro la catena de' Pirenei.

Su per la vallata, nelle alte praterie, nei boschi pieni di odorato silenzio, erano i candidi monasteri delle pallide Carmelitane, gli ospedali colmi di sofferenza inguaribile, gli oratorî delle Confraternite, le piccole chiese bianche di umiltà, inginocchiate anch'esse davanti allo splendore delle tre Basiliche.

Ed ecco vidi questo miracolo apparirmi, non appena fui giunto nella immensa Esplanade, oltre il ponte che unisce Lourdes al terreno del Calvario. La folla estatica si fermò davanti all'apparizione splendente.

Erano tre cattedrali, costrutte una sovra l'altra, con una immensa duplice scalinata che le abbracciava insieme, salendo sino alla Basilica, l'ultima, la più alta, ch'era sul vertice della collina e pareva il raggiante culmine della potenza cristiana.

Percosso in pieno dalla veemenza del sole pomeridiano, il triplice tempio avvampava ne' suoi marmi e nelle sue vetrate; pareva uno scenario meraviglioso, composto di oro e di fiamma, che tutto rivestisse con la sua pietra incendiata lo sprone della dura montagna. Ed erano tre immense chiese, anzi tre santuari sovrapposti, che sorgevan dalla rupe medesima ove nacque il sogno di Bernadette. Nel pieno sole, davanti a' miei occhi abbagliati, brillava l'Arca del Divino Amore, splendeva il Tempio verso il quale giunsero, a centinaia di migliaia, con Vescovi e stendardi, con infermieri e parenti, gli storpi di tutta la terra, gli inguaribili di tutte le infermità, i condannati al male perpetuo dalla crudele sapienza delle cliniche infallibili, quei moribondi che prima di spegnersi chiedevano il battesimo dell'acqua santificata, quei maledetti che venivano a cercare in Dio l'ultima folle speranza della miserabilità umana.

E il Tempio ardeva, splendeva, nel sole giovine come la vita, con le sue gradinate di marmo spaziose al pari di strade maestre, costrutte nel sasso della montagna, simili a terrazzi aerei d'una reggia incoricábile; il Tempio adunava in sè tutte le ricchezze dei centomila pellegrinaggi, tutto il dolore delle innumerabili agonie; aveva ingoiate la pietà e la speranza degli umili, tramutandole in voti splendenti; era la collana delle infinite miserie, la gemma della universale povertà.

Ad esso venivano i cristiani, laceri di piaghe, corrosi dai cancri, gonfi di oscene idropisie, già fetidi e violastri di carni necrotiche, pregni fin nelle midolle dalla tabe dei mali ereditari;--e lasciavano al Tempio splendente il triste oro che i medici e le farmacie non vollero, che la fatica di un parente raccolse, o fu risparmiato giorno per giorno sul pane, su l'olio, sul fuoco:--Dio riceveva quell'oro dalle mani povere de' suoi figli.

E il Tempio era là, davanti al mare della moltitudine, davanti ai giardini dell'Esplanade, ove i mercanti assalivano a torme la folla dei pellegrinaggi, scuotendo mazzi di medagliette miracolose, persuadendo con raggiri e con minacce l'avarizia dei fanatici. E venivano le fioraie co' lor pieni canestri, le venditrici d'acquasanta con le bottigliette suggellate, i figurinai con le Madonne di cera, i mercanti di paternostri, addobbati solo di scapolari e di rosari; venivano gli smerciatori di sacre immagini, con ogni specie di stampe o di tavolette ov'erano le sembianze della divina Bernadette, mentre alcuno, parlando sottovoce, vi proponeva per un prezzo indecente l'ultima camera mobiliata... Il merciaiuolo vi prendeva per un braccio, costringendovi ad esaminare i suoi astucci pieni di minute gioiellerie, di penne stilografiche, di catenelle d'oro «doublé», mentre v'inseguiva la turba dei falsi miracolati, ossia di coloro che fingevano d'aver ottenuta in passato una guarigione miracolosa, e vi dicevan con qual fervore d'elemosine avevan potuto acquistarsi la benevolenza divina; o tenevan per mano un fanciullino rachitico, del quale andavano mostrando qualche membro cicatrizzato, e si udiva dappertutto, accidiosamente, senza requie, senza un attimo d'interruzione, quella voce lamentosa e monotona dei mercanti di religione, che si attorcigliava intorno ai vostri nervi come la cantilena di una feroce litanìa, e non faceva che ripetere sui vostri passi: «Monsieur, Madame, achetez-moi quelque chose! Monsieur, Madame, ça vous portera bonheur...»

