Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Part 13

Chapter 133,765 wordsPublic domain

Ma no!... ma no!... voi dite una cosa che non posso credere! No, Madlen, questo no!... è assurdo! è infinitamente assurdo! Raccontátemi quello che volete; io potrò ascoltarvi, potrò sorriderne... ma non questo! non questo! È davvero una cosa impossibile... non credo, non credo!... via... non credo!

Lo giurate?--Sia pure. Non voglio contraddirvi... non voglio essere un uomo scortese ed irritante, sebbene dovrei supporre che vogliate burlarvi di me.

Oh, allora, se questa mia supposizione vi offende, non so proprio cosa pensare... Uno scherzo, una pazzia... come devo chiamarla? un caso davvero inimmaginabile, davanti al quale dovrò, per cortesia, rispondere che vi presto fede. Ma, scusatemi... e Lord Pepe? cosa faceva di voi Lord Pepe in questo caso?...

Nulla?... Come nulla?...

--Questa è la pura verità,--voi rispondete.--Nè Lord Pepe nè altri.

--No, vi prego, parliamo seriamente! Questa è una cosa che non può essere, una cosa che voi dite per tormentarmi ancora un poco, per divertirvi ancora un poco di me. Lord Pepe non è uomo da tenersi per otto mesi un'amante, la quale sia stata per lui solamente una sorella... via!...

--Non ho detto questo. Vi ho detto che non gli appartenni. È un'altra cosa.

--È una cosa peggiore.

--Forse. Ma non gli appartenni.

--Allora spiegatemi la ragione, Madlen.

--Io non amavo Lord Pepe. Questo è molto semplice.

--Ma essere fra le braccia d'un uomo, ravviluppata con lui nella medesima coltre, od essere del tutto sua, non vi pare, Madlen, la stessa cosa?

--No, affatto; non mi pare la stessa cosa. Ed è un'altra; infinitamente un'altra. Essere nelle braccia d'un uomo vuol dire permettergli d'intingere le labbra nel nostro medesimo bicchiere, quand'egli suppone di aver sete, o magari ha sete... Voleva dire, per me, scegliermi un compagno di cena, un coraggioso guidatore d'automobili, un ragazzo calmo ed elegante che sapeva ballare molto bene il tango argentino, e pregarlo di lasciar credere al mondo ch'io fossi davvero, come invece non fui, la sua amante. Voleva dire abbandonargli qualche volta, per curiosità, o magari per indifferenza, non me stessa, ma la fredda superficie di me stessa, e retribuire, con una specie di odio silenzioso, il denaro che spendeva per me, la pazienza che aveva nel sopportare i miei capricci... voleva dire insomma, che per quanto avessi provato a concedergli tutta me stessa, in me c'era un'altra donna che terribilmente non voleva... Anzi non dovete maravigliarvi: sono già quattro anni che vivo a questo modo, fra donne che vendono e regalano l'amore; appartenni di nome a cinque o sei amanti, ma il mio corpo non si concesse ad alcuno, perchè la gioia, la vera e più forte voluttà, per me consiste nel non appartenere a chi sta per prendermi. Questo vi sembra incomprensibile? Può darsi. Ma è tuttavia molto semplice. Volete sapere perchè piangevo? Volete proprio saperlo? Ebbene piangevo perchè ho sentito per un momento, anzi per la prima volta nella mia vita, il pericolo, quasi la tentazione, di rovesciare indietro la testa, e chiudere gli occhi, e dimenticare tutta me sotto il pallore della vostra faccia che mi guardava, la vostra faccia cattiva ed ironica, sì, come ora, come ora, sotto le vostre dure mani, che mi piegano... così... così... Nella stanza entrava la notte, calda, pesante, a continue folate. In me, in lei, si propagava l'irritazione di queste parole, serpeggiava l'odore della sua bellezza; io sentivo con una specie d'inerte coscienza fisica, sentivo con una tentazione opaca e tormentata, che questa incredibile cosa era esattamente vera, e mille particolari quasi dimenticati risalivano d'improvviso nella mia memoria; sentivo che una creatura non posseduta era nelle mie braccia, si premeva contro il mio desiderio, mi faceva intravvedere una forma nuova dell'amore, una forma inattesa del vizio, quella di passare immacolata su l'orlo d'ogni voluttà e negare ai propri sensi la naturale pacificazione.

