Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo
Part 14
--Ebbene, volete credermi? Non so quante volte ho pensato che amerei bagnare le mie dita in quella fontana miracolosa. Ma insieme ho sentito che ne avrei paura, una paura forse invincibile... Non però con voi; mi sembra che andando con voi non avrò alcuna paura. C'è in voi un uomo il quale riesce a deridere ogni cosa, ed io vi amo perchè siete così forte.
--Non è una forza, Madlen; è una maniera dolorosa ed amara di abbandonare agli altri la bellezza che non può esser mia. Veramente forti sono gli uomini che credono ciecamente in cose non vere. Essi cominciano con una conclusione; il dubbio non li tormenta; sono tranquilli perchè racchiudono in sè una certezza definitiva. Ma io, quando penso ad una cosa, vedo sempre mille strade, ugualmente vere, ugualmente false, per le quali ci si perde. La sola verità è questa:--«Chi pensa non può concludere; chi pensa non può credere. Il mondo, per l'uomo, è privo di conclusione. Allora non rimane che una tranquillità: sorridere.»
Mi ascoltava, con i suoi occhi dorati, ove pareva salisse dal fiore dell'anima una luce spirituale; mi guardava come se io possedessi di lei quasi l'amore. Sul mio braccio la sua mano pesava; una docilità, una stanchezza d'innamorata entrava in lei; nell'anima di questa giovine donna oppressa da molte colpe vedevo quasi nascere un senso di purificazione. Ed io mi domandavo se la più perfetta bellezza d'una donna può anche non essere che un vano errore nostro, o se invece questa bellezza è qualcosa di reale, di assoluto, nell'armonia totale della natura, un segno di vita superiore, una forma divenuta musica, una vera elevazione. Solo in tal caso amare una donna può essere una maniera legittima e spirituale d'intendere la vita.
Ma io ripetevo a me stesso:--«Chi pensa non può concludere; chi pensa non può credere...»
Un fiume passa; una città entra nella sera; l'esausta fatica delle officine si alza nell'aria in pesanti nuvole di fumo; la strada è bella, è nuova, confonde in sè mille anime; i giardini ancor pieni d'estate mandano un profumo di maturità; le case diventano azzurre; qualche voce canta, le vetrine brillano; chi è stanco dormirà; chi ama una donna la stringerà nelle sue braccia violente; il fiume passa; ogni uomo trascina con sè la forma della propria ombra, e questa ombra pesa; nel cielo eterno si alza il respiro di una immensa fatica; il fiume passa; una donna mi guarda; un povero, nella sua diseredata libertà, mi sembra quasi felice;--tutto questo è il rumore d'una giornata umana, un po' di giovinezza finita, un po' d'amore disperso... Madlen, e la tua bocca è giovine, la tua mano è calda; il fiume passa, passa...
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Da Bilbao avevamo rimandata a San Sebastiano la cameriera di Madlen, perchè s'incaricasse de' nostri bagagli e quindi ci attendesse, con Pompon, alle Bagnères de Bigorre. Colà preferivamo alloggiare, anzichè nei pericolosi alberghi di Lourdes, infestati ormai dalle cancrene di tutti i pellegrinaggi. Noi, con l'automobile, (che un esperto ma non economico guidatore avventava su le ripide strade maestre, assicurandoci che il suo robusto motore non avrebbe fallato un battito neanche nel valicare i selvaggi Pirenei), bene incappucciati, ben serrati l'uno presso l'altra, ilari e curiosi come due giovini amanti, ci recammo da Bilbao a Pamplona, la dura capitale dell'antica Navarra, ove il condottiero Ignazio da Loyola prima conobbe la spada che il saio d'umiltà. Poi da Pamplona salimmo a Roncisvalle, e traversammo il Passo dove Rolando morì. Morì nella battaglia perduta, che fece cantare i poemi di tanti secoli, morì tra le orde fuggiasche di Carlo Imperatore, morì nell'immaginazione dei poeti, nella musica delle canzoni, primo cavaliere della sua gente, usbergo e fiore dei Paladini di Francia.
E rivedevo il suo cavallo di guerra, senza cavaliere, sbrigliato e formidabile, con la gualdrappa e le insegne di Rolando, galoppare dietro bandiere fuggiasche, nella sera della disfatta...
Leggende, leggende... come siete belle!... come siete necessarie agli uomini!...
