Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo
Part 16
Lord Pepe non era di questo parere. Un tentativo di studî classici, interrotti a metà onde permettergli di coltivare forme d'erudizioni più moderne, gli aveva lasciata un'invincibile animosità contro il paese di Sofocle e di Platone. Per punire questi molteplici ed antichissimi seccatori, egli addirittura li radiava dalla carta d'Europa.
--Del resto,--concluse,--i giocatori di vantaggio, che son nati molto spesso a mille miglia dalle Termopili, on les appelle aussi «des Grecs».
Passò in quel momento un Arciprete, seguito da due chierici, e Lord Pepe gli fece largo. Invece, con la sua larga sottana, l'Arciprete sfiorò quella di Litzine, ch'era d'un taglio molto più elegante.
--Dunque,--riprese a dire Lord Pepe,--Litzine mi concesse dapprima una cena;--molto cattiva, per dire la verità, poichè il rimbambito maître d'hôtel del Pavillon Henry IV sbagliò di sana pianta tutta la mia ordinazione. Quel povero Cyprien! Si gloria d'aver servite le cene galanti di Edoardo VII, quand'era Principe di Galles, e non sa nemmeno che il «caviar gris» dev'essere servito nelle sue originarie scatole di latta, conficcate in una montagna di ghiaccio trito, e con fettine di pane anch'esso grigio, appena rosolate--burro a parte--ed un bicchiere di Vodka, marca Smirnoff, che ne perfeziona il sapore; mentre il caviale nero si può benissimo servire su piattini da antipasto, perch'esso è ormai divenuto una ghiottoneria da Bouillon Duval. Ci ha poi fatto gustare, quel povero Cyprien, un suo certo «Soufflé à la Reine», del quale mi ricorderò sino alla fine de' miei giorni, tante furono le incongruenze della sua composizione. Ma nessuno può tutto avere su la terra; mangiare deliziosamente, quando si è già con una deliziosa donna, sarebbe come voler andare nel paradiso de' Cristiani passando per quello di Maometto. Non vi pare?
Madlen gli rispose:
--Vous avez une âme gastronomique, cher Pepe, et votre appétit a tellement de style, qu'on devine par là toute la finesse de votre esprit.
--Oui, c'est ça. Quant à vous, lady Madlen, c'est bien le contraire: vous avez toujours très faim, mais «les entrées» vous effrayent...
--Oh, what a horrible men!...--esclamò, arrossendo, questa bellissima «lady Madlen», che un vero pedante avrebbe dovuto chiamare «Miss».
E Lord Pepe continuava, imperturbábile:
--Il giorno dopo Litzine invitò nella mia automobile Ned l'Americano, Crisópulo il Greco, ed il marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno. La mia ottima cinquanta-cavalli, divenuta per tal modo una piccola Babele, ci condusse tutti quanti a San Sebastiano, con la duplice speranza di trovare ancor voi al Maria Cristina e di poter finalmente giocare alla «roulette». Speranze ugualmente vane! L'amore vi aveva già involati verso il dolce Paseo del Arenal, mentre il signor Maura, quando sale al potere, fa chiudere, non dico tutte le roulettes di Spagna, ma per lo meno quelle che usa invece tollerare il Conte di Romanones. E viceversa. I Governi del giorno d'oggi si dividono in Ministeri di roulette, Ministeri di baccarà, e Ministeri di roulette con baccarà. L'uomo di stato che davvero tentasse di sopprimere ambedue queste forme di governo, sarebbe rovesciato in un batter d'occhi e non tornerebbe mai più al potere. Di voi dunque nessuna traccia, come de' milioni di Thérèse Humbert. Senonchè, nel passeggiare davanti al peristilio dell'albergo dopo la colazione, intravvidi, o così mi parve, un antico ed intimo conoscente. Chi per primo lo scoverse fu appunto il marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno, che anzi volle trattenersi a scambiare con lui qualche parola nell'idioma di Confucio. Poichè appunto si trattava del vostro Pechinese, lady Madlen, il quale mi fece una pessima accoglienza. Non si degnò nemmeno di muovere la coda, e seguitò imperturbabile a beneficare di fresche rugiade le aiuole polverose. Poco dopo vidi anche la vostra miss-cameriera, dalla quale seppi ch'eravate a Bilbao, mentr'ella doveva partire quel giorno stesso per le Bagnères de Bigorre, con i vostri bagagli, poichè avevate deciso--nientemeno! che di fare a Lourdes un sacro pellegrinaggio.