Pensavo:--«Ecco una donna che può sembrare inammissibile, quando invece mi confessa la sua storia più vera; una donna che io chiamerei, se dovessi darle un nome, l'esasperazione.»

La guardai, e mi pareva così lontana dalla purezza, ma nel medesimo tempo così diversa dalle altre peccatrici, ch'io dissi, quasi per deridere il senso delle mie parole:

--Dunque voi siete ancora imposseduta, e siete anzi, per me, impossedibile?...

--Sì, la parola è questa: io sono veramente impossedibile. Tutto il mio corpo non vuole, forse non può. Mi sono educata al piacere imparando a rinunziarvi. Sano pazza di questo desiderio continuo, che i miei sensi non vogliono esaudire. Ho atteso terribilmente questa grande cosa nuova, che forse è nulla. Voi dovete sapere ch'io lasciai la mia casa molti anni or sono, perchè volevo andare in cerca di un amore che non c'è, di un godimento che non si trova; e sin da quando ero fanciulla sentivo l'attrazione di questa vita notturna, che forse m'invecchierà in pochi anni e mi lascerà il dolore di ricordarmi che sono stata bella, che ho avuta un'anima limpida, e che forse amai questa vita perchè appunto non doveva essere la mia. Infine, benchè la cosa mi sia indifferente, non dovete nemmeno credere ch'io viva con il denaro altrui. Io sono ancora molto ricca, forse più ricca di tutti i miei amanti.

Le sue mani, allacciate alle mie spalle, si muovevano con una specie di dolore; ne' suoi occhi era una luce innaturale, perversa, un'espressione la quale mi faceva pensare alle orribili forme che assume talvolta la sensualità nelle donne mal possedute.

Tutto ciò--pensavo--era colpa del primo che non la seppe genuflettere, che male desiderò e male conobbe la sua bellezza tormentata. In fondo era una povera donna, forse una donna malata, che cercava con esasperazione d'immergere i suoi vivi sensi nella gioia della vita. E gli uomini, più ciechi di lei, erano passati accanto alla sua complicata innocenza, nè si erano mai dati la pena di guardare se in lei fosse nascosta un'anima, forse un'anima profondamente offesa da quella fredda e brutale realtà che per ogni fanciulla rappresenta il principio dell'amore.

Adesso, in lei, questa parola suonava come il rumore di una moneta falsa; era divenuta, non la beatitudine, ma l'angoscia de' suoi sensi. Forse il grembo inesaudibile di questa vergine perduta cercava nell'amore una gioia che l'amore per sè stesso non può dare.

Una tentazione lenta, calma, piena di novità, gonfia di sperdimento, saliva nel mio turbato spirito, innamorava il mio cuore trepido, mi faceva sentire, confusi nella tentazione delle sue pesanti colpe, il singolare pregio della donna che non fu di nessuno.

E volevo domandarle mille cose, che mi parevano anche inutili...

Pensavo alla prima sera quando la vidi, quando eravamo seduti presso, nel Casino di San Sebastiano; e ricordavo la fisionomia di Lord Pepe, là, dirimpetto, che apriva e chiudeva con nervosità il suo bellissimo astuccio d'oro scintillante, mentre si pavoneggiava con serietà, con eleganza, davanti agli occhi di tutta la Spagna, orgoglioso di mostrarsi con una donna tanto ammirata, benchè non sapesse nascondere la sua palese inquietudine davanti allo sciupìo di quel denaro che le crudeli mani dell'amante, quasi azzurre come le perle, raddoppiavano sul tavoliere ad ogni messa perduta.

Di lei mi ricordavo con esattezza, quasi con dolore.

Il suo braccio nudo impolverava leggermente la mia manica nera; una gran folla si muoveva; il denaro pesava sul tappeto, esagitava le convulse anime dei giocatori; dai lampadari d'ottone oscillanti sopra i tavolieri cadeva su noi, su tutti, una opprimente fiamma un alone caldo, una specie di rossa eccitabilità, che alterava le cose, i lineamenti, perfino i pensieri. Dalle finestre aperte verso il terrazzo entravano i densi profumi, la pesante serenità della sera d'autunno; io mi sentivo a disagio, sentivo quasi la tentazione di piegare la bocca sovra la sua spalla così nuda... Perchè mai? Altre donne, forse belle come questa, passavano davanti a' miei occhi, vicino a' miei sensi; ed io le guardavo come si guarda un bel quadro, una bella vetrina, un gioiello che abbia valore, ma nel medesimo tempo sia profondamente inutile...