La valle per dove passò tanto fiume di popoli, e dove tanta forza d'invasori contese la bella terra di Francia, era quel giorno tutta scapigliata, le sue foreste eterne si arruffavano, i suoi freddi ruscelli balenavano tra l'erba delle alte praterie. Valicato un ponte presso il villaggio di Arnéguy, fummo su terra francese. Di là rimaneva la superba e squallida Spagna, il paese delle chitarre e dell'acqua santa, la terra un po' romantica, un po' addormentata, ove il secolo ventesimo, pieno di fumo e d'elettricità, pénetra con una certa fatica. Spade rosse nella cervice dei tori da combattimento, alberghi nuovi, costrutti da ingegneri svizzeri, giardini di mimose e d'aranci, chiese decrepite, strade malagevoli, campi senza fertilità, ove ogni tanto s'incontra qualche mandria errante, di lana scura, che va, che va, dietro il suo pastore senza focolare, lenta e squallida... Addio, vecchia Navarra, e tu, più lontana, più luminosa, bianca terra di Guipuzcoa!...
Da Roncisvalle scendemmo a Saint-Jean-Pied-de-Port, la capitale degli antichi Baschi di Navarra, cittadella incastellata e fierissima, per dove scende, ancor bianco di montagna, un leggero fiume: la Nive de Béhérobie.
Una locanda basca, linda e luminosa, con fiori di ciclamini su la tovaglia finemente lavorata, soddisfece alla nostra fame gagliarda e per qualche ora diede ristoro alla fatica della nostra lunga strada. Un ceppo enorme ardeva su la cenere del vecchio focolare, spargeva, col suo rumore di fiamma umida, nella stanza piena di sole un colore d'autunno. Qualche ospite silenzioso rompeva con le sue mani bianche il pane infarinato. Nessuno parlava; i bicchieri, le stoviglie facevano poco rumore; radi passanti traversavano la strada silenziosa; la grande piazza di «pelota» era quasi deserta. Larghi pezzi di montone, cotti con salvia e rosmarino, venivan dai fornelli rossi dell'antica locanda, fumavano su le tovaglie immacolate. Chi le portava era una bella montanara, svelta e forte come una cavalcatrice della Camargue, pallida, senza ombre nel viso, con gli occhi duri, le trecce ravvolte al capo, le anche magre, il seno piccolo, che tremava leggermente sotto il grembiule di fino merletto. Era difficile farla parlare; non rispondeva che pochi vocaboli, con una pronunzia francese dura e cadenzata. C'era in lei qualcosa di primordiale, una specie di lontananza da noi, quasi un'antichità giovanissima sigillata nella sua razza splendente. Camminava su le scarpe di corda; era attenta, veloce; i suoi occhi immobili sorvegliavano la nostra mensa con una specie di vigilante severità.
Poi, di nuovo, la strada; la strada bianca e lampeggiante, stesa fra immense praterie, che scendevano dagli alti Pirenei come larghi tappeti scossi dal vento, cosparsi di fiori, chiusi da foreste che brulicavano di ciclamini; la strada chiara e violenta, bella come una creatura viva, che batteva nei cancelli delle case, cantando, e lontano spariva, tra gli alberi, in un vortice di azzurrità...
Arrivammo a Lourdes un pomeriggio del mese d'Ottobre, nella più alta ora del sole. Avevamo percorsa in pochi giorni la più bella e felice strada che forse ricordino i miei occhi di viandante.
Ora entravamo in Cristo. L'ala di Dio ricopriva noi, reduci dai luoghi di perdizione. Dove la carne pentita si mondava dalle sue piaghe insanabili, noi entravamo con la nostra infernale anima di peccatori, noi, co' nostri abiti e co' nostri gioielli comperati alle vetrine del diavolo, noi, che andavamo al Santuario come ad un mistico teatro di fanatismo e di esasperazione.
Portavo ad immergere nella sacra Fontana le dita bianche di una vergine offesa da tutto l'amore. Vedrei le sue luminose trecce, bionde e buie, risplendere nella Grotta dei Miracoli. Udrei, nel silenzio della Basilica ove si eterna il sogno di Bernadette, ove a migliaia brillano i voti appesi dagli umili e dai potenti udrei, fra il bisbiglio delle preci, suonare il mazzo de' suoi braccialetti, la sottile musica degli ori e delle sete, che fin presso l'altare scintillante confonderebber nella voce grave degli organi l'eco delle canzoni di Montmartre...