E Lord Pepe soggiunse:
--Madlen e voi a Lourdes? La cosa parve a Litzine tanto fuori dal comune, tanto nuova e straordinaria, che, tornati a Biarritz, ella mi propose di venirvi a rintracciare. Anche mi parlò, in termini molto confusi, d'una cena fatta con voi e con altri nella camera di Madlen, dopo la qual cena vi sareste messi tutti e tre sul balcone a veder nascere l'alba tra le nebbie del fiume Urumea. Dev'essere stata un'alba molto interessante, perchè Litzine, dopo quel giorno così pieno di nuvole, non fa che parlare di Madlen e di voi.
E disse ciò senza ombra di malizia; ma le due donne accelerarono il passo. E Lord Pepe riprese:
--Quando poi giungemmo ieri alle Bagnères de Bigorre, la vostra cameriera ci disse che di voi ancor nulla sapeva. Le Bagnères de Bigorre non sono divertenti, e già Litzine esprimeva il dubbio che i Bassi Pirenei fossero il Dipartimento più noioso della Repubblica. Per toglierle questa falsa opinione, la condussi a fare un giro in automobile. Strada facendo risolvemmo di fermarci a Lourdes, e il caso volle ch'io vi riconoscessi, mentr'eravate fermi davanti alla vetrina del mercante di paternostri. Ora concluse Lord Pepe,--anche Litzine finirà con ammettere che la bellezza di un Dipartimento non dipende quasi mai dalla sua carta geografica.
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E il pallido Galileo era entrato nel Tempio della dissoluta Gerusalemme, ed aveva gridato:--Fuori i mercanti! Fuori i simoníaci! Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio!
E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le borse degli attoniti Farisei.
Nel cerchio delle infinite sue mura Gerusalemme la pazza, Gerusalemme l'ingorda, Gerusalemme la dipinta come una cortigiana, chiudeva tra i suoi palazzi di cedro e di marmo il secolo di tutti i piaceri, la foia di tutte le colpe, la dorata e venale decadenza della sua voluttuosa civiltà.
E lungo le sue mura, il Battista, l'Iscariota e gli altri suoi fedeli discepoli andavano ripetendo:--È venuto il Battezzatore che sciacquerà le colpe d'Israele; è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l'Annunziato nelle visioni dei profeti, Quegli che parla co' doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore nostro, l'Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio.
«Levátevi su dai tugurî e portate a Lui tutto quanto è dolore. Sul labbro del Nazareno è avverata la predizione di Elia. Quelli che tutti frustano, Egli chiama suoi fratelli prediletti; chi manca di un denaro, Egli dice possieda la sublime ricchezza; chi non ode, in Lui ode; chi più è stremato, Egli fortifica; dalla sua mano è medicata la piaga insanabile; i ciechi hanno per Lui veggenza; i muti per Lui dissuggellano la voce spenta, dov'è lacrima Egli fa nascere allegrezza; la donna sterile per Lui concepisce; anche i morti, anche i morti, per Lui, se dice:--«Lévati!--risorgono.»
E Gerusalemme la turpe, Gerusalemme l'ignava, Gerusalemme la carica d'oro mal guadagnato, Gerusalemme offertasi mancipia de' centurioni prepotenti, applauditrice di retori, innamorata dei mimi e degli efebi imbellettati, co' suoi magazzini che straripavano di mercanzie asiatiche, le sue mense che ingaudiavano di vini attici e del Metaponto, le sue cortigiane maestre di lussurie crudeli, le sue case piene d'adulterio, le sue caserme piene di viltà, la sua gente tutta venduta all'amore dell'ozio e del lucro, Gerusalemme sapiente, paurosa, lasciva, da un capo all'altro piena di splendori e di miseria, da un capo all'altro rumorosa di urli e di canzoni, Gerusalemme che possedeva l'Arca Intangibile, ascoltò con una specie di millenaria paura la voce del pallido Viandante, ch'era venuto al suo tempio di marmo dal selvatico paese di Galil, ed ora entrava nei cortili de' mercanti, e rovesciava le tavole del mercimonio davanti agli occhi degli attoniti Farisei.