Invece sentivo che c'era in lei qualcosa di non afferrabile, una specie di novità funesta, un'attraenza contagiosa e perversa, che mi dava, quasi ubbriacandomi, un senso di confuso dolore.

Pensavo a' suoi movimenti, ch'erano così diversi da quelli delle altre donne, alla sua voce, che rimaneva nei sensi come una ondata di musica, e pensavo alle parole che mi aveva dette con la sua bocca rossa, quella prima sera, mentre stava con i gomiti nudi appoggiati sul tavolino della cena:--«... voi che avete scritto qualche libro, forse qualche libro d'amore, perchè venite così lontano, in questa città piena di perdizione, ad avvelenare nelle case da gioco il vostro cuore che ama l'Atlantico?...»

Infinite altre cose pensavo; e la voluttà, l'attesa di possederla, svaniva in un desiderio mille volte più profondo, più dolce, più intimo, si alterava in una specie di riconoscenza fisica per questa donna così piena di colpa ed ancor nuova all'amplesso; diveniva una specie di soave dolore, di lenta musica, un'aspettazione vasta e grande, nella quale io stesso riuscivo quasi a nascondere un senso indefinibile di purità.

E la notte cadeva su noi, ci avvolgeva nel suo musicale silenzio, ci faceva godere la gioia d'esser tranquilli, d'essere vicini, d'essere veramente giunti su l'orlo dell'amore, nella poesia di questa bella favola eterna e lieve che si chiama l'amore, nella infinita, beata ilarità che prova l'anima quand'essa può svegliarsi, può ridere, può splendere, giovine ancora come una volta e piena di sole, di sole...

Nè io volevo essere per lei quello che altri furono. Custodisse ancora il suo vizio indocile, la gelosia dell'ultimo suo peccato; fosse ancora per altri, e non per me, una dispensatrice di tormenti, una perfetta e ingaudibile amante; portasse ancora, illeso dal mio desiderio, quella oscura febbre del suo grembo, quel tesoro di ebbrezza non goduta, dopo il quale, forse, non diverrebbe che una povera donna di piacere, irritata e ingrata, come altre mille che si piegano con la bocca fredda, con gli occhi serrati, sotto la forza nemica di un possessore che le opprime.

Sì, è tardi... è tardi... Ora posate il capo su la mia spalla, Madlen; chiudete gli occhi, dormite... L'ora del sonno è bella quando la finestra impallidisce.

----

Ora cominciava il pericolo. Il pericolo di prendere sul serio questa leggera, fragile, inutile cosa, che tutte le donne possiedono, almeno per brevissimo tempo:--una verginità.

Pare nulla, ed è quasi la storia del mondo. I popoli sono divisi dalla maniera d'intendere questa fondamentale origine delle famiglie. In Europa, e sopra tutto ne' paesi latini, si dà un valore certo esagerato a questo velo di purezza, che per la sua tenuità è facilmente soggetto agli strappi. Ma il focolare non arde come dovrebbe ardere, là dove il suo custode non fu quegli che accese la prima vampa. È una sciocchezza voi dite?... Sì, forse. Un pregiudizio medievale, un residuo di barbarie che la letteratura coltiva prodigiosamente?... Sì, forse. A bene pensarvi, la cosa manca di serietà. Ma in ogni caso è un pregiudizio importante, una inciviltà caparbia, un difetto per ora non superabile dalla natura umana. Può darsi venga un giorno in cui le vergini non saranno più di moda e spariranno queste imprecise distinzioni fra donna e donna, tessute molto spesso dalla sola impostura. Io penso che un tal giorno verrà; anzi lo credo e spero fermamente. Oggi nondimeno bisogna riconoscere che la famiglia del ventesimo secolo è tuttora fondata su questi due pregiudizi gravi:--l'obbligo della originaria purezza e della conseguente fedeltà.