E il tempio era nato, pietra su pietra, da questi lamenti; aveva trasportati, a forza di lacrime, i suoi bianchi alabastri, aveva, con il rame dei poveri, comperato l'oro de' suoi frontoni splendenti, e man mano era divenuto nell'ombra delle sue cripte una selva d'arazzi, un cófano di gioielli, un favoloso corredo nuziale della Sposa Divina. Le sue pareti, all'interno, non eran più che una tappezzeria d'argento; i ricchi ed i poveri di tutte le terre cristiane avevano gareggiato nell'abbellire la Casa del Miracolo. Ed era quella opaca voce dei mercanti di religione, lenta e continua, dolorosa come uno stillicidio, che si alzava da mattino a sera nel cielo di Lourdes nè lasciava partire i pellegrinaggi prima di averli spremuti; era quella voce inesorabile, sotto la quale si nascondeva l'altra, più sommessa, più súbdola, pei monaci asseragliati nei freddi monasteri, l'unica fattrice di tutte le opere, quella che alimentava l'insaziabile fame del Tempio, gremiva i suoi forzieri, tempestava d'oro i suoi marmi, volgeva in tremenda potenza il sogno dell'umile pascolatrice.

Così un giorno era entrato il pallido Galileo nel Tempio della dissoluta Gerusalemme, ed aveva gridato:--Fuori i mercanti! Fuori i simoniáci! Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio!

E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le borse degli attoniti Farisei.

Ma ora chi entrerebbe a disperdere i mercanti della nuova Gerusalemme? Chi apparirebbe su la scena del teatro dove si rappresenta il dramma dell'umano dolore, a dire, come diceva il Battista:--«Uscite fuori dai tuguri, o percossi da tutte le sventure! Adesso è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l'Annunziato nelle visioni dei Profeti, Quegli che parla coi doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore nostro, l'Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio»?...

Ed ora giunsi vicino alla rupe di Massabielle, dov'era, nei giorni di Bernadette, la caverna de' caprifogli e degli spini.

Lentamente si avvicinava il principio della sera; una fluente musica d'acqua rupestre cadeva dai monti lontani. I bianchi monasteri, alti nella vallata, parevano confondersi tra il color del cielo. Qualcosa di eterno pioveva su quel sacro anfiteatro di monti: la vera luce dell'ombra, la paurosa elevazione dell'anima verso il pensiero di Dio.

Qualche mandria invisibile faceva risuonare i suoi campani per i boschi distanti e la folla sterminata pregava nella grande Esplanade; pregava con una specie d'immobile fervore, curva davanti alla Basilica, nel musicale silenzio del giorno che moriva.

E le Chiese di Lourdes cantarono. Questo rumore di bronzi e di anime volò per l'infinito. Era la sofferenza eterna che si alzava dal cuore degli uomini, usciva dalle piaghe della carne, dalle convulsioni dello spirito, cercava il senso del dolore nella musica della eterna poesia.

Ciò che poteva parere assurdo, ecco diveniva una sublime possibilità. La luce morente spegneva nelle fisionomie degli uomini la lor vana collera d'incatenati al giogo terrestre; solo ed infinito rimaneva, sopra una grande folla di anime, il senso del dolore.

Chiese di Lourdes!... povere chiese degli uomini, poveri templi d'oro e d'alabastro, teatri della speranza, rifugi della umana paura... cantate, o chiese di Lourdes!...

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Sarò un monaco.

Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.

Un bel monastero, chiuso nella pace di alte solitudini, mi sarà l'ultimo esilio dalle tentazioni del mondo, la tomba ove seppellirò il mio cuore di navigante.

Lontano dal claustro, di là dal cancello sprangato nella bianca muraglia, oltre il silenzio delle buie pinete, ancora sentirò con follìa ridere il mondo, le orchestre cantare, le giovini donne urlare nelle coltri sconvolte, ove uccideranno, sotto il bacio degli amanti, la pallida loro verginità...

Ivi sarà la pace, la fredda pace, la perpetua lontananza dai paradisi della vita, il finale oblìo.

Sarò un monaco.

Ne' miei timpani rumorosi di lontani tripudii batterà il fragore delle città oceaniche, l'urto infinito, pericoloso, della umana gente, la forza de' commerci terribili, delle imprese violente, il grido pazzo e formidabile della umana volontà.

Nel mio cuore disamorato splenderà la rinunzia, brucerà il dolore della solitudine, come sul giogo altissimo arde il nevaio scintillante.

E sarò il vero oltrepassato, il calmo, l'annoiato, il passato al di là, quegli che non dovrà più ardere nei roghi e negli inferni della vita. O donne belle come i vent'anni, profumate come il vizio, voluttuose come l'odor del cínnamo ne' cálici gonfi d'estate, donne sepolte per sempre nel mio cuore di navigante, la muraglia bianca del claustro mi dividerà dai vostri caldi tálami, e il vento notturno porterà nella mia cella disperata l'odore forte come l'assenzio della vostra nudità perdutissima...