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Erano passati duemill'anni, e tutto ciò rinasceva; e questo era di nuovo un sobborgo dell'antica, empia Gerusalemme; una turba immensa di flagellati camminava per le sue strade anguste; una superba dinastia sacerdotale raccoglieva óboli opimi; l'Arca Intangibile faceva scorrere una Fontana Miracolosa; e là fuori, a centinaia di leghe, impazziva la Capitale scintillante, brillava il secolo di tutte le perdizioni: Babilonia e Tebe, Roma e Bisanzio; l'eterna caducità degli uomini e la più eterna speranza in Dio.
Nelle botteghe dei rigattieri di religione, ora come allora, si vendeva Cristo. Dagli ospedali rigurgitanti, dalle chiese gremite, dalle sentine, dalle cloache, dai penitenziari della umana carne, ora come allora, la speranza dei miserabili affluiva con tutte le sue piaghe verso il mito intramontabile, cercava di medicare in un rivolo d'acqua le maledizioni della vita.
Questa vergine che s'era inginocchiata presso il deserto guado, raccogliendo nello scialle di lana fulva i suoi capelli pieni di vento, era forse un'ultima sorella del pallido Galileo: da entrambi eran nate basiliche, sogni e preghiere, persecuzioni e miracoli, scherni e paradisi.
Vergine di Bartrès, tu hai veduta la Madonna del Rosario; e così pure il Divino Folle udiva la voce de' Profeti nominarlo Figliuolo di Dio; vedeva sul popolo d'Israele, sui popoli di tutte le frontiere, la sua regalità coronata di spine; vedeva sè stesso vivere per sempre nella immensa forza del dolore umano. Ed Egli parlò per uccidere ciò che nel mondo è gioia terrestre, fuoco di amore che passa, urlo di voluttà che si consuma.
Tu eri, Vergine di Bartrès, la sorella del più divino e del più dolce uomo che mai abbia traversate le vie della terra; in entrambi voi era l'innocenza dei grandi sollevatori d'uomini, quella forza di fedeltà nel sogno che le razze attendono per secoli e per millenni; era la semplicità universale di que' pensieri che riescono a divenir eterni, la bellezza del dolore che s'inginocchia e sente in sè discendere l'invisibile Dio.
Lévati, Vergine di Bartrès!... Dal monastero dove ti hanno sepolta, lévati ancora una volta, co' tuoi capelli pieni di vento; vieni alle rupe di Massabielle e guarda l'opera che hai compiuta.
Fuori dalla vallata selvaggia urlano le città satániche; il fragore dell'oro maledetto piove sugli asfalti lampeggianti; la forza crudele degli uomini curva metalli e pietre; il secolo è pieno di miscredenti; si adora la nudità, si vende la gioia; si fornica senza pudore, si ruba senza vergogna; i tálami son pieni d'adulterio; i preti mentono, i tribunali mentono, i governatori mentono... Lévati, Vergine di Bartrès!
Non c'è nel mondo più luogo per il dolore; la sofferenza diviene ira, diviene speranza di vendetta; quasi nessuno ha tempo di soffrire. Vivere vogliono! urtarsi, calpestarsi vogliono! Le chiese brillano come teatri; anch'esse divengono esibizioni di fasto e di potenza; non si prega nelle chiese; nelle chiese prega soltanto chi ha tempo da perdere. L'umanità sente il bisogno che venga innanzi un nuovo Dio. Forse il medesimo d'una volta, ma che abbia sembianza e spirito d'un Dio del ventesimo secolo. Gli uomini han troppo orgoglio; la potenza del loro ingegno, dei loro eroismi e dei loro delitti, giustifica un tale orgoglio. Si aspetta la nuova Incarnazione, che forse uscirà dal campo, dall'officina o dalla catapecchia. Non senti, vergine di Bartrès, come urlano le città infernali? Non vedi come tutte árdono d'incandescenti fornelli e di bianca elettricità? Non odi come splendendo cantano i loro terribili supplizi? Non vedi che una immensa marea di rivoltosi già viene da tutte le strade, bestemmia da tutte le glebe, ha sete anch'ella dei rossi vini che ubbriacano i pazzi conviti? È la infinita miseria che torna dal fuoco e dalla vanga, dal dolore antico ed inestirpábile verso il miraggio della eterna rinnovazione... Lévati, vergine di Bartrès!