Quando s'incontra un uomo, il quale dice che può far a meno di entrambe queste cose, noi riteniamo che sia un disonesto. In fondo lo è. Talvolta può essere un semplice millantatore. L'ombra di un altro, che fu prima di noi, è sempre funesta nella donna che si ama, e persino in quella che solamente si desidera.

Dunque può darsi che ciò non sia un pregiudizio degli uomini, ma veramente un pregiudizio della natura. Forse, quand'ella stava lavorando a quell'invenzione pratica e geniale che poi nel mondo finì con chiamarsi amore, si accorse che per renderla eterna bisognava coinvolgere in essa il pensiero ed il segno del divieto. La natura fu provvida, e sarebbe davvero peccato se la malizia degli uomini riuscisse a mettere in quarantena questo leggero e dolce inconveniente.

Il secolo ventesimo è il secolo dei paradossi; piace a tutti confondere in speciose negazioni le antiche verità. Ma questa è letteratura; provvisoria ed acrobatica letteratura. Quando poi si viene al caso pratico, ognuno di noi s'accorge d'essere nuovo e moderno su per giù come un uomo preistorico.

Le teorie passano, i concetti puri sono miraggi che svaporano; l'uomo rivolgerà, sovvertirà in ogni modo possibile i principî della vita;--ma se v'è cosa che mai gli uomini riusciranno ad intendere con altri sensi e con altra immaginazione, questa è certamente l'amore.

I seduttori di mestiere, i Don Giovanni da strapazzo, tutti coloro che dispensano la propria irresistibilità come un sovrano munifico dispensa le croci da cavaliere, poi gli annoiati, gli scettici, quelli che vi parlano della donna come se conoscessero prodigiosamente i più solleticabili cantucci della sua dolce anatomìa, tutti costoro appartengono spesso a quel numero d'ingenui che un bel giorno finiscono poi con riabilitare una prostituta o condurre al talamo la propria cameriera.

Un solo uomo può non temere il pericolo della donna: ed è quegli cui mancano le tentazioni della virilità. Ma gli altri dovrebbero guardarsi bene dall'esprimere giudizi o teorìe, poichè nell'amore c'è sempre il caso imprevedibile. Questo caso imprevedibile turba l'immaginazione, piace più di tutti gli altri, è insomma il natural fuoco e la buia tristezza dell'amore. Al mondo c'è una sola cosa veramente nuova: ed è la donna della quale ci s'innamora. Ma quando non troverete più, fra mille, una sola che vi piaccia, una che sia per voi bella come la primavera e di sè infiammi con splendore tutto il cerchio del vostro infinito, allora sarete per sempre una fredda cosa inaridita, un fuoco morto sotto la cenere, una fontana esausta, un giardino distrutto, un campo senza fiore, una sorgente senza vita.

Ora per me cominciava il pericolo. C'era in lei qualcosa d'innocente, una purità insospettabile, una gioia non ancora posseduta. Questa maravigliosa cortigiana aveva saputo custodire intatto il suo grembo di fanciulla; si era data senza lasciarsi prendere, aveva tormentato senza esaudire. Per quanto ciò paresse incredibile, io sentivo con esattezza che ciò era vero. In questa femmina di piacere, perversa e complicata, c'era un senso di verginità insoffocabile, che le impediva d'essere un'amante. Quelli ch'erano stati vicini a possederla, di lei conoscevano soltanto il vizio, non l'amore. Aveva lasciata la sua famiglia troppo severa, per immergersi nel rumore delle orchestre, per vivere nella soffocante atmosfera delle case da giuoco, per alzare col polso un po' tremante i cálici che traboccano di vini biondi; aveva cercato nei balli notturni, fra le donne perdute, come una libera cortigiana, l'amore divino ed introvabile che ogni vergine sogna d'incontrare nell'amante al quale si dà. Ma invece il suo freddo cuore dormiva nei sensi terribilmente innamorati; ella si avvolgeva nel vizio con una specie di opaca ira, voleva essere una dura e splendida cortigiana, per avvicinare il suo corpo al fuoco di tutte le tentazioni e salvarlo dal pericolo di gioie troppo lievi.

Io compresi perfettamente che una donna potesse custodire la sua purità come un supremo vizio, e non per renderla ad altri, ma solamente a sè stessa, più lenta e più pericolosa.