C'era, in un tale contrasto, qualcosa di profondamente iniquo: la gioia perversa dell'incredulo che vuol immergersi nel mistico dolore, intingere le sue dita eretiche nella fontana dell'acqua miracolosa, fissare con i suoi occhi pieni d'infernalità il simulacro della Vergine che fa camminare gli storpi, urlare i mutoli, sorgere i paralitici, tremare in Cristo i lontani da Dio.
Nella terribile città del dolore, ove giungono gli inguaribili di tutta la terra, noi entravamo sopra una macchina di lunga strada, gagliarda e sottile, avvolti nel rombo del suo motore possente, noi, che venivamo dall'aver danzato su le musiche dei pazzi violini, noi, reduci dall'altra vita, quella che alza la coppa, rompe il bicchiere...
Dissi al meccanico:--Férmati.
E scendemmo.
Davanti a noi, sopra un viluppo di strade anguste, che parevan scendere verso una profondità, si alzava la collina di Lourdes, con la bruna macchia del suo Castello, che aveva ceduto a sovrane Confraternite il vassallaggio della guelfa Contea.
Guardavo quel forte castello, pensavo ai signori che lo tennero, secoli fa, custodi acerrimi di otto vallate, e su cavalli armati salirono la ripida erta, e furono assediati, e di fame patirono, e di buon sangue tinsero l'onda sonnolenta del fiume di Pau, al quale un giorno discese, nel rigore dell'inverno, e camminò solitaria la Vergine Bernadette.
Camminò; ed era una fanciulla di quattordici anni, pallida, un poco emaciata, con grandi occhi scuri, troppo fissi, ove la giovinezza era già spenta; gli occhi terribilmente lascivi e dolorosi delle pazze in Cristo, gli occhi senza umanità ch'ebbero tutte le allucinate, le portatrici di stigmate, le recluse nei monasteri pieni di supplizi, Maria di Magdala e Santa Teresa, Lutgarde e Juana Rodriguez, Maria Villani e Jeanne Boisseau, Bertine Bouquillon e Bernadette Soubirous...
Questa era una pascolatrice d'agnelli, nata nella casa di poverissima gente; nulla sapeva, tranne che recitare il Rosario. Camminando per l'alta erba davanti alla sua mandria bianca, faceva passare i granelli della Corona fra le sue dita scure come ghiande. A quel tempo Lourdes era una borgata selvaggia, un angolo di superstizioso e devoto Medio Evo, sepolto in una dura valle dei Bassi Pirenei, col suo Castello in rovina e la sua chiesa decrepita, con tetre case di sasso in fondo a vicoli bui. Da queste case non si usciva, se non la Domenica, in processione, per cantare a Dio. Le fanciulle andavano spose a chi le guardava per primo. Erano alte, un po' rozze di lineamenti, con lisci capelli neri, e si vestivano di percalli variopinti. La più desiderata era quella che meglio cantava nei cori, quella che a dottrina il parroco designava come la più zelante nel fervore di Dio.
Nessuna bellezza del mondo, nessun rumore del secolo entrava in quella pia solitudine; nulla fuorchè il vasto cantare del vento, che scendeva dalle azzurre cime de' Pirenei; le Gave de Pau, che faceva un gomito burrascoso a piè della collina, ove più tardi sorgerebbero le tre Basiliche; e boschi e silenzio; una religiosa povertà; i prati e le stelle.
Qualche mercante girovago, al passo di vecchie mule grevi di sonagliere, vi giungeva da lontani mercati. Sotto i lunghi portici, nei giorni di festa, l'arcidiacono passava benedicendo le donne inginocchiate. Ogni tre porte una nicchia: su qualche finestra un fiore.
Null'altro.
Ecco i luoghi dove nascon i perpetui miti, le atroci e maravigliose follìe dello spirito umano, ciò che per sempre è vero e per sempre è inammissibile:--Nazaret e Lourdes.
Un miglio più su nella vallata è Bartrès, il villaggio di quaranta catapecchie, ove Bernadette visse i primi anni dell'infanzia, raccolta in una cuna deserta dalla povera donna Lagûes, per alleviare la miseria del mugnaio Soubirous. Là, divenuta grandicella, Bernadette pascolava gli agnelli della povera donna di Bartrès e recitava la corona del Rosario camminando per oscure pinete. D'inverno, d'estate, mai udiva rumore alcuno, fuorchè il rumore delle foglie, la musica primitiva della foresta e del fiume; nulla sapeva della vita; non c'era strada.