Esce la plebe cristiana dalle nere catacombe. Dio cammina. La forza delle moltitudini è immensa come la forza del mare. Hanno vessilli che bruciano come fiamme. Sono i piccoli uomini di tutte le età, che emigrano da un errore verso un altro errore. L'urlo è immenso. L'urto è immenso. Finirà con creare nuove potenze, nuove miserie; forse, per la speranza dei miserabili, un nuovo Dio.
Ma si troveranno ancora davanti a due strade: una che va incontro alla gioia, l'altra verso il dolore. Son l'uniche due strade che siano tracciate chiaramente nella polvere della vita: la via pagana, dionisiaca, soleggiata, ilare, invereconda;--la via della rinunzia, del pentimento, dell'attesa, del gelo, dell'estinzione.
Due strade, sempre due strade, che dividon gli uomini fra loro, e nell'anima loro. Quella che dice: «Io debbo godere nel tormento;»--quella che dice: «Io debbo umiliarmi nel piacere.»
Due strade, che cercano entrambe la bellezza ed il senso della vita, senza forse intendere ch'entrambe conducono alla stessa finale uguaglianza: il cimitero.
Due strade: l'ostensorio ed il bicchiere di Sciampagna; Petronio e San Francesco; la Maddalena e Manon Lescaut...
Due strade.
In entrambe manca il senso definitivo.
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Erano gli ultimi giorni dei grandi pellegrinaggi che invadono la sacra città nel mezzo dell'estate. Una folla immensa, forse di quaranta o cinquantamila pellegrini, occupava ogni luogo abitabile, si accalcava negli alberghi, negli ospedali, negli ospizi, nelle baracche provvisorie, ne' corridoi de' conventi, nei dormitori delle Confraternite: spesso accampava, di notte, per le strade.
Venivano a cercare il miracolo da ogni lontananza della terra cristiana; camminavano in lunghi reggimenti, con abiti scuri, con facce devote, a passi lenti, seguendo le insegne dell'Ordine al quale appartenevano. I malati erano stesi nelle barelle, seduti nelle portantine, che a forza d'omeri sorreggevano i penitenti lettighieri; ogni gruppo li custodiva con gelosia, come preziose reliquie, nel compatto nucleo del pellegrinaggio. Queste fanatiche schiere di credenti avevan con sè talvolta il loro Vescovo, talvolta un umile parroco; poi tutto uno stuolo di preti minori, dame della Misericordia, medici, suore di carità, ed ubbidivano a comandanti laici. Solo per mantenere l'ordine tra queste folle promiscue, albergarle, nutrirle, disciplinare la forza dei validi e mitigare le pene degli infermi, occorreva un reale genio di condottiero, sebbene Lourdes fosse tutta preparata a ricevere questi immensi pellegrinaggi.
Confraternite possenti, ricche a milioni, vere dinastie sacerdotali che tenevano il potere della sacra città, onnipresenti ma invisibili, attente ma silenziose, governavan tutto quel mare di cristianità, quelle turbe di mistici emigranti, quelle fiumane d'oro e di miseria, stando fuori da esse, dietro le muraglie dei freddi claustri, ov'erano incastellate.