Passerò le mie giornate oziose guardando il filo d'acqua scaturire, il seme dare germoglio, la formica diligente ordinare la sua città laboriosa; e conoscerò le stelle, conoscerò le azzurre meditazioni delle veglie davanti all'infinito; una vecchia biblioteca sarà l'universo del mio spirito disumanato; ne' libri degli antichi solitari cercherà l'esilio definitivo quest'anima fredda in cui pesa la cenere d'ogni fiamma che mi arse.

Dopo essere stato lo squassatore di tutte le fiaccole, sarò il monaco delle più nere discipline. Il sole dei rossi desiderii tramonterà nella mia carne spenta. Io, diviso da ogni voluttà che brucia, non sentirò mai più contorcersi nel serpaio di me stesso la gioia infernale di crocifiggere alle infamate gogne del mondo l'anima del mio passante iddio.

Sarò un monaco.

E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monastico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo del l'inverno, serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio volto notturno.

E la sera, talvolta, quando le stelle dei mesi d'estate invadon le celle dei claustri, e trema di folle rinunzia nei monaci la deserta solitudine, io, che discinta e nuda possedetti la folle giovinezza, sentirò il peso di tutta la miseria umana affondar nella cenere del mio cuore spento, e sarò con gli offesi, con gli umili, per sempre, in comunione di dolore.

Povero monaco, frate minore, spegnerò la carne maledetta nel gelo della vera estinzione.

E nell'inverno, e nei mesi del vento, e quando l'autunno trascinerà sui mattoni della mia cella qualche ape morta, io, desolato come la rassegnazione, arido come il ragionamento, povero come il mio capestro, penserò a voi, beate ore che trascorsi nelle perdizioni della vita, giorni luminosi e caldi come il peccato carnale, a voi, divine ingannatrici, che al petto ignude strinsi come fasci di fiori selvaggi...

Monaci, e nel mio cuore suonerà la campana del mio De Profundis...

Monaci, e se a me chiederete chi ero nel folle mondo, prima di portare come voi la bianca tonsura e l'umile saio, dirò:--Monaci, uno straniero in me stesso, che amava lo stupendo rumore. Un saggio, innamorato della follìa. Un pazzo, un pazzo, che voleva trovare, chissà perchè, nelle fogne della vita il colore delle stelle...

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«Signore mio Lord Pepe, non posso che darvi ragione. Lourdes è una triste fiera dei miracoli, dove si vende Cristo e si esorcizzano le piaghe de' cristiani; una bottega di atroce medievalità, ove governan senza pudore il fanatismo e la superstizione. Questa insolente impresa di alberghi e di monasteri, di ceramica sacra e di candele istoriate, ha per sua fondatrice involontaria la figlia d'un povero mugnaio, che disturbò notevolmente, con il rumore de' suoi miracoli, gli ozî parigini del terzo Napoleone.

Signore mio Lord Pepe, voi siete--come io ben conosco--l'ultimo rampollo di una vecchia gente cristianissima, e siete un gagliardo possessore di femmine disoneste, un fino artefice del lieto vivere, un amabile fanatico della religione di Vatel:--questa buia Lourdes, invasa di storpi e di catecúmeni, certo non è il teatro che si conviene ad un giovine hidalgo pari vostro. Sebbene imbevuto di ortodossìa fin dentro le midolle degli ossi, pur, nel cattolico epicureismo del vostro felice _ubi consistam_, non è luogo per l'umano dolore. Il senso del mondo per voi si compendia--unica teologia--nel perfetto piacere.

Signore mio Lord Pepe, voi siete un vero credente.

Nel passare davanti ai tabernacoli non dimenticate il segno della croce; per istrada lasciate il passo al maestoso clero cattolico; fors'anche recitate il Pater e l'Ave, ogni sera, prima di coricarvi con Litzine. Gesù Cristo vi serve inoltre a formulare qualche sonora e pittoresca bestemmia; la vostra fede, altrettanto superficiale quanto inestirpabile, vi aprirà la via del Paradiso, allorchè, al termine di tutte le gioie della vita, voi pure dovrete comporre la vostra spoglia elegante in un freddo cimitero.

I pellegrinaggi, la follìa mistica, il traffico delle mercanzìe religiose, la Fontana dei Miracoli:--ecco, signore mio Lord Pepe, un certo numero di cattoliche seccature, alle quali, voi credente, preferite i miracoli dello scomunicato baccarà. Per avere il capriccio di strofinarsi a que' mille contaminati, bisognava esser pazzi come la folle Madlen, od essere--voi dicevate Lord Pepe--«un extraño caballero como Usted.»

Orbene, in questo gran disordine della fiera umana, quali dovremo noi scegliere, per disciplina dello spirito nostro, fra i sacri ed i profani mercanti di paradisi? Chi è nel giusto? chi è più presso alla vena d'oro, fra questi cercatori di felicità?