Verso la fine d'Aprile tutto si profumava di mughetti; nel Settembre la foresta diventava un prato di ciclamini.
Poi, verso i dodici anni, Bernadette fece ritorno alla sua casa. Dormì sovra un pagliericcio umido, nell'unica stanza del mugnaio Soubirous. I vicini di casa, là, nella contrada buia des Petits Fossés, poco amavano quell'uomo scontroso e miserabile, rintanato nel fosco tugurio, con la sua donna ossuta, con le sue quattro creature mal nutrite, cui ora s'aggiungeva la fame della sua primogenita, la taciturna Bernadette.
Questa oramai era nel suo tredicesimo anno; diveniva sempre più alta, più pallida; i bei capelli neri le scendevano fin sotto gli ómeri. Spesso era scalza; la succinta gonnella rossa, di un vecchio percallo stinto, sfilacciato, con macchie d'erba e di ruggine, le scopriva i nodelli asciutti, esili, delle ginocchia scure. Sui duri ciottoli della contrada camminava con un passo di gatta, lungo il muro, trasognata, senza guardare alcuno. Se una voce la chiamava, ella si fermava di scatto, senza rispondere. Se un uomo la fissava, se una voce d'uomo cadeva su lei, se un riso d'uomo passava nella strada silenziosa, le sue magre spalle trasalivano impercettibilmente, si piegavano quasi con dolore, sotto quella forza temibile. Poi andava, per lungo il porticato, con gli occhi fissi ed il Rosario fra le mani, sperduta.
Di sera, quando tutto il borgo era nella chiesa, ella pure vi entrava, per l'ultima, non tra le fanciulle, non tra gli uomini, sola, in disparte; s'inginocchiava.
Era fredda; i suoi lisci capelli neri le cadevan su gli occhi luminosi; usciva di sè; un colore di paradiso entrava nell'anima di questa pascolatrice.
Qualche volta Marie Soubirous, la sorella minore, veniva presso lei per dirle:--«Ora lévati Bernadette; hai molto pregato; vieni con noi.» Ma ella non si muoveva. Era curva sotto la voce del lettore di parabole, sperduta in Cristo, già presa nella febbre del suo divino amore.
Il cantore del Vangelo, il giovine diacono Ader, aveva notato quella sua devozione; spesso, nel predicare, guardava le sue lunghe braccia nude, allacciate ai polsi dalla Corona del Rosario.
Ed anzi, una sera, il diacono Ader disse davanti a tutto il borgo:--«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»
E tutti si volsero, e tutti guardarono la vergine dai lisci capelli neri, che sorrise, umile, nella sua bianchezza di fanciulla malata.
Sì, era malata in Cristo, e negli uomini, e nel dolore della sua fredda verginità; malata nella sua adolescenza bella e fragile, malata nel suo respiro, nelle sue dita scarne, tutta pallore, tutta amore, silenzio ed allucinazione.
Ora, quando cadde l'inverno, Bernadette Soubirous, la figlia del mugnaio, la pascolatrice di Bartrès, quella che dormiva sul pagliericcio umido nel vicolo des Petits Fossés, la perduta in Cristo, compiva i quattordici anni.
Il mugnaio era così povero che non potè farle alcun dono. Però sua madre le pose intorno al collo un suo logoro scialle di lana fulva,--«perchè--disse--il vento del Pic du Midi soffia con troppa forza nella cenere del nostro focolare.»
Fin dentro il tugurio saliva il rumore d'acqua e di ciottoli che dal basso della vallata mandava le Gave de Pau; nessun'altra voce di cose vive; il borgo era sepolto nell'inverno; la dura vallata sbarrava ogni accesso alla vita.