Dalla universale povertà, l'avarizia degli Ordini traeva rapine incalcolábili; un pazzo furore di lucro assillava gli abitatori della nuova Gerusalemme; tutte le strade riboccavano di negozi religiosi; i dintorni della grande spianata, ch'è di fronte alla collina del Calvario, davano l'impressione di una terribile fiera. Ciò che si vendeva era la grazia e la misericordia di Cristo; ad ognuno che passava di là dovevasi, per forza o per amore, togliere qualcosa dal borsellino. Lungo tutta la strada si ergevano baracche di legno e di tela, banchi, edicole, cantine, ristori, capannette, friggitoi, tutte le specie di mense adatte a sfamare o dissetare la moltitudine, tutte le specie di malizie adatte a far denaro mungendo la pietà dei credenti. E il rumor dell'argento, il nome delle varie monete, il prezzo de' mille oggetti che si vendevan per onore della Madre di Dio, era ciò che più si udiva, che unicamente si udiva, in quella immensa marea di cristiani scendenti verso la Grotta del Miracolo. Nulla poteva scampare dal nugolo de' venditori e delle venditrici ambulanti, che v'imprigionavan nel lor numero, vi tiravan per l'abito, vi mettevano in braccio per forza la loro mercanzia: ceri dipinti, medagliette, statuette, scapolari, libercoli, fasci di fiori, ex-voti, sacre immagini, bottigliette ripiene dell'acqua miracolosa di Lourdes... Mi pareva di ritrovarmi nei vicoli tortuosi dei bazars coloniali, tra la folla degli Arabi, insolente e variopinta, che vi copre di sorridenti ingiurie e di viscide carezze quando passate in mezzo a loro con le tasche ripiene di buoni scellini, e bisogna farsi largo alzando il bastone, se incominciano quelle accanite zuffe, quelle eterne contrattazioni, che altrimenti non finirebbero mai più. E socchiudendo gli occhi sopra una immensa fuga di secoli, mi pareva d'essere, col mio presente spirito, nella vera, nell'antica Gerusalemme, frammezzo alla turba dei mercanti che travolse lo sdegno di Gesù, negli spaziosi cortili del Tempio indistruttibile, un giorno di sagra, sotto l'imperio delle aquile di Roma splendente, quando nella reggia di Erode stava prigioniero il Battista e il turpe amore del Tetrarca perseguiva la figlia di Erodiade...
No: ero in una valle religiosa della pagana Repubblica di Francia, e venivo dalle città infernali, ove splendono le vetrine del diavolo, sorgono le case della vita perduta, e la musica dei pazzi violini esalta la nuda voluttà, il folle sperpero, l'eterno piacere... Venivo dai roghi ove arde la torbida fiamma dell'amor profano, ed ero io stesso pieno d'infernalità, sazio d'ogni colpa, uso ad ubbriacare tutto me stesso nei fumi e nelle musiche dei falsi paradisi.
Ed una di quelle donne diceva: «Comprate alla Vergine un cero», ed una soggiungeva: «Portate alla Vergine un fiore»; altre vendevano statuette per le quali si era salvi da tutte le epidemie, altre vi davano, con mezzo franco d'acqua miracolosa, la certezza di ottenere una grazia ineffabile, per voi stessi o per i vostri congiunti... E il mare della moltitudine vi spingeva innanzi, vi sbatteva come un rottame, senza che fosse possibile resistere ad essa; vi premeva in sè, dandovi l'impresione, il terrore, d'essere divenuto uno de' suoi, irremediabilmente uno de' suoi, una preda lieve della infinita sua miseria, una povera cosa inerte nel potere immenso della cristianità. Questa folla camminava recitando preghiere, vi opprimeva col lezzo de' suoi corpi devoti e sudici, vi comunicava un poco della sua anima disperatamente accesa di miracolo, e fra quel mare di umana gente che tutta credeva in una sola follìa, voi stesso comprendevate che non era niente affatto assurdo inginocchiarsi davanti ad un simulacro di legno, credere che i morti possano risorgere, le piaghe insanabili sparire, i ciechi riaprire gli occhi al sole perduto.
Erano vecchie donne, lente e curve, che non si comprendeva qual forza le reggesse in piedi; uomini gagliardi e barbuti, che non si comprendeva come potessero cincischiar rosari con tanta devozione; dame di carità, giovini e belle, che lenivano con mani bianche i dolori della gente povera; fanciulle di campagna, ristrette in quegli abiti lunghi, rigidi, che taglia e ricuce con solidità la sartina di provincia; bifolchi legnosi come vecchi tronchi d'alberi, adolescenti emaciati, con quell'occhio spaurito e fisso della creatura giovine che sente sfuggirsi la vita; gentiluomini cattolici, con la croce rossa cucita su l'abito nero; povere donne con un bimbo in collo, e sciancati su le grucce, orbi a mano d'un infermiere; qualche figlia scarna che reggeva il suo genitore paralitico, qualche zitella asciutta che teneva per mano i figli rachitici della tabe altrui; famiglie intere, comitive d'interi villaggi, i sani e gli infermi, quelli che mandavano a frotte gli ospedali monastici e le congregazioni di carità; poi, frammezzo a robusti lettighieri, una fila di barelle coperte da lenzuoli o da scialli; e grassi monaci con il parasole aperto, e signorine troppo eleganti, che portavano il velo della penitenza per mettere in luce i lor capelli ben pettinati; qualche devota marchesa paralitica, sotto un ombrellino di raso nero, con grossi diamanti su le dita gibbose di senilità, che faceva spingere la sua sedia a rotelle da un domestico in livrea; cappuccini svelti e súbdoli, medici ch'erano lì come funzionari, a tutela della salute pubblica; ed i Cavalieri di qualche Ordine religioso, in guanti neri, con cravatte del vecchio regime, fedeli a Cristo, alla politica del Vaticano, ai misteri delle congiure monarchiche, destinate a finire nelle canzoni dei cabarets...