Ella mi raccontava queste cose, io l'ascoltavo; anzi, per meglio dire, indovinavo tra le sue parole confuse una verità complessa e difficile, assurda e verisimile, che solamente in lei, vicino a lei, nel guardare la forma del suo corpo, il colore de' suoi occhi, trovava una spiegazione del tutto ammissibile.

Era--io pensavo--una donna che amava patire, una folle che andava cercando su la terra l'introvabile paradiso, nell'amore una gioia così forte che potesse ucciderla, mentre in lei si nascondeva, forse organicamente, una specie di divieto ad esser femmina, quasi un oscuro ed incancellabile segno di sterilità.

Per quanto si usi dire che ogni vera madre è una vera amante, forse un medico potrebbe dimostrare il contrario. Nella vera amante c'è' spesso il desiderio, più ancora l'intenzione della sterilità. Il suo grembo non vuol sottomettersi al peso, alla deturpazione della fertilità materna. La infinita bellezza ch'ella prova e regala con i suoi sensi non vuole giungere ad assorbire la vita, ma preferisce soffocarla, deluderla, poichè le sembra sia questo un bene superiore alla vita medesima. La perfetta voluttà esclude ogni altro fine; c'è in essa una tendenza verso l'uccisione.

Le dispensatrici d'amore, quelle che posero ingegno ed anima nel raffinare la tepida gioia della procreazione, quelle che fecero de' propri nervi uno strumento complicato e mirabile, quelle che superarono il loro natural destino e patirono la bellezza dell'amore come la bellezza di un'opera d'arte, non sentirono mai, anzi rifiutarono, il bisogno di perdere sè stesse in un'altra vita. Essere madre vuol dire impoverirsi, vuol dire sommergere la propria vita in quella che nasce; la vera madre sopporta il procreatore, non cerca l'amante.

Io pensavo:--«E questa non potrà guarire, se non trova chi le dia l'amore inatteso, involontario, per una creatura sua. Forse la fatica materna potrebbe ricondurre alla pace il suo grembo esasperato. Chi fu il primo a baciare la sua bocca, doveva impadronirsi di lei, o con la violenza o con l'amore. Sarebbe divenuta un'altra. Ma quel primo le permise di non abbandonarsi; ed ella da lui si levò come una fanciulla che avesse provato invano ad essere un'amante.»

Pensavo:--«Un giorno, dopo tante immaginazioni sterili e dolorose, forse troverà, nel fumo d'una sigaretta oppiata, nella spuma d'un bicchiere troppo colmo, nella fuggitiva illusione d'una parola d'amore, l'uomo che saprà d'un tratto farle terribilmente male, contorcere fino allo spasimo la sua perduta e bianca nudità. Allora sarà di lei quello che doveva essere il primo giorno. Ma troppo tardi. Quando non potrà più incamminarsi per la via naturale, fredda, calma dell'amore; quando i suoi sensi avranno imparato a cercare la gioia sempre più oltre, dove l'esaudimento non può essere, dove non è. Questa bella creatura, che in sè nasconde forse un ideale, andrà cercando fra mille uomini chi le dia l'amore, quell'amore che non è nei sensi, ma è nell'anima, e che l'anima di una creatura così delusa non può nè dare nè conoscere. Invecchierà presso le tavole da giuoco, strofinando i suoi gomiti nudi sui tavolini delle cene, appressando le sue labbra tinte all'orlo dei bicchieri ubbriacanti, riderà, splenderà, come una creatura che per vivere senta il bisogno delle droghe artificiali. Qualche uomo prepotente sarà il suo padrone, di qualche altro sopporterà la lascivia indelebile; e gli anni passeranno, e la vita notturna incaverà i suoi occhi splendenti, e dalla sua carne luminosa uscirà, più cruda, la forma dello scheletro, e sarà vecchia, e sarà povera, e i denti falsi brilleranno di una luce opaca nelle gengive pallide, e la sottile tosse dei tisici tormenterà i suoi polmoni arsi dalle sigarette oppiate; un giorno avrà un deliquio, morrà sopra un divano, la porteranno al cimitero... È triste.