Ed allora, su l'umido pagliericcio, nel tugurio del mugnaio Soubirous, ogni notte Bernadette cominciò a sognare. Vedeva nel suo delirio le bellezze del regno di Dio, vedeva paradisi ed altari, fumi d'incensi ed apparizioni di creature celesti; poi sempre udiva quella voce calda e calma del giovine diacono Ader ripetere davanti a tutto il borgo:
--«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»
E la innamorata in Cristo cominciò ad uscire dal mondo. L'anima sua, pura da ogni contaminazione, scorreva nel suo corpo inguaribile come il fiume tra i dirupi della montagna inaccessibile. In lei era Dio; nella sua pallida carne malata era la sorgente inestinguibile del divino amore. Pativa il sogno come una fiamma carnale; si perdeva nel miracolo come tra le braccia di un divino amante. Da lei doveva nascere una grande leggenda; forse la più maravigliosa e terribile dopo il delirio di Cristo; quella che a lei trascinerebbe una emigrazione infinita di sciagure umane, tutto il dolore, tutte le piaghe, tutta l'ignoranza, tutta l'umiltà del secolo che portò nella sua dura effigie il sogghigno sarcastico di Voltaire.
Da lei, da questa pascolatrice di mandrie nelle praterie selvagge di Bartrès, dall'allucinata che mal respirava in fondo al vicolo des Petits Fossés, da lei, povera come un giglio, profumata come la preghiera, semplice come la demenza, innocente come la felicità, da lei che dormiva con sei altri miserabili nel tugurio del mugnaio Soubirous, doveva nascere il sogno più spaventoso che mai abbia fatto splendere i secoli di Cristo; e i disperati di tutta la terra, e i maledetti di tutta la terra, vennero ad intingere le lor piaghe nella fontana della Vergine di Bartrès.
Già una volta questo era accaduto, là sul Giordano.
Già una volta l'Allucinato sorse, e disse ai piagati di tutte le infermità: «Venite a guarire in questo fiume, per il quale sarà cancellata ogni colpa nel lavacro del battesimo.»
E disse ai dolenti, e disse agli inguaribili:--«Io vengo a voi, per voi, da quello che non può essere nella vita.»
E disse ai laceri, e disse ai diseredati:--«Il mio regno non è di questo mondo; la mia speranza non è di questa vita».
Già una volta il Battezzatore medicò di acqua innocente la piaga insanabile, e veggenti fece gli orbi di Dio, e sollevò i tramortiti, e camminare fece i contorti, e vivere nella speranza i percossi da ogni miserabilità.
Allora quel Divino Folle usciva dalle vigne di Galilea, saliva contro la terra di Roma, contro il giogo di Roma, ed entrava, bianco di rusticità, nella insolente Gerusalemme, nei cortili del Tempio, dissoluti e sfarzosi come anfiteatri, e diceva d'esser venuto agli uomini per benedire gli umili di spirito, i soli che vedrebbero in Dio.
Oggi era una vergine inquieta, che scendeva dai pascoli di Bartrès, laggiù, sul limitare della terra di Francia, dove cantava il secolo di tutte le eresìe, dove i miracoli della potenza umana brillavano sui vértici della vita. E nella valle ond'era sgorgata, quasi dalla sua verginità, una leggera fontana, battezzava nella speranza e nel miracolo quelli che il potere degli uomini aveva ormai abbandonati alle ombre sotterranee, squallido pasto per la fame delle cancrene, putredine da raccogliere ne' cimiteri.
Così, dalle buie catapecchie, nascono le eterne religioni; così la sapienza degli uomini cade a ginocchi e tace davanti al sogno d'un'adolescente.
Ora, quel giorno, il fuoco stava per morire nel tugurio del mugnaio Soubirous. Era inverno; inverno freddo e squallido, nel borgo esposto alle bufere de' selvaggi Pirenei. Louise Soubirous, la madre di Bernadette, portò sotto il camino la pentola ove usava ogni giorno cuocere il riso della cena. Ma guardò il focolare, e viste mancar le fascine, disse a Maria, la sua figlia minore:--«Esci, Maria; va giù per lungo il fiume, passa il ponte, portami un grembiule ripieno di legna da ardere.»
Ed anche Bernadette allora si alzò, per scendere con la sua minore al fiume. Però la madre disse:--«Rimani con noi, Bernadette. Non senti come il vento fischia dal Pic du Midi?»
La udiva sempre tossire; vedeva i suoi larghi occhi divenir sempre più immobili nel viso emaciato. Poi si era nel mezzo del Febbraio; l'11 Febbraio dell'anno 1858.
Ma Bernadette si avvolse le spalle nel suo logoro scialle di lana fulva e silenziosa camminò dietro la sorella. Fuor del borgo s'incontrarono con Jeanne Abadie, la figlia d'un vicino, che andò con loro.