Ogni tanto passavano gonfaloni e stendardi, bandiere di Congregazioni, emblemi dei vari gruppi d'un solo pellegrinaggio; e chi li portava era l'alfiere d'un grande sogno, il condottiero d'invalidi ai perenni tabernacoli della superstizione umana.
Scendevano verso l'immensa Esplanade, ov'era la Collina del Calvario, ov'eran le tre Basiliche, la Grotta e la Fontana. Il sole infiammava le alte finestre del Castello di Lourdes; i bianchi monasteri costellavano le alture della sacra vallata; la città dei mercanti sciorinava i suoi moderni edifici costrutti con gli óboli dei pellegrinaggi, ed il fiume di Bernadette scorreva su le ghiaie bene arginate, non più come quando vi scese in un ventoso giorno dell'inverno la pallida Vergine di Bartrès. Ora ponti maestosi allacciavano il sacro terreno del Calvario alla nuova città dei mercanti; giardini stupendi si aprivano di fronte alle tre Basiliche; dalla visione leggendaria d'una povera figlia del mugnaio Soubirous, laggiù, presso la rupe di Massabielle, era sorto il miracolo del Tempio Universale. Da ogni terra distante veniva il popolo dei Cristiani; l'acqua eterna della speranza fluiva dalla rupe inesausta.
Ed io mi lasciavo portare come un freddo peso inerte in quel mare di umiltà; scendevo insieme coi percossi, coi fervidi, con gli esclusi, verso il fiume sacro dove nacque il sogno di Bernadette. Nel mio cuore non cantava la musica della preghiera; ne' miei sensi era unicamente l'odio contro il peso ed il lezzo della nera moltitudine, contro il pensiero del tristo inganno che adunava tutto quel gregge alla fontana medicatrice. Il mio senso scientifico della vita, il mio doloroso raziocinio di uomo logico e diffidente, non mi permettevan di credere a queste inspiegabili magìe d'un filo d'acqua sorgente, la qual valesse a ripristinare i tessuti distrutti, le ossa disgiunte, le articolazioni spezzate, le piaghe per sempre sanguinanti, le pupille spente.
Dal mio cuore di uomo del ventesimo secolo, freddo e beffardo, che sapeva di poter ridurre a formule chimiche tutti i fenomeni della vita, che intendeva l'universo come una specie d'immenso laboratorio chimico e cercava di rinchiudere i confini dello spirito umano entro le serrature anguste della possibilità scientifica, dal mio cuore dove non c'era spazio per l'intendimento religioso dei miti, si alzava una specie di addolorata pietà per questi orrendi e sublimi spettacoli di fanatismo,--cieche rinunzie dell'uomo al coraggio d'intendere la vita come un'avventura transitoria e distruttibile.
Ma più andavo, e più il fervor mistico della moltitudine lentamente s'impossessava di me. Quella medesima demenza che portava migliaia di miserabili a purificare la carne maledetta nella sorgente medicatrice, ad esaltare i sogni dell'allucinato spirito nel fuoco della divina comunione, quella medesima demenza entrava sottilmente nel mio cuor di pagano, apriva le porte del miracolo davanti a' miei freddi e vigili occhi di profanatore.
Io sentivo a poco a poco la mia limpida carne invecchiarsi, dolere di tutte le infermità; ero, come quei diecimila, un percosso dai morbi ereditari, un brandello della umana putredine; il dolore dell'antica mia gente pesava nel mio cuore angusto; la moltitudine mi comunicava il bruciore delle sue ferite insanabili, piegava le mie salde ginocchia sotto il peso della immane sua miserabilità.