Sì, Madlen, questa luccicante Bilbao diventa in breve una città noiosissima; i suoi teatri sono teatri di provincia, le sue strade fanno troppo rumore, i suoi campanili mancano di spiritualità, i suoi abitatori, a ben guardarli, hanno facce plebee, rapaci ed insolenti... La sola bellezza che riposa l'anima del forestiero è questo lento e calmo Rio Nervion, che trascina fra i moli sfavillanti, su ampie zattere, i tronchi delle sue foreste originarie. Ma camminiamo ancora un poco, Madlen; è dolce camminare con voi, mentre l'afa del pomeriggio svanisce tra gli alberi che profumano il verde Paseo del Arenal. Più tardi, quando saremo lontani, voi da me, io da voi, Madlen, e la distanza ed il passato--le due vere musiche del mondo--avvolgeranno le nostre anime di camminanti, questa bella e profumata sera in noi risalirà, come il sogno d'una bellezza perduta, sarà il tormento sottile, divino, di un amore che perdemmo, il fuoco e la tremante memoria di un lontano amore che passò. Camminiamo ancora un poco, Madlen; cerchiamo di essere attenti: le città sono come le anime, non si lasciano indovinare a prima vista. Bisogna guardarle, ascoltarle, trovare in esse la via della lor confidenza.

Bilbao non vi piace?... Perchè non vi piace? Probabilmente senza una ragione ben definita. Essa vi annoia. Vi sembra una città ricca e malvestita, avara e sfacciata. Sia pure; andiamo altrove. Scegliete una direzione; l'automobile può esser pronta fra un'ora; si partirà. Voi siete un poco stanca? preferite riposarvi, dormire tranquilla una lunga notte?... Va bene; sia come volete; io non ho preferenze; partiremo domattina.

Tuttavia debbo dirvi una cosa, Madlen. Bilbao può essere una città ingrata, come può essere la più felice della terra: i luoghi prendono il colore dell'illusione che noi sappiamo trarre da essi. Chi vuol cercare il paradiso fuor di sè stesso deve rassegnarsi a camminare eternamente. A me qualche volta parve che la felicità ridesse da una piccola finestra, sopra un cortile pieno d'erba, fra i due muri d'una strada nascosta, ove non passava quasi nessuno; e talvolta mi sentii sperduto nel rumore d'una città immensa, ove la febbre della gioia umana pareva salisse a vortici dal cuore della moltitudine, come un riso perpetuo e micidiale.

Non importa. Camminiamo ancora un poco, Madlen. Gli uomini vi guardano; le donne osservano maravigliate le vostre calzature fine; si fermano con sorpresa, e di voi parlano lungamente.

Ora dítemi una cosa:--Dove andremo? Volete girare in automobile, senza una meta prefissa, tutta la Vecchia Castiglia? Passeremo un giorno a Valladolid, un altro a Salamanca. O preferite invece telegrafare a Litzine,--vi ricordate la bionda Litzine?--perchè ci fissi un bell'appartamento, con le finestre verso la Grande Plage, all'Hôtel du Palais? Rimarremo a Biarritz una settimana, due se vorrete; faremo una cura di nervi alle tavole di _chemin de fer_, poi forse rivedremo Lord Pepe--vi ricordate, ancora, Madlen, quel vostro elegantissimo Lord Pepe?

No?... Ed allora non rimane che una cura d'aria negli Alti Bassi Pirenei: Cauterets, Pau, le Bagnères de Luchon o de Bigorre... Aspettate!... volete fare una cosa davvero assurda, però molto cristiana? Volete visitare Lourdes?

Lourdes?...--Madlen sorrise; mi guardò; poi disse:--Andiamo.

Camminando eravamo giunti sotto gli alberi del Campo de Volantin; il fiume carico di zattere passava con la sua calma onda, che pareva confondersi, perdersi, nelle distanze della sera. Qualche marinaio scamiciato, bruno come il legname della sua zattera, fumava, immobile, seduto su cumuli di mercanzie. Scendeva incontro al mare; portava i tesori della sua città ricchissima verso l'infinita onda. Più lontana, quasi cancellata nel rossore del tramonto, brillava l'attrezzatura di qualche alto naviglio; il Rio Nervion sentiva cantare nella sua terrestre anima, fremere nella sua lentezza dorata, nella sua docile vasta navigabilità, il divino Atlantico.

--Ecco veramente una bella idea!--mi disse ancora Madlen.--Io non sono mai stata a Lourdes. E voi?

--Sì, una volta; ma tornerei volontieri.