Scesero. Le Gave de Pau traversava con impetuose onde la dura vallata. Si udiva il rumor del fiume cantare fino al cielo, gonfiarsi, perdersi nell'inverno scintillante. La bianca erba si accendeva di arcobaleni sotto il gelo della brina. I sentieri lungo il fiume, di là, nei boschi, erano deserti.
Non un rumore d'animali o d'uomini; dappertutto, a perdita d'occhio, lo squallore silenzioso e fertile dell'inverno. Le tre fanciulle camminavano; giunsero al guado; le prime due passarono; Bernadette restò.
Restò presso il fiume, paurosa di mettersi nel guado, e co' suoi grandi occhi d'allucinata guardava la rupe di Massabielle.
Un senso di freddo sgomento l'assalse; non vedeva nemmeno più la sorella, nè Jeanne Abadie, che si erano allontanate per la boscaglia dell'altra riva.
Ella sola, con i suoi capelli pieni di vento, con le sue spalle intirizzite sotto lo scialle di lana fulva, era in mezzo a quel grande inverno; il fiume pareva l'assalisse con il suo fragore di ciottoli e di spuma; lontano brillava le Pic du Midi.
E Bernadette guardava la rupe di Massabielle. Rossastra, tutta macigno e ruggine, con ciuffi di rovi, essa entrava nel cuore della vallata, costringendo le Gave de Pau a formare un gomito. A piè della rupe, tra le sue forre, quasi dirimpetto al guado, era una vecchia spelonca, una semplice fenditura nel macigno, non profonda, ma obliqua e buia. I caprifogli selvatici l'ostruivano, e gli spini. V'entravan d'inverno le bestie selvatiche; d'estate, qualche volta, i pastori.
E Bernadette guardava i nudi spini, fioriti per il gelo dell'inverno, simili ad un cespuglio di trina. Forse, nell'anima sua di pascolatrice, tra quel fragore immenso della solitudine, ripensava le praterie di Bartrès, quando, in sul finire d'Aprile, tutto si profumava di mughetti, quando, nel dolce Settembre, la foresta diventava un prato di ciclamini.
Ed anche allora quel fiume leggero correva sotto la catapecchia della povera donna di Bartrès; talvolta pareva l'assalisse con il suo fragore di ciottoli e di spuma. Lontano brillava le Pic du Midi.
E mentre guardava, e mentre quella bianca velocità passava, non fuori di lei, ma in lei, dentro il suo cuore di pascolatrice, le pareva d'esser presa nel guado, sollevata nella forza dell'ondata, percossa dai ciottoli, travolta, come i rami neri che scendevano dalle pinete di Bartrès.
Voleva chiamare la sorella, chiamare Jeanne Labadie; ma erano lontane, andate su per il monte a raccogliere fuscelli secchi e sterpi di buona scintilla, per far bollire l'acqua della cena, lassù, nel tugurio del mugnaio Soubirous.
E le pareva ora d'esser lontana da tutti gli uomini, di sentirsi a poco a poco sollevare come da un raggio di sole nell'inverno infinito, e che una voce distante, simile forse a quella del diacono Ader, simile forse alla musica del fiume, andasse cantando per tutta la montagna le parole pronunziate nella basilica dal cantore del Vangelo:--«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»
Cadde a ginocchi sul greto selvaggio; in lei passava uno straordinario soffio di amor divino. Era la benedetta, la iniziata, la prescelta; era la sposa del Sublime Possessore; vedeva in Dio, sentiva nel perfetto Bene, aveva il raggio del miracolo ne' suoi capelli pieni di vento.
E questo raggio, davanti a' suoi ginocchi, formava una macchia di sole; e questo sole, traverso il guado, brillava come una spada miracolosa; e questa folgore assaliva la spelonca de' caprifogli, de' nudi spini, bruciava tutta la rupe di Massabielle, era un fiocco luminoso, un alone biondo, la fiamma terrestre del Divino amore, la presenza di Dio...
Lontano brillava le Pic du Midi.
Tornarono le due fanciulle, con i grembiuli ricolmi di fuscelli secchi e sterpi di buona scintilla. Mentre ancor stavano su l'altra sponda e s'appressavano al guado, videro Bernadette inginocchiata, con i due polsi in croce su lo scialle di lana fulva, e le gridarono:-- «Bernadette, che fai? Lévati! lévati! ora veniamo.»