Gli uni e gli altri méntono; questi e quelli méntono. La vita è una volgare sciocchezza. Mente il dolore, mente il piacere.

Lasciate gemere le campane, cantare le orchestre: tutto questo non è in fondo che un po' di rumore...

Si passa, Lord Pepe. La strada è ciò che importa; la polvere della strada è ciò che pesa; voi sarete un uomo giusto quando saprete perdonare al mondo l'infinita sua vanità.

Perchè sorridete ora, vedendo migliaia di pellegrini che vanno ad intinger le dita nella Fontana della rupe di Massabielle? Vanno ad ubbriacarsi d'un sogno,--il sogno dell'umile pascolatrice--e tutti camminando cantano:

--_Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix..._

Si passa, Lord Pepe!... Il sogno è ciò che importa; la delusione d'un sogno è ciò che pesa.

Ed io vi dico:--Non ridete; se davanti a noi cammina un vecchio uomo, scarno e gigantesco, tutto vestito di nero, col bracciale dei servi di Gesù e nel pugno un cero enorme che sembra la clava di Ercole...

Questo gigante non fa che ripetere con profonda umiltà:

--_Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix..._

Porta un solino di celluloide, i guanti bianchi, di buio cotone; la sua mascella scarna trema, tagliata nel mezzo dal colore falso de' suoi lunghi baffi tinti.

Non è che un pellegrino fra mille, una vecchia bestia paurosa e docile, un cristiano che regge col suo braccio stanco la pesante fiaccola bene istoriata, e prega, umile, infaticabile, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti.

Ha forse una figlia inferma, un parente in agonìa, taluno de' suoi che marcisce dentro una barella oscillante, sopra una gruccia complicata; forse porta egli stesso un male giallo e nascosto che rode la sua vecchia carne o gli scava l'incurabile anima; forse non è che un devoto, un pio, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con il solino di celluloide, il bracciale dei servi di Gesù...

Signore mio Lord Pepe, siamo nel millenovecento dodici; la terra di Francia è una repubblica dove si coltiva il libero pensiero; le sue città infernali bruciano di fredda elettricità; l'oro d'ogni terra fluisce dietro le sue vetrine scintillanti; è il secolo nuovo dello Stato laico e della plebe tiranna; si muovono dalle catene infrante le orgogliose democrazie; gli altari divengono teatri; la giustizia è recitata con sfarzo da magnifici istrioni; è l'ora dei commerci terribili, delle ricchezze brutali, delle cáttedre positive, delle cliniche infallibili, dei laboratori onde forse uscirà, imprigionato nel crogiuolo di un divino alchimista, l'elettrone della vita... e v'è ancora un pellegrino di Cristo, che viene cantando alla Fontana di Lourdes, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti...

Sono centomila e centomila; vengono da tutte le chiese, affluiscono dalle corsìe degli incurabili, dalle galere di tutte le infermità; nei loro immobili occhi splende la follìa dei portatori di stígmate; nella loro carne macerata s'incidono le piaghe del Calvario; un paralitico si alza: e il popolo grida; i ciechi vedono, i muti parlano, i lebbrosi guariscono:--e il popolo grida; entro la piscina fredda e letale il cadavere assiderato riacquista il calore della vita... è il secolo di tutte le irriverenze:--cantate, o chiese di Lourdes!...

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«Cara Litzine, confidate a me le vostre pene. Vedo che siete questa sera tutta rannuvolata, e si direbbe che la gita a Lourdes vi abbia lasciato sul cuore il peso d'una mistica malinconia. Continuerete ora per un pezzo ad introdurre franchi d'argento nel ventre insaziabile di questa macchina infernale? Persuadétevi, Litzine: è un passatempo disastroso, che ingoierebbe franco per franco il tesoro delle miniere di Golconda. L'ingegneria moderna costruisce con matematica inesorabilità questi balocchi pericolosi che allietano le ore d'ozio nei vestiboli dei grandi alberghi. Non dáteli a questa macchina ingorda; fate una pia elemosina con i vostri lucidi franchi d'argento.

Eccoci tornati alle Bagnères de Bigorre; Madlen è ancor sopra che si veste per l'ora di cena; Lord Pepe... dov'è Lord Pepe? Cos'è accaduto fra voi e Lord Pepe? Una piccola scena?...

Sì, una piccola scena di gelosia. Nuvole d'estate nel cielo sereno dell'amore; violente irritazioni che si risolvono in bufere di baci.

Ed io ne so la causa; Lord Pepe ha ragione. Quando si ama un uomo, bisogna odiare tutti gli altri. La donna che appartiene ad un uomo deve segregarsi dal genere umano. Invece voi siete rimasta non meno di un quarto d'ora a discorrere, a sorridere, a fare insomma la civetta con Joe Wallace.